Berlino, la capitale della gig economy

di Davide Orecchio (da Collettiva)

Quella tedesca è sempre stata una metropoli accogliente e aperta agli immigrati italiani, ma il loro profilo oggi è diverso, tra lavoretti, precarietà e bassa scolarizzazione

Non esiste una sola Berlino nel corso del tempo. Ogni Berlino è radicalmente diversa rispetto a quella che l’ha preceduta. Berlino è la città europea e forse mondiale che più spesso ha cambiato volto. Dalla ‘città di pietra’ del primo Novecento alla capitale culturale e sfrenata degli anni Venti, dove le avanguardie artistiche convivevano con la classe operaia, dove al teatro rivoluzionario di Brecht corrispondeva il controcanto di quartieri proletari e politicizzati come Wedding e Neukölln. Poi venne la cupa Berlino nazista e tutto finì.

Poi, nel secondo dopoguerra, venne la città rasa al suolo dalle bombe e quindi ricostruita. La città, a Ovest, di nessuno e dunque di tutti, che un Muro separava dal mondo del socialismo reale. Tutto ricominciò.

 

Foto: Fabio Fiorani/Sintesi

 

Berlino Ovest, dagli anni Sessanta in poi, enclave occidentale nel territorio della Ddr, diventò la capitale della controcultura, dei movimenti, delle case occupate e dell’autonomia. Attraeva giovani da tutta la Germania (esentati dal servizio militare se vi si trasferivano) e dal mondo. Andavi a Berlino e diventavi un uomo o una donna libera. Avevi un sussidio che poteva arrivare anche a tremila marchi. Nella città la vita costava pochissimo. Era una mecca. Fiorivano l’arte e le idee.

Poi, dopo l’89, negli anni Novanta e nei primi anni Zero, venne la Berlino della riunificazione e di una nuova, ennesima ricostruzione. La città cantiere che tornava a essere capitale tedesca. Il più grande cantiere del mondo. Accorsero decine di migliaia di operai edili da tutta Europa e anche dall’Italia. Mentre una nuova generazione di giovani, meno politicizzati ma pur sempre “artistoidi”, continuava a popolarla. Sorsero nuovi quartieri amministrativi e antichi quartieri centrali rinacquero. La gentrificazione espulse ampie fasce di popolazione sempre più ai margini e alle periferie. La città era ancora conveniente, a misura di essere umano, ma non più come un tempo.

L’immigrazione, dopo una fase di stallo, riprese però forte in seguito alla crisi economica globale del 2008-2010. Questo per dire che la città, pur trasfigurandosi continuamente, ha sempre mantenuto un’identità seducente nei confronti di immigrati giovani, tedeschi e stranieri, e ovviamente italiani. Solo che il loro aspetto è cambiato, mentre Berlino cambiava.

 

Foto:  Davide Orecchio

 

Edith Pichler, studiosa di migrazioni e docente presso la Facoltà di scienze economiche e sociali dell’Università di Potsdam, ci aiuta a ricostruire i diversi profili degli immigrati nella storia della città. Innanzitutto i pionieri, che arrivarono prima della II guerra mondiale. Poi gli Arbeitsmigranten, incentivati dai benefici economici dell’amministrazione dell’Ovest. Quindi i ribelli, esponenti della sinistra extraparlamentare attratti dalla scena underground negli anni Settanta e Ottanta. Poi i postmoderni, giovani diplomati e laureati. Infine i mobili: liberi professionisti, studenti e ricercatori inseriti nei programmi universitari dell’Unione Europea.

Ultimamente si sono aggiunte nuove categorie di migranti. Ad esempio, precisa Pichler, “quella dei sojourner italiani. Li definirei i flaneur di oggi: persone non comprese nei dati statistici ma visibili nel contesto urbano, attori di una mobilità quasi stagionale, facilitati dai voli low cost. Negli ultimi anni – prosegue la studiosa – abbiamo assistito anche a fenomeni come la jeunesse dorèe, ragazzi che sono venuti a vivere a Berlino in appartamenti comprati dai genitori e con costi di mantenimento più bassi rispetto a una grande città italiana. Ma c’è anche la lost generation: giovani creativi, o che si ritengono tali, che per autofinanziarsi lavorano nei call center o nella gastronomia. Ma ora, dopo l’esplosione del Coronavirus, questi giovani sono sempre più precari e sempre meno creativi”.

Dal 2010 a oggi gli italiani presenti nella città Stato di Berlino sono in pratica raddoppiati: da 15mila a più di 31mila. Gli italiani non vanno solo a Berlino ma anche in altri Länder economicamente trainanti come la Baviera, l’Assia, il Baden-Württemberg, o il Nord Reno-Westfalia. È successo qualcosa e ne conosciamo il nome: crisi economica, disoccupazione, emigrazione.

