Da giovedì 29/9 a sabato 1° ottobre si svolge a Reggio Emilia l’11° Congresso Internazionale FILEF: Il programma e il Documento Congressuale

PROGRAMMA 11° CONGRESSO INT.LE FILEF


Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie

11° Congresso Internazionale FILEF

FUTURO POSSIBILE

da Migranti a Cittadini Protagonisti

Ma proprio in ciò noi abbiamo una seconda grave contraddizione dell’attuale sistema economico-sociale, incapace di determinare uno sviluppo equilibrato fra diversi paesi (e fra stesse regioni di un medesimo paese, come avviene in Italia), per la natura stessa del modo di produzione capitalistico, che come in campo sociale, prospera in campo internazionale con lo sfruttamento, la rapina e la prevaricazione della sua politica imperialista.”

Paolo Cinanni in Emigrazione verso la crisi – Filef 1975

 

Preambolo

Dall’ultimo momento congressuale della FILEF, svoltosi nell’ormai lontano 2005, diversi e profondi sono stati i mutamenti avvenuti a livello nazionale e internazionale. Si sono acuite le diverse espressioni della crisi del capitalismo e della globalizzazione, gettando le basi per la fase pandemica e di crisi sanitaria che ha sconvolto il mondo, e in cui si è inserito la guerra alle porte dell’Unione Europea.

E’ ancora in corso un ridisegno degli equilibri globali, con la ristrutturazione del mondo per aree di influenza geopolitiche e l’emersione di altre aggregazioni di paesi, all’interno di uno scontro tra potenze geopolitiche, principalmente Stati Uniti, Russia e Cina, con il rischio di un’escalation di guerra letale per il pianeta e per i suoi abitanti, favorita da una ripresa della corsa al riarmo a livello mondiale e di cui il conflitto in Ucraina é solo uno degli esempi sullo scenario globale.

Le politiche neo-liberali sono marcatamente in crisi, hanno dimostrato tutti i loro effetti nefasti durante la fase critica della pandemia, cosa riconosciuta financo dai think tank di area conservatrice. Purtroppo però, anche all’interno delle aggregazioni che strategicamente puntano ad un mondo multipolare, si stenta a intravedere una reale politica alternativa.

Timidi ma importanti segnali vengono dall’America latina, alla luce delle recenti affermazioni elettorali di forze progressiste e radicali in vari paesi. In molti paesi occidentali si comincia a puntare su timide politiche di redistribuzione e sostegno sociale, a fronte di un inasprirsi delle politiche imperialistiche, in cui il tema delle migrazioni non è secondario.

All’acuirsi della crisi a livello internazionale, si è accompagnato un inasprimento di “stati di eccezione” con il conseguente restringimento degli spazi democratici e l’avanzata di forze conservatrici. All’interno degli spazi dell’Unione Europea l’avanzata di governi e forze politiche reazionarie è ormai un fatto acquisito, non ultimo confermato dalle recenti elezioni in Svezia. Il mondo si trova dentro una crisi di sistema e ci arriva con l’indebolimento se non la completa messa in discussione degli organismi internazionali come le Nazioni Unite, quindi senza una linea di governance pacifica mondiale.

All’interno di questo quadro internazionale, l’Europa non svolge un ruolo autonomo, ma rimane fedele al quadro delle alleanze internazionali tradizionali e rafforza l’asse interno franco-tedesco, vero protagonista economico e politico dell’Unione Europea, a tutto svantaggio dei paesi periferici dell’unione. La temporanea sospensione delle regole di bilancio e i piani di investimento e ammodernamento, sembrano tutti orientati non al riequilibrio tra centro e periferia economiche dell’Unione ma a puntellare uno status quo.

Dal punto di vista delle politiche migratorie, le mancate modifiche al Regolamento di Dublino e la militarizzazione progressiva della questione migratoria attraverso gli interventi dell’agenzia Frontex, confermano la volontà di fare dell’Unione Europea una fortezza, da cui tener fuori quelli che scappano dagli effetti delle politiche economiche imperialiste dei paesi occidentali e di accettare solo quei flussi utili a fronteggiare “picchi di produzione” e a tenere in una competizione al ribasso i salari con i lavoratori autoctoni.

Sul piano nazionale, agli effetti sociali pesanti dovuti agli effetti della crisi pandemica, che a sua volta si é inserita nell’onda lunga della crisi del 2007-2008, non del tutto recuperata dal sistema produttivo italiano, adesso si prospettano gli effetti di una inflazione che sfiora il 10 % annuo in un sistema dove non esiste piú automatismo del recupero del potere di acquisto di salari e pensioni e dove la stagnazione salariale dura da 30 anni.

In un limbo dove il mondo politico italiano ha “deciso di non decidere” quali sono le strategie di lungo periodo e quale posto vuole avere l’Italia nello scenario internazionale.

In questo scenario, la questione migratoria è rimasta schiacciata tra due narrazioni tossiche: immigrazione come problema di ordine pubblico, l’invasione, la sostituzione etnica, e il conflitto con necessarie politiche di accoglienza; l’emigrazione come esclusiva fuga di cervelli insoddisfatti alla ricerca di luoghi dove “venga riconosciuto il merito”. In entrambi i casi queste narrazioni servono per non discutere e per non andare alla radice delle cause dei flussi migratori di necessità.

Cosa che avrebbe costretto il mondo politico nel suo insieme a confermare l’uso economico che si fa della forza lavoro migrante in Italia. Tassello fondamentale delle produzioni agricole italiane e dei servizi di assistenza alla persona, che bisogna lasciare in uno stato di perenne “illegalità” in modo da essere estremamente ricattabile e quindi costretta ad accettare salari da fame. E quindi utili ad aumentare profitti e competitività delle imprese e a essere surrogato di un sistema di welfare sempre più privatizzato. L’eterno ritorno dell’uso capitalistico delle migrazioni, come avrebbe detto Paolo Cinanni.

