n° 39 del 25/09/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò *(Pd): agevolazioni fiscali per gli rimpatriati anche con lo “Smart Working”.

01bis –  Schirò *(Pd) – elezioni tedesche: andiamo a votare, scegliamo l’Spd, sosteniamo le candidate ed i candidati di origine straniera. Le elezioni politiche in Germania sono un’occasione da non sottovalutare e, soprattutto, da non perdere per i cittadini di origine straniera che vivono e lavorano nella Repubblica federale.

02 – La Marca *(Pd) – elezioni canadesi: terzo mandato per Trudeau e buone prospettive per i rapporti Italia-Canada. Buon lavoro agli eletti italo-canadesi.

03 – La Marca* (Pd): Il “Travel Ban” da novembre sarà superato. Grande soddisfazione per i nostri connazionali che risiedono negli stati uniti.

04 – Alfiero Grandi*: I Draghi sono due? La questione clima e le iniziative per evitare il disastro ambientale sono centrali.

05 – Simone Valesini*: La silenziosa guerra per realizzare miniere sul fondo degli oceani

06 – Una gran noticia. Green Pass: Pronto una circular sobre los italianos vacunados en el exterior.

07 – Stefano Kenji lannillo*: La storia sempre possibile Ricordo. Il privilegio di guardare il secolo breve attraverso una passione mai sopita.

08 – Francesco Pallante*: Se il Parlamento è il primo nemico di se stesso Democrazia «diretta». Beninteso, il Parlamento è in molti casi responsabile per la propria incapacità d’azione, come nel caso dell’eutanasia, che non è stato capace di disciplinare, nel termine di un anno assegnatogli dalla Corte costituzionale, con una legge compatibile con la Costituzione. La soluzione, tuttavia, è rafforzare, non indebolire il Parlamento.

09 – Entro ottobre Green pass a tutti gli italiani all’estero vaccinati.*

10 – Italiani all’estero, Merlo (MAIE)*: interroga Brunetta: “Urgente che i dipendenti della rete consolare tornino al lavoro presenziale

11 – Vanessa Barbara*: Le mosse disperate di Jair Bolsonaro. Il presidente brasiliano sta minacciando un colpo di stato. Forse per lui si tratta dell’unica via d’uscita (a parte governare bene, cosa che non sembra interessargli).

12 – Fermare il lavoro minorile*. Poche scene sono più raccapriccianti della vista di un bambino di tre anni con un martello in  mano che spacca grosse pietre da vendere per  qualche soldo.

13 – Patrick  Gathara*: le vere ragioni della radicalizzazione. Un articolo scritto ad agosto per Harper’s  magazine il giornalista Joseph Bernstein ha  messo in dubbio l’idea che la crisi di fiducia  nelle istituzioni d emocratiche occidentali  nell’era della Brexit e di Donald Trump sia  colpa della disinformazione diffusa sui social  network.

14 – Paolo Favilli*:Leggere oggi Marx, tra analisi, storia e concetti-chiave. SAGGI*. Anticipiamo dal volume «A proposito de “Il capitale”. Il lungo presente e i miei studenti», da oggi in libreria con Franco Angeli. Lo stralcio si concentra sui saperi non economici e la riproduzione.

 

 

01 – SCHIRÒ (PD): AGEVOLAZIONI FISCALI PER GLI IMPATRIATI ANCHE CON LO “SMART WORKING”. IMPORTANTE CHIARIMENTO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE SUL DIRITTO ALLE AGEVOLAZIONI PREVISTE DAL “REGIME FISCALE PER GLI IMPATRIATI” ANCHE PER I LAVORATORI CHE RIENTRANO IN ITALIA PER SVOLGERE UN’ATTIVITÀ LAVORATIVA IN “SMART WORKING” PER UN DATORE DI LAVORO RESIDENTE ALL’ESTERO. 21 settembre 2021

Un nostro connazionale il quale si era trasferito nel 2013 negli Stati Uniti (e si era iscritto all’Aire nel 2019) aveva informato l’ADE che intendeva trasferirsi in Italia con il nucleo familiare (moglie e figlia)  per continuare a svolgere l’attività lavorativa  alle dipendenze di una società statunitense in modalità “smart working” per un periodo (come concordato con il datore di lavoro) di almeno due anni.

Il nostro connazionale aveva quindi chiesto chiarimenti sulla possibilità di poter usufruire del regime speciale per i lavoratori impatriati per i redditi da lavoratore dipendente in “smart working” prodotti in Italia.

L’Agenzia delle Entrate nella sua recente risposta (n. 596/2021) ha chiarito che il nostro connazionale potrà beneficiare dell’agevolazione fiscale stabilita dall’articolo 16, comma 1, del d.lgs. n. 147 (e successive modificazioni e integrazioni) per i redditi prodotti in Italia a partire dal periodo di imposta nel quale trasferisce la residenza fiscale in Italia (in questo caso dal 2021) e per i successivi quattro periodi di imposta.

Inoltre, ha ulteriormente precisato l’Agenzia, la presenza di un figlio minorenne permette di fruire dell’agevolazione per ulteriori cinque periodi di imposta (anche se con una riduzione dello sconto sull’imponibile dal 70 al 50 per cento).

Si ricorda che per fruire del trattamento di cui all’articolo 16 del decreto Internazionalizzazione, come modificato dal decreto Crescita, è necessario che il lavoratore:

  1. a) trasferisca la residenza nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 2 del TUIR;
  2. b) non sia stato residente in Italia nei due periodi d’imposta antecedenti al trasferimento e si impegni a risiedere in Italia per almeno 2 anni;
  3. c) svolga l’attività lavorativa prevalentemente nel territorio italiano.

Inoltre, sono destinatari del beneficio fiscale i cittadini dell’Unione europea o di uno Stato extra UE con il quale risulti in vigore una Convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale che:

  1. a) sono in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto “continuativamente” un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
  2. b) abbiano svolto “continuativamente” un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.

La normativa attualmente in vigore, giova sottolineare, non richiede – come chiarito dall’ADE – che l’attività sia svolta per un’impresa operante sul territorio dello Stato italiano, pertanto, possono accedere all’agevolazione i soggetti che vengono a svolgere in Italia attività di lavoro alle dipendenze di un datore di lavoro con sede all’estero, o i cui committenti (in caso di lavoro autonomo o di impresa) siano stranieri (non residenti).

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42

00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it – angela-schiro.com)

 

 

01bis –  SCHIRÒ (PD) – ELEZIONI TEDESCHE: ANDIAMO A VOTARE, SCEGLIAMO L’SPD, SOSTENIAMO LE CANDIDATE ED I CANDIDATI DI ORIGINE STRANIERA. Le elezioni politiche in Germania sono un’occasione da non sottovalutare e, soprattutto, da non perdere per i cittadini di origine straniera che vivono e lavorano nella Repubblica federale. E non solo perché qualunque cosa si decida negli assetti e nelle prospettive di governo di un Paese, essa ricade su tutti coloro che vi abitano, che vi lavorano, che vi hanno formato la propria famiglia e che conducono in esso la loro esistenza. 24 Settembre 2021

Le elezioni sono anche una tappa importante di un percorso di costruzione di cittadinanza, soprattutto per coloro che hanno origini straniere, che hanno dovuto lottare non poco per costruire e rafforzare la propria identità in un Paese diverso.

Le persone di origine straniera che sono diventate cittadini di questo grande Paese, dunque, non ci pensino due volte e facciano valere i loro diritti di cittadinanza, esercitando un loro diritto primario, quello di voto e di partecipazione alla scelta degli assetti e delle persone che nei prossimi anni dovranno governare. Sapendo anche che quello che succederà nelle prossime elezioni in Germania condizionerà non marginalmente molte situazioni a livello europeo.

In questo momento, poi, siamo impegnati ancora duramente per sconfiggere una pandemia devastante e abbiamo bisogno di rafforzare i vincoli di mutualità e di socialità. Dobbiamo far tesoro anche per il futuro della dura lezione della pandemia: i servizi sanitari, l’assistenza alla persona, la prevenzione, i sistemi di cura non possono essere misurati con il metro del contenimento finanziario, ma con quello della difesa della vita e della salvaguardia dell’ambiente in cui essa si svolge.

È per questo, e non solo per una mia scelta ideale ed etica, che il mio orientamento è per una formazione politica che metta insieme principi di solidarietà, esperienza e forza di governo e una linea d’azione riformatrice, capace di innovare senza lasciare nessuno per strada.

È per questo che il mio invito alle elettrici ed agli elettori è quello di votare un partito come l’SPD e un candidato premier come Olaf Scholz, che interpreta pienamente questa visione politica e ideale, ha una solida esperienza di gestione pubblica alle spalle, ha una profonda convinzione europeistica e ha dato prova di volere riparare i guasti duraturi e profondi della pandemia facendo ricorso all’arma della solidarietà tra i popoli europei.

Il mio ulteriore appello è quello di sostenere con il voto le candidate ed i candidati delle comunità immigrate, non per un richiamo etnico, ma perché essi hanno sperimentato sulla loro vita il peso della lotta per conquistare diritti e giustizia sociale e, dunque, sapranno fare tesoro di questa loro esperienza a beneficio di tutti i cittadini.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA)

 

 

02 – La Marca (Pd) – ELEZIONI CANADESI: TERZO MANDATO PER TRUDEAU E BUONE PROSPETTIVE PER I RAPPORTI ITALIA-CANADA. BUON LAVORO AGLI ELETTI ITALO-CANADESI. 21 settembre 2021

LE ELEZIONI FEDERALI IN CANADA HANNO DATO UN TERZO, STORICO MANDATO AL PRIMO MINISTRO USCENTE JUSTIN TRUDEAU, SIA PURE ALLA TESTA DI UN GOVERNO DI MINORANZA, COM’ERA QUELLO PRECEDENTE. ANCHE SE IL PREMIER NON RAGGIUNGE L’OBIETTIVO PREFISSATO DI UNA MAGGIORANZA AUTONOMA E IL PARTITO LIBERALE PAGA LE CONSEGUENZE DELLA SCELTA DI ANTICIPARE LE ELEZIONI, DA MOLTI CONSIDERATA NON GIUSTIFICATA, LA STABILITÀ DEL QUADRO POLITICO CANADESE E L’OMOGENEITÀ PROGRAMMATICA DELLE FORZE RIFORMATRICI FANNO PENSARE A UNA LEGISLATURA OPEROSA E COSTRUTTIVA.

È la cosa di cui il Canada ha bisogno per superare la quarta fase della pandemia e per ritornare ad una attiva normalità con tutte le sue importanti potenzialità sociali ed economiche. Credo, inoltre, che nel risultato si possa leggere una domanda di uscita dalla pandemia con maggiori sostegni e sicurezze sanitarie e sociali, con un impegno attento per una ripresa delle attività lavorative e professionali, con misure più certe e incisive contro le mutazioni climatiche e a tutela dell’ambiente, con azioni più leali e concrete a favore delle popolazioni native.

Le prospettive si annunciano favorevoli – e me ne compiaccio vivamente – per l’ulteriore sviluppo dei già ottimi rapporti tra il Canada e l’Italia, che durano ormai da tempo e che nella presenza di una consolidata e qualificata comunità italo-canadese trovano un solido ancoraggio e un continuo fattore di impulso.

Desidero, infine, esprimere le mie felicitazioni e fare i miei auguri di buon lavoro a tutti gli eletti italo-canadesi nella Camera dei Comuni, di ogni schieramento, con la speranza di potere sviluppare nel prossimo futuro rapporti proficui a beneficio dei nostri due Paesi e della nostra comunità.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.- Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America- Electoral College of North and Central America)

03 – LA MARCA (PD): IL “TRAVEL BAN” DA NOVEMBRE SARÀ SUPERATO. GRANDE SODDISFAZIONE PER I NOSTRI CONNAZIONALI CHE RISIEDONO NEGLI STATI UNITI. 20 settembre 2021

Le disposizioni del “Travel ban” che impedivano ai cittadini europei di rientrare negli Stati Uniti a scopo di prevenzione del contagio da Covid 19 saranno superate dal prossimo mese di novembre per coloro che attesteranno un ciclo completo di vaccinazioni e l’esito negativo di un tampone effettuato nei tre giorni precedenti la partenza.

È questo la notizia data dal consigliere della Casa Bianca Jeff Zients e cortesemente anticipata dal Segretario di Stato Blinken al nostro Ministro degli esteri, On. Luigi Di Maio.

Esprimo la mia grande soddisfazione per il superamento di una situazione che appena qualche giorno fa, sollecitando ancora una volta il governo a intervenire presso le autorità americane, nell’aula di Montecitorio, avevo definito insostenibile.

Il mio pensiero va alle migliaia di connazionali che per un anno e mezzo sono restati lontani dai loro affetti e dai loro interessi, costretti a misurarsi quotidianamente non solo con l’ansia e il rischio del contagio, ma anche con la sofferenza della solitudine e della lontananza.

Oltre che le pressioni e l’insistenza degli interessati e di noi rappresentanti istituzionali sulle autorità americane e sui governi dei paesi di origine, un peso determinante nel conseguimento di questo risultato lo hanno avuto gli esiti positivi che sia in Europa che negli stati Uniti hanno avuto i rispettivi piani di vaccinazione.

Un motivo in più per insistere su questa strada con lo scopo di debellare definitivamente la pandemia, restituire pienezza alla vita delle persone e riportare la mobilità internazionale a una piena normalità.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

– Electoral College of North and Central America)

 

 

04 – Alfiero Grandi. I DRAGHI SONO DUE? LA QUESTIONE CLIMA E LE INIZIATIVE PER EVITARE IL DISASTRO AMBIENTALE SONO CENTRALI. PURTROPPO NELLA DISCUSSIONE POLITICA E SOCIALE SEMBRA CHE CI SIA ANCORA TEMPO, MENTRE LA RELAZIONE DEGLI SCIENZIATI DELL’ONU DENUNCIA IL DRAMMATICO RITARDO NELL’ADOTTARE LE MISURE NECESSARIE E SOTTOLINEA I RISCHI CONCRETI DI AGGRAVAMENTO DELL’ALTERAZIONE DEL CLIMA.

Il clima non è un capitolo come altri, quasi che dopo si potesse passare ad altro argomento. Oggi l’alterazione del clima è il punto centrale che deciderà del futuro stesso dell’umanità e le iniziative per fermare la deriva clima alterante sono la conseguenza indispensabile per rimediare al massimo possibile. Il PNRR ha avuto il merito, riprendendo orientamenti e input della Commissione Europea di dare centralità a questo tema con iniziative importanti e investimenti per 67 miliardi di euro.

TUTTAVIA LA NOVITÀ PNRR PER ORA È RIMASTA SULLA CARTA.

Forse anche per questo Draghi ha colto due occasioni pubbliche per rilanciare l’argomento. Le affermazioni più significative di Draghi sono: stiamo venendo meno alla promessa degli accordi di Parigi; se continuiamo con le politiche attuali raggiungeremo quasi 3 gradi di riscaldamento, il doppio dell’obiettivo di 1,5 gradi; il numero dei disastri legati al cambiamento del clima si è quintuplicato, anche in Italia; dobbiamo raggiungere un’intesa comune sulla necessità di ridurre in modo significativo tutte le emissioni ad effetto serra, incluso il metano, nel prossimo decennio, proponendo un lavoro comune in sede europea. Se Draghi ha fatto queste affermazioni e non vuole correre il rischio che gli si ritorcano contro per non avere realizzato le iniziative sul clima deve porsi un problema molto serio: tradurle in politiche reali nel più breve tempo possibile. Draghi deve trarre le conseguenze delle sue affermazioni e tradurle in concrete politiche di governo, senza trascurarne alcune implicazioni politiche internazionali. Se i paesi debbono essere chiamati a cooperare contro l’alterazione del clima la risposta migliore non è certo promuovere una politica militare muscolare verso la Cina con nuove alleanze militari, come gli Usa hanno promosso in questi giorni.

COMUNQUE IL PROBLEMA È CHE DRAGHI FA AFFERMAZIONI CONDIVISIBILI MA IL GOVERNO NON ATTUA QUELLE POLITICHE.

Non solo perché il ministro Cingolani si trastulla con il rilancio del nucleare civile in Italia ignorando il risultato di ben due referendum popolari che lo hanno bocciato, imponendo la chiusura delle centrali in Italia. Nella migliore delle ipotesi il ministro sta creando imbarazzo e confusione. Quanto soprattutto perché ad oggi non abbiamo in Italia un piano per il rilancio delle energie rinnovabili, soprattutto eolico offshore e fotovoltaico, senza trascurare altre fonti e in particolare l’uso dei pompaggi per stabilizzare la rete nei momenti di insufficiente produzione. Eppure è proprio il ministro Cingolani ad affermare che stiamo investendo nelle energie rinnovabili il 10% di quanto dovremmo, ma a queste affermazioni non c’è un seguito degno di questo nome. Da questo dovrebbe derivarne l’elaborazione a tambur battente di nuove ed incisive politiche energetiche ed ambientali, rivedendo drasticamente i precedenti piani, per realizzare i risultati di cui parla Draghi.

In sostanza si manifesta un evidente dualismo tra le affermazioni generali del presidente del Consiglio, che sono condivisibili, e una pratica reale del governo che non si muove nella stessa direzione e tanto meno lo fa con l’efficacia richiesta. Non bastano le semplificazioni, occorrono piani precisi e fondi che sostengano quanti vogliono investire nel settore delle rinnovabili. Probabilmente occorrono altri fondi oltre quelli del PNRR e quindi si può iniziare a togliere gradualmente gli incentivi che aiutano a produrre più CO2, che in Italia sono circa 17 miliardi di euro. Del resto, la crisi delle tariffe dell’energia elettrica che sta spingendo il governo a tentare di limitare i danni esiste per la speculazione sui prodotti di origine fossile ma anche per i ritardi accumulati nel settore delle rinnovabili. Questo perché siamo di nuovo in ritardo con gli investimenti nelle energie rinnovabili, dopo un breve periodo di impegno che faceva ben sperare.

Aggiungo una nota su una notizia che è stata sostanzialmente ignorata: Terna sta costruendo un secondo elettrodotto Nord Sud che affiancherà quello attuale. Solo che il secondo è concepito per portare l’energia dal Sud (rinnovabili) al Nord. Come si concilia questa scelta con la riconversione verso l’elettricità dell’apparato produttivo del Mezzogiorno? Si ritiene a Terna che il Mezzogiorno non avrà bisogno di energia perché le aziende sono desinate a chiudere? Il governo se n’è accorto? Questo è uno dei tanti problemi che Draghi deve risolvere, richiamando ai loro compiti e ad una coerenza tutti i ministri, pretendendo la presentazione di un nuovo piano energetico in tempi brevi, assumendo decisioni che riguardano l’insieme delle politiche ambientali. Altrimenti è concreto il rischio che ci siano due Draghi: uno che parla con efficacia nelle sedi internazionali e dimostra di essere consapevole delle sfide ambientali, l’altro che tollera che il suo governo razzoli male o non razzoli affatto. Per di più questa situazione è chiaramente un vincolo negativo per attuare il PNRR e i fondi che ad esso saranno collegati per una cifra imponente, attorno ai 240 miliardi, da investire entro il 2026.

Non si può sostenere da un lato, come è giusto, che Il PNRR deve essere la spinta fondamentale, insieme agli altri fondi, per cambiare il modello di sviluppo dell’economia, la qualità del lavoro, la sua distribuzione, innovare a fondo, e dall’altra restare ancorati al vecchio, finendo per portare le risorse a sostenere politiche vecchie, tradizionali e contro l’ambiente. Ad esempio, è stato giustamente ricordato che Eni, in barba a tutti gli impegni e alla spinta europea, prevede sostanzialmente di proseguire con le esplorazioni di petrolio e gas non solo in questa fase ma addirittura oltre il 2050, quando dovremmo raggiungere un’economia carbon free. Non ci sono solo i ministri, ci sono anche le aziende, a partire da quelle partecipate in modo significativo dallo Stato, che dovrebbero far parte di un progetto complessivo per il futuro dell’Italia nell’ambito delle scelte europee. Quindi il governo ha molto da fare e molto da dirigere chiamando a rispondere tutti i grandi protagonisti dell’economia nazionale.

Il gattopardo è sempre in agguato e al nostro gattopardo italiano interessa solo avere i finanziamenti, delle politiche ambientali ne fa volentieri a meno. Draghi deve decidere se vuole combattere il gattopardo, nelle sue diverse forme, o se vuole scendere a patti e limitarsi a dichiarazioni condivisibili. Vedremo quale dei due Draghi prevarrà nelle politiche concrete del governo.

*(Alfiero Grandi, è un politico e sindacalista italiano. Editorialista di JobNews)

 

 

05 – Simone Valesini*: LA SILENZIOSA GUERRA PER REALIZZARE MINIERE SUL FONDO DEGLI OCEANI. LA PRIMA PARTITA SI GIOCA SULL’ISOLA DI NAURU. L’INDUSTRIA MINERARIA PREME PER AVERE ACCESSO AI FONDALI SOTTOMARINI, MENTRE LA SCIENZA CHIEDE UNA MORATORIA PER NON DISTRUGGERE HABITAT NATURALI

Se vi chiedessero a bruciapelo cosa sia Nauru probabilmente non sapreste come rispondere. Eppure questo minuscolo stato micronesiano potrebbe aver aperto le porte a una rivoluzione che rischia di essere ricordata a lungo: l’inizio dello sfruttamento minerario dei fondali oceanici. Una nuova frontiera propugnata da alcuni come il futuro della tecnologia e dell’economia green, e considerata da altri, invece, come un pericoloso salto nel buio, che rischia di distruggere alcuni degli ultimi ecosistemi incontaminati (o quasi) del nostro pianeta.

Di questa seconda opinione è l’Iucn, o International union for the conservation of nature, che nel corso del suo congresso annuale tenutosi a Marsiglia ha appena votato una risoluzione, a maggioranza schiacciante, per chiedere una moratoria sulle operazioni minerarie sui fondali oceanici.

LA MICRONESIA AL CENTRO DELLA GEOPOLITICA

Che ruolo gioca Nauru, la più piccola repubblica indipendente al mondo, nella battaglia che infuria attorno alla nuova corsa all’oro sottomarina? È presto detto: a giugno il governo ha chiesto ufficialmente all’International seabed authority (o Isa, organismo fondato dalle Nazioni Unite per controllare tutte le attività connesse ai minerali presenti nei fondali marini internazionali) di velocizzare il processo decisionale in merito ai regolamenti che dovranno normare le attività minerarie sui fondali oceanici da parte di soggetti privati.

Una richiesta all’apparenza innocua, che ha innescato però una clausola poco nota della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che ora dà appena due anni all’Isa per approvare delle norme in materia, in mancanza delle quali, allo scadere della deadline Nauru e il partner industriale in quest’impresa, l’azienda canadese Deep Green (da poco rinominata The Metal Company), riceveranno un via libera (provvisorio ma vincolante) per le loro attività estrattive.

In sostanza, se non si troverà un accordo nei prossimi due anni è possibile che molti stati seguano l’esempio di Nauru, dando il via allo sfruttamento dei fondali oceanici su larga scala, in assenza di una qualunque normativa internazionale. Con quali rischi? Dipende a chi lo chiedete. Deep Green, per esempio, è un’azienda che fa dell’ecologismo la sua bandiera e vuole estrarre i minerali custoditi nei noduli polimetallici (formazioni minerali che costellano i fondali oceanici, ricche di cobalto, nichel, rame e altri metalli rari) per ottenere materie prime con cui realizzare batterie per auto elettriche. Lo scopo, ufficialmente, è quindi è quello di contrastare l’inquinamento e i cambiamenti climatici fornendo una spinta al settore dei trasporti green, e spostando nelle profondità dei mari le operazioni minerarie, di per sé estremamente inquinanti. Ma i rischi, secondo molti esperti ed ecologisti, sono superiori ai potenziali benefici.

UN GIOCO PERICOLOSO

La scienza sta infatti iniziando a studiare proprio in questi anni le forme di vita che abitano le aree più profonde dei nostri oceani, e con ogni nuova scoperta si rafforza l’idea che i fondali marini più profondi non sono affatto pianure desolate e disabitate. Al contrario, probabilmente ospitano ecosistemi complessi e ancora per lo più sconosciuti, di cui proprio i noduli polimetallici rappresentano una tessera cruciale. La specie più comune in questi ambienti, per esempio, è una spugna microscopica chiamata Plenaster craigi, che vive aggrappata ai noduli polimetallici, e filtra l’acqua nutrendosi del materiale organico proveniente dalle acque sovrastanti.

Secondo gli esperti, l’avvio di attività minerarie sui fondali oceanici farebbe letteralmente sparire la Plenaster craigi dalle aree in cui queste vengono portate avanti, e senza possibilità di ritorno: i noduli sono concrezioni minerali che impiegano milioni di anni per formarsi, e una volta distrutti l’habitat di queste spugne sparirebbe per sempre.

Non è tutto, ovviamente. Le attività estrattive provocherebbero necessariamente il rilascio di sostanze chimiche e sedimenti in grandi quantità, che andrebbero a inquinare non solamente i fondali (i cui ecosistemi sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti), ma anche le acque più superficiali, che ospitano un’enorme quantità di forme di vita potenzialmente a rischio (si stima che le acque al di sotto dei 200 metri di profondità ospitino circa il 90% della biosfera), e sostengono molte specie pescate per il consumo umano, con il rischio che l’inquinamento non distrugga solamente la biodiversità dei mari, ma provochi l’immissione di sostanze nocive anche nella catena alimentare umana.

È per queste motivazioni che l’International union for the conservation of nature ha votato (con 81 favorevoli, 18 contrari e 28 astenuti) la proposta di una moratoria internazionale sullo sfruttamento commerciale dei fondali marini, che, come documentato da IrpiMedia, è sempre più al centro delle attenzioni delle aziende del settore. Un documento che chiede agli stati membri di supportare lo stop alle attività estrattive di ogni tipo in attesa che “sia condotta una valutazione d’impatto rigorosa e trasparente, siano compresi a fondo i rischi ambientali, sociali, culturali ed economici delle operazioni minerarie nelle acque profonde, e sia assicurata un’efficace protezione degli ambienti marini”.

ORIZZONTE AL 2026

In attesa di vedere quali conseguenze potrebbe avere la proposta, la palla per ora passa all’Isa, che tecnicamente potrebbe votare un regolamento definitivo nel giro dei prossimi due anni, disinnescando la clausola attivata dalla richiesta di Narau. A sentire il segretario generale dell’Isa Michael Lodge, comunque, l’agenzia non sembra avere fretta.

Intervistato dalla Bbc, Lodge ha spiegato che se Narau e la The Metal Company richiedessero una licenza mineraria allo scadere dei prossimi due anni, i tempi di approvazione sarebbero lunghi. “Anche con le attuali normative provvisorie – ha spiegato Lodge – una richiesta di sfruttamento commerciale avrebbe di fronte un lungo percorso per essere approvata, costellato di verifiche e bilanciamenti”. Le previsioni di Lodge parlano di altri due o tre anni per terminare la pratica, non prima quindi del 2026.

Nonostante le rassicurazioni, in molti ritengono che quella contro le estrazioni minerarie nelle profondità oceaniche sia ormai una corsa contro il tempo. Proprio l’Isa, d’altronde, è sul banco degli accusati a causa delle sue procedure poco trasparenti, basate spesso su meeting a porte chiuse che non permettono agli osservatori internazionali di avere il polso della situazione. Un’abitudine censurata dalla stessa assemblea dell’Isa (organo di cui fanno parte tutti i membri dell’Autorità, a differenza del Consiglio e della commissione tecnico-legale che hanno un organico elettivo molto più ristretto), ma che per ora l’ente non sembra interessato a prendere in considerazioni.

*( Simone Valesini, giornalista Wired)

 

 

06 – UNA GRAN NOTICIA. GREEN PASS: PRONTO UNA CIRCULAR SOBRE LOS ITALIANOS VACUNADOS EN EL EXTERIOR.

“Senatore Ricardo Merlo: “Lo sforzo che abbiamo fatto come MAIE al Parlamento italiano sta per dare i suoi frutti. Il governo italiano, come dice quest’articolo da uno dei più importanti telegiornali in Italia, si prepara ad approvare il passaporto sanitario anche per chi sono stati vaccinati fuori dall’Europa con Sputnik o Sinopharm o con qualsiasi altro vaccino non approvato dall’UE. Restiamo atenti e portiamo avanti  questa battaglia che sono convinto vinceremo presto”.

Senador Ricardo Merlo: “El esfuerzo que hemos echo como MAIE en el parlamento italiano esta por dar sus frutos. El gobierno italiano, tal como dice esta noticia de uno de los noticieros más importantes de Italia, se prepara para aprobar el pasaporte sanitario también para los que se hayan vacunado fuera de Europa  con Sputnik o Sinopharm o cualquier otra vacuna no aprobada por la UE.  Seguimos atentos, adelante con ésta  batalla que estoy convencido venceremos  pronto

Testo completo dell’articolo:https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/green-pass-costa-a-breve-circolare-su-italiani-vaccinati-all-estero_38254494-202102k.shtm

07 – Stefano Kenji lannillo*: LA STORIA SEMPRE POSSIBILE RICORDO. IL PRIVILEGIO DI GUARDARE IL SECOLO BREVE ATTRAVERSO UNA PASSIONE MAI SOPITA.

NON HO MEMORIE DI QUEL SECOLO SCORSO CHE LEI HA COSÌ INTENSAMENTE ATTRAVERSATO E PROFONDAMENTE SEGNATO NELLA VITA E LA MEMORIA DI MILIONI DI PERSONE E DI CUI IN TANTI, IN QUESTI GIORNI, STANNO PARLANDO. NEGLI INCONTRI CHE HO AVUTO CON LEI, PERÒ, HO AVUTO LA FORTUNA DI SENTIRMI INVESTITO DA QUEL SECOLO CHE PRIMA CONOSCEVO SOLO TRAMITE I LIBRI E QUALCHE ARTICOLO RUBATO AI MEDIA MAINSTREAM. E grazie a lei sono stato colpito dalla sua profondità, dalla sua grandezza restituitami attraverso uno sguardo fremente di una passione mai sopita ancora curiosa che fino ad oggi ho incontrato solo nel suo volto. Ho vissuto il suo ’900 non, come sarebbe facile pensare, nella forma della memoria ma in quella della raffinatezza dell’analisi, dell’acutezza di uno sguardo allenato ad indagare le complessità del presente, quel presente che nonostante le difficoltà imposte dal tempo e dal corpo a lei non sfuggiva nelle sue problematiche più profonde. Un presente su cui continuava a domandarsi: cosa posso fare, qual è il mio ruolo in questa storia di sofferenze e soprusi che si chiama ancora oggi e nonostante tutti gli sforzi capitalismo?

D’altronde capirete l’emozione di uno studente nato nel 1992 – non quindi in un’altra fase politica ma in un’altra epoca storica rispetto agli anni del suo impegno – un giovane avellinese cresciuto nei movimenti studenteschi che nell’anno della sua laurea e quindi alla fine della sua esperienza di politica studentesca, sulle soglie del baratro della sinistra non rappresentata, ha potuto incontrare e confrontarsi con la Compagna Rossana Rossanda, colei che più di tutti rappresentava per me il simbolo di una storia ancora possibile, che non ha mai fatto sconti, che non ha mai negato le verità anche più dure, ma che nella sua ricerca è sempre riuscita ad individuare percorsi, tracce, cammini, orizzonti di società altre, di illuminare le potenzialità di quel che nella società, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università ancora si muove contro le insopportabili ingiustizie che con vecchi e nuovi volti ancora proliferano nel nostro tempo. Confrontarmi con la fondatrice di un giornale, il manifesto, che ha avuto un ruolo centrale nella mia formazione politica come lettura quotidiana e come esempio e simbolo di una verità immutabile: che non è mai vero che non c’è alternativa, che esistono sempre altre strade da poter percorrere insieme… La compagna di cui avevamo letto più volte, che incrociammo nei libri, nelle biografie divorate, nei racconti di quel mondo a noi così alieno, di quel secolo della politica e della rivoluzione, incontrato poi nei suoi stessi libri che furono tra i regali che più diffusamente ci scambiavamo.

*(S07 – Stefano Kenji lannillo: La storia sempre possibile Ricordo. Il privilegio di guardare il secolo breve attraverso una passione mai sopita.tralcio dall’intervento del 24 settembre 2020, in occasione del ricordo collettivo di Rossanda a piazza santi Apostoli).

 

 

08 – Francesco Pallante*: SE IL PARLAMENTO È IL PRIMO NEMICO DI SE STESSO DEMOCRAZIA «DIRETTA». BENINTESO, IL PARLAMENTO È IN MOLTI CASI RESPONSABILE PER LA PROPRIA INCAPACITÀ D’AZIONE, COME NEL CASO DELL’EUTANASIA, CHE NON È STATO CAPACE DI DISCIPLINARE, NEL TERMINE DI UN ANNO ASSEGNATOGLI DALLA CORTE COSTITUZIONALE, CON UNA LEGGE COMPATIBILE CON LA COSTITUZIONE. LA SOLUZIONE, TUTTAVIA, È RAFFORZARE, NON INDEBOLIRE IL PARLAMENTO.

Il primo nemico del Parlamento? Il Parlamento stesso, verrebbe da rispondere alla luce della riforma che ha travolto la normativa di attuazione degli istituti di democrazia diretta con la previsione della raccolta telematica delle firme. È bastato un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto-legge su semplificazioni e Pnrr (d.l. n. 77/2021, convertito nella legge n. 108/2021) per cambiare tutto. Se fino a ieri le 500mila firme necessarie a proporre un referendum abrogativo (art. 75 Cost.) o costituzionale (art. 138 Cost.) e le 50mila firme con cui sostenere una legge d’iniziativa popolare (art. 71 Cost.) andavano raccolte fisicamente, con i banchetti distribuiti sul territorio e i militanti per le strade, discutendo con gli elettori per convincerli a fermarsi e ad apporre la loro sottoscrizione, oggi tutto ciò è un ricordo.

Grazie alla nuova normativa è, infatti, oramai sufficiente attivare la piattaforma pubblica o aprire un sito internet e – così recita la norma – raccogliere le firme «mediante documento informatico, sottoscritto con firma elettronica qualificata», senza necessità di successiva autenticazione. Tutto ciò, in attesa che, a partire dal 1° gennaio 2022, la piattaforma pubblica consenta di procedere senza doversi assumere alcun onere (attualmente, l’utilizzo della piattaforma pubblica è a pagamento per i promotori, mentre l’impiego di appositi siti è economicamente oneroso anche per i sottoscrittori).

Bene ha fatto per primo Andrea Fabozzi a sollevare su queste pagine interrogativi e perplessità, sottolineando come proprio il clamoroso successo della nuova normativa, applicata alla raccolta delle firme per il referendum sulla cannabis, ne mostri appieno la problematicità. La soglia delle 500mila firme è stata raggiunta in una settimana, aprendo subito la strada a nuove iniziative: in particolare, quelle per la soppressione del c.d. green pass.

È come se il termine del 30 settembre previsto per il deposito delle firme dalla legge n. 352/1970 – in modo da consentire le successive verifiche di legalità e di legittimità da parte della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale e l’eventuale svolgimento del referendum nella finestra temporale compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno di ogni anno – avesse perso buona parte del suo significato. Un tempo, valeva a costringere i promotori a organizzarsi in anticipo, calibrando il proprio impegno attraverso un’adeguata mobilitazione delle risorse umane, strumentali ed economiche che dovevano condurli a ottenere tutte le adesioni necessarie.

Tra l’approvazione di una legge e la votazione della sua abrogazione referendaria necessariamente si poneva uno iato temporale e una mobilitazione politica che rendeva possibile la discussione, l’approfondimento, il confronto. L’emotio della contrapposizione, che aveva portato all’approvazione della legge contestata, aveva modo di raffreddarsi e la ratio poteva tornare a farsi sentire, assicurando una pur minima riflessione su una questione altrimenti ridotta a una conta tra Sì e No. Oggi, la decina di giorni che ci separa dalla fine del mese è – evidentemente – ritenuta adeguata a una mobilitazione telematica che, al di là dell’esito, non potrà che essere impulsiva, emozionale, vendicativa. Ci avete imposto l’obbligo del green pass? Benissimo, e allora vi rendiamo immediatamente pan per focaccia con il referendum abrogativo.

Beninteso, il Parlamento è in molti casi responsabile per la propria incapacità d’azione, come nel caso dell’eutanasia, che non è stato capace di disciplinare, nel termine di un anno assegnatogli dalla Corte costituzionale, con una legge compatibile con la Costituzione. La soluzione, tuttavia, è rafforzare, non indebolire il Parlamento. Tanto più trattandosi di un Parlamento incapace di cogliere l’effetto di delegittimazione delle sue stesse decisioni: nel caso in commento, oltretutto, nonostante il parere contrario del governo, che giustamente avrebbe voluto circoscrivere l’innovazione della firma telematica alle persone con disabilità.

Viene da chiedersi se davvero ha ancora senso attribuire il nome di «partiti» a entità, come quelle che esprimono i gruppi parlamentari di Camera e Senato, che sempre più si mostrano distanti da quei soggetti politici, consapevoli del proprio ruolo istituzionale e sociale, che i costituenti avevano posto alla base della nostra democrazia parlamentare

*( Francesco Pallante, ) è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Si interessa di fondamento di validità delle Costituzioni, processi costituenti, interpretazione del diritto, diritto non scritto, rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, diritto regionale.)

 

 

09 – ENTRO OTTOBRE GRAZIE AL MAIE GREEN PASS A TUTTI GLI ITALIANI ALL’ESTERO VACCINATI.* TUTTO È INIZIATO ATTRAVERSO CONTATTI DIRETTI AI PIÙ ALTI LIVELLI DI GOVERNO PORTATI AVANTI DAL SEN. RICARDO MERLO, PRESIDENTE MAIE ED EX SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI. POI SONO STATI GLI ATTI PARLAMENTARI A RICHIAMARE ANCORA UNA VOLTA L’ATTENZIONE DEL GOVERNO DI ROMA. GREEN PASS AGLI ITALIANI ALL’ESTERO? UN’ALTRA BATTAGLIA VINTA DAL MAIE.

Green Pass agli italiani all’estero? Un’altra battaglia vinta dal MAIE. Secondo quanto dichiarato dal governo, infatti, presto arriverà una soluzione anche per quei connazionali che oltre confine si sono vaccinati con immunizzanti non riconosciuti in Italia.

Come già anticipato da ItaliaChiamaItalia, Andrea Costa, Sottosegretario alla Salute, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà emanata una circolare “che crei le condizioni per riconoscere il Green pass ai cittadini italiani che si sono vaccinati all’estero con immunizzanti non autorizzati dall’Ema”.

Non è stato facile, ma grazie al lavoro e alla determinazione dei parlamentari del Movimento Associativo Italiani all’Estero presto anche questa sfida sarà superata. La politica italiana, si sa, si occupa degli italiani nel mondo poco o nulla; gli eletti all’estero, nella stragrande maggioranza dei casi, sono delle semplici figurine. Chi pensa dunque agli italiani all’estero se non il MAIE?

Tutto è iniziato attraverso contatti diretti ai più alti livelli di governo portati avanti dal Sen. Ricardo Merlo, presidente MAIE ed ex Sottosegretario agli Esteri: il senatore – attraverso messaggi e telefonate a ministri e sottosegretari – ha lavorato non poco per far capire ai membri dell’esecutivo interessati quanto fosse importante risolvere la questione del Green Pass per i nostri connazionali, anche per coloro che erano stati vaccinati con sieri non riconosciuti dall’Ema.

Poi sono stati gli atti parlamentari a richiamare ancora una volta l’attenzione del governo di Roma. L’On. Mario Borghese, vicepresidente MAIE, ha presentato giorni fa un Ordine del giorno, approvato dal governo il giorno 9 settembre, che impegnava l’esecutivo a trovare quanto prima soluzioni possibili. Presentato dal Movimento Associativo anche un emendamento in questo senso.

Insomma, con la tenacia e la caparbietà di sempre, il MAIE ha dimostrato ancora una volta di essere la sola forza politica capace di incidere a livello di politica nazionale e di governo, il solo partito a cui interessano davvero i nostri fratelli italiani oltre confine. Ancora una volta, per gli italiani all’estero, per fortuna che il MAIE c’è.

*(Fonte: ItaliaChiamaItalia)

 

 

10 – ITALIANI ALL’ESTERO, MERLO (MAIE)*: INTERROGA BRUNETTA: “URGENTE CHE I DIPENDENTI DELLA RETE CONSOLARE TORNINO AL LAVORO PRESENZIALE”.

Ricardo Merlo, Senatore e presidente del MAIE, chiede al ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta “quali misure voglia intraprendere per assicurare il rientro in presenza del personale delle Rappresentanze diplomatiche italiane e garantire ai connazionali residenti all’estero la corretta e adeguata erogazione dei servizi pubblici”

La curva dei contagi scende, così quella delle vittime del Covid; sempre più italiani si vaccinano. In Italia, dunque, tornano a lavorare in presenza impiegati e funzionari dell’Amministrazione Pubblica. E all’estero? Che succede nelle nostre sedi diplomatico-consolari oltre confine?

C’è bisogno più che mai che anche nelle Ambasciate e nei Consolati il personale torni a lavorare in presenza quanto prima. E’ proprio questa la richiesta, implicita, contenuta nell’interrogazione parlamentare presentata dal MAIE, primo firmatario il Sen. Ricardo Merlo, al ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta.

In particolare, Merlo – presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero ed ex Sottosegretario agli Esteri – chiede al ministro “se l’obbligo dell’impiego delle certificazioni verdi COVID-19 nel settore pubblico comprende anche il personale delle Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero”; chiede inoltre “quali misure voglia intraprendere il Ministro in indirizzo per assicurare il rientro in presenza del personale delle Rappresentanze diplomatiche italiane e garantire ai connazionali residenti all’estero la corretta e adeguata erogazione dei servizi pubblici”.

Qui di seguito, il testo integrale dell’interrogazione.

TESTO INTERROGAZIONE

Interrogazione a risposta scritta

Al Ministro per la Pubblica Amministrazione

Premesso che:

-La Certificazione verde Covid-19, detta Green Pass, è il certificato rilasciato dal Ministero della Salute, sulla base dei dati trasmessi dalle Regioni e Province Autonome relativi alla vaccinazione, oltre che alla negatività al test o alla guarigione dal COVID-19.

-Il Decreto-Legge 21 settembre 2021, n. 127 per l’obbligo del Green pass sui luoghi di lavoro, approvato la scorsa settimana in Consiglio dei Ministri, è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale ed è in vigore.

-Ai fini dell’accesso in presenza ai luoghi di lavoro, l’obbligo di esibire il certificato verde nei luoghi di lavoro pubblici e privati si applicherà dal 15 ottobre 2021.

Considerato che:

-Ci sono oltre 6 milioni di cittadini italiani ufficialmente residenti fuori dall’Italia, e quindi iscritti all’Anagrafe per gli italiani residenti all’estero – AIRE che hanno bisogno di ricevere assistenza dalle Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero, tra cui Ambasciate e Consolati, le quali – per adempiere alle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del COVID-19 – oggi si trovano in grande difficoltà nell’erogazione dei servizi a causa della riduzione del personale in presenza presso gli uffici.

-Ai fini di garantire un’appropriata assistenza delle Rappresentanze diplomatiche italiane ai connazionali residenti all’estero, risulta necessario che il personale rientri in presenza negli uffici pubblici.

-Non tutti i Paesi hanno avuto l’opportunità di potersi dotare di vaccini come Astrazeneca, Moderna, Pfizer e Janssen, approvati dall’Agenzia Europea per i Medicinali – EMA.

-Ad esempio, in diversi Stati, tra cui l’Argentina e il Brasile, paesi col maggior numero di iscritti AIRE – oltre 2 milioni – e di conseguenza con una importante rete diplomatico-consolare presente, i cittadini, compresi i funzionari dipendenti pubblici delle Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero, sono stati vaccinati, tra altri, anche col vaccino russo Sputnik V e col vaccino cinese Sinopharm, non riconosciuti dall’EMA, ma riconosciuti dalle autorità sanitarie locali.

RITENUTO CHE:

è opportuno e necessario garantire da parte delle Rappresentanze diplomatiche italiane l’erogazione di servizi pubblici efficienti a tutti i connazionali residenti all’estero, così come garantire il rientro, in presenza ed in sicurezza, dei funzionari nei luoghi di lavoro pubblici.

SI CHIEDE DI SAPERE,

-se l’obbligo dell’impiego delle certificazioni verdi COVID-19 nel settore pubblico comprende anche il personale delle Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero.

-quali misure voglia intraprendere il Ministro in indirizzo per assicurare il rientro in presenza del personale delle Rappresentanze diplomatiche italiane e garantire ai connazionali residenti all’estero la corretta e adeguata erogazione dei servizi pubblici.

*(Fonte: ItaliaChiamaItalia)

 

 

11 – Vanessa Barbara*: LE MOSSE DISPERATE DI JAIR BOLSONARO. IL PRESIDENTE BRASILIANO STA MINACCIANDO UN COLPO DI STATO. FORSE PER LUI SI TRATTA DELL’UNICA VIA D’USCITA (A PARTE GOVERNARE BENE, COSA CHE NON SEMBRA INTERESSARGLI).

Per settimane il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha cercato di convincere i suoi sostenitori a scendere in piazza.  Per questo il 7 settembre, la festa  dell’indipendenza del Brasile, mi  aspettavo quasi di vedere gruppi armati in maglietta gialloverde, alcuni dei quali con cappelli di pelliccia e corna, prendere d’assalto l’edificio  della corte suprema: un’imitazione brasiliana dei di sordini del Campidoglio statunitense.  Per fortuna non è successo. Le folle so no tornate a casa e nessuno ha cercato  di sedersi al posto dei giudici. Ma per i brasiliani non sono mancati caos e preoccupazione. Quella di Bolsonaro è stata una prova di forza. La mattina, rivolgendosi a circa quattrocentomila persone a Brasília, ha dichiarato di voler usa re la folla come un “ultimatum per tutti” nei tre livelli di governo. Nel pomeriggio, durante una manifestazione a São Paulo a cui hanno partecipato 125mila persone, ha definito “una farsa” le elezioni previste per il 2022 e ha dichiarato che non rispetterà mai più le decisioni di un giudice della corte suprema.  “Voglio dire alle canaglie che non andrò mai in prigione!”, ha urlato. La cosa sembra parte di un piano più ampio. La corte suprema ha aperto diverse indagini su Bolsonaro e i suoi alleati, per esempio su un caso di corruzione legato all’acquisto di un lotto di vaccini e sui tentativi del presidente di screditare il sistema elettorale brasiliano. Entrando in conflitto con la corte, il presidente sta cercando di creare una crisi istituzionale e man tenere il potere. Il 9 settembre ha provato a fare parzialmente marcia indietro, sostenendo in una dichiarazione scritta che “non ha mai avuto intenzione di attaccare il governo”. Ma è chiaro: sta minacciando un colpo di stato. Forse per lui è l’unica via d’uscita (a parte governare bene il paese, cosa che non sembra interessargli). Le buffonate del presidente, in difficoltà nei sondaggi e minacciato dalla prospettiva di una

messa in stato d’accusa, sono un segno di disperazione. Ma questo non significa che non possano avere successo.

Bolsonaro ha buone ragioni per essere disperato.  La cattiva gestione della pandemia ha portato alla morte di più di 590mila brasiliani. Il paese fa i conti con tassi record di disoccupazione e disuguaglianza economica e deve affrontare un’inflazione vertiginosa, povertà e fame. E come se non bastasse c’è una crisi energetica in arrivo. Tutto questo ha intaccato la popolarità di Bolsonaro. A luglio un sondaggio dell’istituto Datafolha ha rivelato che il 51 per cento dei

brasiliani ha una cattiva opinione di lui, il dato più alto di sempre. E in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno le prospettive per lui non sono rosee.

Secondo i sondaggi, Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente di centrosinistra, è in netto vantaggio. Oggi Bolsonaro perderebbe contro tutti gli eventuali rivali al ballottaggio. Questo spiega il suo accanimento contro il sistema di voto elettronico del Brasile, accusato senza fondamento di alterare i risultati. A luglio, durante una trasmissione televisiva, ha dichiarato:

“Non c’è modo di dimostrare se le elezioni sono state truccate o meno”. Si riferiva alle consultazioni del passato (compresa quella che ha vinto), ma non ha fornito prove. Ha minacciato di annullare le elezioni se l’attuale sistema di voto rimarrà in vigore.

Poi c’è la corruzione. Sono sempre più numerose le accuse contro il presidente e i suoi figli, che ricoprono entrambi cariche pubbliche (uno è senatore, l’altro deputato del consiglio comunale di Rio de Janeiro). Secondo i procuratori la famiglia Bolsonaro sarebbe coinvolta in un piano noto come rachadinha, per assumere nei posti pubblici stretti collaboratori o parenti, trattenendogli una parte dello stipendio. Queste indagini gettano un’ombra pesante su Bolsonaro, che è stato eletto anche con la promessa di sconfiggere la corruzione.

In questo contesto gli eventi del 7 settembre sono stati un tentativo di deviare l’attenzione. E di creare divisioni. Gli sforzi per far rimuovere Bolsonaro per via parlamentare sono in stallo. Finora l’opposizione ha presentato 137 richieste di messa in stato d’accusa, ma il procedimento dev’essere avviato dal presidente della camera bassa, Arthur Lira, che non sembra intenzionato a farlo. Solo delle grandi proteste di piazza potrebbero sbloccare la situazione. Non c’è tempo da perdere. Le manifestazioni del 7 settembre sono state un’altra mossa di Bolsonaro per rafforzare la sua posizione in vista delle elezioni del prossimo anno. Non ha ottenuto quello che voleva – le presenze, anche se numerose, sono state inferiori alle speranze degli organizzatori – ma continuerà a provarci.

Il 7 settembre segna un nuovo momento della storia del Brasile: il giorno in cui le mire totalitarie del suo presidente sono diventate evidenti. Per la giovane democrazia brasiliana potrebbe essere una questione di vita o di morte.

*(VANESSA  BARBARA  è una giornalista e  scrittrice brasiliana.  Collabora con il  quotidiano O Estado  de S. Paulo. Ha scritto  questa column per il  New York Times)

 

 

12 – FERMARE IL LAVORO MINORILE*. Poche scene sono più raccapriccianti della vista di un bambino di tre anni con un martello in  mano che spacca grosse pietre da vendere per  qualche soldo. Infatti la convenzione approvata nel 2020 per dichiarare illegali “le forme  peggiori di lavoro infantile” è stata la prima a  essere ratificata da tutti i 187 stati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). Tra il  2000 e il 2016 il numero di bambini impiegati  in fabbriche, miniere e fattorie si è ridotto di  quasi 94 milioni, raggiungendo un totale di 152  milioni nel mondo. Ma nei quattro anni successivi la tendenza si è invertita: i lavoratori minorenni sono stati 8 milioni in più e 6,5 milioni di  bambini sono stati impiegati in attività pericolose. Secondo l’Oil e l’Unicef, l’impatto economico della pandemia potrebbe spingere verso  il lavoro altri 9 milioni di bambine e bambini  entro la fine del 2022.

I paesi ricchi hanno usato il loro potere d’acquisto per combattere il fenomeno. Nel 2019  gli Stati Uniti hanno interrotto le importazioni  di tabacco dal Malawi, perché una parte della  lavorazione coinvolgeva i bambini, e hanno valutato di mettere al bando il cacao proveniente  dalla Costa d’Avorio e la relativa produzione di  cioccolato. Chi non vorrebbe misure forti contro la crudeltà verso i più piccoli? Eppure a volte le reazioni più severe possono essere controproducenti, come nel caso dell’applicazione  rigida delle leggi contro il lavoro minorile nei  paesi poveri. La maggior parte dei minori che  lavora non è schiavizzata e sfruttata da estranei. Spesso i bambini lavorano insieme alle famiglie in piccole fattorie o su barche da pesca.

Quindi l’intervento benintenzionato dei paesi  ricchi per vietare l’importazione di cacao o tabacco potrebbe far aumentare la povertà della  popolazione, che è il motivo principale per cui  molti genitori non mandano i figli a scuola e gli  chiedono aiuto nel lavoro.

Invece di concentrarsi sui sintomi, i governi  dovrebbero aiutare le persone ad avere abbastanza risorse per sfamare i figli senza che debbano lavorare. Sul lungo periodo significa adottare politiche che stimolino la crescita delle  economie dei paesi poveri. Ma servirà tempo.

Fortunatamente possiamo fare molto. I progetti in cui i genitori ricevono una modesta

somma di denaro per mandare i bambini a  scuola si sono dimostrati efficaci nel ridurre il  lavoro minorile. Un’analisi della Banca mondiale prova in modo indiscutibile che questi  programmi aiutano a contrastare il lavoro minorile, soprattutto tra i più poveri.

I paesi africani con le casse vuote spesso sostengono di non potersi permettere questi finanziamenti, pensando ai prestiti e alle tasse  per ripagarli. In verità sono meccanismi abbastanza economici. Su pochi temi c’è un consenso generale come sulla lotta al lavoro minorile.

Ma serve pragmatismo, non dogmatismo.

(The Economist, Regno Unito)

 

 

13 – Patrick  Gathara*: LE VERE RAGIONI DELLA RADICALIZZAZIONE. UN ARTICOLO SCRITTO AD AGOSTO PER HARPER’S  MAGAZINE IL GIORNALISTA JOSEPH BERNSTEIN HA  MESSO IN DUBBIO L’IDEA CHE LA CRISI DI FIDUCIA  NELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE OCCIDENTALI  NELL’ERA DELLA BREXIT E DI DONALD TRUMP SIA  COLPA DELLA DISINFORMAZIONE DIFFUSA SUI SOCIAL  NETWORK.

Secondo Bernstein per spiegare la diffidenza nei confronti di vaccini e mascherine negli Stati  Uniti è più utile concentrarsi sul rapporto tra i cittadini statunitensi e la sanità pubblica che sul potere ipnotico di Facebook. “Perché siamo stati così pronti ad  abbracciare la versione della Silicon valley su quanto  facilmente ci lasciamo manipolare?”, si chiede. Bernstein fa risalire il presunto potere dei  social network a discutibili ricerche degli anni sessanta, che tendevano a  “considerare il compratore come una  vittima e una preda”. Dopo l’11 settembre questo punto di vista è stato sovracaricato dalla ventennale guerra al terrorismo promossa dagli Stati Uniti. E  ora i nodi vengono al pettine. I concetti di radicalizzazione, contro radicalizzazione e deradicalizzazione sono costruiti su un presupposto simile, secondo cui le società e le persone  musulmane sarebbero facili da manipolare. Invece di  interrogarsi sulle ragioni che spingono una minoranza a fare ricorso al terrorismo, gli Stati Uniti e l’occidente hanno preferito incolpare predicatori “radicali” che diffondono propaganda antioccidentale, una  specie di Facebook del Medio Oriente.

Di fronte al rifiuto dell’immagine trasmessa di un  occidente benevolo o, nella peggiore delle ipotesi,  sinceramente ma tragicamente innocente, i principali mezzi d’informazione, i governi e i ricercatori in  Europa e in Nordamerica hanno preferito descrivere  i musulmani come sempliciotti, facili prede degli incantesimi lanciati da religiosi arrabbiati con barbe e  tuniche fluttuanti. Secondo Bernstein i governi occidentali si stanno comportando allo stesso modo nei  confronti dei loro cittadini meno accondiscendenti,  che in una minoranza dei casi possono costituire una  minaccia terroristica.

Nel mondo non occidentale alcuni governi con  inclinazioni autoritarie si sono attaccati all’idea di radicalizzazione per oscurare i veri motivi del malcontento dei loro cittadini. Per esempio le autorità keniane – che negli ultimi sessant’anni hanno portato avanti politiche coloniali emarginando i musulmani e in  particolare la popolazione di etnia somala – hanno  fatto solo piccoli riferimenti a quelle discriminazioni  quando hanno dovuto fare i conti con la frustrazione

della popolazione e il terrorismo. Anche se il 90 per  cento degli attacchi terroristici è avvenuto dopo l’invasione della vicina Somalia nell’ottobre del 2011, in  pochi hanno ammesso che le due cose potevano esse re collegate. Il governo, seguito dai mezzi d’informa zione, si è ispirato agli Stati Uniti, dando la colpa ai  predicatori “radicali” e uccidendone alcuni senza  nemmeno processarli.

Ovviamente i predicatori che esaltano la violenza  hanno degli effetti: possono convincere una piccola  minoranza di seguaci a compiere gesti orribili. Tutta via, un po’ come la disinformazione sui social net work, il loro impatto è stato molto esagerato da chi aveva interesse a farlo.

Bernstein sostiene che la propaganda o  l’incitamento non avrebbero alcuna efficacia senza una pre-propaganda, che  a suo avviso è il contesto sociale, culturale, politico e storico. Questo contesto  può essere considerato il terreno in cui  le idee violente possono mettere radici.

Ignorarlo e concentrarsi solo su Fox  News o sui predicatori radicali può por tare a soluzioni perverse.

Nel suo discorso sui limiti dell’alfabetizzazione mediatica alla conferenza Sxsw Edu  del 2018 ad Austin, in Texas, Danah Boyd, fondatrice dell’istituto di ricerca Data & Society, osserva che  “di base la disinformazione è contestuale”, cioè  quello che costituisce propaganda dipende da chi la

definisce come tale. Boyd afferma che le guerre culturali tra “progressisti” e “conservatori” negli Stati  Uniti sono in realtà controversie sull’epistemologia  – come sai quello che sostieni di sapere – che non si  possono risolvere con la verifica dei fatti o il compromesso. Per Boyd gli sforzi compiuti da molti esponenti delle élite progressiste per smascherare le credenze degli elettori di Donald Trump sono “asserzioni di autorità sull’epistemologia” e servono a diffondere una singola verità.

Sulla scena mondiale, dove la guerra al terrorismo  ha trasformato le guerre culturali degli Stati Uniti e i  metodi usati per combatterle in quello che Samuel  Huntington ha definito uno “scontro di civiltà”, que sta affermazione di un’unica verità veicolata dai pro feti occidentali, che negano l’esperienza di gran parte   del resto del mondo, è stata alla base degli sforzi di  deradicalizzazione. Eppure questi sforzi possono  avere effetti completamente opposti. Come osserva  Boyd, “niente  può radicalizzare una persona più della  sensazione che qualcuno gli stia mentendo”.

*(PATRICK  GATHARA è un vignettista e  scrittore keniano.  Cura il sito The  Elephant. Questo  articolo è uscito su Al  Jazeera.)

 

 

14 – Paolo Favilli*: LEGGERE OGGI MARX, TRA ANALISI, STORIA E CONCETTI-CHIAVE. SAGGI*. ANTICIPIAMO DAL VOLUME «A PROPOSITO DE “IL CAPITALE”. IL LUNGO PRESENTE E I MIEI STUDENTI», DA OGGI IN LIBRERIA CON FRANCO ANGELI. LO STRALCIO SI CONCENTRA SUI SAPERI NON ECONOMICI E LA RIPRODUZIONE.

Definire in che cosa consistano i «saperi non economici» de Il capitale di Marx, è questione strettamente legata all’oggetto dell’Opera, al modo in cui vi si articola l’analisi del capitalismo, un termine che non appare nel testo e la cui determinazione trascende la componente dell’«economia capitalistica». Nell’Opera l’«economia capitalistica» non definisce la «società capitalistica», o più precisamente la «società borghese» secondo l’espressione usata più frequentemente da Marx. I diversi livelli dell’analisi ci forniscono la chiave per pensare quella che è stata chiamata una «concezione espansa del capitalismo», «un ordine sociale istituzionalizzato».

Con l’uso di questa formulazione come elemento di concettualizzazione caratterizzante il «capitalismo», Nancy Fraser, docente di filosofia e politica alla New School di New York, intende rifiutare il rapporto unilineare che molto marxismo ha stabilito tra l’«economia capitalistica» e il campo delle produzioni politiche e culturali. La formulazione di Fraser ci rimanda alla nozione di formazione sociale e politica, a un contesto, quindi, compiutamente storico. L’«ordine sociale istituzionalizzato» non è solo un’economia, ma è, inoltre, «una forma di vita» (altra espressione di Fraser), un insieme di rapporti tra un livello economico e un livello politico. Dove il livello politico è tanto il susseguirsi dei meccanismi istituzionali, quanto il susseguirsi delle forme discorsive che li accompagnano. E ciò nella pluralità delle stratificazioni costituenti la formazione economico-sociale. Il livello fondamentale riguarda, certo, la logica di sistema che percorre tutte le fasi dell’accumulazione, la logica profonda, cioè il momento analitico più astratto dell’Opera. Ma l’«ordine sociale istituzionalizzato» trova la sua concretezza solo nello svolgimento storico della logica di sistema. E lo svolgimento storico del livello più astratto comporta l’uso di altri livelli che non sono legati per forza a logiche direttamente economiche. Possiamo ragionevolmente chiederci se la molteplicità di sfere di cui è composto l’«ordine sociale istituzionalizzato» debba necessariamente rispondere a una medesima dinamica di fondo.

NON SI PUÒ PRESCINDERE, però, dal fatto che il reticolo di relazioni tra «economia capitalistica» e «società borghese» si esprime attraverso un reticolo di saperi incrociati, di rimandi continui tra «saperi economici» e «saperi non economici». L’ambiente economico non è «disincarnato», non vive al di fuori di un quadro normativo, è sicuramente il primo piano del capitalismo, ma via via che si sale agli altri piani la comprensione dell’insieme necessita di strumenti che derivano da saperi che, solo nella prospettiva ideologica della separazione tra «produzione e riproduzione, economia e politica, natura umana e non umana, sfruttamento ed espropriazione», possono essere considerati esterni. Se questo si può verificare agevolmente perfino seguendo l’itinerario «ortodosso», cioè a partire dalla dinamica dell’economia capitalistica, a maggior ragione lo si può cogliere seguendo l’itinerario opposto, cioè a partire dalla sfera politico-culturale. Paradossalmente è stato proprio un economista, Thomas Piketty, a proporre la prospettiva limite dell’inversione dell’itinerario: «LA STORIA DI OGNI SOCIETÀ È STATA FINO AD OGGI SOLO LA STORIA DELLA LOTTA DI CLASSE», scrivevano nel 1848 Friedrich Engels e Karl Marx nel Manifesto del Partito Comunista. La dichiarazione rimane attuale, ma alla fine di questo studio sarei tentato di riformularla in questo modo: la storia di ogni società è stata fino ad oggi solo la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia. Sebbene ritenga che tale riformulazione pecchi di unilateralità, che non sia adeguata alla ricchezza di quel «reticolo di saperi incrociati» tipico dell’analisi marxiana, ritengo altresì importante che Piketty rifiuti l’impostazione euristica secondo la quale «lo studio delle questioni economiche [debba essere delegato] solo agli economisti».

Nel «capitalismo storico», il luogo vero di svolgimento delle categorie de Il capitale, anche delle più astratte, l’«economia capitalistica» ha continua necessità, in maniera diversa a seconda delle diverse fasi di accumulazione, del cordone ombelicale che la lega alla sfera non economica. La politica, tutto il vasto ambito delle produzioni culturali ne sono aspetti essenziali. Persino quelle parti che, a prima vista, possono apparire più lontane dalle «cose» economiche, persino quelle dei cosiddetti «saperi non economici».

A proposito dei concetti-chiave che costellano questo passaggio proviamo a porre l’attenzione sul termine «riproduzione», approfondendolo e usandolo come elemento essenziale alla comprensione del capitalismo espanso. Si legge ne Il capitale: «Il processo di produzione capitalistico, considerato nella sua connessione complessiva – cioè considerato come processo di riproduzione – non produce solo merce, non produce solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso» . Questo significa che nel movimento storico del capitale le fasi della produzione (direttamente economica) e quelle della riproduzione (indirettamente economica), non sono separabili. Significa altresì che la riproduzione di rapporti sociali, rapporti tra uomini, è comprensibile solo tramite l’indagine delle specifiche relazioni tra i membri della «società borghese», gli «uomini in carne ed ossa», e la catena delle mediazioni che li collega ai processi di accumulazione.

UNA RIPRODUZIONE di rapporti sociali nei quali gioca un ruolo decisivo proprio la riproduzione delle forme ideologiche e di coscienza necessarie alla continuità dell’accumulazione. Tale prospettiva ha prodotto, soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento, contributi molto importanti che hanno permesso di ampliare gli spazi del reticolo di nessi tra le relazioni di produzione e quelle considerate «esterne», quelle familiari, culturali e di comunità ecc. e di sviluppare le categorie e i concetti necessari per rappresentarle. Chi avesse studiato il complesso teorico marxiano sulla riproduzione senza veli economicistici, avrebbe potuto cogliervi, molto prima, le radici di questo itinerario di ricerca.

Già nel 1902 c’era chi aveva individuato nel lavoro domestico, ad esempio, una zona oscura dell’economia politica, una zona esclusa per definizione dalle analisi economiche: «Dal punto di vista degli economisti “la ballerina del music hall, le cui gambe portano i profitti nelle tasche del suo datore di lavoro, è una lavoratrice produttiva, mentre tutte le donne e le madri impegnate tra le mura domestiche sono considerate improduttive. Suona brutale, ma corrisponde esattamente alla brutalità della nostra attuale economia capitalistica”». Così Rosa Luxemburg. Ma si trattava, appunto, di Rosa Luxemburg, la teorica e rivoluzionaria forse più eminente nell’universo della prima generazione di politici e teorici marxisti, quasi tutti uomini.

*SCHEDA: IL LIBRO IN BREVE

Lo stralcio corrisponde a «Saperi non economici (?) de Il capitale», primo paragrafo del quarto capitolo del volume di Paolo Favilli «A proposito de Il capitale. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea» (Franco Angeli, pp. 367, euro 42 ). È un volume «per temi e variazioni» de «Il capitale» e si rivolge a un pubblico non specialistico, frutto di sapienti anni di docenza.

*( Paolo Favilli. storico, è professore associato presso l’Università di Genova. Si è interessato principalmente di storia e storiografia marxista in Italia. Tra le sue pubblicazioni: Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, Franco Angeli, