n° 27 del 3/7/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Marca (Pd): accelerare l’entrata a regime del sistema Spid in nord America. Sono molte le segnalazioni di nostri connazionali residenti in Nord America che lamentano il ritardo e la difficoltà nell’attivazione del sistema SPID nelle realtà di residenza.

02 – Schirò (Pd): a luglio arrivano le quattordicesime per i pensionati italiani all’estero. Introdotta dal Governo Prodi nel 2007 ed estesa anche ai pensionati italiani residenti all’estero la 14ma per le pensioni più basse sarà pagata anche quest’anno a circa 60.000 nostri connazionali in una unica soluzione nel prossimo mese di luglio (non si prevedono ritardi o imprevisti dovuti all’emergenza sanitaria in Italia e nel mondo).

03 – La Marca (Pd): con il ministro del turismo Garavaglia ho discusso di concrete misure di sostegno al turismo di ritorno.

04 – Paris Marx*: Amazon è il simbolo dello spreco capitalista. Quest’anno il Prime day di Amazon è  stato il 21 e 22 giugno. 

05 – Vincenzo Tiani*: come funziona lo scambio di dati tra Europa e regno unito dopo la brexit. Il 14 luglio torna il wired next fest per parlare di lifestyle – trovato un accordo che regola la protezione delle informazioni, ma ha una data di scadenza: Bruxelles teme che Londra voglia depotenziare il Gdpr.

06 – Sebastiano Canetta*:  BERLINO. Raccolta record di firme, ora Berlino sogna l’esproprio. Crisi immobiliare. Il 26 settembre, in coincidenza con le elezioni federali, la città voterà anche per il referendum sulla socializzazione degli alloggi.

07 – Claudia Fanti*: Plan Condor a processo, l’Italia condanna tre aguzzini di Pinochet. America latina. Sentenza definitiva per tre ex militari cileni, per altri 19 si deve attendere l’8 luglio. Uccisero Juan Montiglio e Omar Venturelli. La Procura di Roma ha inoltrato al governo di Santiago i mandati di arresto. I familiari sperano in pressioni italiane per l’estradizione.

08- Nicol Degli Innocenti*: Brexit, a 5 anni dal referendum il verdetto è ancora sospeso. Londra rivendica i successi nelle vaccinazioni e la bassa disoccupazione ma le tensioni in Irlanda del Nord e i nodi del commercio estero sono fattori di preoccupazione

09 – Dario Stefano Dell’Aquila*: Psichiatria, il grande dilemma tra cura ed esclusione sociale Salute. Alla Conferenza nazionale sulla salute mentale i buoni propositi di Speranza sulla carenza dei servizi territoriali. Il nodo dei fondi

10 – Alfiero Grandi*:.Il tempo della legge elettorale proporzionale è adesso. Quanto sta avvenendo nel Movimento 5 Stelle ha diverse conseguenze. Alcune di grande rilievo sul futuro politico di una possibile alleanza contro la destra alle prossime elezioni.

11 – Iniziati i lavori della nuova sede consolare a Montevideo

 

 

01 – La Marca (PD): ACCELERARE L’ENTRATA A REGIME DEL SISTEMA SPID IN NORD AMERICA. Sono molte le segnalazioni di nostri connazionali residenti in Nord America che lamentano il ritardo e la difficoltà nell’attivazione del sistema SPID nelle realtà di residenza. Roma, 28 giugno 2021

Anche se la sua adozione come sistema esclusivo di fruizione di servizi amministrativi è stata prorogata alla fine del 2022, la situazione di grave pesantezza nel sistema di erogazione dei servizi consolari ai connazionali dovrebbe indurre ad accelerare l’entrata a regime dello SPID, a vantaggio sia degli utenti che dell’amministrazione.

Per questo, sono nuovamente intervenuta sui dirigenti del MAECI sollecitando un impegno in tale senso.

La risposta che cortesemente il Direttore della DGIT, Luigi Vignali, mi ha dato è che la Farnesina è in costante contatto con il Ministero per l’innovazione tecnologica e con l’Agenzia per l’Italia digitale per favorire questa transizione.

La mancanza della tessera sanitaria, per esempio, il cui numero è richiesto per l’attivazione della richiesta dello SPID, può essere ovviata dal foglio dell’Agenzia delle entrate, vidimato dall’ufficio consolare. Cosa tutt’altro che semplice, mi permetto di aggiungere, considerato lo stato dell’attività dei consolati in questa fase.

In ogni caso, gli interessati posso trovare informazioni sullo SPID ai seguenti link: https://www.spid.gov.it /   https://www.spid.gov.it/a-chi-e-rivolto

In ogni caso, la vera misura del reale avanzamento della questione sarà data dal riscontro di agibilità che i nostri connazionali avranno nei loro tentativi di accesso.

Per quanto mi riguarda, non mancherò di sollecitare il Ministro Vittorio Colao allo scopo di verificare se e quando intenda destinare incentivi supplementari per gli identity provider più impegnati rispetto alla platea degli italiani all’estero.

*( On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

02 – SCHIRÒ (PD): A LUGLIO ARRIVANO LE QUATTORDICESIME PER I PENSIONATI ITALIANI ALL’ESTERO. Introdotta dal Governo Prodi nel 2007 ed estesa anche ai pensionati italiani residenti all’estero la 14ma per le pensioni più basse sarà pagata anche quest’anno a circa 60.000 nostri connazionali in una unica soluzione nel prossimo mese di luglio (non si prevedono ritardi o imprevisti dovuti all’emergenza sanitaria in Italia e nel mondo). 29 giugno 2021

Ogni anno sono circa 3 milioni e mezzo i pensionati in Italia e all’estero a cui l’Inps accredita la quattordicesima, pagata contestualmente alla mensilità di luglio.

All’estero gli aventi diritto alla 14ma risiedono per circa il 40% in Europa e per il 60% nel resto del mondo.

Il pagamento d’ufficio riguarda i pensionati di tutte le gestioni pensionistiche sulla base dei redditi degli anni precedenti. L’importo della 14ma varia da un minimo di 336 euro a un massimo di 665 euro.

Una buona parte dei pensionati italiani residenti all’estero in possesso dei requisiti avrà diritto, per motivi legati alla loro limitata anzianità contributiva in Italia ed al loro reddito complessivo, ad un importo medio di 437 euro (i contributi esteri non vengono presi in considerazione ai fini del calcolo).

Per beneficiare della quattordicesima i pensionati residenti all’estero devono soddisfare due requisiti fondamentali, uno legato all’età anagrafica e l’altro al reddito.

Infatti la 14ma è erogata a favore dei pensionati ultra sessantaquattrenni titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e di altre gestioni previdenziali in presenza di determinate condizioni reddituali personali.

Nel caso in cui si rientri nei requisiti richiesti, la quattordicesima spetta ai pensionati, anche per quelli residenti all’estero, in maniera automatica, senza che il beneficiario presenti richiesta all’INPS.

Per il 2021 il reddito complessivo individuale (compresi i redditi esteri) deve essere fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, ovvero fino a 13.405 euro.

Tuttavia se si percepisce un reddito complessivo entro 1,5 volte il minimo (10.053 l’anno) gli importi spettanti sono di 437 euro per i pensionati che possono far valere fino 15 anni di contributi italiani, di 546 fino a 25 anni di contributi e di 655 euro oltre 25 anni di contributi.