Oltre alle migrazioni “esterne” l’Italia continua a vivere un fortissimo flusso di migrazione interna sia nella direttrice nord-sud che nella direttrice aree interne verso le città.

Flussi di emigrazione in uscita che non si sono fermati neanche durante i lock down pandemici non compensati da idonei flussi di immigrazione hanno e stanno aggravando la desertificazione di interi territori italiani, portano a un invecchiamento forte del paese accoppiata ad una natalità ridotta a causa delle condizioni di lavoro sempre piú precarie e che non consentono la realizzazione dei progetti di vita delle giovani generazioni, mettono una seria ipoteca su qualsiasi ipotesi di ripresa economica futura, in mancanza di politiche che possano provare ad invertire questo trend.

 

La nostra identità

 

L’identità associativa della FILEF è il risultato delle analisi, dei valori e principi che portarono alla sua costituzione e che hanno caratterizzato gli oltre 50 anni della sua storia, nata a seguito della grande ondata emigratoria italiana del dopoguerra e che a partire dalla fine degli anni ‘70 ha sviluppato il proprio intervento anche sul versante immigrazione in Italia. Emigrazione ed immigrazione sono ambiti di impegno costitutivi e paralleli dell’attività della FILEF nelle sue diverse articolazioni territoriali, sia in Italia che all’estero. La distinzione dei fenomeni di emigrazione e di immigrazione è giustificata solo dalla prospettiva con cui li si legge (se dai luoghi di partenza o dai luoghi di destinazione), ma non implica una distinzione concettuale: si tratta sempre di migrazioni con un loro impatto sia sulle aree di esodo che su quelle di arrivo.

La scelta di operare prioritariamente su uno dei due versanti (emigrazione o immigrazione) è l’esito della collocazione territoriale e culturale delle diverse organizzazioni, del ruolo che i diversi territori ricoprono nella dinamiche economiche nazionali e internazionali, dei prevalenti fabbisogni sociali e delle relazioni istituzionali che li caratterizzano.

Riguardo all’Italia e ad altri paesi europei, la ripresa dei fenomeni e-migratori di inizio secolo, apre nuovi scenari caratterizzati dall’essere, allo stesso tempo e con diversi gradi, paesi di emigrazione e di immigrazione. Questa nuova dimensione conferma e rende più visibile le analisi proposte dalla FILEF fin dalla sua nascita, dei fenomeni migratori come risultato di sviluppo ineguale e di trasferimento di risorse tra diverse aree, compatibili con la logica di concentrazione e valorizzazione capitalistica.

La fase che stiamo attraversando, caratterizzata dall’accentuazione della competizione economica e geopolitica tra paesi a seguito della crisi della globalizzazione neoliberista iniziata nel 2007-2008, dalla accentuazione di squilibri dell’ecosistema, ecc., sta portando ad una ulteriore intensificazione dei fenomeni migratori che coinvolgono già oggi oltre 250 milioni di persone.

Accanto all’impegno storico per garantire concretamente a tutti i migranti condizioni di trasferimento, accoglienza, inserimento nei luoghi di arrivo; di aggregazione, rappresentanza e partecipazione sociale e civile nei paesi di arrivo, secondo quanto previsto dalle convenzioni internazionali (ONU, OIL, OIM) sui migranti, e più in generale dalla Carta Fondamentale sui Diritti Umani, la FILEF partecipa alla discussione pubblica svolgendo una funzione conoscitiva e critica delle ragioni e delle cause dei fenomeni migratori, contribuendo alla crescita culturale e del protagonismo attivo dei cittadini migranti e mirando al superamento degli squilibri sistemici che inducono i fenomeni migratori in Italia, in Europa e nel mondo.

Accanto ai diritti delle persone in mobilità (diritti del lavoro, piena e buona occupazione, inclusione sociale, educazione e formazione, piena cittadinanza politica, sicurezza e previdenza sociale, uguaglianza di genere) e agli obiettivi posti dalla partecipazione popolare in Italia e nel mondo negli ultimi 20 anni (lotta contro l’ideologia del “libero” mercato, contro la funzione direttiva della finanza e il cappio del debito, per il recupero della funzione politica e di direzione e programmazione degli Stati, beni comuni, limitazione al diritto di proprietà e funzione sociale dell’impresa, democrazia partecipata e controllo sociale della politica) la FILEF si batte per i diritti di tutti i territori intesi come ecosistemi naturali e antropici da tutelare e salvaguardare in una prospettiva di sviluppo equilibrato e sostenibile socialmente e ecologicamente.

I diritti rivendicati nei territori di arrivo vanno parimenti rivendicati nei territori di partenza. Accanto al diritto alla libertà di movimento va rivendicato il diritto a poter vivere degnamente nei paesi ed aree di origine. In questo senso la FILEF è una organizzazione internazionalista e ecologista che si batte per un cambiamento sistemico: per la riduzione della concentrazione della ricchezza e per la sua ridistribuzione; per il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e dei diritti umani; contro ogni forma di criminalità mafiosa; per una cultura che sia mezzo per il riscatto delle classi svantaggiate; per la pace, la cooperazione internazionale, contro l’intrusione imperialista negli affari interni dei paesi e per un nuovo ordine multipolare, richiamandosi al rispetto dei principi della Costituzione italiana e della Carta delle Nazioni Unite.

