Il Brasile di Bolsonaro tra migrazione e Covid

di Antonio Galante

Il Brasile è stato considerato storicamente attrattivo per i flussi migratori globali che hanno attraversato il paese nel secolo scorso, e
tutt’ora sembra ancora protagonista di flussi migratori, sia in entrata che in uscita dal paese.
I processi di immigrazione – emigrazione che hanno interessato il Brasile coincidono con cicli economici favorevoli nel panorama internazionale, ma hanno anche segnato scelte politiche che hanno discriminato la popolazione di colore e le diversità etniche presenti
nel paese-continente.

In questo quadro si realizzano, negli anni sessanta, gli accordi bilaterali tra Brasile e Italia, ed altri paesi europei, che danno inizio alla emigrazione di massa nel paese, fino a fare di San Paolo la maggiore città italiana fuori dai nostri confini (resta ancora indefinito il numero degli abitanti di origine italiana in Brasile, che varia da 30 a 40 milioni). Nello stesso tempo si consolidano gli accordi
di emigrazione con il Giappone.

Il ciclo politico ed economico dei governi, con Lula Presidente, vede aumentare gli arrivi di flussi provenienti dalla regione America Latina e Caribe (anche per l’entrata in vigore degli accordi Mercosul con la libertà di circolazione nella regione, con particolari condizioni) ma anche dall’Europa. Infatti, con la crisi economica del 2008 si forma un flusso migratorio verso il Brasile, tra il 2010
e 2011, proveniente dall’Europa mediterranea, e non solo, che secondo i dati del PNAD (Pesquisa Nacional por Amostra de Domicilio)
vengono quantificati in 455.333. Da sottolineare che di là del mare l’analisi del PNAD, tenendo conto anche dei flussi di entrata nel paese da altri continenti, ha verificato che una parte di essi era (circa 170 mila) da considerarsi come emigrazione di ritorno a causa della crisi economica e della conseguente perdita del lavoro.

L’emigrazione di ritorno ha dimezzato il numero del Brasiliani all’estero, che sono passati da 4 milioni a 2 milioni.
Con la conclusione del ciclo politico di Lula, e il “colpo di stato parlamentare” contro Dilma Russeff, il Brasile entra in un circuito economico e politico recessivo, con provvedimenti di blocco della spesa pubblica, copiando le maggiori spinte liberiste e di
attacco, senza precedenti, al mondo del lavoro e alla stessa vita dei Sindacati. Le ripercussioni della svolta regressiva del Brasile, si espandono in tutto il continente latino-americano, dando un colpo mortale al “sogno” della costruzione degli Stati Uniti dell’America del Sud, come naturale evoluzione del Mercosul.

A fine legislatura del governo golpista, un combinato disposto di gruppi economici, del sistema dei media, della magistratura, favorisce la esclusione dalla competizione elettorale presidenziale di Lula (favorito in tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto), creando le condizioni per la elezione di Bolsonaro che inizia il suo mandato il 1 gennaio 2019.

L’operazione, politico-giudiziaria, è condotta dal Giudice Sergio Moro (divenuto ministro di giustizia del governo Bolsonaro) con l’ausilio dei procuratori di Curitiba (dello stato del PARANÀ). Lula è accusato di numerosi reati come corruzione, riciclaggio, finanziamenti illeciti, fondi e beni per favorire imprese negli appalti pubblici. Si aprono le inchieste e i processi diretti dal coordinatore dei procuratori di Curitiba, Deltan Dallagnol, che compone un unico schema criminoso con la responsabilità attribuita a Lula.

Il giudice Moro condanna Lula, in due rapide sentenze per corruzione, a 12 e 17 anni di reclusione (Lula sarebbe proprietario di due appartamenti donati da imprese, ed alla difesa è stato impedito l’accesso ai materiali di accusa).
Su questa scia si muovono diverse inchieste tali da comporre 25 processi contro Lula. Dopo sei anni dai ricorsi della difesa, e dopo aver scontato 580 giorni.

Il Supremo Tribunale Federale annulla i processi contro Lula, con la conseguente messa in libertà anche se per alcuni di essi rimanda ad altre sedi; apre una inchiesta sugli abusi di potere da parte del giudice Moro. Lula appena liberato denuncia per diffamazione il procuratore di Curitiba, Deltan Dallagnol, il quale è condannato anche a indennizzare con una cospicua somma di denaro Lula.

Forse un contributo alla verità dei fatti è venuto con il lavoro del giornalismo d’inchiesta quando, nel 2019, il giornale digitale The Intercept, diretto da Gleen Greenwold ex Gardian, pubblica una intercettazione tra i procuratori delle inchieste su Lula e il giudice Moro sull’obiettivo di eliminare dalla competizione elettorale la candidatura per la presidenza della repubblica. Intercettazione che è
stata validata da giornali di diverso orientamento quali: Folha di San Paolo, El Pais Brasile e Veja.

