PRESENTATO IL RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO 2020 DI MIGRANTES: Tra gli intervenuti, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Presidente dell’INPS Pasquale Tridico

LA REGISTRAZIONE VIDEO DELL’EVENTO CONDOTTO DA DELFINA LICATA DI MIGRANTES

 

Il Rapporto Italiani nel Mondo giunge, nel 2020, alla sua quindicesima edizione. Vi hanno partecipato 57 autori che, dall’Italia e dall’estero, hanno lavorato a 51 saggi articolati in quattro sezioni: Flussi e presenze; Speciale Province d’Italia. “L’Italia della mobilità: dai costi alle risorse, dalle partenze ai rientri, dall’inverno demografico alla primavera italiana”; Gli italiani in Europa e la missione cristiana. Radici che non si spezzano ma si allungano ad abbracciare ciò che incontrano (in preparazione del convegno di novembre 2021); Allegati socio-statistici.

Il volume raccoglie le analisi socio-statistiche delle fonti ufficiali, nazionali e internazionali, più accreditate sulla mobilità dall’Italia. La trattazione di questi temi procede a livello statistico, di riflessione teorica e di azione empirica attraverso indagini qualitative e quantitative.

In questa edizione ci si misura con il dettaglio territoriale provinciale unendo l’analisi dei dati più recenti a quella degli ultimi quindici anni, periodo che rappresenta il lungo percorso compiuto dal presente progetto editoriale e culturale dedicato dalla Fondazione Migrantes alla mobilità italiana.

 

DOWNLOAD:
Rapporto Italiani nel Mondo 2020 (sintesi)
Rapporto Italiani nel Mondo 2020 (copertina)
Rapporto Italiani nel Mondo 2020 (allegati statistici)

MATERIALI PRESENTAZIONE:
Intervento di S.Em. Card. Gualtiero Bassetti
Lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

 

FONTE: Migrantes

 

 

NEL 2019 EMIGRATI 131MILA ITALIANI VERSO 186 PAESI

Nel 2006 – anno in cui fu pubblicata la prima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo – gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 3.106.251. Oggi, 15 anni dopo, sono quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana è aumentata del +76,6%. In 15 anni, il RIM ha fotografato un fenomeno con un incremento paragonabile a quello registrato nel Secondo Dopoguerra.
In particolare, nel 2019, hanno lasciato l’Italia 131mila persone; sono partite da tutte le province d’Italia, hanno raggiunto 186 destinazioni. Questa la fotografia scattata dal 15° Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes che, curato da una redazione guidata da Delfina Licata, è stato presentato questa mattina in una videoconferenza cui sono intervenuti il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico e Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes. Anche se online, la presentazione ha incluso, come di consueto, la proiezione del video curato da TV2000 e introdotto dal direttore Vincenzo Morgante.
Al 1° gennaio 2020 gli italiani all’estero iscritti all’AIRE erano 5.486.081, cioè il 9,1% della popolazione italiana. Sono partiti soprattutto dalle regioni del Nord, Lombardia e Veneto su tutte, ma in generale da tutta Italia; più che nord e sud, ha spiegato Licata, si parte da tutti i territori dove c’è più malessere. Tra le “narrazioni sbagliate” da correggere anche quella che vuole che a partire siano solo “i cervelli”: in realtà, ha spiegato Licata, “a partire è sempre di più chi ha un titolo di studio medio, che va alla ricerca di lavori generici”; chi parte è giovane: “oltre il 41% di chi è partito nel 2019 aveva tra i 18 e i 34 anni in media”.

I NUMERI DEL RAPPORTO
Negli ultimi 15 anni la crescita ininterrotta dell’emigrazione ha visto sempre più assottigliarsi la differenza di genere: le donne sono passate dal 46,2% sul totale iscritti 2006 al 48,0% del 2020. Si tratta di una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).
Nel 2019 (gennaio-dicembre) hanno lasciato l’Italia ufficialmente quasi 131 mila cittadini verso 186 destinazioni del mondo da ogni provincia italiana.

AIRE. Complessivamente, le nuove iscrizioni all’Aire nel 2019 sono state 257.812: di queste, il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 3,6% per acquisizione cittadinanza.
In valore assoluto, quindi, nel corso del 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all’anno precedente). Il 55,3% (72.424 in valore assoluto) sono maschi, il 64,5% (84.392) celibi o nubili e il 30% circa (39.506) coniugati/e.

LE NUOVE PARTENZE. Si tratta di partenze più maschili che femminili al contrario di quanto visto per la comunità generale degli iscritti all’AIRE dove la differenza di genere si sta sempre più assottigliando e di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, partono non unite in matrimonio poiché soprattutto giovani (il 40,9% ha tra i 18 e il 34 anni), ma anche giovani-adulti (il 23,9% ha tra i 35 e i 49 anni).