 

Rappresentanza, Rete e Modello Organizzativo

 

Proprio per le ragioni sopra esposte il modello organizzativo della FILEF deve prepararsi ad assumere una configurazione reticolare dove ogni puntuazione ha pari dignità; deve superare lo schema Centro/Periferie e Italia/paesi di emigrazione, assumendo la varietà delle proprie articolazioni come valore e riferimenti da conoscere, assumere e, nei casi in cui ciò è utile e possibile, da trasferire internamente; deve consentire la comunicazione, la sinergia e la solidarietà tra le strutture delle diverse federazioni, dei circoli, dei gruppi informali, dei singoli aderenti; tra le esperienze consolidate e pregresse e gli elementi di novità, consentendo di proiettare le forme associative più antiche e più recenti in modo unitario verso le nuove sfide, superando gli elementi di frammentazione.

L’organizzazione dovrà contare su coordinamenti orizzontali tematici permanenti, anche con apposite commissioni di lavoro da definire. Il primo coordinamento orizzontale in parte attivato ma da consolidare ulteriormente è sicuramente quello sulla “parità di genere”: valorizzare la presenza e le competenze della dimensione femminile all’interno dell’organizzazione, favorire l’adesione e la partecipazione delle donne delle precedenti e più recenti generazioni migratorie e quelle della nuova emigrazione (che compongono la maggioranza dei nuovi flussi), in quanto portatrici di specificità e particolare durezza/fragilità del vissuto migratorio, anch’esso caratterizzato da storici elementi di patriarcato, deve costituire un obiettivo permanente anche dal punto di vista organizzativo. Per tale motivo introduciamo stabilmente al nostro interno la parità di genere come principio portante dell’organizzazione e del modo di lavorare; ci adoperiamo per rimuovere i pregiudizi e gli ostacoli legali che ne impediscono la piena realizzazione, valorizzando e riconoscendo appieno, senza distinzione di genere, il lavoro riproduttivo e di cura.

Coscienti della condivisione, almeno parziale, di elaborazioni e di vissuti nel tema migratorio, vogliamo lavorare per il raggiungimento nella nostra organizzazione interna, della parità di rappresentanza tra emigrati ed immigrati e una maggiore inclusione sociale delle donne immigrate.

Vi è anche da praticare una riflessione organizzativa sulla segmentazione interna ai flussi migratori riguardo alla loro composizione di classe, alla differenza tra lavoro manuale e intellettuale, alla posizione dei singoli soggetti nel mercato del lavoro di arrivo, alle diverse dimensioni di stabilità/precarietà che le singole persone vivono.

Vi è da precisare in che modo, rispetto alla più tradizionale adesione alla FILEF di federazioni, associazioni, circoli, possa e debba essere strutturata una adesione individuale al progetto della FILEF in un momento caratterizzato da grande frammentazione e dalla presenza in rete di fabbisogni che non hanno ancora avuto la possibilità di aggregarsi collettivamente. Proponiamo che gli iscritti singoli sia in Italia, nelle regioni dove non abbiamo presenza, che nelle aree estere facciano capo al coordinamento nazionale con una responsabilità da individuare nel coordinamento.

Tutti i momenti organizzativi indicati, possono essere strutturati, nei contesti di scarso insediamento territoriale, in particolare in questa fase, con il supporto delle teleconferenze, con altri momenti di comunicazione interna da perfezionare (e da unificare sotto il brand «FILEF») che abbiano anche una propria proiezione esterna nel web (siti, radio, app) e con un nuovo attivismo nei social media e nella rete a partire dalle centinaia di contatti e relazioni di cui ogni singola organizzazione dispone.

In questa ottica è auspicabile la promozione di un allargamento della partecipazione degli aderenti nei momenti di elaborazione delle strategie e a livello di direzione.

Quanto ai modi e ai momenti in cui si esplicita la capacità di rappresentanza del mondo migratorio, bisogna definire meglio come si è evoluto il contesto in cui ha operato la FILEF e altre storiche organizzazioni associative in questi decenni.

La FILEF è nata come federazione associativa di preesistenti aggregazioni sociali di base (circoli) emanandone al contempo altre a livello regionale in Italia e nei singoli paesi all’estero; ed ha mantenuto tale caratteristica per tutto il suo tragitto, continuando, ove possibile, ad incentivare la nascita di nuove realtà sociali e restando aperta alle adesioni di soggetti che ad essa si sono avvicinate e che si riconoscevano nei propri principi.

La FILEF si è autorappresentata agli inizi come “organizzazione di massa”, distinta ed autonoma da altre forme di rappresentanza sindacale e politica, anzi come pre-condizione (nella particolarità dell’universo emigratorio degli italiani all’estero) delle più strutturate forme di rappresentanza sindacale e politica.

In tale configurazione, fin da subito ha costruito interlocuzioni sia col mondo politico-sindacale italiano, in quanto paese di esodo e di probabile ritorno, che con quello dei paesi di arrivo/integrazione dei nostri emigrati. Analogamente ha strutturato interlocuzioni e vertenze su diritti e le tutele tipiche della condizione migrante, sia con le istituzioni italiane che dei paesi di arrivo, che di organizzazioni sopranazionali, come il Parlamento e la Commissione europea.

Sul versante dei paesi di arrivo, essendo la condizione dei migranti italiani del tutto analoga a quella di altre nazionalità presenti negli stessi territori, ha successivamente strutturato modalità di aggregazione e partecipazione congiunta e mista con le altre etnie, pur mantenendo fede, come ogni altra nazionalità che vive un percorso emigratorio, ai principi del diritto al mantenimento della cultura e della lingua di origine soprattutto verso i figli e le successive generazioni.

In considerazione degli elementi di affinità con altre nazionalità migranti o con la condivisione dei principi ispiratori ideali, molte realtà associative si sono integrate anche con elementi autoctoni sensibili alla condizione dei migranti.

