On line “Nuovo Paese” di luglio 2020, mensile della Filef Australia

Editoriali del numero di Luglio di Nuovo Paese

(scarica o leggi il numero in fondo al testo)

Safety not sufferance for the jobless

by Frank Barbaro

If there is a positive in the pandemic’s death toll and disruption, it is that it has shown that the unemployed are casualties of factors out of their control.
The financial support given by governments to those who lost their job because of COVID-19 acknowledges the collective responsibility to the jobless.
The phenomenon of unemployment that emerged with the industrial revolution has regularly seen the stigmatization of those out of work.
However, it is unusual, if not unnatural and unhealthy, for a person to want to be inactive, unproductive, dependent or an isolate.
A common accusation is that there is work available if people want it but, if examined, its inherent suggestion is that a person would do the work if desperate.
This masks tensions in the nature of work, from the historical relationship between employee and employer, which in part is the reason why, often, high status and rewarding jobs get good pay and conditions and low status jobs don’t.
Mature economies have further degraded low status jobs with casualisation, which is why picking produce and serving (as in hospitality and in care industries) are heavily dependent on desperate overseas visitors who have legal work limits.
Unemployment is set to rise and not all will be from the pandemic but due to computers and artificial intelligence whose impact in scale will be similar to the disappearance of agricultural jobs from industrialisation.
The current care for those who have lost their jobs must continue with the jobseeker pandemic payment becoming the standard.
The funds are available and society cannot afford not to, because human existence must not be a sufferance.
Long-term answers must include a proper valuing of all work and a start could be the professionalization of child and aged care, as was done with teaching, nursing and emergency services.
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Sicurezza e non sofferenza per i senza lavoro

di Frank Barbaro
Se c’è qualcosa di positivo nel bilancio delle vittime e dei disordini causati dalla pandemia, è che questa ha dimostrato che i disoccupati sono vittime di fattori fuori dal loro controllo.
Il sostegno finanziario fornito dai governi a coloro che hanno perso il lavoro a causa di COVID-19 riconosce la responsabilità collettiva per i disoccupati.
Il fenomeno della disoccupazione, nato con la rivoluzione industriale, ha visto regolarmente la stigmatizzazione di coloro che erano senza lavoro.
Tuttavia, è insolito, se non innaturale e malsano, che una persona desideri di essere inattiva, improduttiva, dipendente o isolata.
Che il lavoro ci sia per chi vuole lavorare è un luogo comune ma, a pensarci meglio, è intrinseco che una persona disperata farebbe qualsiasi lavoro.
Questo maschera le tensioni insite nella natura stessa del lavoro, a partire dal rapporto storico tra dipendente e datore, per cui, spesso, lavori di alto livello e gratificanti ottengono buoni salari e condizioni, a discapito di quelli di basso livello.
Le economie mature hanno ulteriormente degradato i posti di lavoro di basso livello con la casualità, motivo per cui la raccolta di prodotti (in agricoltura) e servizi (come nel settore alberghiero e in quello dell’assistenza) dipende fortemente da visitatori stranieri disperati che lavorano ai limiti della legalità.
La disoccupazione è destinata a salire non solo per colpa della pandemia, ma anche per l’impiego dei computer e dell’intelligenza artificiale, il cui impatto su vasta scala ricorderà la scomparsa dei lavori agricoli causati dall’industrializzazione.
Le attuali misure in favore di coloro che hanno perso il lavoro devono continuare: il “jobseeker pandemic payment” deve diventare la norma.
I fondi sono disponibili e la società non può permettersi di non farlo, perché l’esistenza umana non può essere una sofferenza.
Le risposte a lungo termine devono includere una valutazione adeguata di tutto il lavoro e un buon inizio potrebbe essere la professionalizzazione dell’assistenza ai bambini e agli anziani, come si è già fatto con i servizi di insegnamento, assistenza infermieristica e di emergenza.