Va specificato che il calcolo sul reddito è individuale, ovvero non è comprensivo di quello coniugale.

Per quanto concerne l’importo della quattordicesima, a seguito di recenti modifiche alle modalità di calcolo dell’assegno, oggi vengono presi in considerazione i seguenti parametri: reddito (se compreso entro 1,5 volte il trattamento minimo oppure tra 1,5 e 2 volte); gli anni di contributi; la tipologia di pensionato (autonomo o dipendente). Secondo le norme vigenti, è riconosciuta la quattordicesima mensilità sui seguenti trattamenti previdenziali: pensione di anzianità; pensione di vecchiaia; pensione di reversibilità; assegno di invalidità; pensione anticipata.

La quattordicesima viene riconosciuta in via provvisoria in presenza delle condizioni prescritte dalla legge, e viene successivamente verificata dall’Inps sulla base dei redditi consuntivi non appena disponibili.

Consigliamo quindi e comunque di rivolgersi a un patronato di fiducia per verificare l’eventuale diritto (per evitare futuri indebiti) e gli importi spettanti e soprattutto per fare domanda nel caso in cui l’Inps non liquidasse d’ufficio la prestazione.

*( Angela Schirò -Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 -00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it)

 

03 – La Marca (Pd): CON IL MINISTRO DEL TURISMO GARAVAGLIA HO DISCUSSO DI CONCRETE MISURE DI SOSTEGNO AL TURISMO DI RITORNO.  IL TURISMO DI RITORNO CONTINUA AD ESSERE AL CENTRO DEL MIO IMPEGNO E DELLA MIA INIZIATIVA. GLI ITALIANI ALL’ESTERO, SOPRATTUTTO IN QUESTA FASE DI RIPRESA DELLA MOBILITÀ INTERNAZIONALE, MERITANO ATTENZIONE E SOSTEGNO, PER LORO STESSI E PER IL VANTAGGIO CHE ARRECANO ALL’ITALIA NEL SUO SFORZO DI RIPRESA.

ROMA, 1° LUGLIO 2021

Per questo, ho avuto oggi, 1° luglio, un incontro con il Ministro del turismo Garavaglia, con cui ho discusso di alcune questioni aperte e di alcune proposte per l’immediato futuro.

Con il Ministro, che ringrazio per l’attenzione e la disponibilità dimostrate, ci siamo trovati d’accordo nell’auspicare che le modalità di attestazione dell’iscrizione all’AIRE, ai fini dell’ingresso gratuito nei musei e nei parchi archeologici gestiti dallo Stato, siano rese quanto più facili possibili.

Ricordo che tale misura è il risultato del mio emendamento alla legge di bilancio 2021, che ha stanziato a tale scopo 4,5 milioni per i prossimi tre anni a favore del Ministero della Cultura che ha competenza per i musei e i parchi archeologici statali.

Tale attestazione può consistere nell’esibizione di qualsiasi documento che certifichi l’iscrizione all’Aire o anche in un’autocertificazione di iscrizione presso il comune di provenienza.

Con il Ministro Garavaglia, inoltre, ho discusso di ulteriori incentivi alla platea dei connazionali all’estero, incentivi legati alla permanenza nella rete alberghiera italiana e, per quello che riguarda i giovani di origine italiana, legati ai viaggi interni per conoscere il Bel Paese.

Attenzione e disponibilità ha avuto, infine, la mia proposta di passare a una fase più organica di intervento, costituendo un Fondo nazionale per il turismo di ritorno, con il quale cofinanziare i progetti di Regioni, enti locali, consorzi associativi e d’impresa.

Si apre, dunque, una prospettiva di lavoro comune che, pur scontando i limiti e le ristrettezze finanziare di questa fase postpandemica, mi auguro possa produrre ulteriori risultati per i nostri connazionali, che anche nel settore del turismo si confermano una fondamentale leva strategica per la ripresa del Paese”.

*( On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America)

 

04 – Paris Marx*: AMAZON È IL SIMBOLO DELLO SPRECO CAPITALISTA. QUEST’ANNO IL PRIME DAY DI AMAZON È  STATO IL 21 E 22 GIUGNO.  MENTRE I MEZZI D’INFORMAZIONE HANNO REGALATO AL MONOPOLISTA DEL COMMERCIO ELETTRONICO MONDIALE UNA VALANGA DI PUBBLICITÀ GRATIS – INFORMANDO I LETTORI SUI GRANDI AFFARI CHE AVREBBERO POTUTO FARE IN QUEI DUE GIORNI COMPRANDO ARTICOLI SCONTATI SU AMAZON (A VOLTE INSERENDO PERFINO I LINK AGLI ACQUISTI) – IL CANALE BRITANNICO ITV NEWS HA MANDATO IN ONDA UN SERVIZIO CHE HA SPINTO IL PUBBLICO A PENSARCI DUE VOLTE PRIMA DI ABBANDONARSI AL CONSUMISMO.

Nell’inchiesta di Itv News il corrispondente Richard Pallot ha rivelato che il magazzino di Amazon a Dunfermline, nell’est della Scozia, distrugge ogni anno milioni di prodotti invenduti. Molti di questi prodotti non erano stati neanche tirati fuori dall’imballaggio.

Un lavoratore di Amazon protetto dall’anonimato ha raccontato a Pallot: “Il nostro obiettivo è distruggere 130mila oggetti ogni settimana”. Un documento conferma che in sette giorni sono stati contrassegnati per lo smaltimento 124mila prodotti, e solo 28mila per le donazioni. Un dirigente ha rivelato a Pallot che in poche settimane sono stati distrutti fino a 200mila oggetti. Secondo il lavoratore anonimo circa metà era composta da prodotti restituiti, spesso in buone condizioni, mentre l’altra metà era rappresentata da quelli nuovi, alcuni di buona qualità. “Ventilatori Dyson, aspirapolvere, qualche computer MacBook o iPad. L’altro giorno abbiamo fatto sparire ventimila mascherine ancora dentro le confezioni. Non ha senso”, ha dichiarato. Alcuni prodotti finiscono negli impianti di riciclaggio, ma la maggior parte va direttamente nelle discariche.

Lo spreco rivelato dall’inchiesta di Itv News non è limitato ai centri logistici di Amazon nel Regno Unito, e la società di Jeff Bezos non è la sola colpevole. Il rapporto mette in evidenza la frattura tra l’immagine che l’azienda cerca di trasmettere e il modo in cui si comporta realmente, ma sottolinea anche la profonda inefficienza della nostra economia del consumo.

Il magazzino di Dunfermline è solo uno dei 24 centri logistici Amazon nel Regno Unito. In tutto il mondo l’azienda gestisce attualmente più di 175 magazzini, e ne sta costruendo altri nel tentativo di capitalizzare l’aumento delle vendite durante la pandemia. È impossibile stabilire con precisione quanti  prodotti siano distrutti, ma è innegabile che succede a. E Itv News non è la prima a documentarlo. Nel  2019 un documentario della rete francese Rtl rivelava che in Francia nel 2018 Amazon aveva fatto sparire più di tre milioni di prodotti. Uno dei centri logistici più piccoli del paese, a Chalon-sur-Saône, ne aveva distrutti 293mila in nove mesi. C’erano libri, confezioni di pannolini, costosi set Lego e perfino televisori della Lg ancora nelle confezioni originali.