Questi processi hanno avuto percorsi e intensità differenti a seconda dei contesti culturali di arrivo (assimilazione nei paesi francofoni, piuttosto che integrazione nella diversità tipiche del melting-pot anglofono, australiano o nord americano, o alla più lenta e difficoltosa integrazione nei paesi tedescofoni, fino alla diversa situazione dei paesi latino-americani in cui il contingente migratorio si è diffuso nelle realtà di arrivo integrandosi velocemente secondo la stratificazione di classe pre-esistente, ma apportando allo stesso tempo modificazioni consistenti nella configurazione culturale di molte società, in ragione dell’imponente entità percentuale di presenza in paesi con scarsa densità di popolazione e con classi medie molto ridotte).

In questo quadro molto variegato e con opportunità molto differenziate, l’elemento unificante della FILEF come organizzazione diffusa in paesi così diversi, è stato, più che una specifica condizione migrante (difficile da concepire in modo omogeneo), il riferimento ideale e di prospettiva, analogamente a quanto è avvenuto per le organizzazioni del mondo cattolico, con cui peraltro ha condiviso molti approcci e pratiche di intervento.

L’altro elemento unificante che è valso per la FILEF come per altre organizzazioni è stato il permanere, pur nella condizione di residenti all’estero, della prospettiva del rientro nelle regioni di esodo e una serie di rivendicazioni su diritti di cittadinanza e sociali, la cui controparte istituzionale restava il paese di partenza, l’Italia, almeno fino a che non si abbandonasse volontariamente o per forza la cittadinanza italiana e si acquisisse quella locale. La questione pensionistica, peraltro, come quella fiscale, debordano anche dall’acquisizione o meno di un’altra cittadinanza.

E’ rispetto a questa condizione di duplicità del contesto istituzionale di riferimento che si sono strutturate le rivendicazioni verso l’Italia, riguardanti ad esempio gli organi di rappresentanza istituzionale, Coemit, poi Comites, CCIE poi CGIE. Ed infine il riconoscimento dell’espressione di voto dall’estero. Questo lungo percorso di rivendicazione ha connotato gran parte dell’attivismo anche della FILEF fino al primo decennio del 2000.

Nell’ottica italiana, che ha più volte rischiato di divenire italo-centrica, questa dimensione interpretativa dell’emigrazione ha finito col prevalere a discapito dei processi di integrazione in loco che ovviamente sono invece proceduti a prescindere dal contesto di riferimento italiano, e raggiungendo, via via, posizioni di integrazione anche a livelli istituzionali elevati, sia nel tessuto sociale, sia in quello politico e istituzionale.

Con la ripartenza dei nuovi flussi emigratori intensificatisi negli anni ‘10 del 2000, il quadro di riferimento diviene ancora più complesso. Permangono i processi accennati che riguardano l’ultima ondata migratoria degli anni ‘50-’70 per quel che riguarda anche le successive generazioni e si aggiunge un ulteriore contingente che quanto a caratteristiche e prospettive di accoglienza, prospettive di integrazione o di ritorno, ecc., torna ad assomigliare a quello che ha caratterizzato gli anni ‘50-‘70 (ma diversa importanza per l’Italia: in passato gli italiani all’estero erano produttori di ricchezza per il Paese tramite le commesse, oggi vengono vissuti come un costo e un problema. In più con una accentuata dimensione di precarietà lavorativa e, allo stesso tempo, con la opportunità di mantenere relazioni molto più strette con il paese di partenza grazie ai costi e ai tempi di trasporto e alle altre innovazioni tecnologiche.

Al di là delle tante differenze di contesto note, ciò che ci interessa qui è la dimensione di rappresentanza collegata a quella organizzativa: rispetto alla rappresentanza e quindi all’interlocuzione politico-istituzionale prevalente, maggiore precarietà nei processi di integrazione in loco e maggiore volatilità degli scenari tra paesi e instabilità internazionale, può costituire un elemento di rafforzamento della interlocuzione con i paesi di partenza piuttosto che con quelli di arrivo.

E in ogni caso, questa variabilità di atteggiamento è legata all’evoluzione degli scenari, non è data una volta per tutte e non è sovrapponibile a quella dell’ondata migratoria del dopoguerra.

Queste considerazioni valgono in parte anche per i flussi immigratori in Italia, sia quelli intra-europei (essenzialmente da alcuni paesi dell’est) sia, con diversi gradi di intensità, quelli extraeuropei.

Gli elementi più unificanti per ampliare aggregazione e rappresentanza in uno scenario di transizione come quello che abbiamo di fronte, reso ancora più complesso dalla pandemia, sembrano essere la possibilità di fruire di servizi di varia natura, dall’informazione e orientamento al momento della partenza per chi intende trasferirsi all’estero, a servizi di accoglienza, integrazione, riconoscimento di diritti, mantenendo aperta la prospettiva di rientro e di ri-coinvolgimento nelle aree di esodo.

L’esigenza oggettiva di servizi e di mantenere aperte le opportunità di ridislocazione lavorativa dovrebbe predisporre le persone (nuovi emigrati ed immigrati) al recupero di una coscienza della propria condizione instabile e a far parte di una comunità condivisa di interessi. In questo senso, la proposta di una idealità/identità che configuri un orizzonte di superamento di questa situazione e che consenta una lettura collettiva del proprio vissuto individuale può di nuovo costituire l’elemento fondamentale di aggregazione sociale.

Un soggetto o un pool di soggetti in grado di rispondere e coniugare queste diverse esigenze ognuno per il proprio ambito di competenze, può diventare il punto di riferimento atteso da molti. E’ in questa direzione che la FILEF deve aggiornare ed attualizzare la propria proposta.

