Alcuni contributi per comprendere i perché della rivolta degli agricoltori in Europa e in Italia

Il mistero agricolo

 

di Michele Serra

Vi sarà capitato di leggere o ascoltare cose sulle proteste degli agricoltori in mezza Europa. E di capirne poco.
Consolatevi: capita anche a me, che pure nei campi ci bazzico. L’agricoltura, nel mondo sviluppato e urbanizzato, è diventata un mistero. Il rapporto con il cibo è così indiretto, così mediato, così artificiale che in larga misura si è perduta cognizione dei suoi modi di produzione e del mondo dal quale il cibo proviene.

Lo sapevate, per esempio, che “sovranità alimentare” non è una nuova idea del sovranista Lollobrigida contro la farina di grillo, è una vecchia idea del movimento dei contadini indiani e di Vandana Shiva contro le multinazionali che brevettano le sementi, affamandoli?

Lo sapevate che il settore primario è il più assistito, il più foraggiato (metafora agricola) al mondo, eppure stenta effettivamente a tirare avanti perché i prezzi sono decisi dalla grande distribuzione e tengono in pochissimo conto il lavoro e i costi di chi produce?

Lo sapevate che nessun quotidiano italiano (non so in Europa) ha una pagina dell’agricoltura, a conferma del fatto che il cibo, ontologicamente, è ciò che troviamo incellofanato nei supermercati, non le bestie, non gli orti, non le serre e i filari?

Lo sapevate che l’impatto ambientale e climatico della filiera del cibo (allevamento intensivo per primo, ma anche il trasporto febbrile e globalizzato: avete mai mangiato ciliegie cilene a Natale?) è quasi altrettanto nocivo di quello industriale?

La società urbanizzata ha occultato, insieme ai cicli naturali, la fatica agricola. Per questo sappiamo, in genere, come prendere posizione quando vediamo operai in sciopero. I contadini e i trattori ci prendono sempre di sorpresa. Come i sogni, escono dall’inconscio.

 

Da La Repubblica del 3 febbraio 2024

 


Coltivatori in marcia

Alle origini corporative della «rabbia dei coltivatori»

 

di Enrico Pugliese

La vista di quei trattori e delle enormi macchine agricole costose quanto rumorose mi ha fatto riflettere su cose del passato che si ripresentano ora in chiave nuova, mi ha spinto innanzitutto a chiedermi chi sono questi che protestano con tanta sicurezza, e anche con baldanza in mezz’Europa e a Bruxelles.

La risposta sembra ovvia: sono agricoltori perché tali si dichiarano e perché i giornali parlano della “rabbia degli agricoltori». Eppure qualche differenza ci dovrà pure essere tra l’ex-giudice Di Pietro, l’elegante signore presidente della Confagricottura e il povero affittuario di un piccolo fondo agricolo tutti e tre in piazza.

Una volta, e fino a mezzo secolo addietro, era diverso: si usavano altri termini a cominciare da quello di contadino che ormai é scomparso, come peraltro è quasi scomparsa la figura sociale del contadino. Ma rimane vero il fatto che la struttura sociale dell’agricoltura era – ed è – tutt’altro che omogenea. così come è non omogenea dal punto di vista di classe la composizione della gente che manifestava e manifesta a Bruxelles.

Questa reductio ad unum è politicamente utile per la destra ma non è corretta, come non lo erano a meta Ottocento i marxisti revisionisti- che definivano l’agricotura un “vasto ceto medio», come se fossero tutti uguali.

La tematica della questione agraria- cioè del rapporto tra movimento operaio organizzato e contadini-era uno dei punti più importanti della strategia nelle discussioni interne ai partiti marxisti.

E a buona ragione: le aggregazioni interclassiste agricole e rurali come quella in atto a Bruxelles sono sempre state pericolose e hanno portato nel miglior dei casi al populismo, nel peggiore e più frequente a blocchi politici reazionari.

Oggi come in passato, differenze interne e interessi contraddittori sono presenti tra i manifestanti, come veniva spiegato nell’articolo su il manifesto di giovedi scorso di Fabriio Garbarino, sottolineando la differenza tra quelli che ricevono dallo Stato decine e decine di migliaia di euro all’anno e coloro i quali arrivanoa riceverne qualche migliaia.
I primi prendono più soldi non solo perché sono più grandi ma perché producono a costiunitari sempre più bassi rispetto a quelli dei piccoli che vivono le effettive difficoltà. Infatti le grandi aziende sono all’avanguardia nella produzione e nella tecnologia. La linea di sviluppo tecnologico dominante si fonda su tre cardini: in primis sulla chmica (per fertilizzanti e pesticidi), poi su una meccanizzazione sempre più costosa e basata su macchinari complessi infine sulla ricerca biotecnologica (compresi più di recente gli Ogm, etc.).

Il sistema agricolo europeo si è basato e si basa a livello organizzativo su due fattori importanti che sono i contributi pubblici e il lavoro super sfruttato del bracciantato agricolo (costituito in larga parte degli immigrati che lavorano generalmente in condizioni indecenti), ciò senza considerare l’effetto ambientale di pesticidi ed altri veleni usati con grande profusione. E la politica agricola comunitaria, a parte grandi operazioni retoriche, ha favorito sempre questo andamento.

Procedendo secondo il modello produttivo finora seguito le cose andavano bene, naturalmente molto più bene per i grandi, molto meno per i piccoli fino a che si poteva seguire il modello californiano del cheap food-cheap labor: del produrre cibo sempre meno salutare e sempre più scadente attraverso un lavoro sempre meno pagato (per altro motivo alla base di un cosi alto numero di lavoratori immigrati in agricoltura),

Sono ‘andate bene’ fino a che la politica agraria comunitaria, che è sempre stata altamente benevola nei confronti dei grandi produttori, non è stata costretta a imporre vincoli ambientali e controlli sulla nocività delle produzioni e del processo produttivo: amara sorpresa perché su quel meccanismo i grossi avevano prosperato. Da ciò la rabbia dei coltivatori».

La protesta corporativa in atto, che ha un‘antica tradizione italiana, è ora appoggiata da partiti e movimenti di destra, dalla Lega in primis e va contro gli interessi dei piccoli produttori, della gente e -va detto anche questo- del Paese,

 

Da Il Manifesto del 3 febbraio 2024

 


 

Nuova Finanza pubblica. Le logiche di mercato dietro le proteste dei «contadini»

Si sono diffuse in diversi paesi europei: particolarmente forti in Romania, Belgio e Germania (dove si sono attivate da dicembre), si sono palesate anche in Francia, Italia, Romania, Lituania e Greci Talvolta con grandi numeri: il Corriere ha definito le manifestazioni che sono arrivate ad occupare il centro di Berlino “la più grande protesta che il paese abbia visto dal dopoguerra”

 

di MATTEO BORTOLON

Le motivazioni sono diverse, fondendo questioni generali con specificità nazionali. In Germania, ad esempio, un buco di bilancio determinato da una sentenza della Corte costituzionale – che ha dichiarato nullo l’utilizzo di una autorizzazione all’indebitamento per riempire un fondo l’anno successivo per obiettivi diversi – ha spinto il governo a tagliare sussidi per il carburante ad usi agricolo e a istituire una nuova tassa per tali veicoli.

Le motivazioni generali riguardano le difficoltà economiche degli agricoltori, i costi crescenti, la concorrenza eccessiva da altri paesi, la burocrazia crescente e le norme della Ue a finalità ambientale.

Queste ultime hanno richiamato l’attenzione dei media, spingendo ad una facile narrativa in cui l’ambientalismo della Commissione si scontra con la protesta dal basso – dipinta, a seconda dei casi come la genuina espressione di ceti popolari o l’egoismo piccolo borghese di destra – (citando, in tal senso, il sostegno di partiti e gruppi classificati come destra radicale).

Per restituire la complessità della situazione si devono invece citare tre ordini di fattori, che restituiscono alcuni dei nodi strutturali sottostanti alle proteste.

Il primo è la mercantilizzazione del settore in un quadro di crescente concorrenza, che favorisce le aziende agricole più grandi (si pensi alla distribuzione iniqua delle risorse comunitarie della Pac) con tecniche produttive sempre più dipendenti da pacchetti tecnologici elaborate dai giganti dell’agrobusiness. Il mondo tradizionale dei contadini e le piccole imprese sono sempre più marginalizzate ed indebitate., Fenomeno mondiale ma che si intensifica nel continente con la Ue.

Il secondo è la concorrenza sempre più incrementata da vari accordi di libero scambio (come il Ceta Ue-Canada, in applicazione provvisoria), Ue-Mercosur (con vari paesi dell’America Latina, non ancora in vigore).
L’opposizione a tali trattati – che la stampa ha visto bene di glissare – è esplicita, ed ha spinto il ministro francese delle Finanze ad esprimere la sua contrarietà all’ultimo, promettendo l’opposizione della Francia.

Il terzo è la oscillazione dei prezzi dei prodotti agricoli e dei loro fattori produttivi, in specie i fertilizzanti. Il problema di natura finanziaria, e gli anni seguenti lo scoppio della crisi del 2007-08 ne ha dato una illustrazione eloquente. I prezzi delle derrate alimentari si sono impennati perché nelle maggiori borse mondiali c’è un interscambio di prodotti finanziari legati ad esse. Quando un’attività che è del pari coinvolta in tali dinamiche vede una crisi, il capitale finanziario si volge ai settori non ancora toccati da essa.
Con i famosi derivati (prodotti finanziari il cui valore deriva da ‘una marca sottostante’) sulle materie prime vedono una domanda galoppante e si attivano i meccanismi delle bolle finanziarie: lo compro nella aspettativa di rivenderlo a un valore più alto, Così i beni materiali vedono oscillazioni ampie dovute a tali logiche puramente speculative. Se ciò era chiaro anche dieci anni fa, lo conferma icasticamente uno studio recentissimo (Manogna-Kullaumi 2024) secondo cui “maggiore è il grado di finanziarizzazione dei prodotti agricoli, più drammatica è la volatilità dei loro prezzi e più significativo è l’impatto negativo sulla sicurezza alimentare”.