Come Itv News, Rtl aveva scoperto che tra le cause dello spreco c’era l’aumento dei costi di stoccaggio che Amazon impone ai venditori terzi per tenere i loro prodotti nei suoi magazzini. I venditori sono  invitati ad approfittare di questa opzione perché garantisce una migliore visibilità sulla piattaforma, ma  Rtl aveva raccontato che il costo di un metro di spazio in un magazzino di Amazon era salito alle stelle,  e questo spingeva i venditori a distruggere i loro prodotti invenduti. Per rimuoverne uno un venditore  avrebbe dovuto spendere 17 sterline, per mandarlo al macero invece avrebbe pagato 13 centesimi.

Anche l’emittente pubblica tedesca Das Erste ha pubblicato un’inchiesta condotta da Greenpeace in  occasione del Prime day, concentrandosi sul centro logistico di Winsen, nella Bassa Sassonia. Il servizio  ha rivelato che ai lavoratori di Amazon veniva chiesto di tirare fuori prodotti integri dalle confezioni e  perfino di danneggiarli intenzionalmente, in modo da poterli distruggere in base alle leggi tedesche sull’economia circolare.

Negli Stati Uniti l’azienda di Jeff Bezos vende alcuni   prodotti usati, restituiti, danneggiati in magazzino e a volte anche nuovi attraverso la sezione “Warehouse deals” presente sul suo sito. Inoltre, in occasione delle “Amazon liquidations”, propone interi di prodotti restituiti. Ma non sappiamo quanti oggetti siano rivenduti e quanti semplicemente distrutti.

Cosa ci dicono queste rivelazioni a proposito di Amazon? L’azienda sostiene di essere costruita per soddisfare i clienti. Ma è solo propaganda. Aumentando le tariffe per i venditori, infatti, Amazon rende  le merci più costose, e nel frattempo aumenta i suoi ricavi. È concentrata sul consumatore solo fino a quando questo metodo è allineato al suo obiettivo principale, quello di massimizzare i profitti e l’espansione aziendale.

Anche se ci fidassimo della parola di Amazon, resterebbe comunque un problema: la quantità di rifiuti provenienti dai centri logistici dimostra che l’ottimizzazione a beneficio del consumatore produce  effetti collaterali peggiori di quello che pensavamo.

L’ossessione di Amazon per il consumatore crea inoltre un ambiente pericoloso per i lavoratori dei magazzini e per i fattorini. Il ricambio del personale all’interno dei centri logistici ha un ritmo forsennato. Il tasso d’infortuni negli Stati Uniti è il doppio della media nel settore. I lavoratori sono costante mente monitorati e possono essere facilmente licenziati se non raggiungono gli obiettivi. Spesso durante  un turno non ha il tempo di andare in bagno.

Oltre ai danni inflitti ai lavoratori, il modello imprenditoriale di Amazon ha enormi conseguenze per l’ambiente. Negli ultimi anni l’azienda ha sbandierato la promessa di azzerare le emissioni nette  entro il 2040 e ha detto di voler investire due miliardi di dollari per sviluppare “prodotti, servizi e tecnologie in grado di proteggere il pianeta”. Ma al tempo stesso ha licenziato due dipendenti che chiedevano di adottare misure più incisive per contrastare la crisi climatica durante la pandemia, e non ha mantenuto gli impegni presi in precedenza.

Ora ci sono prove schiaccianti del fatto che Amazon mandi al macero merci integre. Tra l’altro si tratta soprattutto di prodotti elettronici, molto difficili da riciclare perché, quando finiscono nei discari che, possono rilasciare sostanze chimiche pericolose. Ma è già abbastanza grave che siano gettati via  pannolini e mascherine nuove.

Fare luce su Amazon è importante, ma il problema non si limita a un’unica azienda. Nel consumo di  massa, che è cruciale per il nostro sistema economico, c’è un difetto strutturale.

Spesso ci dicono che il capitalismo basato sul libero mercato è il modo più efficiente per far funzionare un’economia. Tuttavia, dentro la catena produttiva del just-in-time (un sistema di produzione industriale in cui si riforniscono subito i pezzi all’unità di montaggio, senza creare grosse scorte di magazzino) ci sono quantità enormi di generi alimentari scartati e oggetti di consumo. Potrebbero essere  dati alle persone che ne hanno bisogno, o forse non avrebbero mai dovuto essere prodotti. E invece no.

Oltre ad Amazon, anche la catena di supermercati Tesco è finita nell’occhio del ciclone per lo spreco  che generava, e negli ultimi anni si è impegnata concretamente a ridurlo. L’azienda di vendita al dettaglio Target è stata multata in California per aver smaltito illegalmente per anni pericolosi rifiuti elettronici. Aziende come la Cartier e la Nike hanno am messo di distruggere i prodotti invenduti in modo da  mantenere alto il valore di quelli in commercio. I marchi di abbigliamento mandano al macero milio ni di capi ogni anno. E questa è solo la punta dell’iceberg.  I venditori al dettaglio e i ristoranti gettano via  immense quantità di prodotti ogni anno, anche perché la loro stessa esistenza si basa su una cultura  dell’usa e getta. Tutti noi siamo condizionati a sostituire continuamente gli oggetti. Così come Amazon ha creato un ambiente in cui lo spreco è un modo come un altro di fare soldi, noi abbiamo costruito un’economia in cui è sensato produrre in eccesso o gestire in modo errato la produzione.

Il modello di Amazon, basato sulla spedizione di grandi quantità di prodotti in piccoli pacchi consegnati direttamente a casa entro pochi giorni, se non poche ore, oggi non è sostenibile e probabilmente non lo sarà mai. Ma è la conseguenza di una spinta che dura da decenni ad anteporre i prezzi bassi a tutto il resto e a considerare i lavoratori e l’ambiente come elementi sacrificabili in virtù del profitto.

Per cambiare questi princìpi basilari del nostro sistema non basterà modificare il nostro modo di fa re acquisti né introdurre nuove tasse per arginare le grandi aziende. Servirà un profondo ripensamento  del modo in cui funziona la nostra economia.

UN LAVORATORE DI AMAZON HA RACCONTATO: “IL NOSTRO OBIETTIVO È DISTRUGGERE  130MILA OGGETTI OGNI SETTIMANA”. La spedizione rapida di grandi quantità di prodotti consegnati in pacchetti direttamente a casa del consumatore è un modello insostenibile.

*(ARIS MARX un giornalista e scrittore canadese esperto di tecnologia e urbanistica. Cura il podcast Tech won’t  save us e collabora con la Nbc, la Cbc e  Jacobin. Questo articolo è uscito sulla rivista socialista britannica Tribune)

 

05 – Vincenzo Tiani*: COME FUNZIONA LO SCAMBIO DI DATI TRA EUROPA E REGNO UNITO DOPO LA BREXIT. IL 14 LUGLIO TORNA IL WIRED NEXT FEST PER PARLARE DI LIFESTYLE – TROVATO UN ACCORDO CHE REGOLA LA PROTEZIONE DELLE INFORMAZIONI, MA HA UNA DATA DI SCADENZA: BRUXELLES TEME CHE LONDRA VOGLIA DEPOTENZIARE IL GDPR.

Il 28 giugno la Commissione europea ha pubblicato l’accordo che regolerà il trasferimento di dati personali tra l’Unione europea e il Regno Unito. Dopo la Brexit questo era un passo tanto necessario quanto atteso per definire il modo in cui le aziende del vecchio continente e quelle d’oltremanica possono gestire le informazioni dei loro clienti.

