Il futuro dell’osso. Una riflessione a partire dal libro di Nardone e altri

di Agostino Pelullo

Non è stata per me una sorpresa la ricchezza delle analisi e delle proposte contenute nell’ultima pubblicazione, in ordine di tempo, da parte dell’Associazione Futuridea: conosco da decenni la meritoria attività di questa e degli animatori della struttura, in primis di Carmine Nardone. Ho letto, perciò, tutto d’un fiato e in anteprima il pregevole libro Il futuro dell’osso tra vecchi e nuovi dualismi (Appennino e nuova dimensione dello sviluppo) edito col coordinamento di Nardone e Roberto Costanzo e per la cura dei team di Futuridea, Management House Italia e Ce.Do.M. (Centro di Documentazione sulle nuove Migrazioni) dell’Università di Salerno. Vi ho trovato conferme alle suggestioni e ai propositi che da tempo anch’io, nella mia modesta storia di amministratore del mio Comune e di collaborazione ad iniziative di sviluppo locale in Alta Irpinia, ho cercato di porre in essere.

Futuridea si muove, daIla data di fondazione (2008) sul terreno dell’innovazione e della ricerca-azione al servizio delle aree interne, animata dal faro ispiratore del meridionalista Manlio Rossi Doria, dalla sua nota (benché non sempre studiata) teoria ‘dell’osso e della polpa’ e dal suo approccio secondo il quale non esistono ‘soluzioni uniche per situazioni diverse’, che traspare da tutti i contributi contenuti nel volume. Il quale vede la luce nel momento delle decisioni cruciali del Recovery Plan e del PNRR e con esse vorrebbe interloquire, sulla base di proposte meditate finalizzate al contrasto alla desertificazione che investe le aree montane e collinari che si estendono dall’Arco Alpino alla dorsale appenninica centro-meridionale e che coinvolgono ben 2.830 comuni, pari al 35% del totale e a circa il 33,4% della superficie nazionale’:

  • l’infrastrutturazione materiale ed immateriale
  • il nesso ricerca-sviluppo attraverso l’istituzione di ‘poli tecnologici’ in settori cruciali (Idrogeologico, Arte e artigianato, Agricoltura sostenibile, Idrogeno)

Sono alcune delle numerose concrete suggestioni che gli autori formulano nel volume, dopo aver affrontato in altri nuclei analitici i ‘vecchi e nuovi dualismi’ richiamati dal titolo: quello storico Nord-Sud; quello fascia costiere-aree interne che attraversa tutto l’Appennino; quello riguardante la ‘proprietà intellettuale’ che fa registrare una partecipazione ad essa del Mezzogiorno poco rilevante (3,11% dei Brevetti Industriali concessi, rispetto al 15,42 del Centro-Italia e all’ 81,47 del Nord negli scorsi trent’anni).

Fa un certo effetto, in tale analisi, leggere i dati statistici sull’andamento demografico che, per le province di Avellino e Benevento fa parlare gli autori di ‘desertificazione sociale’, con percentuali di calo della popolazione tra il 15 ed il 65% dal terremoto ad oggi. Fa impressione il numero di persone che negli ultimi 16 anni ha lasciato il Mezzogiorno: più di 1.880.000, di cui la metà giovani tra i 15 e i 34 anni. Se il trend non viene invertito – stimano gli autori – ‘nell’arco temporale di soli 30/40 anni questi comuni potrebbero scomparire, lasciando interi territori e, quindi, interi patrimoni, completamente abbandonati’.

Come (non) abbia contrastato tale deriva la Strategia Nazionale Aree Interne (il ‘Progetto Pilota’) che, in Alta Irpinia, si è avviata nel 2016 è sotto gli occhi di tutti e nell’inclemenza di quella agonia sociale.

La parte propositiva del libro si sofferma anche sulla cooperazione intra–istituzionale necessaria per avviare qualsivoglia operazione di sviluppo fondato sulle enormi risorse del territorio montano e collinare, tra cui il paesaggio.

Decisivo, in questo discorso, è il tema dell’energia e delle enormi potenzialità presenti in quelle aree riguardo alle fonti rinnovabili. E’ l’aspetto su cui più mi preme fare una riflessione, senza sminuire l’importanza delle altre questioni: dall’agricoltura di qualità fondata su un nuovo rapporto alimentazione-salute (le ‘potenzialità nutraceutiche’) in ‘bio-territori intelligenti’ (secondo la formulazione dello studioso D. Matassino) all’investimento sulla prevenzione del rischio idro-geologico; dalla valorizzazione di materiali di scarto delle lavorazioni agricole (la paglia) in un ciclo energetico virtuoso alla ‘ibridazione ed al genome editing…per ottenere varietà capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici e di resistere a malattie e parassiti’.