Se il costo dei beni agricoli è stato oscillante, quello dei fertilizzanti è esploso a motivo dell’aumento del prezzo del gas con la guerra di sanzioni lanciato da Usa e Ue contro la Russia.
Per citare un articolo di Politico i margini di profitto degli agricoltori sono stati indeboliti da periodi di espansione e recessione non solo nei prezzi ottenuti dai loro prodotti, ma anche nei costi di produzione».

La nuova protesta sociale contadina, come vediamo, viene da lontano, e qualche contentino sarà difficile che basti.

 

Da Il Manifesto del 3 febbraio 2024

 


 

“Così non sopravviviamo”. Anche gli agroecologisti sulle barricate per gli aiuti

 

di Rosaria Amato

Non ci sono solo i “trattori”, che continuano a bloccare le strade per chiedere una giusta remunerazione per i prodotti agricoli, schiacciati dalla lunga filiera che dalla terra arriva agli scaffali di negozi e supermercati, e invocare lo stop agli accordi di libero mercato, che fanno concorrenza sleale alle nostre produzioni.

Oggi alla cooperativa agricola “Coraggio”, alle porte di Roma, i contadini dell’Associazione rurale italiana (Ari), nata 30 anni fa a cavallo di esperienze di cooperative agricole tra la Sicilia e il Veneto, si riuniscono per discutere di “diritto alla terra”. Non sono tupamaros, sono agricoltori italiani che gestiscono con sempre maggiore fatica i terreni, spesso troppo piccoli, ereditati dai genitori, o dai nonni, e che i loro figli non vogliono più ereditare e gestire.

Perché, come emerge dall’ultimo censimento Istat, in Italia il 21,3% delle aziende agricole ha meno di un ettaro di terreno, e il 64% arriva a 5 ettari; solo l’1,6% ha più di 100 ettari. Numeri insostenibili, spiega Antonio Onorati, uno dei coordinatori dell’Ari: «Con meno di 5 ettari è difficile far sopravvivere una famiglia, e comunque anche il lavoratore con un’azienda di 10 ettari di norma ottiene un valore tra i 15 e i 20 mila euro annui, che non fanno neanche un salario operaio, eppure per raggiungere questa cifra spesso il lavoro di una persona sola non basta.

Allargarsi non è facile: la terra costa cara, sia da comprare che da affittare, e si trova in vendita solo su grandi appezzamenti. Costa tra i 35 mila e i 70 mila euro all’ettaro, 10 ettari sono incomprabili: ci vorrebbe una politica completamente diversa». Come quella che, nel 1958, portò agli espropri indennizzati dei latifondi non utilizzati.

Ma all’orizzonte non c’è niente di questo genere: l’ultima legge di Bilancio ha anzi assestato l’ennesimo colpo agli agricoltori, privandoli dell’esenzione Irpef garantita da anni, e da governi di diverso colore politico, una decisione su cui Palazzo Chigi, dopo le proteste di questi giorni, potrebbe decidere di tornare indietro.

Gli agricoltori riuniti oggi e domani a Roma promuovono l’agroecologia, sono contrari all’uso dei fitofarmaci e contrarissimi all’introduzione degli Ngt, previsti da un regolamento che è sulla via per l’approvazione definitiva tra Bruxelles e Strasburgo. Per le organizzazioni agricole maggiormente rappresentative in Italia, Coldiretti, Cia e Confagricoltura, gli Ngt aiuteranno gli agricoltori a resistere al cambiamento climatico, mentre per Ari si tratta soltanto di Ogm di ultima generazione. Un terreno su cui si trova in perfetto accordo con i “Comitati riuniti agricoli-agricoltori traditi”, la sigla sotto la quale si riconoscono gli agricoltori che nell’ultimo mese hanno invaso le strade per rivendicare nei confronti di Bruxelles, ma anche di Palazzo Chigi, il diritto a un’agricoltura più a misura di piccoli produttori: «E chi li vuole? – chiede Danilo Calvani, riconosciuto come una delle figure di riferimento del movimento, che non accetta bandiere di nessun tipo, né politiche né sindacali – Noi in Italia vantiamo un’eccellenza produttiva, gli Ngt possono solo danneggiarci».

Come i tanti agricoltori che protestano in questi giorni, Calvani, ex leader dei “forconi”, contesta anche l’operato delle grandi organizzazioni agricole: «Fino a 15 anni fa facevo parte di Coldiretti, ne sono uscito quando sono arrivati gli accordi con il Marocco, il Green Corridor. Adesso si parla di Mercosur. A noi si imponevano, e si continuano a imporre, regole molto rigide di produzione, ma su quello che arriva in Italia, in concorrenza con i nostri prodotti, non ci sono regole, possono usare pure pesticidi dannosi per la nostra salute. Così ci distruggono, questa non è concorrenza».

I piccoli produttori chiedono anche una Pac più sostenibile, che distribuisca i contributi non più solo sulla base degli ettari, penalizzando ancora una volta chi ne ha di meno, ma in proporzione spende di più.

Completano il mosaico delle proteste di questi giorni i “contoterzisti”: coltivano la terra di altri, ma non godono delle stesse agevolazioni degli agricoltori. Ma negli ultimi anni sono stati danneggiati nella stessa misura dagli aumenti stellari dei prezzi del gasolio, dei fertilizzanti e delle materie prime.

 

Da La Repubblica del 3 febbraio 2024

 


 

E’ NECESSARIA UN’ ALLEANZA TRA ECOLOGIA E TRATTORI

 

di Grazia Pagnotta

Le analisi svolte in questi giorni sulle mobilitazioni degli agricoltori, le loro le loro preoccupazioni e i difetti delle normative europee e nazionali in materia, ci inducono a renderci conto che le cause delle proteste devono essere valutate con coscienziosità, perché in parte essi hanno ragione, e in parte no.

Ma c’è dell’altro, importantissimo, in questa vicenda che va portato in primo piano. Essa evidenzia come nelle politiche agricole dell’Unione europea e dalla loro attuazione da parte degli Stati siano ancora centrali le caratteristiche di quel modello economico che ha spogliato e continua a spogliare la natura, che denunciò per prima Rachel Carson con il suo “Primavera silenziosa” nel lontano 1962. Più di altri l’Italia è il Paese che nei secoli ha trasformato parte della sua natura in paesaggi plasmati da un’agricoltura sapiente che fruiva dei suoi frutti senza distruggerla, cosi mantenendo la bellezza dei luoghi.

Poi a meta ‘900 in tutto il mondo occidentale l’agricoltura è divenuta un’industria irrispettosa. Tutti siamo al corrente che indiscutibilmente tale modello deve essere cancellato: bisogna coltivare meno e diversamente perché la natura possa sfamare gli 8 miliardi che siamo, bisogna allevare meno e diversamente perché non continui il riscaldamento della terra.essi

E se siamo la specie con maggiori capacità intellettive, la nostra coscienza deve imporci il rispetto degli animali mangiando molta meno carne e non allevata intensivamente.

Conseguentemente questa mobilitazione mostra che la soluzione della grande questione ambientale con tutti suoi molteplici aspetti non si risolve riducendola al solo problema del riscaldamento ambientale. La perdita di biodiversità di cui è stato responsabile il modello economico di cui questa agricoltura fa parte  è enorme e non più invertibile. Si può ormai soltanto correre ai ripari. E’ chiaro che dappertutto vi è assenza di politiche all’altezza dell’urgenza della questione Ambientale, ma è comunque ai poteri pubblici nazionali e sovranazionali che spetta la responsabilità di avviare la transizione e questi non possono continuare a sottrarvisi.

Infine, e questo è l’aspetto più importante, questa mobilitazione evidenzia quanto la questione sociale e la questione ambientale siano incardinate una con l’altra: l’attuale agricoltura non è sostenibile per l’ambiente come non è sostenibile per i contadini, che pure ne sono stati compartecipi  e complici, e che sono segnati dalla contraddizione del loro essere a contatto con la natura e al tempo stesso di distruggerla con le attuali pratiche; è un’agricoltura che non ha più prodotto per nutrire ma per arricchire i dominanti del settore agroindustriale, un’agricoltura molto distante un’agricoltura molto distante dalla Dichiarazione di Nyéléni del 2007 che ha fissato il principio del “diritto dei popoli di definire i loro sistemi alimentari e agricoli e il diritto a un’alimentazione sana e culturalmente adeguata prodotta con metodi ecologici e sostenibili che rispettino i diritti umani”.

La transizione ecologica ha dei costi che non devono ricadere in modo asimmetrico solamente su alcune fasce sociali, le più umili, come ha ben mostrato la vicenda dei gilets jaunes. Per questo si devono predisporre reti di protezione a lungo termine che accompagnino la trasformazione, un “welfare verde per la transizione” che tenga lontani o inciampi in modalità e provvedimenti che possono rivelarsi classisti. E se per questo vi è bisogno di nuove impalcature istituzionali, è un motivo in più per affrettarsi.

È vero che gli agricoltori si sono mobilitati anche contro provvedimenti di transizione ecologica, e questo è certamente grandemente errato, ma non vanno giudicati distruttori regressivi, e il loro deve essere reputato un ruolo centrale nella transizione, poiché gestiscono grandi estensioni di territori in tutti i Paesi.
Negli ultimi anni inoltre pagano le conseguenze del cambiamento climatico con il dissesto idrogeologico e la siccità.

Dunque questa mobilitazione europea può divenire un tornante per il futuro dell’umanità se si salda un’intesa degli agricoltori con l’ambientalismo per la difesa del pianeta, se agricoltori e ambientalisti si riconoscono reciprocamente come attori centrali del cambiamento, se costruiscono un patto per la transizione.

Inoltre poiché le organizzazioni dei più giovani ecologisti vengono represse dalle forze dell’ordine e i contadini no, si tratterebbe anche di un patto per la democrazia. E aggiungiamo che soltanto con un’azione collettiva si potrà ottenere giustizia ambientale e giustizia sociale.
Un’azione in ultima analisi per la sopravvivenza dell’umanità, poiché ricordiamoci con umiltà che la terra, che ha miliardi di anni, non ha bisogno degli uomini, e potrà continuare a esistere anche senza la specie umana.

