Elezioni Politiche 2022/Voto all’estero: Le considerazioni della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera

Comunicato FCLIS

Innanzitutto una semplice constatazione: la gestione del potere non è formalmente penalizzata riducendo la partecipazione al voto. Nei fatti, astenersi alle elezioni può esprimere disaffezione, ma, nella sostanza, non fa che rafforzare il potere di chi, grazie al voto di chi lo esercita, riuscirà ad ottenerlo. In altre parole, astenersi è come votare per chi si troverà a gestire il potere.

È più che comprensibile il disorientamento e anche la rabbia che deriva da un sistema elettorale, il famigerato Rosatellum, che tutti considerano pessimo e che nessuno si è curato di cambiare, che in Italia impedisce al cittadino anche la naturale possibilità di esprimere la propria preferenza nei confronti di coloro che dovranno rappresentarlo in Parlamento.

Per noi all’estero, fortunatamente non è così: votiamo con un sistema proporzionale, garanzia che ogni voto conta, e possiamo anche esprimere le preferenze, scrivendo sulla scheda nome e cognome del candidato o della candidata che riteniamo degno di rappresentarci e di rappresentare le istanze dei cittadini italiani residenti all’estero.
Che ormai sono annose. Sintomo dell’amara constatazione che sono tuttora irrisolte.

Ci riferiamo, senza stabilire un ordine di rilevanza, al sostegno, alla tutela, alla diffusione della lingua e della cultura italiana, considerate oggi, e a ben giusta ragione, un elemento fondamentale per consolidare la reputazione del nostro Paese al di fuori dei patri confini, conditio necessaria per favorire l’esportazione. Considerazione che impedisce tuttavia di trovare soluzioni concrete ed efficaci ai problemi ormai gravissimi che oggi caratterizzano la gestione di corsi di lingua e cultura.

Ci riferiamo anche alla complessa e altalenante questione del sistema di tassazione relativo alle proprietà in Italia degli italiani residenti stabilmente all’estero, segnatamente di quelli che appartengono alle cosiddette fasce più deboli della comunità. Costretti, inoltre, a confrontarsi con il sempre più preoccupante stato dei disservizi consolari.

Vi è poi l’articolato capitolo della rappresentanza delle comunità degli italiani all’estero, che, anche alla luce del numero di coloro che hanno ancora un passaporto italiano – siamo oltre i 6 milioni – ma anche del costante flusso emigratorio in atto da ormai parecchi anni, merita di essere posto al centro di un dibattito politico serio e non evitato o nella migliore delle ipotesi vissuto come un fastidio. I Comites, il CGIE, gli stessi, ormai sparuti e fra non molto probabilmente spariti, parlamentari che ci accingiamo ad eleggere il 25 settembre, non possono essere considerati alla stregua di un contentino, di un gentile omaggio, o di un modo per mettersi la coscienza a posto.

All’estero ci sono e ci vanno braccia e intelligenze, si maturano esperienze, che solamente una politica miope, autoreferenziale e colpevole non è in grado, o addirittura preferisce non, valorizzare.

Più in generale, vi sono i problemi legati alla giustizia sociale, all’ingiusta distribuzione della ricchezza, alla convivenza con nuovi virus, alle preoccupazioni relative all’utilizzo del risorse che dovrebbero accompagnarci fuori da una crisi economica e sociale acuita dalle macroproblematiche che ormai ammorbano la nostra quotidianità a rischio persino di assuefazione, da cui dipendono il presente e il futuro nostro e di chi verrà dopo di noi, a prescindere che si viva dentro e o fuori i confini nazionali. I mutamenti climatici, che ormai nessuno osa più negare, e le loro conseguenze, che fanno il paio con quelle delle tensioni e dei conflitti geopolitici, con il paradosso che un dichiarato anelito alla pace, in pratica, tali tensioni non fa che aumentare.

E infine, c’è il dramma delle migrazioni, di cui noi italiani all’estero quantomeno conserviamo buona memoria. È sulla scorta di un’esperienza maturata, direttamente o indirettamente, in un contesto di emigrazione, che riteniamo fondamentale una reale politica d’integrazione. A tal fine, riteniamo che, quello che in Italia è stato chiamato jus culturae possa rappresentare un primo importante passo in questa direzione. Chi lo nega, anche e soprattutto dall’estero, ostentando una predilezione per lo jus sanguinis, lo fa in modo pretestuoso. Lo jus culturae non esclude lo jus sanguinis. Anche se quest’ultimo merita di essere definito con tutta l’attenzione che seriamente merita.
A meno che non ci si voglia dichiarare tutti discendenti, se non proprio di Giulio Cesare, di Giuseppe Garibaldi: l’eroe dei due mondi.

È anche per queste considerazioni che la Federazione delle Colonie Libere Italiane, invitando tutti i connazionali ad esercitare pienamente il proprio diritto di voto, ribadisce il sostegno alle candidature di Toni Ricciardi alla Camera e di Michele Schiavone al Senato.

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