Mininni (FLAI-Cgil): «Per la pace serve un’Europa autonoma e coraggiosa»

di Martina Toti

“Al terzo mese di scontri, con un numero crescente di vittime, la guerra in Ucraina ci pone a un passo dalla catastrofe. Putin ha commesso un atto grave e ingiustificabile invadendo un Paese sovrano, e ora la sua decisione sta provocando sofferenze immani al popolo ucraino e, anche, allo stesso popolo russo a causa delle ricadute di un’economia di guerra che non risparmia i più poveri. Davanti a questo dramma non possiamo restare indifferenti”. Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, è preoccupato: “La guerra – ricorda – è il fallimento della politica, la negazione dell’umanità, e noi respiriamo ormai tutti un clima ‘da elmetto’, come dimostra la prima reazione della maggior parte dei governi europei, compreso quello italiano: accantonare nuovamente l’idea di un esercito comune e andare, invece, verso il riarmo dei propri eserciti nazionali. Investimenti che non faranno altro che rafforzare la logica dei blocchi contrapposti, delle aree d’influenza, e che, oltre tutto, verranno fatti a discapito delle spese sociali, e, nel nostro caso, molto probabilmente aumentando il debito che sarà poi pagato dai lavoratori”.

Quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?
Beh, intanto dobbiamo ammettere, purtroppo, che questa non è l’Europa libera e unita che si era pensato di costruire dopo la Seconda guerra mondiale. Non è l’Unione che avevamo sognato e della quale, invece, siamo costretti a registrare, ancora una volta, il fallimento politico perché incapace di giocare un ruolo di mediazione per la pace che le sarebbe proprio. L’Europa non è riuscita a evitare il massacro di migliaia di civili innocenti e ha rinunciato a quell’autonomia e autorevolezza nelle trattative che avrebbero potuto scongiurare l’escalation e la guerra, si vedano i trattati di Minsk costantemente violati nel silenzio della Ue.

Ricapitolando: no al riarmo e all’invio delle armi, sì invece all’apertura di spazi di trattative e alla solidarietà nei confronti della popolazione colpita dalla guerra. Tra l’altro, la Cgil ha messo in campo iniziative e raccolte fondi proprio per quest’ultimo scopo. 
Certo, perché è giusto inviare aiuti umanitari ma è necessario chiedere, come la Cgil ha fatto subito, il cessate il fuoco immediato e sostenere l’apertura di tutti quegli spazi di dialogo che possano fermare il conflitto. Inviare le armi e riarmarsi non solo alimenta lo scontro, condannando probabilmente l’Ucraina a essere rasa al suolo, ma preclude l’apertura di una vera trattativa che, di sicuro, non sarà avviata né da Putin né da Zelensky. Perché il negoziato ci sia, occorre che, in maniera autorevole e forte, la comunità internazionale e, appunto, l’Unione Europea li obblighino a confrontarsi. In che modo farlo? Senza ridurci a tifoserie, ma cercando di capire cosa realmente si sta muovendo sullo scacchiere internazionale e quali sono i motivi dietro il conflitto.

 

Foto: Marco Merlini

 

Capire non è giustificare ma, in un clima di propaganda, comprendere la differenza è sempre più difficile?
Purtroppo. Ma se non capiamo, se non sappiamo e parteggiamo soltanto sarà difficile trovare una soluzione. Dobbiamo evitare di assumere la propaganda – da qualunque parte essa arrivi – come fosse oro colato. Per tornare alla questione dell’invio delle armi, sarà difficile dirimere il conflitto e accreditarsi come facilitatori di un processo di pace mentre mandiamo droni, carri armati e lancia missili all’Ucraina. Altrimenti si dovrà ammettere che anziché la pace stiamo, in effetti, sostenendo la guerra.

Intanto la guerra abbiamo già iniziato a pagarla: i suoi effetti si fanno sentire anche sull’aumento dei prezzi di materie di prima necessità, come i beni alimentari. Pura speculazione?
Attualmente, in Italia, l’innalzamento dei prezzi delle materie prime, in particolare di grano tenero e mais, non è dovuto alla scarsità dei prodotti ma alle operazioni dei grandi compratori che se ne stanno accaparrando enormi quantitativi. Questo sta provocando un aumento dei prezzi dei generi alimentari ma potrà trasformarsi in un possibile contraccolpo sull’occupazione se si considerano anche i prezzi dell’energia ormai alle stelle. Grave sarà, poi, la ricaduta nei Paesi in via di sviluppo dove non esistono grosse riserve e dove maggiore è la dipendenza dai mercati russo e ucraino. Le cifre le ha rese note la Fao: Russia e Ucraina rappresentano il 30% del mercato mondiale di grano, il 55% di quello dell’olio di semi di girasole, il 20% di quello del mais – che è cibo per l’allevamento – e il 32% del mercato mondiale dell’orzo. Se inseriamo in questo scenario anche la Bielorussia va aggiunta la produzione dei fertilizzanti. In Paesi come la Tunisia o l’Egitto le quote di mercato coperte dai prodotti provenienti dalle aree del conflitto è molto maggiore rispetto all’Italia. Si tratta di Paesi dove già in passato ci sono state rivolte per il pane. Pensiamo al 2008 quando, dopo una serie di speculazioni internazionali, i cittadini esasperati scesero in piazza, si contarono migliaia di morti e nacque il movimento delle primavere arabe”.