 

Da Il Fatto Quotidiano del 3 febbraio 2024

 


 

Slow Food: “Strumentalizzate le difficoltà. Il grosso dei fondi a coltivazioni intensive”. L‘associazione si schiera a fianco degli agricoltori: “Risultato frutto di decenni di miopia politica”

 

«Strumentalizzare le difficoltà di chi lavora la terra è una pericolosa miccia che sta incendiando l’Europa ed è il frutto di decenni di miopia politica»:

Slow Food Italia commenta cosi, in una nota, le proteste di queste settimane che vedono come protagonisti gli agricoltori in vari Paesi dell’Europa, compresa l’Italia.

Per Slow Food «purtroppo una protesta che esprime disagio profondo viene banalizzata, ricondotta a scontro fra contadini e ambientalisti, fra contadini e Unione Europea, cavalcata e strumentalizzata da chi cercherà di trarne vantaggi elettorali o tutela di interessi privati».

Secondo Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, quanto sta accadendo «è il frutto di decenni in cui la politica ha trascurato l’agricoltura, le condizioni di vita e di lavoro di chi produce cibo soprattutto nelle aree interne. Il nostro sistema alimentare – afferma Milano – non protegge le sue fondamenta, la terra e chi la lavora, ma annienta proprio gli agricoltori più virtuosi e genera sprechi intollerabili.  La soluzione per Slow Food è il sostegno a chi produce il cibo seguendo pratiche agroecologiche. «ll Green Deal è un percorso necessario – evidenzia Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia – questi anni sono decisivi. Dobbiamo sostenere e accompagnare chi produce il nostro cibo seguendo pratiche agro-ecologiche e supportare tutti gli altri, attivando percorsi condivisi.
Si parla degli ingenti sussidi europei all’agricoltura, ma si dimentica – conclude – che i soldi delle Pac continuano ad andare a poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% degli imprenditori agricoli e premia l’agricoltura intensiva».

Come a dire che la politica sostiene con milioni di euro un‘agricoltura intensiva che impoverisce la terra senza peraltro arricchire nessuno, mentre allevatori e contadini virtuosi vengono lasciati soli e senza futuro. Così come – spiega Slow Food – sono spesso senza prospettive le terre dalle quali provengono gli stessi contadini. Terre che coprono quel 70% di aree interne italiane trascurato da ogni governo.

(RE).

 

Da La Stampa del 3 febbraio 2024

 


 

MELONI FREGA I TRATTORI,
I GIORNALONI LI SNOBBANO

 

di Daniela Ranieri

Abbiamo letto su Repubblica un editoriale sui “nuovi kulaki”, che sarebbero gli agricoltori e gli allevatori che stanno protestando in mezza Europa, e ci siamo fatti l’idea che questi siano, com’eran o nella Russia zarista, latifondisti privilegiati che stanno per essere spazzati via dal comunismo dei soviet. Studiata un po’ la materia, però, abbiamo dovuto riporre lo spumante per altra occasione.
Coloro che la grande stampa sovvenzionata e padronale fa passare come “a g r o va n d a l i ”(Il Foglio) e “vecchi forconi” che “mettono a ferro e fuoco la capitale belga” (Rep) sono i lavoratori che materialmente producono ciò che mangiamo, ed è solo per la famosa eccezione che conferma la regola che Michele Serra si chiede, sul giornale degli Elkann, come mai quando vediamo comparire i trattori non sappiamo come prendere posizione, al contrario di quando vediamo scioperare gli operai. Invece la stampa padronale sa benissimo che posizione prendere, in entrambi i casi: bisogna stare sempre dalla parte dei padroni che stanno più in alto.
Per capire come sia tutta questione di ciò che Marx chiamava “struttura ”, bisogna guardare all’atteggiamento del governo guidato dalla underd ogMeloni, che all’Agricoltura (e Sovranità alimentare!) ha messo suo cognato perché tra i suoi parenti era il più meritevole.

Lollobrigida, nel tempo libero tra un trapianto di capelli forse eseguito in Turchia (in spregio alla sovranità tricologica) e un treno ad alta velocità fermato nella campagna romana, si è recato a Verona alla Fieragricola, dove ha declamato davanti a qualche agricoltore amico: bisogna “protegge re il Made in Italy perché siamo una nazione piccola e se non difendiamo questo livello di qualità, il giusto prezzo, il giusto reddito dei nostri agricoltori, noi come nazione perdiamo il senso di esistere!”; poi ha espresso dolore per una bandiera della Coldiretti bruciata dai manifestanti a Viterbo.
Il governo, per bocca della autorevole Santanchè (a proposito: ha poi pagato fornitori e Tfr? È vero che la sua azienda intascava finte Casse integrazione e bonus pandemia?), ha spiegato che gli agricoltori ce l’hanno con l’Europa, non col munifico governo di destra. Salvini, che come al solito non sa manco di cosa parla, emette uno struggente: “La Lega non lascerà soli gli agricoltori di fronte alle scelte scellerate dell’Europa”.