Quella dell’idrogeno è diventata una mia fissazione da quando, anni fa, mi imbattei nel libro dell’ecologista americano Jeremy Rifkin dal titolo significativo Economia all’idrogeno, appunto. Ne avevo fatto un cavallo di battaglia da Assessore al mio Comune, Bisaccia, tentando, in incontri con lo staff del Governatore Bassolino, di persuadere la Regione Campania a far leva sul primo impianto eolico sperimentale presente sul sito più appetibile, oltre che di una bellezza affascinante dal punto di vista del paesaggio, che è l’Altopiano del Formicoso. Non sorretto in questo tentativo da compagni di viaggio ben più prosaici, non ho mai abbandonato l’idea che questa debba essere la leva principale su cui agire per mettere in atto un’azione di sviluppo endogeno in questi territori-ponte tra l’Adriatico ed il Tirreno.

‘La storia di ogni società industriale finora esistita è storia di energia: carbone e macchina a vapore, elettricità, petrolio e motore a combustione’ potrebbe dirsi parafrasando il noto incipit.

Fantasticavo di nessi virtuosi tra la risorsa rinnovabile dell’eolico e la produzione e distribuzione dell’idrogeno; di un centro di ricerca da allocare in questo territorio, con il supporto delle università; di una rete di alimentazione dei mezzi di trasporto pubblico e privato lungo l’autostrada Napoli-Bari, per esempio. Se non pensi ad una prospettiva di sviluppo del territorio con questo orizzonte, che senso ha amministrare un Comune? E intanto trovavo conferma della concretezza del sogno nelle visite che avevo fatto da Presidente del GAL Cilsi a Futuridea, dove il veicolo ad idrogeno già circolava nel cortile della sede. Ma, ancora una volta, la Regione Campania era presa da altre faccende e non coglieva l’opportunità che le offrivano l’intuizione, il know-how e le reti di relazioni globali di Futuridea.

Quasi un anno fa, poi, insieme a pochi altri amici e grazie alla prolificità di contatti di Franco Arminio, avevamo consegnato all’allora Ministro per il Sud Provenzano questi spunti con le proposte di Futuridea sulle Aree Interne, prima che uscisse questo volume. Non ci aspettavamo grandi effetti, benché sempre sentimentalmente fiduciosi che ‘non si sa mai’. Non accade niente – siamo sempre stati persuasi – se forze materiali, soggetti sociali in carne ed ossa non trovano il modo per porre all’ordine del giorno delle agende dei governanti questi temi e per far pesare la forza di un agire collettivo.

E’ questo l’altro grande tema che il volume di Futuridea pone all’attenzione: quello del ‘soggetto del riformismo possibile’ di cui parla Antonio Gisondi, docente di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Salerno, nell’intervento di commento finale al volume (tra altri di eguale autorevolezza); della mancanza dei “cento uomini di acciaio” di dorsiana memoria, sempre mancanti per un “mistero divino”; della fragilità delle autonomie istituzionali territoriali; degli effetti della funzionalità post-unitaria del Mezzogiorno ai disegni di sviluppo del Nord, che Gisondi tratteggia con sintesi storica efficace ed illuminante.

Sono gli interrogativi che mi assillavano durante la lettura: a chi viene affidata una così pregna elaborazione? Chi dovrebbe, a livello istituzionale nazionale e locale farsi carico di realizzarla?

Siamo in presenza, ad ogni livello, di una degenerazione della nomenclatura politica (chiamarla ‘classe’ mi pare esagerato) che, nel miglior dei casi, non è capace di guardare oltre l’imperativo di riproduzione di sé stessa, quando non è sfacciatamente delinquenziale, profittatrice delle risorse pubbliche e, sfruttando il bisogno degli amministrati, fattore di pandemica corruzione delle coscienze.

‘Quante strade dovrà un amministratore percorrere perché lo si possa chiamare tale?’ verrebbe da chiedersi sulla falsariga di Bob Dylan.

E’ necessario, perciò, che si riprenda la riflessione e il dibattito sui temi affrontati da Futuridea ovunque sia possibile, cercando di riscoprire l’importanza dell’agire collettivo e della funzione educativa verso le comunità locali che la discussione può avere. Nel mio Comune, con Nardone ed il GAL Cilsi (Iniziativa Comunitaria LEADER) avevamo aperto un L.I.T., il Laboratorio di Innovazione Territoriale che, per Futuridea, deve ‘facilitare i processi innovativi nello sviluppo locale’ ma è bastato un cambio di amministrazione locale e la chiamata al rientro nei ranghi esercitata dal feudatario storico di queste terre a tarpare le ali al nobile tentativo.

Occorre, comunque, riprendere la discussione e l’azione soprattutto ora che l’UE, con la Presidente della Commissione, ha espresso l’intenzione di voler ‘…fare dell’idrogeno pulito la scelta migliore in termini economici…con i giusti investimenti e le giuste politiche…’ e di ‘…creare valli ed isole dell’idrogeno’. ‘Vogliamo che venga prodotto dove è più economico – ha precisato – … E poi costruire reti di distribuzione per trasportarlo dove è necessario…Per questo motivo abbiamo chiesto agli Stati Membri di individuare i luoghi giusti…’ perché ‘…l’idrogeno pulito crei crescita e occupazione nel pieno rispetto dell’ambiente.’

Se non nelle aree interne, dove?

Bisaccia, Giugno 2021 Agostino Pelullo

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