LUIGI VIGNALI (DGIT): “CHI È PARTITO TORNI PER RILANCIARE L’ITALIA”

di Vittorio Giordano

“Montréal, giovedì e venerdì della settimana scorsa, ha ospitato la seconda riunione d’area consolare, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e presieduta dal Direttore Generale Luigi Maria Vignali. A fare gli onori di casa, naturalmente, è stata la Console Generale d’Italia a Montréal, Silvia Costantini. I 20 responsabili degli uffici consolari provenienti dall’America del Nord e dall’Oceania si sono riuniti per approfondire tematiche di particolare interesse per i connazionali all’estero, come: digitalizzazione dei servizi consolari, attenzione all’utenza, scambio di buone prassi tra i rispettivi uffici consolari, anticorruzione e contratti, elezioni Comites 2020 e la promozione integrata, quest’ultima insieme agli otto Direttori degli Istituti di Cultura del Nord America”. In questa occasione, Vittorio Giordano ha intervistato il Direttore generale Vignali per il “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore.
“Negli Stati Uniti e in Canada, in Australia e Nuova Zelanda – ricordiamolo – risiedono quasi 600mila Italiani, nonché molti discendenti di origine italiana.
D. Le sue impressioni su Montréal e sulla Comunità italiana.
R. È una città dinamica, dove si vedono le tracce della storia, in positivo; una città con un carattere, perfetta per una Comunità italiana che ha contribuito a creare e costruire questa città e questo Paese. Una Comunità che è anche molto dinamica, lanciata verso il futuro, integrata perfettamente nell’economia canadese, pronta a raccogliere le sfide del nuovo millennio.
D. Lei ha presieduto la seconda riunione d’area consolare. Ci spieghi meglio.
R. Abbiamo voluto riunire tutti i Consoli del Nord America, – quindi Canada, Stati Uniti, e dell’Oceania, Australia e Nuova Zelanda – per concentrarci su alcuni temi-chiave. Per noi è importante innovare in termini di tecnologia, per offrire servizi sempre più aggiornati, rapidi, efficienti, alla nostra Collettività. È importante anche scambiarci buone prassi, in modo da replicare quelli che sono i percorsi del cambiamento di maggior successo. Ed è importante, soprattutto, rivolgere l’attenzione agli utenti, guardare al pubblico, instaurare rapporti di empatia con lo stesso.
D. Ad oggi è possibile avere la carta d’identità elettronica solo in Europa. Perché?
R. Ci siamo dati un percorso progressivo. In Europa la carta d’identità è anche un titolo di viaggio, serve per spostarsi nella Comunità europea, ed ecco perché è stata presentata a Vienna ai Paesi dell’Unione Europea. Sarà prodotta e distribuita ai connazionali in Europa, ma stiamo già avviando contatti col l’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato e col Ministero dell’Interno, per verificare le modalità per introdurla anche in altri Paesi, come documento che contiene tutta una serie di dati per il cittadino e che quindi può essere molto utile, soprattutto in realtà tecnologicamente molto avanzate, come quella canadese o degli Stati Uniti. Ci vorrà del tempo.
D. Qual è lo stato dell’arte dell’emigrazione italiana nel 2019?
R. Gli italiani all’estero sono sempre di più. Sono 5 milioni e 300 mila i connazionali ufficialmente iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero, ma sappiamo che negli schedari consolari, che sono più aggiornati, sono già 6 milioni, ovvero la seconda regione italiana, dopo la Lombardia, e prima di Lazio e Campania. Significa un grande numero di italiani che in parte sono partiti molto tempo fa, in parte sono nati all’estero; però in parte derivano anche da questi flussi di nuova mobilità italiana. L’Istat parla di 120 mila italiani che partono ogni anno; io so che, negli schedari consolari degli ultimi 6 anni, abbiamo 1 milione di italiani in più iscritti. Certo, in parte sono nati all’estero, in parte sono nuovi cittadini; però evidentemente queste cifre sono contenute al ribasso. Secondo me, può darsi che se ne vadano ogni anno 200 mila italiani. È una perdita considerevole in termini di capitale umano per il nostro Paese se non tornano, perché l’Italia ha investito sugli italiani che partono, in termini di welfare e di istruzione. Dovrebbero un domani dover tornare in Italia, dovrebbero reinvestire nel nostro Paese il capitale umano, culturale, linguistico e professionale che hanno acquisito all’estero. Un percorso di emigrazione circolare, quindi, che farà bene sicuramente dove si installano i nuovi flussi di mobilità italiana, ma che poi possono contribuire anche alla nostra economia ed al rilancio del nostro Paese.