MINORI. D’altra parte, però, i minori sono il 20,3% (26.557) e di questi l’11,9% ha meno di 10 anni: continuano, quindi, le partenze anche dei nuclei familiari con figli al seguito.

ANZIANI. Diminuisce il protagonismo degli anziani (il 4,8% del totale ha dai 65 anni in su), ma non quello dei migranti maturi (il 10,1% ha tra i 50 e i 64 anni). Rispetto all’anno precedente riscontriamo una crescita generale del +1,8% che diventa il 5,5% dal 2017.
In soli 4 anni le peculiarità di chi parte dall’Italia sono completamente cambiate più volte. Se dal 2017 al 2018 è stato riscontrato un certo protagonismo degli anziani, nell’arco degli ultimi quattro anni si rileva una crescita nelle partenze di minori dai 10 ai 14 anni (+11,6%) e di adolescenti dai 15 ai 17 anni (+5,4%), ai quali si uniscono i giovani (+9,3% dai 18 ai 34 anni) e gli adulti maturi (+9,2% dai 50 ai 64 anni).

I PAESI DI RESIDENZA. Negli ultimi 15 anni (2006-2020) la presenza italiana all’estero si è consacrata euroamericana, ma con una differenza sostanziale.
Il continente americano, soprattutto l’area latino-americana è cresciuta grazie alle acquisizioni di cittadinanza (+123,4% dal 2006) coinvolgendo soprattutto il Brasile (+221,3%), il Cile (+123,1%), l’Argentina (+114,9%) e, solo in parte in quanto la crisi è sicuramente più recente, il Venezuela (+47,4%). Oltre il 70% (+793.876) delle iscrizioni totali avute in America dal 2006 ha riguardato soltanto l’Argentina (+464.670) e il Brasile (+329.206).
L’Europa, invece, negli ultimi quindici anni, è cresciuta maggiormente grazie alla nuova mobilità (+1.119.432, per un totale, a inizio 2020, di quasi 3 milioni di residenti totali). A dimostrarlo gli aumenti registrati nelle specifiche realtà nazionali. Se, però, i valori assoluti fanno risaltare i paesi di vecchia mobilità come la Germania (oltre 252 mila nuove iscrizioni), il Regno Unito (quasi 215 mi-la), la Svizzera (più di 174 mila), la Francia (quasi 109 mila) e il Belgio (circa 59 mila), sono gli aumenti in percentuale, rispetto al 2006, a far emergere le novità più interessanti. Per questi stessi paesi, infatti, si riscontrano le seguenti indicazioni: Germania (+47,2%), Svizzera (+38,0%), Francia (+33,4%) e Belgio (+27,3%).
Per il Regno Unito, invece, e soprattutto per la Spagna, gli aumenti sono stati molto più consistenti, rispettivamente +147,9% e +242,1%. Le crescite più significative, comunque, dal 2006 al 2020, restando in Europa, caratterizzano paesi che è possibile definire “nuove frontiere” della mobilità: Malta (+632,8%), Portogallo (+399,4%), Irlanda (+332,1%), Norvegia (+277,9%) e Finlandia (+206,2%). In generale, però, lo sguardo degli italiani si è spostato anche a Oriente, più precisamente agli Emirati Arabi o alla Cina.

I TITOLI DI STUDIO. Se nel 2006, stando ai dati ISTAT, il 68,4% dei residenti ufficiali all’estero aveva un titolo di studio basso – licenza media o elementare o addirittura nessun titolo – il 31,6% era in possesso di un titolo medio alto (diploma, laurea o dottorato).
Dal 2006 al 2018 si assiste alla crescita in formazione e scolarizzazione della popolazione italiana residente oltreconfine: nel 2018, infatti, il 29,4% è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%).
Viene così svelato un costante errore nella narrazione della mobilità recente raccontata come quasi esclusivamente composta da altamente qualificati occupati in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche quando, invece, a crescere sempre più è la componente “dei diplomati” alla ricerca all’estero di lavori generici.