Distribuzione manodopera italiana in Germania e Berlino in alcuni settori (marzo 2019)

“Stiamo constatando uno dei cicli più significativi nella storia dell’immigrazione in Europa e in Germania”, spiega il sociologo Enrico Pugliese, autore del recente Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana (il Mulino 2018). “Il primo ciclo fu nel secondo dopoguerra. Le grandi migrazioni intraeuropee furono trainate dall’industria nella sua epoca di sviluppo fordista. La Germania attirava manodopera: ex contadini, ex braccianti, ex manovali. Poi, con alterne vicende, a partire dagli anni Settanta iniziò un declino. Dopo la grande crisi mondiale del 2008 la stasi è finita e l’emigrazione è ripresa. Ma attenzione, la ‘pacchia’ sta finendo. Tutti i paesi europei, Germania inclusa, stanno introducendo criteri di accoglienza più rigidi”.

Per Pugliese dobbiamo considerarla una vera e propria emigrazione interna: “Andare da Catanzaro a Milano negli anni Cinquanta era emigrazione interna. Andare a Wiesbaden non lo era. Ma oggi sì. La nuova emigrazione che sceglie la Germania parte senza passaporto, senza permesso di lavoro, va in un posto che magari già conosce materialmente grazie all’Erasmus o alle vacanze”.

È vero che sono giovani, ma solo una quota minoritaria, circa il 25 per cento, appartiene a fasce altamente scolarizzate (laureati, dottorandi). Quindi, sostiene Pugliese, non si tratta di cervelli in fuga: “La maggioranza dei nuovi migranti è senza titolo di studio o a bassa scolarizzazione. Appartiene a una categoria che io definisco tra mille virgolette ‘proletaria’. Sono giovani occupati malamente in qualche modo, o che hanno terminato gli studi superiori”.

La Germania resta il principale paese europeo d’attrazione nonostante il suo mercato del lavoro sia regredito a un condizione dualistica, con ampie dosi di precarizzazione, minijobs e bassi salari. Ma i bassi salari tedeschi non sono paragonabili ai bassi salari italiani, questo è ormai un assioma.

 

Foto: Davide Orecchio

 

Viene da chiedersi se la ‘proletarizzazione’ dell’emigrazione italiana valga anche per Berlino. Pugliese non ha dubbi e risponde di sì: “Ormai gli ‘alternativi’ sono una minoranza. Assistiamo a un’alta concentrazione di persone destinate a lavori manuali o di basso livello”.

Lo conferma anche Pichler: “La maggior parte degli italiani a Berlino è occupata nei servizi, dove, accanto all’impiego di professionisti in settori innovativi, si assiste alla formazione di un nuovo proletariato. La manodopera italiana è in gran parte occupata in settori dove non è richiesta alcuna qualifica. Nei call center, nelle pulizie, nella gastronomia, nel turismo, nella logistica, nel commercio, nel settore assistenziale. Non di rado attraverso le agenzie interinali. I posti di lavoro sono caratterizzati da un’elevata incidenza del part time, da una certa precarietà e da salari bassi”.

Le creative industries di Berlino (informatica, media, istruzione, teatro, gastronomia) offrono sì occupazione alla ‘nuova mobilità’ italiana, ma Pichler avverte che spesso si tratta di “attività precarie, mestieri ‘inventati’ per sopravvivere. Molti di questi giovani possono essere definiti ‘precari creativi’. Persino le start up si trasformano a volte da opportunità di autorealizzazione in luoghi di autosfruttamento”.

Per la studiosa questi ragazzi “sembrano svolgere quella funzione di Reservarmee esercitata anche in passato dalla manodopera straniera in Germania”. E la pandemia, naturalmente, ha complicato le loro vite: “In caso di crisi sono più facili da licenziare”. A Berlino, a settembre 2020, le persone che si sono registrate come disoccupate negli Uffici di collocamento sono il 47,1 per cento in più rispetto al settembre del 2019.

 

Foto:  Davide Orecchio

 

“Nel frattempo – avverte Pichler – anche il mito di Berlino si va logorando: il numero di italiani residenti, nel giugno 2020, è diminuito di alcune centinaia attestandosi sui 31.355, e nel primo quadrimestre del 2020 abbiamo un saldo migratorio negativo di 245 persone”.

Certo tra la Berlino alternativa del Tacheles e quella di Foodora o Deliveroo la distanza sembra incolmabile. Ormai solo i ricchi possono permettersi di fare gli alternativi. E forse Berlino non è più sexy e desiderata come un tempo. O forse è una fase, accelerata anche da una pandemia globale che sabota i progetti di vita migratori. Aspettiamo i prossimi anni per vedere come cambierà. Perché è sicuro che Berlino cambierà ancora. La sua storia ce lo insegna.

 

FONTE: https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/2020/10/29/news/berlino_la_capitale_della_gig_economy-466110/

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