D. Ma cosa fa l’Italia per attrarre chi è emigrato?
R. Bisogna creare delle opportunità, professionali e di crescita: in questo modo non solo per mantenere i nostri talenti in Italia, ma anche attrarre i talenti stranieri nel nostro Paese. Questo fa parte del più ampio sviluppo generale che la società italiana deve continuare a perseguire.
D. Lei ha parlato alla Camera dei Deputati non di “cervelli in fuga, ma in movimento”.
R. Noi auspichiamo un’emigrazione circolare, flussi non solo unidirezionali, ma anche di ritorno. Per questo mi piace parlare di cervelli in movimento. Bisogna tener conto che non partono solo laureati: se il 30% sono laureati, un altro 30% sono diplomati ed il 40% hanno un’istruzione molto semplice, ma che comunque vuole andare ad investire all’estero il proprio entusiasmo, la propria voglia di fare, per costruire un nuovo percorso di vita. Quindi è un fenomeno complesso, che dobbiamo preparare bene per evitare che chi parte, soprattutto chi non è formato culturalmente, cada poi vittima di circuiti di sfruttamento all’estero.
D. Cosa pensano in Italia degli Italiani all’estero?
R. Il fenomeno è sempre più raccontato dai media e c’è sempre maggiore consapevolezza di queste partenze, e anche dell’importanza degli italiani all’estero. Solo quando in Italia si comprenderà che sono una parte dell’economia del nostro Paese, riusciremo a trasformare tutto questo in un percorso virtuoso, in modo da valorizzare tutti gli italiani che stanno all’estero, il loro soft-power e la loro capacità di essere alferi del vivere all’italiana.
D. Come coinvolgere di più le nuove generazioni di terza e quarta generazione all’estero?
R. Effettivamente l’Associazionismo italiano merita una nuova stagione, una nuova chance fatta di persone dinamiche, anche più giovani, e che quindi sappiano utilizzare al meglio strumenti come i social network, internet, anche reti aggregative virtuali per lanciare iniziative e progetti. Siamo disposti ad accompagnare questo percorso, sostenendolo, anche finanziariamente. Sta anche agli italiani di terza e quarta generazione farsi coinvolgere e sono sicuro che, con l’aiuto delle istituzioni come il Consolato, questo percorso avrà successo.
D. Lo scorso aprile si è tenuto a Palermo il Seminario sui giovani italiani all’estero. Un punto di partenza?
R. Lo spirito di Palermo è estremamente importante. Dobbiamo mantenerlo vivo, può rappresentare un momento di passaggio; si sono costituite delle reti di aggregazione virtuale, si tengono in contatto e quindi dobbiamo ascoltarli e cambiare nella direzione che ci indicano”. Oltre 60 milioni di italo-discendenti. “Vivere all’Italiana” e “Turismo delle radici” non sono solo slogan… “Vivere all’italiana” è una realtà fatta di profonde relazioni tra le nostre collettività e lo sviluppo dell’economia italiana in termini culturali, economici e commerciali, delle nostre collettività. Secondo i dati di Confindustria relativi al 2018, abbiamo visto che le esportazioni del nostro Paese continuano a crescere nei Paesi in cui sono presenti grandi collettività italiane e diminuiscono invece nei Paesi in cui queste collettività non ci sono. Al tempo stesso, il “Turismo delle radici” rappresenta un turismo molto importante, non è solo un settore di nicchia, proprio perché stiamo parlando di 60, 70 milioni di potenziali turisti. Vogliamo renderlo concreto. Abbiamo inaugurato, proprio in questi giorni, la prima ‘Guida al Turismo delle Radici’, una guida a chi vuole recarsi in Abruzzo, Basilicata, Puglia ed Emilia Romagna, che contiene tanti riferimenti culturali, geografici ed enogastronomici. Da ultimo ‘turista delle radici’, il segretario di stato americano Mike Pompeo è stato in Italia ed è andato a visitare il paese natìo dei suoi avi”.

 

FONTE: Il Cittadino Canadese / aise

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