In assenza di una trattativa che apra un percorso di pace, la situazione rischia di peggiorare rapidamente. C’è il rischio concreto di trovarsi davanti a un effetto domino con una guerra che potrebbe allargarsi e altri conflitti che potrebbero poi esplodere in altre aree del mondo?
Esattamente, perché in alcuni Paesi il pericolo della carestia è tutt’altro che remoto. Pensiamo a quanto è accaduto in questi anni nello Yemen. Inoltre, se lo scenario fosse questo, assisteremmo anche a una nuova ondata migratoria dai Paesi più poveri a quelli più ricchi. Facile che ci ritroveremo ancora una volta a fare i conti con i Salvini di turno che vorranno chiudere l’Europa e i porti.

Eppure, quello che è avvenuto in queste settimane con i profughi ucraini ci ha dimostrato che accogliere è possibile. Basta volerlo?
Sì, questione delicata. Nei profughi ucraini siamo riusciti giustamente a riconoscere subito persone vittime di una guerra e non abbiamo avuto difficoltà ad accoglierli. Con altri, emigrati da terre più lontane, e magari con un colore della pelle diverso mostriamo un atteggiamento differente. Perché? E come tratteremo quei migranti che raggiungeranno l’Europa e l’Italia a seguito di conflitti e carestie che saranno l’effetto lungo di questa guerra?

Forse non è ancora troppo tardi. Cosa dovrebbe fare l’Unione europea adesso?
Per prima cosa non dovrebbe accettare supinamente la strategia imposta dagli Stati Uniti e dalla Nato, dovrebbe evitare di mettersi sulla scia di leader politici come Boris Johnson che ha consapevolmente scelto di portare il proprio Paese fuori dall’Unione e che non sogna neppure lontanamente di fare gli interessi dell’Europa. Al contrario, i leader politici europei dovrebbero avere il coraggio di smarcarsi e, penso che, in qualche modo, anche il capitalismo europeo dovrebbe far sentire la propria voce perché è chiaro, ad esempio, che gli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa sono sempre più antitetici sul piano dello sviluppo economico e che le sanzioni, così come sono state concepite, penalizzeranno fortemente soprattutto l’economia europea, indebolendola ulteriormente rispetto a quella statunitense e dando così corpo alle previsioni di una recessione che nei prossimi anni si abbatterà pesantemente sul mondo del lavoro che rappresentiamo.

Una delle prime richieste avanzate dall’Ucraina quando è esplosa la guerra è stato accelerare le procedure per entrare nell’Unione Europea. Attualmente la candidatura è stata formalizzata e accolta con favore dal Parlamento di Strasburgo. È una buona idea?
Lo sarà solo se e quando l’Ucraina rispetterà gli standard richiesti dai trattati europei per entrare a far parte dell’Unione. Parliamo di una nazione con alti livelli di corruzione, enormi diseguaglianze sociali ed economiche, una distanza culturale marcata dall’Unione europea rispetto ai temi dei diritti civili, basti pensare alla comunità Lgbtq+i, e politici, con il divieto di formazione di forze socialiste e comuniste.

Per non parlare della presenza di forze che, invece, si richiamano direttamente alla simbologia e alla ideologia neofascista.
Infatti, su questo c’è una colpevole disinformazione. Va ricordato che negli anni scorsi i rapporti dell’Osce segnalavano una forte presenza nazifascista e gli organismi internazionali la denunciavano da prima del 2014. Oltre a partiti di estrema destra rappresentati nelle istituzioni nazionali e al battaglione Azov, a tutti gli effetti componente dell’esercito ucraino, ci sono organizzazioni come Pravyj Sector o Natsionalnyi korpus. Anche in un contesto come quello che stiamo vivendo, non possiamo dimenticare tutto questo e non dobbiamo commettere l’errore di trasporre l’esperienza della democrazia italiana su quella ucraina. In Italia non avremmo mai tollerato l’esistenza di un battaglione militare che utilizzasse simboli delle SS o le rune del nazionalsocialismo. Così come, di fronte a qualsiasi spinta autonomista, sarebbero state inconcepibili azioni di guerra come quelle compiute in Donbass o come la strage di Odessa: era il 2 maggio 2014 e milizie neonaziste e militanti di estrema destra e nazionalisti ucraini diedero fuoco alla Casa dei sindacati di sinistra provocando la morte di decine di persone chiuse nel palazzo. E, pure in quel caso, l’Europa perse l’occasione di giocare il suo ruolo.

Ora, davvero, non c’è più tempo.
Esattamente. Occorre abbassare immediatamente i toni e lasciare spazio alla democrazia. Serve più Europa adesso: più Europa per la pace, un’Europa autonoma, coraggiosa, libera. Questa è la strada per il futuro.

 

 

FONTE: https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/2022/05/08/news/mininni_per_la_pace_serve_un_europa_autonoma_e_coraggiosa_-2092123/

 

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