L’associazionismo regionale, in fase di ripresa e rinnovamento, rappresenta uno strumento sempre più importante a cui fanno riferimento i cittadini migranti all’estero e allo stesso tempo ci consente di interagire con le comunità immigrate in Italia. Va sostenuto il processo di consolidamento e vanno coinvolte le realtà associative esistenti a livello territoriale e gli enti locali di prossimità in modo da creare una sinergia che ne irrobustisca la capacitá d’azione e la resilienza.

Le forme imperialistiche di dominio hanno avuto spesso come prima vittima le comunità indigene. Queste comunità sono state spesso protagoniste, insieme alle parti di popolazione più sfruttata, di movimenti di liberazione. Oggi sono protagoniste di lotte ambientali e per il pieno riconoscimento sociale e politico delle loro comunità. La FILEF deve favorire lo studio, la conoscenza e la comprensione dei movimenti di liberazione indigena, dei loro rapporti con il fenomeno della migrazione e analizzare i possibili futuri sviluppi in un’ottica di interscambio fecondo tra Nord e i Sud del Mondo.

L’aumentata complessità delle nostre comunità all’estero, pone oggi più che in passato la necessità di individuare un modello di “gestione” delle comunità.

Ma per rendere concreto e operativo un modello organizzativo, non si può prescindere da momenti organizzati di formazione dei quadri associativi.

Una possibile traccia da seguire e approfondire sono le prassi dei “comunity organizer”, che in diverse parti nel mondo e con il coinvolgimento e il protagonismo di molteplici organizzazioni, hanno dimostrato di potere favorire la creazione e il sostentamento di quell’ecosistema fatto di attivismo, relazioni tra singoli e organizzazioni, momenti di vertenzialità, mutualismo, che sono alla base dei fenomeni di cambiamento positivo della società.

Le nostre persone devono essere riconoscibili dal modo in cui lavorano all’interno delle loro comunità.

 

Attività e progettualità

 

Identità, Valori e Principi vanno declinati in concreti programmi di lavoro sul breve e medio periodo sia sul versante dei contenuti ed azioni proposte, che sul piano organizzativo della rete FILEF, in rapporto ad altre associazioni (patronati, Sindacati, forme nuove di associazionismo via web) con le quali si intende aprire una collaborazione attraverso pratiche comuni.

Partire dai mutamenti strutturali avvenuti ed in corso su scala globale, anche in considerazione della crisi pandemica che ci “accompagnerà” con i suoi esiti nei prossimi anni e da lì ripensare quali pratiche possono esserci più utili per raggiungere gli obiettivi associativi.

A supporto del nostro lavoro, senza dubbio, la comunicazione è unurgenza per tutta la rete. Va potenziata la funzione dei siti web, Emigrazione Notizie, Cambialmondo, Radio Mir e di altri eventuali strumenti, cercando di renderli patrimonio attivabile, fruibile e partecipato, per tutte le nostre postazioni. A questo proposito è importante sottolineare che le potenzialità attuali sono abbondantemente sottoutilizzate. La platea di persone raggiungibili con una organizzazione della comunicazione più puntuale e coordinata potrebbe essere immediatamente decuplicata se le centinaia di contatti di cui ciascuna organizzazione o singolo dispone, potessero diventare un target comune di campagne informative e di comunicazione nei diversi paesi.

Per fornire un elemento di confronto, attualmente i siti web di FILEF nazionale acquisiscono mediamente tra un minimo di 1.000 fino a 1.500 contatti giornalieri; analogamente le trasmissioni di Radio MIR. Prescindendo da punte di «ascolto» che sono arrivate in determinate occasioni fino a 50/100.000 contatti su singole news di stretta attualità e particolare interesse, se si riuscisse a portare la media di contatti di questi siti a 5.000/10.000 al giorno, la stessa possibilità di crescita di interesse e adesioni alla FILEF potrebbe essere indubbiamente diverso.

Vanno costruite delle partnership con testate giornalistiche e in generale media affermati a livello nazionale per portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione degli italiani all’estero e creare un canale di dialogo tra le realtà oltre confine e il pubblico italiano.

Azioni comuni e coordinate di rilancio di news, interventi, ecc. sui social network amplificherebbe ulteriormente le possibilità di audience. La comunicazione/informazione è senza alcun dubbio uno degli ambiti su cui mettere alla prova quanto prima la capacità di lavorare insieme in rete.

Altro ambito che può rafforzare l’attrattività della FILEF è quello relativo ad un primo nucleo di servizi: dotarsi di Osservatori/Centri Servizi-Orientamento in grado di offrire, non solo via web, informazioni sui mercati del lavoro locali (nazionali, regionali), le diverse legislazioni sull’accoglienza, sulla educazione/formazione nei diversi cicli, sulla creazione di lavoro autonomo e micro imprese e di apertura di piccole attività commerciali, sulla possibilità di supporto legale nei diversi paesi e in Italia, oltre che costituire un servizio di vicinanza, di tutela e di accompagnamento delle persone in emigrazione, può attrarre sensibili fasce di utenza potenziale e di interlocutori da coinvolgere nell’organizzazione. Ciò può essere realizzato ovviamente, in sinergia con altri soggetti che costituiscono naturali alleati nel conseguimento dei nostri obiettivi.

La promozione, raccolta e diffusione delle testimonianze dirette del mondo delle migrazioni è fondamentale per valorizzare l’esperienza delle mobilità e per capirne lo sviluppo. Per tale motivo va rilanciato lo storico Premio Conti, che ha raccolto straordinarie esperienze vissute, saggi, studi e ricerche dei e sui migranti fino a pochi anni fa.

La messa a regime e il consolidamento e l’ampliamento dell’attività del Comitato Tecnico-Scientifico, composto da figure di riconosciuta competenza settoriale, è di fondamentale importanza per proseguire nella elaborazione delle proposte della FILEF e per favorire la creazione di progettualità.

