Gli Stati popolari irrompono sulla scena politica italiana. Il discorso di Aboubakar Soumahoro

I braccianti del foggiano in piazza a Roma per gli Stati popolari © LaPresse

Invisibili. L’iniziativa convocata da Aboubakar Soumahoro fa dialogare le battaglie esplose dopo il lockdown e quelle di più lungo corso. La cronaca dalla piazza

di Giansandro Merli

Aboubakar Soumahoro conclude gli «Stati popolari» con un discorso da leader politico più che da sindacalista. Sono da poco passate le 20 e su piazza San Giovanni, nel cuore di Roma, tira finalmente una brezza leggera che rinfresca i corpi accaldati da quattro ore di interventi. «Non saremo liberi finché avremo fame», dice Soumahoro. La voce è potente, rimbalza sulla basilica lateranense e sulla chiesa di San Lorenzo in Palatio e torna indietro con l’eco. Gli occhi dei manifestanti che hanno sfidato il sole di luglio sono tutti puntati su di lui. Ipnotizzati. Decine di cellulari si sollevano a riprendere il fiume di parole, pronti a diffonderle in rete. «Gli Stati popolari saranno una palestra di idee e azione per coniugare visione e prassi. Da questa piazza lanciamo il “Manifesto per la giustizia, la libertà e la felicità” – scandisce Soumahoro – Vogliamo tutto: lavoro, salute e tutela ambientale».

Le proposte sono sei, ma per la maggior parte si tratta di macro-temi senza troppe specifiche:

  • un piano nazionale per l’emergenza lavoro, «il problema è iniziato prima dell’epidemia e servono risposte a chi è disoccupato o rischia di diventarlo»;
  • un programma di edilizia popolare che affronti a livello sistemico l’emergenza abitativa, «non basta distribuire le poche gocce che avanzano dal rubinetto, l’acqua sta finendo»;
  • una riforma integrale della filiera del cibo, «i consumatori devono sapere quanto guadagnano tutti gli anelli della catena: braccianti, contadini, cassieri, rider. Se quello che mangiamo non è eticamente sostenibile significa che è marcio»;
  • una trasformazione radicale delle politiche migratorie. Qui Soumahoro entra nel merito e, a sorpresa, parte dai migranti italiani: ragazze e ragazzi che vivono all’estero devono avere il «diritto di ritornare» (al min. 16 del video sotto). Propone l’istituzione di un ente pubblico che faccia da punto di riferimento per i loro bisogni. Solo in seconda battuta chiede la «rottura delle politiche di razzializzazione»: abolire i decreti «insicurezza» perché creano illegalità; cancellare la Bossi-Fini; approvare una legge che riconosca la cittadinanza a chi è nato o cresciuto in Italia; riformare l’accoglienza;
  • una strategia di transizione ecologica, «bisogna coniugare giustizia ambientale e sociale»;
  • interventi proattivi contro le discriminazioni e per l’uguaglianza, «cosa hanno fatto i governi che si sono succeduti per rimuovere gli ostacoli di cui parla l’articolo 3 della Costituzione?».
Aboubakar Soumahoro sul palco degli Stati popolari, foto LaPresse

Il discorso di chiusura della manifestazione

 

NONOSTANTE IL SOLE

Intorno alle 16 davanti al palco allestito in un angolo della piazza non c’è ancora tanta gente, ma l’afflusso è costante. Dall’alto il sole rende l’aria bollente. A terra migliaia di X disegnate con il nastro adesivo bianco segnano le posizioni per mantenere il distanziamento. Si riempiono rapidamente e i volontari faticano non poco per ricordare di restare a un metro l’uno dall’altro e indossare le mascherine. L’attenzione a questo aspetto è quasi maniacale. «Dobbiamo contenere i rischi legati al virus e le possibili strumentalizzazioni», spiega Marina Taylor. Si è appena laureata in letteratura inglese ed è diventata parte dello staff degli Stati popolari aprendo un link da Instagram. «Ho fiducia in Aboubakar e dopo aver visto le mobilitazioni statunitensi di Black Lives Matter sento che anche qui dobbiamo fare qualcosa», dice la ragazza. Accanto a lei c’è Marta Moretti, ha da poco terminato gli studi in relazioni internazionali e insieme ad altri universitari ha creato un gruppo di giovani ecologisti che si chiama Ear (Environmental Action Rome): «Questa battaglia riguarda i braccianti, ma anche tutti i lavoratori che non sono stati considerati negli Stati generali del governo».

Davanti alle due ragazze si è appena sistemata la nutrita delegazione di braccianti africani arrivati dalla provincia di Foggia con sette pullman. Portano in piazza energia, musica e cassette piene della frutta e verdura che raccolgono ogni giorno. Ousmane Mbou è un giovane senegalese finito a vivere nel ghetto di Borgo Mezzanone. Ogni mattina si sveglia alle quattro e si spacca la schiena fino al tardo pomeriggio. «Oggi siamo venuti a Roma per parlare al governo – afferma – Sono in Italia da due anni e da due anni lavoro nelle campagne. Sempre nelle campagne. Il padrone non mi ha voluto regolarizzare con la sanatoria. Né a me né a nessun altro. Non vuole pagare i 500 euro».