LO SPECIALE: PROVINCE D’ITALIA 2020
In questa edizione, la Fondazione Migrantes, supportata dalla Commissione Scientifica del RIM, ha spronato la redazione ad approfondire il contesto territoriale con un inedito dettaglio: l’analisi provinciale.
Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia e al lockdown che ha determinato le chiusure di archivi, biblioteche e accademie, 46 studiosi (su 57 autori totali dell’edizione 2020) hanno raccolto la sfida consegnando 40 saggi di altrettanti contesti provinciali italiani: Aosta, Avellino, Belluno, Ber-gamo, Bolzano, Campobasso, Catania, Chieti, Como, Cosenza, Crotone, Cuneo, Foggia, Frosinone, Genova, Latina, Lecce, Livorno, Lucca, Macerata, Massa Carrara, Messina, Modena, Napoli, Ori-stano, Pordenone, Potenza, Ragusa, Reggio Calabria, Salerno, Savona, Sondrio, Sulcis-Iglesiente, Teramo, Terni, Trento, Udine, Verbano Cusio Ossola, Verona, Vicenza.
È vero che la prima regione da cui si parte per l’estero oggi in Italia è la Lombardia (seguita dal Veneto), ma l’attuale mobilità non è una questione del Nord Italia. A svuotarsi sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, eventi calamitosi o sfortunate congiunture economiche. L’esempio citato dal Rim è il terremoto più catastrofico della storia repubblicana, quello che colpì Campania e Basilicata nel 1980, di cui il prossimo 23 novembre cadrà il 40° anniversario: “ancora oggi – spiega la redazione del RIM – queste aree sono provate nelle loro zone interne da numerose partenze, ma contemporaneamente mantengono all’estero il grande valore di comunità numerose con tradizioni e peculiarità specifiche”.
Tutti i contesti regionali con due sole eccezioni (nel 2019 erano quattro) – la Lombardia e l’Emilia-Romagna – perdono abitanti mentre gli iscritti all’AIRE crescono in tutte le regioni.
A spopolarsi è soprattutto il Sud – Sicilia (-35.409), Campania (-29.685) e Puglia (-22.727) – mentre gli iscritti all’AIRE crescono soprattutto nel Nord Italia.
La presenza italiana nel mondo è soprattutto meridionale (2,6 milioni, 48,1%) di cui il 16,6% (poco più di 908 mila) delle Isole; quasi 2 milioni (36,2%) sono originari del Nord Italia e quasi 861 mila (15,7%) del Centro.
Scendendo al dettaglio provinciale, il primo territorio che si contraddistingue, con 371.379 iscritti, è quello di Roma e, a seguire, due province “minori” – Cosenza (178.121) e Agrigento (157.709) – rispetto ai successivi luoghi che comprendono nuovamente le metropoli più grandi e, allo stesso tempo, i capoluoghi di regione come Milano (149 mila), Napoli (quasi 146 mila), Salerno (144 mila) e Torino (quasi 132 mila).
Il dettaglio comunale, invece, riporta nelle prime posizioni per numero di iscritti all’AIRE, solo le città italiane più grandi, tutte capoluoghi di regione: nell’ordine, Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova e Palermo. Dal confronto tra gli iscritti all’AIRE e la popolazione residente emergono, ad esclusione di Roma (11,7%), incidenze al di sotto dell’8%. Proseguendo nella graduatoria, la Migrantes sottolinea in particolare la presenza di in classifica di città molto più piccole – la cui popolazione residente è al di sotto delle 40 mila unità – e quindi con incidenze molto più elevate: Licata (12° posto, incidenza 47,1%), Palma di Montechiaro (20°, 53,1%) e Favara (24°, 33,0%). Tutti territori meridionali, siciliani, agrigentini.
Analizzando, invece, le incidenze più significative, lo scenario cambia ancora e si amplia a comprendere territori di diverse regioni di Italia che dimostrano, in maniera inconfutabile, quanto la mobilità verso l’estero sia strutturale in Italia e quanto essa abbia inciso nel passato e incida ancora oggi fortemente nel connotare certamente i territori più grandi, ma soprattutto i piccoli centri, città e borghi dell’interno del nostro Paese.
Si parte dall’“inarrivabile” comune di Castelnuovo di Conza (Salerno) con il 478,4% seguito, a distanza, da Carrega Ligure (Alessandria) con il 361,2%. In terza posizione Castelbottaccio (Campobasso) con il 269,7% e, a seguire, altri 12 comuni con percentuali al di sopra del 200% e, ancora, altri 23 centri con percentuali al di sopra del 150%.

 

 