Un ultimo ambito di attività, ma non meno importante degli altri, è quello relativo alla gestione diretta di progetti di ricerca sociale e storica, di educazione, formazione e cooperazione, di produzione culturale (pubblicazioni, videoproduzioni, ecc.) in cui la FILEF si è cimentata fin dai suoi esordi, contribuendo in modo significativo alla conoscenza delle dimensioni migratorie, alla emancipazione dei singoli fruitori e al loro migliore inserimento nei diversi contesti.

 

Alleanze Sociali e Associative

 

Rispondere ai fabbisogni e alle necessità molto variegate e composite illustrate non può essere un compito conseguibile in modo autarchico.

In Italia vi è la necessità di costruire una unità di intenti e condivisione di prospettiva innanzitutto all’interno del quadro in cui storicamente si è sviluppata l’eperienza storica della FILEF, con il mondo sindacale e in particolare della Cgil (Spi, Inca, Fondazione Di Vittorio, FIEI, Is. Santi) con una riconfigurazione dei punti di interlocuzione interni, ampliando il ventaglio degli interlocutori (non solo Dipartimento Internazionale, ma anche Dipartimento del Mercato del Lavoro e strutture regionali). Parallelamente vanno rafforzati i rapporti con le organizzazioni associative più grandi e attive nel campo delle migrazioni: Acli, Arci, Migrantes, Caritas, ecc.

Va seguito e verificato l’esito del percorso congressuale del Faim, che rappresenta un tentativo non semplice, ma importante, di costruzione di sinergie in sintonia con quanto avviene nel più vasto mondo dell’associazionismo dell’emigrazione.

Va seguita anche l’evoluzione di molte altre piccole organizzazioni operanti anche a livello locale nell’ambito delle migrazioni e della difesa dei diritti sociali, dei diritti civili e dei diritti umani con le quali è giusto ed opportuno rapportarsi. In tal senso va auspicata e costruita una sempre maggiore presenza nelle campagne e nelle mobilitazioni.

Analogamente, all’estero, nei diversi paesi, vanno costruite e intensificate relazioni e alleanze con organizzazioni sociali affini e con cui è possibile costruire unità di intenti e di azioni.

In questo processo di costruzione di alleanze va riaffermata, in un momento di crisi oggettiva della politica, l’autonomia della FILEF dai partiti, instaurando un rapporto di interlocuzione, confronto e collaborazione con le istituzioni e, ove possibile, di collaborazione finalizzata al riconoscimento dei diritti e delle opportunità rappresentate dai migranti, nell’ampliamento della loro rappresentanza ad ogni livello, sia politico che istituzionale, nell’impegno a battersi per i cambiamenti sistemici e nella costruzione di un mondo fondato su nuovi equilibri sostenibili socialmente, ecologicamente, economicamente che liberino le persone dal ricatto della fame e dalla paura di guerre e violenze senza mettere a repentaglio il destino di popoli, paesi e territori.

Un momento significativo del rafforzamento di momenti unitari è quello legato alla FIEI (di cui la FILEF, assieme all’Istituto F.Santi e in accordo con la CGIL è stata promotrice) e al suo rilancio. La FIEI è stata ed è un importante supporto per le organizzazioni aderenti ed ha contribuito alla tenuta organizzativa ed operativa del nostro mondo associativo negli ultimi due decenni. Il progetto iniziale della FIEI aveva tuttavia l’ambizione di costituire un punto di riferimento molto più ampio in grado di coinvolgere l’associazionismo di immigrazione in Italia e di trasferire ad esso la cultura, le rivendicazioni e la prassi organizzativa e di proposta sperimentata dalle organizzazioni democratiche e progressiste dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra.

Questa seconda parte del progetto della FIEI è stato solo parzialmente attuato anche se in diversi ambiti locali ha prodotto un processo quasi naturale, con l’impegno di diverse nostre organizzazioni nate dall’emigrazione che si sono attivate con successo per gli immigrati; va tuttavia rilanciato insieme alla Cgil e allargato a livello locale e regionale in Italia e all’estero in modo da far crescere la mobilitazione per un più ampio paritario inserimento dei lavoratori e delle lavoratrici immigrate e delle loro famiglie sia nei luoghi di lavoro, sia nella società; un progetto unitario che miri ad un obiettivo storico delle nostre organizzazioni: quello di contrastare e superare divisioni e competizioni nel mondo del lavoro che si nutrono di razzismo e xenofobia scaricando sui migranti le contraddizioni sistemiche e con ciò rendendo il mondo del lavoro più debole e frastagliato. Far crescere attraverso la FIEI un raccordo stabile tra l’associazionismo immigrato e quello degli emigrati italiani, diventare cioè un punto di riferimento comune per il mondo della mobilità sia in entrata che in uscita è un obiettivo da rimettere al centro della nostra azione. Questo progetto può avverarsi attraverso una condivisione di progetto con la Cgil e le sue organizzazioni, con le quali vanno intensificati momenti di comune riflessione e confronto a livello nazionale e locale ricostruendo una dimensione allargata di rete in cui ciascuno possa giocare il rispettivo ruolo per i comuni obiettivi. Allo stesso modo e per analoghi motivi, va rafforzata, attraverso la FIEI, l’unità di azione e di coordinamento con lo Spi, con l’Inca e con altre organizzazioni di comune orientamento e appartenenza sul versante dell’emigrazione italiana all’estero.

 

Le nostre Proposte

 

In tutto il mondo è in vertiginoso aumento il flusso di persone migranti a causa dell’acuirsi dei mutamenti climatici, delle guerre, dei conflitti interni ed esterni. L’Italia non fa eccezione. Negli ultimi quindici anni, secondo l’Istat oltre un milione di persone sono espatriate (secondo altri istituti di ricerca almeno 2 milioni), aggiungendosi ai 60-80 milioni di italo-discendenti nel mondo e ai milioni di persone emigrate lungo le direttrici interne sud-nord e aree interne-città.