Molti braccianti e diversi manifestanti indossano la mascherina rossa dell’Unione sindacale di base (Usb), di cui Soumahoro è delegato. Tra loro c’è Guido Lutrario, dell’esecutivo nazionale Usb. Che senso ha questa piazza? «Dare voce a tutti gli sfruttati e visibilità a chi sta pagando la crisi». Perché convocarla in una domenica di luglio? «Negli Stati generali del governo i padroni hanno fatto asso piglia tutto. Qui parlano i lavoratori. Bisogna creare una mobilitazione ampia in tutto il paese».

Un manifestante indossa la mascherina di Usb, foto LaPresse

PALCO E RETROPALCO

L’intervento che apre la lunga carrellata di vertenze lavorative e storie di vita lo fa l’operatrice di un call center: «Non siamo corpi da sfruttare o corpi per generare. Siamo corpi per fare. Oggi siamo tutti uniti». Man mano che le testimonianze si avvicendano tra i due microfoni, disinfettati a turno, lo schema tematico della scaletta diventa più chiaro: lavoro; ambiente; cultura; diritti civili; migrazioni.

«Siamo i braccianti del foggiano che lavorano sotto il sole e sotto la pioggia, con il caldo e con l’umidità, per raccogliere asparagi, carciofi e pomodori – dice un lavoratore – Qui manteniamo le distanze e indossiamo le mascherine, ma nelle campagne è impossibile stare a un metro l’uno dall’altro e nessuno ci ha dato i dispositivi di protezione individuale. Vogliamo il permesso di soggiorno, vogliamo la tessera sanitaria, vogliamo i nostri diritti».

Dopo i lavoratori dell’agricoltura parla Tommaso Falchi, rider bolognese che sottolinea come l’attività di distribuzione del cibo sia stata ritenuta «essenziale» durante il lockdown, ma continui a reggersi su contratti super precari che configurano uno «sfruttamento legalizzato» al servizio di piattaforme che non si preoccupano della salute dei lavoratori. «Siamo pronti a lottare insieme senza bandiere? Non serve una sigla ma uno spazio di convergenza del conflitto», dice Falchi.

Dopo un operaio Whirlpool e una lavoratrice Alitalia, prende la parola Francesco Rizzo, rappresentante Usb presso l’ex Ilva di Taranto. Lavora da 22 anni nello stomaco di fuoco e acciaio della fabbrica. «A Taranto le scuole chiuse, le finestre sbarrate, i parchi interdetti sono arrivati prima del Covid-19, perché la città affoga nei minerali che l’acciaieria sputa fuori ogni giorno. C’è un’unica soluzione: nazionalizzare per riconvertire. Non vogliamo più subire il ricatto tra salute e disoccupazione».

Rizzo ricorda due colleghi morti nell’ultimo mese, entrambi per suicidio: Francesco Cazzato e Alessandro Scialla. Le persone scomparse di cui la piazza pronuncia il nome sono tante: Moamed Ben Ali, carbonizzato in un incendio nel ghetto di Borgo Mezzanone; Bilel Ben Masoud, 22enne tunisino che si è lanciato dalla nave quarantena Moby Zazà; Paola Clemente, bracciante morta di lavoro nelle campagne pugliesi; Giulio Regeni, studente abbandonato dalla politica italiana anche dopo l’omicidio in Egitto.

La fabbrica di Taranto fa da trait d’union tra tematiche del lavoro e questione ambientale. I Fridays for future prendono parola per denunciare il «circolo vizioso dell’emergenzialità perenne che serve a negare i diritti fondamentali» e invitano a «organizzare la rabbia e difendere la rivolta, unico strumento per combattere chi distrugge il pianeta».

Intanto il retropalco si è affollato. Più che le Sardine Mattia Santori e Jasmine Cristallo, si notano il direttore dell’Espresso Marco Damilano, che proprio ieri ha dedicato la copertina del settimanale a Soumahoro e al «nuovo Quarto Stato», e il conduttore televisivo Diego Bianchi, in arte Zoro. Si incontrano anche due esponenti politici: Elly Schlein, vicepresidenta dell’Emilia-Romagna eletta con la lista civica «Coraggiosa», e Sandro Ruotolo, diventato di recente senatore come indipendente grazie al sostegno del centro-sinistra in un collegio campano. «Soumahoro ci ha invitato ad ascoltare. Siamo qui per farlo», dicono entrambi. Non interverranno.

Per Schlein «serve una riflessione su come superare il muro tra mobilitazioni spontanee e rappresentanza, mettendo al centro una visione condivisa su tre punti: lotta alle disuguaglianze, transizione ecologica e parità di genere. Altrimenti le piazze non incidono sui luoghi decisionali e la politica continua il suo percorso di autoreferenzialità». Ruotolo parla invece del pericolo di «sottovalutare ciò che è accaduto: la pandemia e i suoi effetti non sono una parentesi. Tutto è cambiato ed è il momento di osare per evitare il rischio di una decrescita infelice».

Dall’altro lato del palco Ascanio Celestini apre la larga finestra dedicata ai lavoratori della cultura e dello spettacolo. I «Professionisti spettacolo e cultura – Emergenza continua», che hanno partecipato alle mobilitazioni dislocate del 15 maggio e a quella nazionale del 27 giugno, invocano una radicale trasformazione del comparto. Chiedono di riconoscere i diritti dei lavoratori attraverso un reddito di continuità e i contratti collettivi nazionali per tutte le figure. Il rapper Kento, prima di infiammare la piazza con le sue rime, afferma: «proprio noi che dai palchi credevamo di essere visibili a tutti, durante l’epidemia ci siamo riscoperti invisibili: la politica ci ha ignorato completamente».

L’avvocata e attivista Cathy La Torre, che ieri ha annunciato la candidatura a sindaca di Bologna, rivendica il «Sì» alla legge contro l’omolesbotransfobia. Liquida le dichiarazioni di Matteo Salvini, che ha parlato di un’iniziativa legislativa speculare su quella che definisce «eterofobia», con una domanda: «Quanti eterosessuali sono cacciati di casa, mobbizzati sul lavoro o picchiati in strada per il fatto di essere eterosessuali?». Serena Fredda, di Non Una Di Meno Roma, sottolinea il conflitto vita-interesse economico emerso durante la pandemia e afferma la necessità di «organizzare il contrattacco a Confidustria per estendere e democratizzare lo stato sociale».

L’ultimo slot di interventi ruota intorno alle politiche migratorie. I temi ricorrenti sono: cancellazione dei due decreti sicurezza; interruzione dei finanziamenti ai libici; estensione della regolarizzazione dei migranti; approvazione dello ius soli. «Il governo venga a vedere questo popolo che ha fame, che chiede un documento per lavorare», afferma tra gli applausi Yacouba Saganogo, della Coalizione internazionale sans papiers e migranti. La soccorritrice di Mediterranea Fulvia Conte invita il primo ministro a sbloccare subito lo sbarco dell’Ocean Viking e di tutte le navi umanitarie. «È più importante che farsi fotografare al Cinema America», dice.

I manifestanti rivolti verso il palco, foto di Giansandro Merli

UN MANIFESTO PER COSA?

Quando Soumahoro prende il microfono per l’intervento conclusivo, dal gruppo di braccianti che occupa lo spazio sotto il palco parte il coro: «Aboubakar, Aboubakar, Aboubakar». Il sindacalista precisa subito: «Forse il messaggio deve ancora passare: non è Abou, siamo tutti insieme». Ci terrà a ripetere questo concetto più volte durante i 35 minuti in cui parla come un fiume in piena. Evidentemente aleggia lo spettro, e il rischio, della personalizzazione. Nonostante le decine di persone e vertenze che hanno preso parola dal palco.

Senza la figura carismatica di Soumahoro, capace di parlare a mondi diversi e raccogliere endorsement inaspettati e contraddittori (per ultimi quelli del sindaco di Milano Beppe Sala e della sindaca di Roma Virginia Raggi), gli Stati popolari non sarebbero stati possibili. I ruoli che un leader può svolgere dentro o sopra un movimento, però, sono tanti. La mobilitazione di ieri chiarisce poco in questo ambito. Da capire rimane anche il significato concreto della «articolazione territoriale degli Stati popolari». Il lavoro nei territori è un mantra ricorrente delle mobilitazioni che canalizzano grande attenzione mediatica. Per ultime ne parlarono le Sardine. Non finì bene.

Lo stesso «manifesto» presenta questioni sicuramente condivisibili dai tanti che hanno partecipato alla mobilitazione, ma per il momento si mantiene a un livello molto generale. Soprattutto, ieri dal palco è stato ascoltato per la prima volta dalle stesse realtà che hanno animato la piazza. Avranno spazio per declinare i sei punti? Oltre a portare delle testimonianze svolgeranno un ruolo attivo nel processo? Chi e come potrà aggiungere altre rivendicazioni? È un programma per future mobilitazioni o per un possibile soggetto politico? O per entrambi?

Le domande che rimangono aperte sono tante e si leggono soprattutto sulle facce di chi ha alle spalle un’esperienza politica più navigata. Per le risposte ci sarà tempo. Intanto gli Stati popolari possono dire di aver vinto la sfida di far dialogare le tante battaglie esplose subito dopo la fine del lockdown con quelle di più lungo corso, intorno a una figura in grado di rompere alcuni steccati tra movimenti e forze politiche. Buona la prima.

FONTE: https://ilmanifesto.it/gli-stati-popolari-irrompono-sulla-scena-politica-italiana/

 

 

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