Peccato che siano gli stessi manifestanti a smentirli. Se è vero che vengono dall’Europa l’intesa col Mercosur (mercato di libero scambio dell’America latina), che porterebbe a un’invasione sul mercato di prodotti non italiani, e la Politica agricola comune (Pac), che impone di tenere a riposo il 4% dei terreni per accedere ai contributi comunitari, è stato il governo a reintrodurre l’Irpef sui terreni agricoli, cioè a tassare vieppiù una categoria in difficoltà; è il governo a orientare la politica energetica nazionale appoggiando la dispendiosa guerra in Ucraina e la demente logica atlantista delle sanzioni alla Russia, che hanno punito Putin con una crescita del 3% del Pil e premiato noi con un balzo dei prezzi del gasolio agricolo; è la Meloni a dire “a b bi amo portato da 5 a 8 miliardi i fondi del Pnrr per l’Agricoltura ”, fingendo di aver deciso di fronte alle proteste un aumento annunciato a novembre e dunque già noto agli agricoltori, i quali dicono che comunque quei fondi vanno alle multinazionali.

Povero Lollobrigida: mentre lui faceva battaglie autarchiche contro la farina di insetti e la carne sintetica (un divieto, questo, su una cosa che non esiste ancora e che potrebbe essere dichiarato inapplicabile dalla Commissione europea) la “struttura” prendeva coscienza della fregatura (l’agricoltore Danilo Calvani: “Hanno costituito il ministero della Sovranità alimentare, ma noi non ce ne siamo proprio accorti”).

Quanto potrà continuare Meloni a fingere che sia colpa dell’Europa e delle élite ecologiste? Il governo è del tutto in linea coi padroni delle ferriere che scaricano sui produttori i costi della transizione energetica a vantaggio dei ricavi della grande distribuzione, la quale decide i prezzi dei prodotti (che per le famiglie sono sempre più cari, ma per i quali i contadini si vedono riconoscere il 10,4% in meno rispetto all’anno scorso) e non ha nessuna intenzione di intaccare i maxi-profitti delle multinazionali.

“La transizione ambientale non è un pranzo di gala”, ammonisce Giannini su Rep , dimenticando che le aziende agricole italiane sono per il 93,5% famigliari; ciò su uno dei giornali di quella ex Fiat che ha ricevuto dallo Stato 220 miliardi dal 1975, che oggi nelle vesti di Stellantis ha preso un miliardo di incentivi solo nel 2024 e il cui Ceo Tavares minaccia di portar via gli stabilimenti nazionali se non avrà altri soldi dallo Stato, cioè nostri.
Scriveva Marx: “L’interesse dei contadini non è quindi più, come ai tempi di Napoleone, in accordo, ma in contrasto con gli interessi della borghesia, col capitale”.

 

Da Il Fatto Quotidiano del 6 febbraio 2024

 


 

I trattori a Roma:

«No al fotovoltaico e ai governi filo-Ue»

Al raduno sulla Nomentana produttori da Abruzzo e Toscana:
«Siamo vittime della grande distribuzione e delle politiche verdi»

 

di ANGELO MASTRANDREA – Roma

I primi trattori sono arrivati a Roma, il più grande comune agricolo d’Europa, ieri di prima mattina. Hanno superato il Grande Raccordo Anulare, l’autostrada che circonda ad anello la città, e si sono sistemati su una collinetta e un piazzale lungo la via Nomentana, nel quadrante nord-est della capitale. Provenivano dall’Abruzzo, dalla Toscana e alcuni di loro dall’agro romano. Velio Contu, un allevatore di origini sarde proprietario di azienda con un migliaio di pecore a Guidonia, poco lontano, ha fatto gli onori di casa prendendosela, in ordine alfabetico, con gli ambientalisti «teorici», gli animalisti «che difendono gli orsi e non le persone», la burocrazia statale, le organizzazioni di categoria e i sindacati «che sono i peggiori».
Gli allevatori abruzzesi – arrivati da Montesilvano e da Pescara – sono arrivati per protestare, tra le altre cose, per il problema dei branchi di lupi che sgozzano le pecore e dei cinghiali che devastano i terreni. «Ci aspettiamo che il governo decida almeno un abbattimento della fauna selvatica», dicono.

IL MINIMO COMUNE denominatore per tutti è la contestazione delle politiche agricole europee «che consentono le importazioni di materie prime geneticamente modificate o trattate con pesticidi che da noi sono vietati» e delle associazioni come Coldiretti «che non fanno i nostri interessi». Molti di loro vi sono iscritti, «ma solo perché siamo costretti».
Molti ce l’hanno con gli espropri dei terreni per impiantare pannelli fotovoltaici, altri chiedono la cancellazione dell’accisa sul gasolio, circa 13 centesimi al litro che diventano una cifra importante su un pieno da 500 litri per un trattore. Tutti esprimono un malessere rivolto a un governo di destra che in gran parte hanno votato e che, sostengono, finora li ha delusi perché non li ha protetti di fronte a quello che ritengono il vero nemico: l’Unione europea da cui, per paradosso, prendono molti contributi economici.