PERCHÉ È IMPORTANTE AVERE UN ACCORDO

Che questo sia un nodo cruciale della data economy lo dimostra l’attuale stallo della analoga situazione tra Stati Uniti e Unione europea. Quasi un anno fa la Corte di giustizia europea annullò per la seconda volta l’accordo che permetteva il trasferimento di dati personali tra le due sponde dell’Atlantico perché non garantiva sufficientemente i cittadini europei.

La mancanza di un accordo non blocca di per sé la possibilità di trasferire questi dati ma aumenta l’onere delle imprese nella verifica che il Paese terzo abbia una normativa adeguata in tema di protezione dei dati. I dati potranno sempre essere trasferiti in base a un contratto tra l’azienda e il suo fornitore di cloud, per esempio. Ma quanto garantito nel contratto dovrà corrispondere allo stato reale delle cose e non solo teorico. Laddove invece ci sia un accordo tra Unione europea e lo Stato terzo, quel controllo sarà già stato fatto dalla Commissione. Per questo basterà alle imprese dire di fondare il trasferimento su quell’accordo, rendendo tutto più semplice.

LA PARTICOLARITÀ DEL CASO INGLESE

Il caso del Regno Unito teoricamente non avrebbe dovuto richiedere grossi sforzi sul lato della contrattazione. Poiché la Brexit è avvenuta dopo l’entrata in vigore del Gdpr, la normativa inglese è praticamente la stessa di quella dei 27 Paesi dell’Unione. Ma a mettere in allerta le istituzioni, e soprattutto il Parlamento europeo, sono state diverse notizie che fanno pensare che il governo di Johnson potrebbe presto andare a modificare alcuni articoli della norma sulla protezione dei dati. L’organizzazione Open Rights Group ha denunciato come il report della task force del governo su innovazione, crescita e riforme regolamentari abbia proposto di deregolamentare il Gdpr  per “accelerare la crescita nell’economia digitale e migliorare la produttività e la vita delle persone liberandole da onerosi requisiti di conformità”.

Inoltre la task force propone di abolire l’articolo 22 del Gdpr che garantisce che, in caso di una decisione originata da un processo automatizzato, le persone abbiano la possibilità di richiedere una verifica da parte di un operatore. Il motivo è che questa tutela per la task force “rende oneroso, costoso e poco pratico per le organizzazioni utilizzare l’Ai per automatizzare i processi di routine“. Peccato che alcuni di questi processi di routine abbiano degli impatti considerevoli sulla vita delle persone. Si pensi a domande per un mutuo o per un colloquio di lavoro respinte per una logica oscura e senza la possibilità di parlare con un impiegato che possa rivedere la decisione dell’algoritmo o dell’intelligenza artificiale. Moltiplicate questo caso per quei milioni di persone che hanno una minore comprensione di questi processi e non sanno che, per esempio, non inserendo alcune parole chiave la domanda sarà automaticamente rigettata, per immaginare il risultato.

A ciò si aggiunge la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha da poco riconosciuto come la sorveglianza di massa operata dai servizi di sicurezza inglesi a danno dei cittadini fosse illecita perché sproporzionata e assente di ogni salvaguardia. Visto il curriculum del Regno unito e la pressione del Parlamento europeo, la Commissione ha stabilito, in modo eccezionale rispetto ad accordi simili stipulati con altri Paesi, che l’accordo abbia una durata di quattro anni dopo i quali sarà rivisto per essere eventualmente rinnovato. La Commissione conserverà comunque il diritto di annullarlo se nei quattro anni il Regno Unito modificherà in modo peggiorativo la sua normativa sulla privacy.

*(di Vincenzo Tiani – Tech & Law)

 

06 – Sebastiano Canetta*:  BERLINO. RACCOLTA RECORD DI FIRME, ORA BERLINO SOGNA L’ESPROPRIO. CRISI IMMOBILIARE. IL 26 SETTEMBRE, IN COINCIDENZA CON LE ELEZIONI FEDERALI, LA CITTÀ VOTERÀ ANCHE PER IL REFERENDUM SULLA SOCIALIZZAZIONE DEGLI ALLOGGI. TREMANO I GRANDI GRUPPI DEL MATTONE CHE HANNO FATTO IMPAZZIRE IL MERCATO DEGLI AFFITTI.

Espropriare i padroni degli affitti. Non è un “sogno da comunisti” ma la realtà del referendum popolare di Berlino previsto per il prossimo 26 settembre, dopo che ieri l’ufficio elettorale del Land ha certificato ufficialmente le firme raccolte dall’associazione Deutsche Wohnen & Co. enteignen. Un numero record mai registrato prima nella storia della capitale tedesca: 259.063 sottoscrizioni, di cui 272.941 ritenute valide dall’autorità statale: ben oltre le 175.000 previste dalla legge.

ORA IL SENATO DI BERLINO entro due settimane dovrà fissare la data del voto che in ogni caso (così prevede la normativa vigente) coinciderà con il giorno delle elezioni statali e nazionali. Il quesito approvato in via definitiva prevede che le abitazioni dei grandi gruppi immobiliari proprietari di oltre 3.000 alloggi – come Deutsche Wohnen, Vonovia e Akelius – debbano essere «socializzate» come prevede l’articolo 15 della Legge Fondamentale, equivalente della Costituzione. E non all’impossibile prezzo di mercato derivato dalla speculazione immobiliare bensì secondo l’indennizzo sostenibile per lo Stato che comprerà gli alloggi accendendo un prestito garantito dagli stessi affitti. Il patrimonio di case sottratte al monopolio dei grandi gruppi del mattone verrà quindi trasferito a «un’istituzione di diritto pubblico amministrata attraverso la partecipazione democratica della comunità di cittadini e affittuari, il cui statuto preveda il divieto di privatizzare gli appartamenti» spiegano i promotori del referendum.

«È l’unica soluzione al modello di business dei grandi gruppi immobiliari che fanno profitto grazie agli affitti crescenti. Deutsche Wohnen è costretta ad aumentare di continuo i prezzi perché solo così può garantire agli azionisti i dividendi promessi. Per le loro dimensioni Deutsche Wohnen & Co influenzano l’intero mercato di Berlino. Abbiamo calcolato che la socializzazione ridurrebbe l’affitto di ben 240 mila alloggi»

Un incubo per gli immobiliaristi ma anche per gli sparring-partner politici di Cdu e Fdp: avevano appena finito di festeggiare la bocciatura della legge sul tetto degli affitti di Berlino da parte dei giudici di Karlsruhe.

In pratica per gli speculatori del mattone le lancette dell’orologio tornano indietro ai tempi del crollo del Muro. «Rivogliamo le nostre case. La maggior parte degli alloggi di proprietà dei grandi gruppi apparteneva allo Stato, costruite e pagate con i soldi dei berlinesi. Prima che il Senato li svendesse agli immobiliaristi a prezzi ridicoli» ricordano gli attivisti dell’associazione per il diritto all’abitare.

IN PIÙ DI DUEMILA, nonostante la pandemia, per mesi hanno battuto la città con una campagna letteralmente porta a porta. Incontri, dibattiti, confronti pubblici aperti a tutti, mentre si gonfiava il numero di attivisti di qualunque nazionalità. Come Berta Del Ben, 32 anni, italiana con un passato di lotte per i diritti a Padova, che a Berlino di mestiere fa l’attrice di teatro, pronta a investire il suo tempo libero nell’«iniziativa che mi ha riportato a fare politica». Una partecipazione sintomatica che restituisce parte del clamoroso successo del movimento «Questa campagna è un momento storico non solo per il massiccio coinvolgimento umano ma perché è un tentativo concreto e intelligente di intervento anticapitalista. Mi importa che ciò avvenga nella città dove vivo, cioè che succeda a casa mia».

IN PARALLELO secondo Deutsche Wohnen & Co enteignen la ri-socializzazione degli alloggi ex pubblici non permetterà soltanto affitti accessibili ma anche «la protezione delle piccole imprese, gli spazi artistici e per la cultura giovanile, un tetto per i rifugiati e anche per chi cerca riparo dalla violenza domestica». Fino ieri era poco di un’utopia. Da oggi una richiesta «legalmente ammissibile» perfino per il servizio legale del Bundestag e della Camera dei deputati di Berlino.

*( Sebastiano Canetta è un giornalista free-lance che ha svolto inchieste nel Nord-​Est e in Medio Oriente.)

 

07 – Claudia Fanti*: PLAN CONDOR A PROCESSO, L’ITALIA CONDANNA TRE AGUZZINI DI PINOCHET. AMERICA LATINA. SENTENZA DEFINITIVA PER TRE EX MILITARI CILENI, PER ALTRI 19 SI DEVE ATTENDERE L’8 LUGLIO. UCCISERO JUAN MONTIGLIO E OMAR VENTURELLI. LA PROCURA DI ROMA HA INOLTRATO AL GOVERNO DI SANTIAGO I MANDATI DI ARRESTO. I FAMILIARI SPERANO IN PRESSIONI ITALIANE PER L’ESTRADIZIONE. CI SONO VOLUTI 48 ANNI, ma le famiglie di Juan José Montiglio e Omar Venturelli, desaparecidos in Cile sotto la dittatura di Pinochet, hanno finalmente ottenuto giustizia. La Procura generale di Roma ha inoltrato al governo del Cile il mandato di arresto per Rafael Ahumada Valderrama, 76 anni, Orlando Moreno Vásquez, 80, e Manuel Vásquez Chahuan, 75, condannati in via definitiva dal Tribunale di Roma per l’omicidio e la sparizione dei due cittadini italiani.

I tre ex militari cileni erano già stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Roma l’8 luglio 2019 insieme ad altri 21 repressori, tutti riconosciuti colpevoli del sequestro e l’omicidio di 23 cittadini di origine italiana residenti in Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, nell’ambito del processo sul Plan Condor, l’accordo di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari latinomericani sostenuto dal Dipartimento di Stato Usa.

Un processo iniziato nel 1999 per iniziativa del procuratore Giancarlo Capaldo, a seguito delle denunce dei familiari delle vittime di origine italiana, sequestrate, torturate e fatte sparire dagli squadroni della morte e dai servizi militari e di polizia delle feroci dittature latinoamericane.

Per i tre ex militari cileni la condanna è già diventata definitiva, non avendo i loro difensori presentato ricorso in Cassazione. Per gli altri, scesi nel frattempo a 19 dopo i decessi dell’ex ministro dell’Interno boliviano Luis Arce Gómez e dell’uruguayo José Horacio “Nino” Gavazzo Pereira, bisognerà aspettare il prossimo 8 luglio, quando la Corte di Cassazione si dovrà pronunciare sul loro ricorso.

Ma la vera novità, come ha dichiarato l’avvocato Giancarlo Maniga, legale della parte civile nel caso Venturelli, nella conferenza stampa convocata ieri online dall’Associazione 24marzo, «non è tanto nella condanna definitiva alla pena massima, quanto nella possibilità che queste condanne vengano stavolta eseguite. La speranza è che l’Italia proceda con le richieste di estradizione e che il Cile confermi di volersi realmente affrancare dagli anni della dittatura, come sta ora cercando di fare attraverso una nuova Costituzione».

E un’altra novità, sotto il profilo giudiziario, è il fatto che sia stata riconosciuta la responsabilità «non solo dei vertici militari, ma anche dei quadri intermedi», come ha evidenziato Maria Paz Venturelli, figlia di Omar, auspicando che il governo eserciti ogni tipo di pressione per «ottenere che questa sentenza sia effettiva, questo sì sarebbe di importanza storica».

Ma in occasione della condanna dei loro carnefici non si può non onorare ancora una volta le vittime. Il socialista di origini piemontesi Juan José Montiglio era capo del Gap, la piccola «Guardia degli amici del presidente», una trentina di giovani che dovevano occuparsi della difesa personale di Salvador Allende e che erano riusciti a tener testa per quasi otto ore a soldati, carri armati e aerei.

Arrestato alla morte del presidente dopo il bombardamento de La Moneda dai militari di Pinochet, era stato poi visto insieme ad altri prigionieri al Regimento Tacna e, dopo due giorni di percosse e torture, fucilato, con altri collaboratori di Allende, nel poligono di tiro a Peldehue.

Omar Venturelli, uno dei sacerdoti che aveva accompagnato i mapuche nell’occupazione delle terre regalate ai coloni europei e per questo sospeso a divinis dal vescovo Bernardino Piñera (zio dell’attuale presidente), era entrato nel Movimiento de Izquierda Revolucionaria, si era sposato con Fresia Cea Villalobos ed era diventato professore all’Università Cattolica di Temuco. Pochi giorni dopo il golpe, inserito in una lista di ricercati, era stato convinto dal padre a consegnarsi spontaneamente alle autorità alla Caserma Tucapel, dove si sarebbero perse le sue tracce il 10 ottobre del 1973.

 

08 – Nicol Degli Innocenti*: BREXIT, A 5 ANNI DAL REFERENDUM IL VERDETTO È ANCORA SOSPESO. LONDRA RIVENDICA I SUCCESSI NELLE VACCINAZIONI E LA BASSA DISOCCUPAZIONE MA LE TENSIONI IN IRLANDA DEL NORD E I NODI DEL COMMERCIO ESTERO SONO FATTORI DI PREOCCUPAZIONE

LONDRA – UN COMPLEANNO CELEBRATO DAI SOSTENITORI E IGNORATO DAGLI EUROPEISTI: SONO PASSATI CINQUE ANNI ESATTI DAL REFERENDUM CHE, IL 23 GIUGNO 2016, SFIDANDO I SONDAGGI E SORPRENDENDO GLI ESPERTI, AVEVA SANCITO L’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALL’UNIONE EUROPEA.

Il risultato, una vittoria di stretta misura, aveva mostrato un Paese spaccato a metà tra “Leave” e “Remain”. Cinque anni dopo, le stesse divisioni restano, ma i sostenitori di Brexit hanno vinto. Il loro leader di allora, Boris Johnson, ora è primo ministro e ha consegnato ai suoi elettori quella “Brexit dura” che aveva promesso, privilegiando la riconquista della sovranità su considerazioni economiche.

Sono passati cinque anni ma Brexit resta una questione ancora aperta e controversa. Il dissidio tra Bruxelles e Londra sui controlli alla frontiera in Irlanda del Nord è cronaca di oggi e non ci sono facili soluzioni in vista. Anzi, la crisi politica potrebbe portare a elezioni anticipate in Irlanda del Nord che diventerebbero inevitabilmente una sorta di referendum sul Protocollo e sugli accordi firmati da Johnson pur di uscire dalla Ue.

VERDETTO PREMATURO

Un bilancio di Brexit è difficile anche perché la pandemia ha confuso le acque, bloccando l’attività economica e gli spostamenti. È pressoché impossibile distinguere se la recessione britannica, la peggiore da oltre tre secoli con un calo annuale del 9,9% del Pil, sia stata interamente dovuta al coronavirus oppure anche a Brexit. Il crollo degli scambi con la Ue quest’anno forse è dovuto solo al Covid-19, ma è lecito pensare che l’introduzione di controlli doganali e le barriere non tariffarie al confine abbiano avuto il loro peso. Quanto ai cittadini, non potendo viaggiare verso destinazioni amate come Francia, Spagna e Italia a causa di lockdown e restrizioni, ancora non hanno potuto toccare con mano cosa significhi la fine della libera circolazione delle persone. Il giudizio è quindi sospeso sull’impatto di Brexit sull’economia e sulle persone. Così grazie ai vaccini il Regno Unito crescerà più degli Usa

LONDRA IN CERCA DI ACCORDI COMMERCIALI

È troppo presto per pronunciare un verdetto credibile. Il Governo di Johnson dichiara comunque vittoria: l’economia sta ripartendo alla grande, il crollo dell’interscambio è dovuto solo a “problemi di rodaggio”, e in ogni caso il commercio con altri Paesi extra-Ue a breve sostituirà e sorpasserà gli scambi con l’Europa. Le intese commerciali siglate finora da Londra sovrana hanno un impatto molto limitato e rappresentano una percentuale minuscola dell’interscambio con la Ue. L’ultimo di una breve serie, l’accordo con l’Australia, vale lo 0,02% del Pil e ha messo in allarme agricoltori e allevatori britannici che temono di essere spazzati via da una concorrenza massiccia e con meno paletti su tutela dell’ambiente e degli animali, utilizzo di ormoni e così via.

L’obiettivo di Londra, però, è ben più ambizioso: in primo luogo entrare a far parte del Partenariato Trans-Pacifico (TPP11) che rappresenta economie in forte crescita. Allo stato attuale gli 11 Paesi del Tpp, tra i quali ci sono il Canada, il Giappone, Vietnam e Cile, rappresentano solo l’8% dell’export britannico ma Londra prevede che la percentuale aumenti. Il secondo obiettivo è un accordo commerciale con gli Stati Uniti, che però per ora non sembra essere tra le priorità del presidente Joe Biden.

LA CITY LIMITA I DANNI

Nell’immediato Johnson può giustamente rivendicare alcuni successi come un tasso di disoccupazione che, nonostante la crisi, è salito solo al 4,7% contro una media Ue del 7,3%, grazie soprattutto al generoso programma di sostegno del Tesoro. La City londinese ha perso alcuni pezzi – gi scambi in euro sono passati a Amsterdam, mille miliardi di asset sono stati trasferiti all’estero e migliaia di banchieri hanno lasciato Londra alla volta di città europee – ma non ha subìto l’esodo pronosticato da alcuni.

IL SUCCESSO DEI VACCINI

Il grande successo del programma di vaccinazione di massa – si prevede che tutti gli adulti avranno ricevuto almeno la prima dose entro metà luglio – ha puntato i riflettori su un altro vanto britannico: il settore della tecnologia e della scienza. Tradizioni secolari di eccellenza sono state rafforzate dal sostegno finanziario dello Stato, con i risultati che tutti hanno visto: lo sviluppo di un vaccino in tempi record, 500mila vaccinazioni e un milione di tamponi al giorno, che vengono sequenziati in quindici centri specializzati per individuare le diverse varianti. Nessun Paese europeo può vantare tanto.

Brexit non c’entra, ma il senso di ottimismo che le cose stiano migliorando, sia sul fronte Covid-19 sia sul fronte dell’economia, contribuisce a minimizzare gli aspetti negativi dell’uscita dalla Ue.

 

09 – Dario Stefano Dell’Aquila*: PSICHIATRIA, IL GRANDE DILEMMA TRA CURA ED ESCLUSIONE SOCIALE SALUTE. ALLA CONFERENZA NAZIONALE SULLA SALUTE MENTALE I BUONI PROPOSITI DI SPERANZA SULLA CARENZA DEI SERVIZI TERRITORIALI. IL NODO DEI FONDI

 

SI È CHIUSA LA SECONDA CONFERENZA NAZIONALE PER SALUTE MENTALE, «PER UNA SALUTE MENTALE DI COMUNITÀ», PROMOSSA DAL MINISTERO DELLA SALUTE. BEN VENT’ANNI DOPO DALLA PRIMA CHE FU PROMOSSA, NEL GENNAIO DEL 2001, DALL’ALLORA MINISTRO UMBERTO VERONESI, E DA UN GOVERNO CHE DI LÌ A POCO AVREBBE TERMINATO IL SUO MANDATO.

La Conferenza è stata aperta dal ministro Roberto Speranza con un intervento molto strutturato, quasi conclusivo. Il ministro ha ricordato le criticità, «le ampie diseguaglianze che ancora persistono fra regioni e all’interno delle regioni stesse nell’accesso alle cure, nell’offerta assistenziale, nelle risorse disponibili, nel ricorso ai Trattamenti Sanitari Obbligatori» e la carenza di risorse professionali ed economiche.

SPERANZA HA EVIDENZIATO la necessità di rafforzare la cultura dell’assistenza territoriale e la presa in carico integrata dei sofferenti «evitando – per quanto possibile – di allontanare i pazienti in strutture che rischiano di escluderli dalla società». Un segnale importante, non solo sul piano simbolico, è stato l’annuncio di un documento che sarà presentato in sede di Conferenza Stato- Regioni per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale.

L’INDICAZIONE DELLE priorità è chiara, meno definita la quantificazione di nuove risorse che secondo il ministero potrebbero essere individuate in tre modi: a) vincolare quota parte dei fondi 2021 delle Regioni al perseguimento degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, b) utilizzo dei fondi dell’edilizia sanitaria per la riqualificazione di quelle strutture territoriali dedicate alla salute mentale, c) negoziazione dell’utilizzo dei fondi strutturali che potrebbero essere destinati alla salute mentale delle sette regioni del sud. Sullo sfondo il possibile utilizzo delle risorse del Pnrr. Come ha poi specificato Nerina Dirindin, consulente del ministro Speranza, nella giornata conclusiva, il tema centrale non è solo quello della carenza delle risorse, ma quello di «ripensarle e riallocarle» in termini economici e culturali. Il superamento della logica di «prestazioni» a favore di una costruzione di «percorsi» di inclusione, di prossimità e di comunità è fondamentale perché il sofferente psichico sia considerato una persona e non un oggetto da «mettere da qualche parte».

SE LA CONFERENZA DEL 2001 fu criticata per il mancato coinvolgimento degli operatori, questa ha sicuramente avuto l’intelligenza di una impostazione più partecipata, articolata in otto gruppi tematici in cui si sono susseguiti oltre un centinaio di contributi qualificati. Prevenzione, de-istituzionalizzazione, inclusione sociale, lavoro di equipe, percorsi di inserimento e buone pratiche, qualificazione dei servizi territoriali, rafforzamento del ruolo delle associazioni, perfezionamento del sistema informativo sulla salute mentale, attenzione ai migranti e alle persone prive della libertà personale, sono le parole chiave che hanno caratterizzato i lavori e che sono stati restituiti dai rapporteurs nella giornata conclusiva.

QUALE BILANCIO FARE, dunque? I lavori della Conferenza sono stati di indubbio interesse e di elevato spessore culturale e teorico, ma resta aperta la questione di come rendere questa visione strategica «concreta» e «uniforme» nei territori, specie alla luce dell’autonomia delle Regioni in materia sanitaria. Due le questioni aperte più urgenti. In primo luogo, come segnalato dagli stessi documenti ufficiali vi è una notevole estensione di strutture residenziali che per molti pazienti «sembrano rappresentare delle “case per la vita” piuttosto che dei luoghi di riabilitazione» e che oscillano «ambiguamente tra trattamento e riabilitazione, da un lato e custodia dall’altro». Il timore che la logica manicomiale riviva in nuove forme e in modo diffuso è dunque tutt’altro che infondato e strettamente legato alla capacità dei servizi territoriali di «presa in carico» del paziente. In secondo luogo, per centinaia di migliaia di utenti dei servizi parole come «presa in carico» e «inclusione», sono la forma di un desiderio neppure intravisto.

VALGA SU TUTTE la testimonianza di Maria Cristina Soldi, sorella di Andrea, morto asfissiato a Torino, nel 2015, durante un Tso effettuato da tre vigili e uno psichiatra, mentre inoffensivo era seduto su una panchina. Intervenendo in un gruppo di lavoro Maria Cristina, dopo aver ascoltato gli interventi sulle buone pratiche, con parole chiare, serene e consapevoli ha detto: «devo essere sincera, tutte cose che allargano il cuore (…) però per noi non c’è stato nulla di tutto questo (…) Noi siamo stati praticamente abbandonati, tutte cose che noi non abbiamo mai visto».

RESTA DUNQUE ATTUALE più che mai, l’insegnamento di Basaglia, capire quali spazi di utopia sono realizzabili nel concreto perché «soltanto nella lotta noi possiamo pensare di cambiare qualcosa di reale, la lotta in cui uno possa vedere quello che è il futuro, ma il futuro reale di una situazione che cambia»

(Dario Stefano Dell’Aquila*, È un giornalista, collabora con la rivista Napoli Monitor e Il Manifesto. Con Antonio Esposito ha scritto Cronache da un manicomio criminale (Edizioni dell’Asino, Roma, 2013)

 

10 – ALFIERO GRANDI*:.IL TEMPO DELLA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE È ADESSO. QUANTO STA AVVENENDO NEL MOVIMENTO 5 STELLE HA DIVERSE CONSEGUENZE. ALCUNE DI GRANDE RILIEVO SUL FUTURO POLITICO DI UNA POSSIBILE ALLEANZA CONTRO LA DESTRA ALLE PROSSIME ELEZIONI.

Ad esempio emerge chiaro che le difficoltà a raggiungere un’alleanza diffusa nei Comuni che voteranno ad ottobre non sono solo la conseguenza di singole questioni locali ma di una difficoltà politica, per non dire confusione, nel vertice e di situazioni diversificate, perfino opposte nelle singole realtà che voteranno ad ottobre.

Si vedrà quali saranno gli esiti di questa fase tormentata, con conseguenze imprevedibili. Tuttavia qualche considerazione su aspetti esterni alla crisi del Movimento si può tentare già ora.

Esiste da tempo il problema di decidere una nuova legge elettorale in grado di aiutare il superamento dei gravi limiti politici a cui quelle recenti hanno portato il parlamento, in omaggio alla vulgata che il problema è decidere, la rappresentanza seguirà, come l’intendenza di Napoleone. Il risultato è stato da tempo il capovolgimento dei ruoli. Il governo decide, anzi da tempo soprattutto il presidente del Consiglio, e il parlamento ratifica. Del resto cosa altro sono i ripetuti voti di fiducia, i decreti legge a getto continuo da approvare entro 60 giorni, i maxiemendamenti votati a scatola chiusa, se non la conferma di una preminenza del governo? Il parlamento approva, a volte con sordi brontolii. Con qualche crisi e passaggio di fronte, ma la sostanza resta che il parlamento non ha un ruolo protagonista.

Draghi ha capito in fretta che il parlamento è in sofferenza, in cerca di un ruolo e gli rende omaggi ripetuti ma formali al suo ruolo, perché comprende che in questa situazione è bene non accentuare sofferenze di ruolo già pesanti, ma sa anche che il parlamento ha poco spazio di manovra, almeno finché non avrà il coraggio di approvare provvedimenti propri. Purtroppo la decadenza del ruolo del parlamento è stata largamente metabolizzata dallo stesso che spesso rinuncia prima ancora di provare a cambiare qualche punto importante.

La legge elettorale non è tutto, né la soluzione a tutto, ma certamente è importante perché può togliere dalle mani dei capi le decisioni e consentire ai componenti del parlamento di riacquisire un ruolo di indirizzo e di decisione.

Il decreto legge sulla governance del PNRR ora all’esame del parlamento sarà un primo banco di prova per capire la situazione attuale. Per ora tutto sembra procedere senza particolare impegno, eppure ad ogni piè sospinto si afferma che il PNRR è decisivo per i prossimi anni, ma a questo non corrisponde un analogo impegno a comprendere quali saranno le conseguenze per l’Italia delle decisioni che si stanno prendendo in parlamento.Questo ed altro ha portato colpi decisivi al ruolo e alla credibilità del parlamento e il taglio dei parlamentari sancito dal referendum del settembre scorso ha completato l’opera.

Eppure non c’è via di uscita se non rimettendo il parlamento nella possibilità di svolgere fino in fondo il suo fondamentale ruolo costituzionale, altrimenti si sta preparando, consapevoli o meno, la modifica di fatto della Costituzione.

In questo caso non modifiche su singoli aspetti, ma sulla sostanza, cioè se l’Italia è o no una repubblica parlamentare, nella quale il parlamento ha il compito di rappresentare i cittadini e di convincerli della bontà delle decisioni adottate.

Il parlamento è un fulcro del nostro assetto istituzionale, se non funziona come tale il risultato è che l’intero assetto è sbilenco e prima o poi destinato ad essere sovvertito. 

Il vento dei consigli di amministrazione, delle sedi finanziarie ha gonfiato le vele del decisionismo politico di pochissimi sulla testa di molti, senza neppure fare la fatica di convincerli. Il potere economico e finanziario è sempre più concentrato, come del resto le ricchezze, e la grande maggioranza dei cittadini deve subire le decisioni.

La nostra Repubblica nata dalla Resistenza e disegnata dalla Costituzione è il contrario, partecipata, con conflitti regolati ma vivaci, con l’obiettivo di includere e ridurre le disuguaglianze.

Per realizzare questo sogno occorrono politiche lungimiranti che si fanno largo nella ragnatela del potere lontano e rarefatto ma pervasivo, per realizzare una democrazia ai tempi dell’informatica e dei rapporti globalizzati.

Ciascuno riempirà con i suoi contenuti questo spazio di libertà conquistato con tanta fatica e ha bisogno di partiti, diversi ma contenitori di idee e scelte, di rappresentanze sociali, di dialettica, di confronto, avere opinioni diverse è una ricchezza non una difficoltà.

La legge elettorale vigente non riuscirà a realizzare questo risultato, perché gli eletti – ormai diminuiti strutturalmente – dovrebbero rappresentare e sentirsi obbligati a mantenere un rapporto con chi li ha eletti, a rispondere agli elettori dei loro atti, delle loro scelte.

Bisogna ripartire di qui. L’obiettivo non può essere quello di rimanere al potere o di conquistarlo, o peggio di negarlo ad altri, ma di rendere esplicite le proprie scelte e di battersi per esse in modo trasparente nelle elezioni, dando fiducia alle persone che votano, alla loro capacità di scegliere.

Per questo la crisi attuale del Movimento 5 Stelle conferma che il problema non è fare rientrare il dentifricio nel tubetto di un’alleanza che da tempo non si riesce a realizzare, ma di consentire ad ogni punto di vista politico organizzato di misurarsi con il voto, di conquistare il proprio spazio e di decidere dopo le elezioni quale alleanza è possibile e preferibile.

Da decenni si gira attorno a questo punto con fallimenti ripetuti. Ora basta, torniamo ad elezioni che abbiano un carattere fondativo, ciascuno venga misurato per quello che è. Deve valere la regola che il governatore di Bankitalia Baffi adottò per la lira molti anni fa, fare corrispondere la moneta al suo valore reale. Ogni soggetto politico si presenti e misuri il suo consenso.

Per questo la legge elettorale non può e non deve essere questa. Deve essere proporzionale (la soglia di elezione si è già alzata con il taglio del numero dei parlamentari) e l’elettore deve poter scegliere non solo il partito ma la persona in cui ha fiducia e che candida a rappresentarlo per 5 anni. Basta con il parlamento deciso dai capi bastone. Un parlamento così composto ha buone probabilità di risalire la china e di avviare un percorso che deve riguardare tutti i soggetti che hanno qualcosa da dire e compiti da svolgere.

Altrimenti la discesa continuerà fino al cambio di sistema politico, il cui rombo da lontano sta dicendo a tutti che prima o poi la tempesta arriverà. Anche per questo i partiti farebbero bene a non concedere al governo deleghe in bianco, ad esempio intervenendo sullo sblocco dei licenziamenti, se le modalità di decisione dovessero diventare simili a quelle della BCE c’è da essere seriamente preoccupati.

In ogni caso il tempo della legge elettorale è adesso. Già la maggioranza del governo Conte 2 ha sbagliato a rinviare e ha rischiato di portare l’Italia a rivotare con una legge che nessuno diceva di volere, la maggioranza del governo Draghi non faccia lo stesso errore, altrimenti trovarsi dall’inizio del 2022 in zona a rischio voto sarà forte, per tutti.

Perché il paradosso è proprio questo, se tutti i partiti avessero la forza di guardare oltre convenienze di poco conto avrebbero tutti interesse a cambiare la legge elettorale per uscirne forti perché rappresentativi, al di là di chi avrà la maggioranza, tranne naturalmente i corsari, ma questo è un altro discorso.

*(Alfiero Grandi JobsNews)

 

11 – INIZIATI I LAVORI DELLA NUOVA SEDE CONSOLARE A MONTEVIDEO.

A – SE INICIARON LOS TRABAJOS DE CONSTRUCCIÓN DE LA NUEVA SEDE CONSULAR EN MONTEVIDEO, EL MAIE CUMPLIÓ SU PROMESA

El resultado también se debe al trabajo constante del Senador Ricardo Merlo, Presidente del MAIE, quien ha demostrado así una vez más que siempre está del lado de los italianos en el exterior.

Finalmente el miércoles 23 de junio será recordado como un día histórico para la comunidad italiana de Uruguay. Esta es la fecha en que se iniciaron los trabajos de construcción de la nueva sede consular en Montevideo, muy deseada por el entonces Subsecretario de Relaciones Exteriores, Senador Ricardo Merlo, Presidente del MAIE.

La nueva estructura, de 750 metros cuadrados, puede albergar a un número adecuado de empleados para cubrir fácilmente todas las peticiones de los connacionales; los usuarios serán recibidos en un edificio más seguro y moderno, equipado con tecnología de vanguardia. La sede, repetimos, estará por supuesto, equipada con todo el personal capaz de ofrecer servicios consulares eficientes en tiempos dignos.

Áreas dedicadas al ciudadano, oficina de pasaportes, estado civil, registro, entre los varios servicios que podrán ser solicitados.

Gran satisfacción proviene de la presidencia y de los dirigentes del MAIE: “El objetivo alcanzado de una nueva sede consular en Montevideo, se debe principalmente al gran compromiso y fuerte voluntad política del Movimiento Asociativo de los Italianos en el Exterior, presente tanto en el territorio como en Roma”, declara el  On. Mario Borghese, Vicepresidente del MAIE, contactado por teléfono desde ItaliaChiamaItalia.

Es justo recordar que el resultado que se ha logrado también se debe al trabajo constante del Senador Merlo, Presidente del MAIE, quien ha demostrado una vez más que siempre está del lado de los italianos en el exterior. Además, “esto fue lo que el Movimiento prometió en la campaña electoral: abriremos una nueva sede en Montevideo”, recuerda Borghese, quien concluye: “Promesa cumplida”. La construcción del proyecto ya ha comenzado.

 

B – INIZIATI I LAVORI DELLA NUOVA SEDE CONSOLARE A MONTEVIDEO, IL MAIE HA MANTENUTO PROMESSA. IL RISULTATO A CUI SI È ARRIVATI È DOVUTO ANCHE AL COSTANTE LAVORO DEL SEN. RICARDO MERLO, PRESIDENTE MAIE, CHE COSÌ HA DIMOSTRATO ANCORA UNA VOLTA DI ESSERE SEMPRE DALLA PARTE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

Finalmente ci siamo. Mercoledì 23 giugno verrà ricordato come una giornata storica per la comunità italiana dell’Uruguay. E’ la data in cui hanno preso il via i lavori per la costruzione della nuova sede consolare a Montevideo, fortemente voluta dall’allora Sottosegretario agli Esteri Sen. Ricardo Merlo, presidente MAIE.

La nuova struttura, di 750 metri quadrati, potrà ospitare un numero di impiegati adeguato a coprire agevolmente tutte le richieste dei connazionali; gli utenti verranno accolti in un edificio più sicuro, moderno, dotato di tecnologia d’avanguardia. La sede, lo ribadiamo, verrà naturalmente dotata di tutto il personale atto ad offrire servizi consolari efficienti in tempi dignitosi.

Aree dedicate al cittadino, ufficio passaporti, stato civile, anagrafe. Tanti i servizi che potranno essere richiesti

Grande soddisfazione arriva dalla presidenza e dai quadri dirigenti del MAIE: “L’obiettivo raggiunto, quello di una nuova sede consolare a Montevideo, si deve soprattutto al grande impegno e alla forte volontà politica del Movimento Associativo Italiani all’Estero, sia sul territorio che a Roma”, dichiara l’On. Mario Borghese, vicepresidente MAIE, raggiunto telefonicamente da ItaliaChiamaItalia.

E’ giusto ricordare che il risultato a cui si è arrivati è dovuto anche al costante lavoro del Sen. Merlo, presidente MAIE, che così ha dimostrato ancora una volta di essere sempre dalla parte degli italiani all’estero. Del resto, “era ciò che il Movimento aveva promesso in campagna elettorale: apriremo una nuova sede a Montevideo”, ricorda Borghese, che conclude: “Promessa mantenuta”. La costruzione del progetto è già cominciata.

*(MAIE – Fonte: ItaliaChiamaItalia )

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