L’Italia è parte di questo fenomeno globale: da secoli un paese di emigrazione, è diventata negli ultimi decenni anche un paese di immigrazione. Da una decina d’anni tuttavia l’emigrazione ha ripreso a crescere in modo rilevante. Dal Meridione d’Italia al Settentrione, dai villaggi alle città, dall’Italia al Nord Europa e al resto del mondo.

La storia dell’emigrazione italiana, la permanenza di collettività che continuano a definirsi italiane sono il prodotto del mantenimento di una identità culturale, linguistica, di usi e costumi che ha attraversato oltre un secolo e mezzo. Nei contesti territoriali più avanzati (Canada, Australia, alcuni paesi latino-americani, ma anche Germania o Svizzera) il diritto al mantenimento della cultura di origine è stato riconosciuto coma fattore di arricchimento delle società di accoglienza e sono stati predisposti strumenti legislativi specifici, come quello per l’insegnamento della lingua. L’Italia è chiamata ad operare in modo analogo con le proprie collettività immigrate: il riconoscimento del pluralismo culturale, insieme, condizione ottimale di integrazione, cioè di riconoscimento delle diverse identità degne di pari considerazione rispetto alle autoctone e, allo stesso tempo, consente di valorizzare diverse prospettive di vita e di esistenza dalle quali le società, nel loro insieme, possono ricavare vantaggi relazionali e di resilienza analoghi a quelli derivati dalla diversità di specie in campo biologico; la compresenza di diversità culturali riconosciute rende i sistemi più flessibili rispetto ai cambiamenti e meno rigidi rispetto ad approcci monoculturali o dogmatici che nella storia umana sono sempre forieri di scontri e di conflitti.

La concessione della cittadinanza per chi è presente in un Paese per un dato numero di anni dovrebbe costituire, in questo senso, una naturale conseguenza di questi principi; ancora di più per chi nasce in un Paese da genitori stranieri; la mediazione al ribasso dello “Ius Scholae” è abbastanza sorprendente: esso avrebbe una logica per gli stranieri adulti, ma non per chi condivide fin dalla nascita i destini di altri bambini e ragazzi autoctoni.

La riacquisizione della cittadinanza per gli italiani che l’avevano perduta o mai avuta a fronte di obblighi normativi imposti dai paesi di arrivo prima dell’avvento del multiculturalismo; è un diritto da salvaguardare. A fronte di una presenza di italo-discendenti stimata intorno ai 60-80 milioni di persone nel mondo, le richieste di acquisizione di cittadinanza sono state nell’ordine del 2-3% di questa entità stimata nell’arco dei circa 30 anni che ci separano dal varo della legge, con una prevalenza di richieste dei paesi dell’America Latina, in particolare delle nuove generazioni che hanno visto in questo anche la possibilità di fruire di una maggiore libera circolazione in altri contesti continentali, soprattutto in Europa, nei momenti più acuti di crisi economica e sociale di quel continente.

Davanti a cambiamenti sociali di tale portata, la FILEF chiede che la legislazione locale e internazionale si adegui a questi cambiamenti favorendo la partecipazione sociale e politica dei migranti nei diversi paesi, garantendone il diritto di voto a livello locale, regionale e nazionale, eliminando le condizioni di discriminazione che causano marginalità sociale e ipersfruttamento lavorativo, favorendo l’acquisizione della cittadinanza e i diritti civili e politici.

La FILEF riafferma:

– il diritto dei cittadini italiani nel mondo di mantenere vivi i rapporti con la società e la cultura di origine e ribadisce il dovere istituzionale di fornire servizi e supporto, compreso un efficiente servizio consolare;

– il diritto delle comunità emigrate in Italia di partecipare ai processi di rappresentanza nei luoghi dove vivono e lavorano;

– che ogni proposta di riforma delle leggi che regolano l’attribuzione della cittadinanza e del diritto di voto debba partire da una visione d’insieme dei fenomeni migratori, coniugando i diritti di emigrati e immigrati;

– che non è più rinviabile una profonda riforma del sistema di rappresentanza: va ridisegnato e potenziato il ruolo, le funzioni e prerogative dell’istituto dei Comites e del Cgie, mentre vanno creati o rafforzati sistemi di rappresentanza delle comunità immigrate;

– che va riequilibrata la proporzionalità della rappresentanza rispetto all’entità dell’emigrazione italiana nel Parlamento. Il voto degli emigrati deve essere presente non solo nel Parlamento, ma anche a livello regionale e comunale con apposite misure che favoriscano la partecipazione. A questo proposito è di fondamentale importanza l’introduzione di una partecipazione digitale, in tutti i momenti del processo elettorale, da affiancare agli attuali sistemi di partecipazione;

– che in un processo di emigrazione di lunga durata vanno create e rafforzate le relazioni e le interlocuzioni politiche e istituzionali con le realtà locali e va favorita la partecipazione piena alla vita civile, sociale e politica nei paesi di residenza;

– che va cioè reso concreto l’art. 35 della nostra Costituzione che “riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero”;

– che vanno varati e consolidati programmi che favoriscano il rientro e la messa in rete delle competenze acquisite in emigrazione, non solo con incentivi fiscali, ma adeguando il livello dei servizi e dei salari almeno alla media europea;

– che le comunità migranti non sono un corpo separato nella società. Una piena integrazione potrà dare un contributo rilevante al successo di vertenze locali e globali;

– che solo una sviluppo armonico e cooperativo tra aree geografiche e territori potrà ridurre e eliminare la migrazione forzata e di necessità. Risultano di fondamentale importanza misure universali di sostegno al reddito, di welfare e di eliminazione della precarietà lavorativa;

– che i processi di globalizzazione economica e i processi di digitalizzazione, se non sfruttati per accrescere i profitti e i consumi di pochi privilegiati, contengono enormi potenzialità: per migliorare la salute della popolazione a livello mondiale, combattere insieme i rischi di pandemie, eliminare la mortalità infantile, incentivare la collaborazione tra scienziati e ricercatori, gli scambi culturali, trovare soluzioni comuni per rendere ecologicamente e socialmente sostenibile la vita di tutti gli esseri umani;

– che i tempi sono maturi per indire al più presto la IV Conferenza Mondiale dell’Emigrazione.