Il Brasile precipita in una delle più gravi crisi sociali per le scelte reazionarie di Bolsonaro, e per la catastrofica gestione della pandemia con 620.000 morti e più di 30 milioni di contagiati riportando il Brasile indietro di anni su tutti gli indicatori economici e sociali.
La Fondazione Getulio Vargas, con i ricercatori dell’Università di Berlino, di Minas, e Brasilia, segnala come solo l’interruzione del reddito di emergenza ha portato milioni di famiglie alla miseria e alla povertà.

Nel 2019 vi erano 24 milioni di persone in povertà, 11% della popolazione. La cifra è arrivata a 35 milioni, pari al 16% della popolazione, incrociando i dati dell’ultimo censimento. Testimonianze dei medici degli ospedali pubblici denunciano che molte persone si presentano con sintomi che dipendono unicamente da motivi di non nutrizione, ovvero per fame. Se nell’anno scorso il Brasile aveva un numero di persone per insicurezza alimentare grave o moderata con circa il 27,7% della popolazione, significa
affermare che circa 58 milioni di brasiliani corrono il rischio di passare alla vera e propria fame per mancanza di lavoro e reddito.

L’IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica) evidenzia che nel 2020, durante la pandemia, a perdere il lavoro sono state soprattutto le donne che sono state colpite dalla disoccupazione per il 64% del mercato del lavoro.
L’IPEA (Istituto di ricerca applicata) stima che a Marzo del 2020, con l’inizio della pandemia, già erano centinaia le persone che vivevano in strada, ai margini dei grandi centri urbani.

Da sottolineare, come le disuguaglianze nel mercato del lavoro, vanno ad accentuarsi per le donne emigrate e di colore (Haitiane, Venezuelane, Boliviane, Senegalese) che ricevono circa il 70% in meno del rendimento dei lavoratori bianchi, in maggioranza
europei, e un tasso altissimo di informalità nel mercato del lavoro (Portale dell’immigrazione del Ministero della Giustizia). Quando non si riscontrano vere e proprie forme di lavoro in schiavitù come è riportato nel 2020, dalla ONG” Visão Mundial” che ha denunciato circa 100 mila casi di lavori in schiavitù.

Le radicate diseguaglianze che permangono nel paese hanno anche colpito le fasce giovanili del mercato del lavoro, che hanno dato nuovo impulso alla emigrazione.
La ricerca, molto approfondita, effettuata dalla” Atlas da Juventude da FGV Social”, sulle diseguaglianze di lavoro e di reddito dei giovani, come la percentuale del 47% dei giovani da 15 a 29 anni si dice disposto a lasciare il paese (se ne avesse la possibilità) alla ricerca di stabilità e migliori condizioni di vita. La maggioranza di coloro che lascerebbero il Brasile non appartengono alla classe medio alta; nel primo semestre del 2020 130 mila Brasiliani hanno lasciato il paese.

Particolarmente critico il flusso verso gli USA: secondo i dati dell’ ”US Customs and Border Protection” negli ultimi 12 mesi risultano
56.881 Brasiliani detenuti che hanno attraversato, a piedi, la frontiera con il Mexico. I Brasiliani vengono deportati, in accordo con il governo Bolsonaro, con voli settimanali in manette ai piedi, dopo aver trascorso mesi di detenzione ai confini con il Mexico.
Gli USA rappresentano la meta più ambita dai Brasiliani che hanno 1 milione e settecentomila presenze; con le 276 mila in Portogallo, 240 mila Paraguay, 220 mila nel Regno Unito e 211 mila in Giappone.

Sembra muoversi in controtendenza l’emigrazione italiana verso il Brasile, che secondo i dati dell’ultimo rapporto Migrantes colloca il Brasile al quarto posto con gli iscritti AIRE che arriva nel 2021 a 501.482. Il numero probabilmente va depurato dalla crescita delle cittadinanze dei discendenti italiani.

In questa congiuntura economica e sociale si terranno le elezioni per la presidenza della repubblica, nel mese di ottobre, con due novità di rilievo nel panorama politico brasiliano: Lula ha sciolto positivamente la riserva, e sarà candidato di tutte le forze della sinistra (PT,PSB,PSOL,PCDB,RETE), avendo come vice presidente, Geraldo Alckmin, (è stato governatore di San Paolo) uno dei principali
avversari delle presidenziali precedenti ed esponete di rilievo del partito (PSDB di Fernando Enrique Cardoso).

Alckmin ha scelto di aderire al PSB (Partito socialista Brasiliano) quale condizione posta per occupare la candidatura di vice presidente della coalizione ma è anche espressione di un centro liberale che sceglie di favorire, con Lula, una alternativa alla destra reazionaria di Bolsonaro che ha portato il paese allo stato in cui si trova.
Tutte le ricerche sulle intenzioni di voto per le prossime presidenziali, danno la vittoria di Lula su Bolsonaro, o su un altro eventuale candidato presente sulla scena elettorale.

 

Antonio Galante
Storico dirigente sindacale napoletano. FIOM, Segreteria della CGIL in Campania, Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, poi Segretario nazionale FILLEA e dal 2000 è impegnato nelle politiche sindacali per la Cooperazione e lo sviluppo. Lunga esperienza
in Brasile e poi con la FILEF.

 

 

FONTE: Sinistra di là del mare

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