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Pregiudizi razziali impliciti verso aborigeni

di Claudio Marcello
Dopo che migliaia di australiani hanno manifestato nelle maggiori città australiane al grido di Black Lives Matter contro le morti di indigeni australiani
sotto custodia della polizia o in carcere, uno studio psicologico dell’Australian National University rivela che tre australiani su quattro hanno pregiudizi razziali anche impliciti, che non sono di per se’ una misura di razzismo ma possono causare azioni discriminatorie.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Australian Indigenous Issues, è basato su oltre 11 mila risposte in un ‘test di associazioni implicite’ condotto nell’arco di 10 anni.
Il test di associazione implicita è parte di un progetto globale fondato da ricercatori della Harvard University, the University of Washington e University of Virginia e University of Sydney.
Ai partecipanti sono state mostrate foto in bianco e nero di persone aborigene o bianche, e inoltre parole da associare a ciascuna persona. Il test misura quanto rapidamente il rispondente preme un tasto per associare una parola positiva con ciascuna immagine.
Le persone che premono rapidamente il tasto per associare una parola positiva sono percepite come avere un pregiudizio a favore delle persone indigene, mentre per chi lo fa più lentamente si considera che il pregiudizio sia negativo.
I risultati hanno anche indicato che gli uomini detengono pregiudizi razziali più delle donne, ma non vi è una riduzione nel livello di pregiudizio implicito tra persone con istruzione terziaria.
Le persone che si sono identificate come “fortemente di sinistra” hanno anche mostrato segni di visione negativa verso gli australiani indigeni, mentre chi
si è dichiarato di destra ha mostrato livelli più alti di pregiudizio.
Un simile test condotto negli Stati Uniti nel 2018 per misurare il pregiudizio verso gli afroamericani ha portato a risultati simili.
Il responsabile dello studio Siddharth Shirodkar, del Centre for Aboriginal Economic Policy Research dell’università stessa, ha sottolineato che la pubblicazione del rapporto è stata una coincidenza, ma le proteste Black Live Matter attorno al mondo hanno dato a tutti ragione per una pausa di
riflessione. “Lo studio ci può forse aiutare a riflettere su come ci trattiamo gli uni con gli altri ma anche su cosa pensiamo gli uni degli altri”, ha detto.

I Can’t Breathe

by Gaetano Greco
Last month in the midst of the corona virus pandemic hundreds of thousands of people worldwide marched to denounce the killing of George Floyd in the United States.
Australians, including young Muslims, African and Asian Australians, together defied restrictions on demonstrating, to join in solidarity with a range of radical Indigenous groups and protest against Indigenous deaths in custody.
The rallies drew long-overdue attention to the nation’s systematic racialized violence against the 437 plus Indigenous people who have died while in police custody since 1991.
Protesters chanted for David Dungay, the 26-year-old Aboriginal man who said “I can’t breathe”, 12 times before he died in 2015 while being restrained by five prison guards.
In what can only be described as cruel arrogance, Prime Minister Scott Morrison warned against “importing the things that are happening overseas” stating that “we don’t need to draw equivalence here”. Well, he is right, because the situation here is worse.
Although First Australians make up 2.8% of the population, they constitute a stunning 28% of Australia’s prison population. This is a considerably higher
rate of incarceration than that faced by African Americans, who make up 12% of the United States’ adult population and 33% of the prison population.
Not to mention that Indigenous youth are 26 times more likely to be incarcerated than whites while the fastest-growing prison population is Indigenous women.
In another attempt to underplay our brutal colonial past Mr Morrison insultingly claimed there was no slavery in Australia. A statement he later apologised for when many people pointed out the country’s long history of forced labour and stolen wages of Aboriginal people.
While the government remains complicit in allowing a 46,000-year-old unprotected Aboriginal site to be blasted out of history by the resource giant Rio Tinto without anyone being charged, Home Affairs Minister Peter Dutton insisted Australians won’t embrace “ripping pages out of history books”, amid calls to topple a statue of Captain James Cook who falsely “discovered” Australia.
Racial hypocrisy is rife in Australia and people are angry at the lack of progress. Actor and playwright Meyne Wyatt’s last few phrases in his powerful monologue on racism captures the moment; Silence is violence. Complacency is complicity. I don’t want to be quiet. I don’t want to be humble. I DON’T WANT TO SIT DOWN.

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