Da Tokyo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha provato a fargli da sponda: si è detta disponibile a un confronto e ha attaccato l’«ideologia green», sostenendo che «molta della rabbia degli agricoltori viene da una visione ideologica della transizione ecologica che ha pensato di poter difendere l’ambiente combattendo gli agricoltori».

In realtà, il malessere degli agricoltori – tutti imprenditori che sono proprietari anche di centinaia di ettari di terreni e di allevamenti con centinaia e a volte migliaia di animali – è dovuto al fatto che non riescono più a determinare il prezzo delle materie prime, che invece viene fatto dalla grande distribuzione. «Il mercato è controllato dalla grande industria e dall’Unione europea», dice uno di loro. «Chiediamo al governo che imponga che le materie prime dei prodotti made in Italy siano davvero italiane», dice Roberto Rosati, un imprenditore agricolo del teramano. Gli agricoltori propongono anche che gli appalti pubblici delle mense ospedaliere e scolastiche obblighino le aziende fornitrici a usare solo prodotti italiani.

A FINE GIORNATA al presidio sulla Nomentana si contavano più o meno 700 trattori ed entro giovedì se ne attendono 1.500. Alle porte della capitale gli agricoltori si sono radunati pure a Cecchina, Formello e Valmontone. Un altro presidio, organizzato dal Comitato agricoltori traditi della zona pontina, è in preparazione all’ingresso sud di Roma.Il loro leader Danilo Calvani ieri ha partecipato a un incontro in questura per stabilire modalità e tempi di un corteo, tra giovedì e venerdì, «probabilmente anche con trattori». L’atteggiamento delle forze dell’ordine è molto morbido, ma è arrivata pure l’indicazione ai manifestanti di sfilare senza i trattori, o con una presenza simbolica, e di evitare blocchi stradali non concordati.

ALLA PRESENTAZIONE del festival di Sanremo, anche Amadeus si è schierato con i manifestanti, dicendo che se verranno li ospiterà sul palco. «Se ci farà salire sul palco io sono pronto a venire» gli ha risposto Tonino Monfeli, il coordinatore della protesta che per alcuni giorni ha bloccato il casello autostradale di Orte.

 

Da Il Manifesto del 3 febbraio 2024

 


 

GLI AMBIENTALISTI CERCANO PUNTI DI CONVERGENZA CON LA PROTESTA

Fridays e Ultima generazione: con loro, ma diversi

 

di LORENZO TECLEME

La protesta dei trattori e il movimento per il clima sono stati raccontati da molti come contrapposti. Un po’ per oggettive differenze – gli uni chiedono di alleggerire il Green Deal, gli altri lo considerano gravemente insufficiente. Un po’ per il diverso trattamento riservatogli finora. I blocchi stradali di realtà ecologiste come Ultima Generazione sono finiti in tribunale e diventati oggetto di decreti ad hoc. Quelli dei trattori non hanno conosciuto una reazione simile.

Ma proprio da Ultima Generazione parte il tentativo di unire i due fronti. «Coi trattori condividiamo diverse cose. Sicuramente la preoccupazione per il futuro, sicuramente la forma della protesta e – a occhio e croce – presto potremo condividere anche le celle, visto che l’attuale governo non apprezza i blocchi stradali» diceva pochi giorni fa Tommaso Juhasz, uno degli attivisti di Ug che in questi giorni si è unito alle manifestazioni degli agricoltori. «Siamo andati in piazza con loro prima di tutto per capire» spiega al manifesto. «Ci sono molte cose diverse dentro. C’è percezione di apartiticità, ma si respira in parte anche la volontà della Lega di dare una spallata a Fratelli d’Italia in vista delle Europee. C’è chi ha cinquanta ettari, chi cinquecento, chi cinquemila. Spesso i più grandi parlano per tutti» dice. In che modo la lotta per il clima e gli interessi di chi fa agroalimentare si conciliano? «La transizione alimentare è un pezzo necessario della transizione ecologica. Gli agricoltori sono i primi danneggiati dalla crisi climatica. È una roulette: quest’anno è toccato a Emilia Romagna e Toscana, con alluvioni devastanti anche e soprattutto per le aziende agricole. L’anno prossimo a chi? Ma c’è un problema di credibilità. Può essere credibile la baronessa Von der Leyen, che parla del burger di grilli mentre mangia chianina? Lo stesso vale per la Pac (Politica agricola comunitaria): ora tutti contrari, ma al momento del voto – salvo tre o quattro eurodeputati – i partiti hanno detto sì».

Ultima Generazione è il pezzo di movimento per il clima che più ha ragionato in termini di rapporto con la mobilitazione dei trattori, ma non è l’unico. Giacomo Zattini, che è portavoce nazionale di Fridays For Future Italia, in un’azienda agricola è nato e cresciuto. «Ricordo l’ansia di portare la nostra splendida verdura al grossista. Puntualmente guadagnavamo due lire. Quando i miei genitori hanno dovuto chiudere è stato un grande dolore» ci racconta. Allo scoppio delle proteste anche lui è salito sul trattore di famiglia, ma per cercare un ponte tra ecologismo e agroalimentare. «Gli agricoltori sono coloro che spendono molto per portarci il cibo in tavola, ma il loro lavoro viene retribuito pochissimo» dice in un video pubblicato sui suoi canali social e ripreso da molti attivisti. «Il tutto senza dire della siccità, della grandine, dei mille problemi. La Pac sta dalla parte dei latifondisti: i soldi sono distribuiti per ettaro».