RIM 2020/ BASSETTI (CEI): CURARE OGNI MIGRANTE QUALSIASI SIA LA DIREZIONE DEL SUO ANDARE E IL SUO PASSAPORTO

“Per noi i numeri sono volti, sono persone”. Così il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, che oggi è intervenuto alla presentazione online della 15ª edizione del Rapporto Italiani nel Mondo. Occasione, per il prelato, per riaffermare che la cura per gli italiani che lasciano il nostro Paese deve accompagnarsi a quella di chi arriva in Italia. Introdotto da Delfina Licata, curatrice del rapporto, Bassetti ha sottolineato come, ora più che mai, vista l’emergenza “siamo chiamati a essere “Chiesa in uscita”. La mobilità italiana – ha aggiunto – è un tema che ci riguarda come popoli e come singoli; ognuno di noi, per esperienza personale o familiare, sa cosa significhi lasciare il proprio territorio, partire, ma anche arricchirsi a livello umano e professionale grazie a questo andare”.
I numeri “sono sempre complicati, specialmente quando sono tanti, eppure in queste pagine i numeri acquisiscono un significato profondo che – ha sottolineato Bassetti – ci fa toccare la vita e ci fa incontrare l’altro. I numeri per noi sono volti, i numeri per noi sono persone”.
Per tutelare queste persone è “importante il dialogo costante con le istituzioni”. Riferendosi ai provvedimenti che hanno modificato i “decreti sicurezza”, Bassetti ha sostenuto che “queste ultime modifiche normative, in discontinuità con il recente passato, contribuiscono a restituire l’immagine di migranti e richiedenti protezione come persone in carne e ossa, vittime di un sistema globale di iniquità economica, politica, di ingiustizia sociale e non come criminali o minacce dell’ordine pubblico”.
“La cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, è sempre doverosa”, ha rimarcato Bassetti, auspicando “la stessa cura per i migranti italiani in mobilità, per chi è già all’estero da tempo, per chi è nato all’estero, per chi è partito da poco, e per chi ha intenzione di partire”. Il Rim “fa emergere la fragilità di questo tema e di queste sfide”.
Tanti i “nodi da sciogliere”, per il cardinale: al primo posto “la carenza di un sistema anagrafico, che tenga conto di tutti coloro che partono”. Al secondo “un sistema di rappresentanza da rimodulare, soprattutto a seguito dell’ultima tornata referendaria che ha decretato la riduzione del numero dei parlamentari”. Al terzo, la cittadinanza: “il rapporto sottolinea l’importanza di un riconoscimento che non sia finalizzato al semplice possesso di un passaporto che apra le porte all’Europa, ma alla definizione di una identità fortemente legata a un territorio, in cui ci si riconosca sebbene non ci sia nati e a cui si vorrebbe poter dare il proprio contributo”, così come è accaduto “agli italiani all’estero che hanno dato il loro contributo ai Paesi di loro residenza”.
“Fermare la mobilità umana è un pia illusione”, ha osservato Bassetti; “governarla, guidarla, invece, è la chiave di volta per affrontare un fenomeno che altrimenti può creare disagi e malesseri sociali”. Un accompagnamento che “deve prevedere anche il rispetto dei diritti”: il “diritto di restare e di tornare, il diritto di una vita felice e dignitosa”. Chiunque “può e deve trarre dall’esperienza migratoria un arricchimento per se stesso e deve potere tornare nel suo Paese, così come deve potersi sentire realizzato”.
Tra gli approfondimenti che caratterizzano questa edizione del Rapporto l’attenzione al territorio: “territorio inteso come luogo di nascita, di una nuova dimensione sociale”, ha spiegato Bassetti, secondo cui “bisognerebbe contrapporre alla mondializzazione la localizzazione”, perché “quanto più vi è del mondiale, tanto più bisogna che ci sia del locale”, una dimensione che “riguarda evidentemente le “Oasi di vita” che dovrebbero a loro volta essere mondialmente connesse. Si tratta, in altri termini, di un ritorno alla dimensione “micro”, al borgo in cui ritrovare una fratellanza efficace”, un cammino che ci faccia “ritrovare uno spirito di compassione” come scrive il papa in “Fratelli tutti”, in cui parla di “un’unica umanità, di viandanti fatti della stessa carne umana, di figli della stessa terra”.
“Appartenenza, prossimità, solidarietà, impegno” le quattro parole che, per Bassetti, “devono diventare regole di vita”. La mobilità “fa parte della nostra quotidianità”, per questo la Fondazione Migrantes la studia e la analizza facendo tesoro delle professionalità qui in Italia e di quelle all’estero, di chi è sul campo al fianco degli italiani nel mondo, “sentinelle” come “i missionari e le religiose, così come i laici che dedicano il loro tempo e spesso la loro vita alla causa migratoria, insieme alle migliaia di persone a servizio dei nostri connazionali all’estero”. È quello che intende Papa Francesco quando parla di “chiesa in uscita”.
“Come Chiesa e come Paese in cui la cristianità affonda le sue radici – ha osservato il presidente della Cei – abbiamo consapevolezza dell’importanza della relazione umana, solidale e dell’essere prossimi degli altri”. Oggi più che mai dobbiamo “riscoprirci meravigliati e stupiti, compassionevoli per ritrovare dentro di noi questa radice primigenia che ci fa essere cristiani pronti a riconoscere l’altro con le sue ricchezze, le sue diversità”. La “sfida di civiltà” è, dunque, “andare incontro al diverso, perché migranti tra i migranti siano accolti. E se la nostra cara e diletta Italia è quel paese descritto dal Rapporto Italiani nel Mondo, sempre meno giovane e sempre meno entusiasta, allora – ha concluso – dobbiamo lavorare per rammendare il tessuto della nostra storia”.

 

FONTE: aise

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