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Fin dalla sua nascita la FILEF ha dato un importante contributo alle rivendicazioni degli emigrati italiani e alle opportunità connesse alla interculturalità. Negli ultimi decenni, in diverse regioni, ha saputo trasferire l’esperienza acquisita in emigrazione a favore degli immigrati in Italia. Lo ha fatto non solo a parole, ma definendo ed attuando concrete pratiche e interventi esemplari in diversi ambiti e territori.

Con il ripartire della nuova emigrazione ha proposto ai forum associativi, alle forze sociali e politiche, alle istituzioni, un quadro di interventi che sono stati in gran parte acquisiti dal Cgie e riconfermati nella Conferenza Stato-Regioni-Prov.Autonome-Cgie svoltasi a fine 2021, ivi inclusa la proposta di inserire la dimensione migratoria negli interventi del PNRR.

La FILEF richiama il Parlamento, il Governo, le istituzioni centrali e regionali a prendere finalmente atto del quadro analitico e di proposte riaffermato in tali contesti (a cui si rimanda per una più dettagliata illustrazione) e ad adoperarsi per renderlo immediatamente praticabile con concrete misure legislative, ove necessarie, e con l’utilizzo di programmi operativi a capo di Ministeri e di Assessorati regionali competenti per materia, utilizzando i fondi nazionali e comunitari.

Nello specifico e seguendo lo schema dei documenti acquisiti dalla citata Conferenza, anche in riferimento ai consistenti flussi di nuova emigrazione dall’Italia, la FILEF ritiene che una seria e corretta politica verso l’emigrazione italiana debba saper coniugare la dimensione dei Diritti (delle persone e dei territori) con quella delle Opportunità che derivano dalla presenza di milioni di italiani all’estero e degli immigrati sul territorio nazionale, a cui può applicarsi la medesima logica, salvo la specificità di diverse problematiche e criticità.

In riferimento alla dimensione dei Diritti, gli obiettivi sono:

  • – Garantire una libertà di movimento responsabile adeguando le legislazioni nazionale, regionali e comunitaria per l’emigrazione e la mobilità, attraverso servizi di informazione, formazione, orientamento e accompagnamento alla partenza e all’arrivo per i singoli, per le famiglie, per i figli al seguito.

– Garantire il Diritto al mantenimento dell’identità culturale italiana dei figli a seguito delle famiglie migranti e il loro diritto ad una positiva integrazione nei paesi di arrivo.

– Garantire i Diritti del lavoro, previdenziali e di tutela, sanitaria, ecc., ampliando i servizi di assistenza ottimizzando la collaborazione con tutti gli attori territoriali, presenti e futuri.

– Garantire il Diritto di reinserimento/integrazione al rientro attraverso programmi specifici di informazione, formazione, orientamento.

 

In riferimento alla dimensione delle Opportunità, gli obiettivi sono:

Mantenere relazioni stabili e non episodiche con la nuova emigrazione e con le più recenti generazioni, attraverso la programmazione e realizzazione di interventi mirati in alcuni ambiti prioritari: culturale, sociale, economico, ricerca, formazione.

Sviluppare reti di interazione sociale, culturale, economica per lo sviluppo delle aree di esodo coinvolgendo gli attori locali e quelli presenti all’estero.

Incentivazione al rientro e al reinserimento di emigrati come fattore di contrasto al declino demografico e come sostegno allo sviluppo locale che possa contare sulle competenze acquisite all’estero.

Varare programmi e progetti concependo nuova emigrazione e nuove generazioni stabilizzate all’estero, come agenti di internazionalizzazione e di cooperazione internazionale, a favore del sistema paese e dei sistemi produttivi regionali, in una prospettiva di cooperazione con i paesi di residenza.

*) Le risorse cui fare riferimento per l’attuazione di tali programmi sono quelle della programmazione europea, nazionale, regionale e quelle previste per le diverse Missioni in cui si articola il PNRR.

 

In riferimento alla dimensione della Rappresentanza, dei diritti civili e politici dell’emigrazione, gli obiettivi sono:

– Riequilibrare la presenza di parlamentari della Circoscrizione Estero in proporzione alla crescita della presenza italiana all’estero, a salvaguardia del principio costituzionale di eguaglianza del voto; in alternativa, modificare la Legge 459 facendo votare gli italiani all’estero sui collegi nazionali con garanzia di candidati e di eletti residenti all’estero, in proporzione alla consistenza dello stock emigratorio.

– Riformare gli istituti di rappresentanza (Comites e Cgie) attribuendo maggiori poteri e risorse sulla falsariga della proposta di modifica elaborata dal Cgie nel 2018 e nel contempo rafforzandone la partecipazione e il controllo democratico. Riguardo al Cgie, nell’ipotesi di una cancellazione della Circoscrizione Estero e del voto politico dall’estero sui collegi nazionali, riformare il Cgie in istituto di rappresentanza della “regione estero” con poteri ed autonomia analoga ai Consigli regionali in Italia.

 

 

Non possiamo cambiare il passato,

ma possiamo lavorare INSIEME per orientare il futuro

 

Settembre 2022

 

 

 

 

 

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