Giacomo Zattini è di Forlì, e ha vissuto da vicino l’alluvione della scorsa primavera. «I giornali si sono riempiti di foto delle città allagate, ma anche le campagne sono state piegate» spiega. «Dobbiamo unirci, per i piccoli agricoltori e contro le lobby dell’agro-business» è la sua conclusione.

Anche Tommaso Juhasz individua nell’Unione europea, come d’altronde gli agricoltori in piazza, il centro del problema. «La Pac favorisce lo status quo. L’80% dei fondi va ai grandi, ai piccoli rimangono le briciole. Si finanzia chi ha devastato gli ecosistemi».

Adriana Angarano è attivista di Fridays For Future, ma anche imprenditrice agricola.
«Concordo con alcuni dei punti delle proteste. In primis la contrarietà ai trattati di libero scambio, che favoriscono una concorrenza sleale. E poi la questione della democrazia, con la richiesta di tavoli tecnici di agricoltori che esaminino le novità. Su altri punti c’è evidentemente un problema di resistenza al cambiamento. Ma di nuovo, bisogna capire: se non si offre alle persone un’alternativa, non potranno che difendere il passato».

 

Da Il Manifesto del 6 febbraio 2024

 


 

 

L’AGRONOMO BOCCI (RETE SEMI RURALI)

«La Pac deve diventare politica sul cibo»

 

di LUCA MARTINELLI 

«La politica agricola comune (Pac) ha un problema di fondo: viene negoziata con gli attori e i corpi intermedi e sindacali del mondo agricolo, ma non è ancora vissuta come una politica dell’alimentazione e del cibo, non allarga lo sguardo ad altri attori, come i cittadini, con interessi diversi» sottolinea Riccardo Bocci, agronomo e direttore tecnico di Rete Semi Rurali.

Cosa significa?
Che resta molto settoriale, legata all’esigenza di garantire un welfare a un soggetto, l’agricoltore, che opera in un settore economico singolare, perché sta in mezzo, non fa i prezzi di ciò che vende e compra le materie prime che non produce lui.
La Pac (che vale un terzo del bilancio europeo, 387 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027, ma era arrivata a pesare il 50% del bilancio, ndr) è servita a tenere i prezzi bassi al consumo, a garantire un cibo di basso costo.

Che cosa manda in crisi questo modello?
Dalla strategia Farm to Fork a quella per la Biodiversità al 2030, dalle nuove richieste di riduzione dei pesticidi alle misure per il ripristino della natura, la Commissione ha varato una serie di misure che hanno un impatto sulla Pac ma che non sono state negoziate insieme alla nuova politica agricola comune 2023-2027. È il fallimento di una capacità di raggiungere un compromesso tra forze diverse dentro la società, che riguarda anche i sindacati, che non hanno percepito il malcontento.
Coldiretti, in particolare, non è stato in grado di gestirlo, perché è chiaro che gli agricoltori non si sono sentiti abbastanza protetti.

Quali errori ha commesso la Commissione europea?
Vedo cinque anni persi. La Commissione aveva fatto troppo affidamento sul fatto che le strategie parallele avrebbero consentito un cambiamento dei sistemi agrari appoggiandosi sui consumi: l’obiettivo di raggiungere un 25% di terreni in regime di agricoltura biologica non è nella Pac, ma nel Farm to Fork, ma come puoi raggiungerlo se non dando loro adeguata assistenza tecnica? Era chiaro che la Commissione voleva raggiungere l’obiettivo attraverso le scelte dei consumatori: se i cittadini avessero consumato “bio”, gli agricoltori lo avrebbero fatto. La Commissione invece di fare politica s’è appoggiata sul mercato, i cittadini visti come consumatori. Questo ingranaggio è crollato con la “guerra in Ucraina”, l’aumentano dei costi di produzione, il crollo del potere d’acquisto. La Commissione non è stata capace di ripensare la Pac, perché non aveva la forza di imporre ai sindacati qualcosa di diverso e questi non hanno fatto propria la sfida dell’agricoltura davanti ai cambiamenti climatici: chiedono reddito, sostegno al reddito, continuare a produrre in maniera industriale.

Che cos’è mancato in Italia?
I trattori sono mobilitati contro le rotazioni o il maggese (il riposo dei terreni) o per non ridurre l’uso dei pesticidi, posizione condivisa dal governo e dai sindacati che in Italia sono tornati a dire che “non si può produrre senza”. E invece, la Pac andrebbe riformata perché ancora oggi il contributo maggiore è legato alle superfici, contributo ad ettaro, non alle pratiche ecologiche. In Italia, però, mentre questa protesta montava, negli ultimi sei mesi si è parlato solo di “carne sintetica”, che tecnicamente non esiste.

 

Da Il Manifesto del 6 febbraio 2024

 

 

 

 

 

 

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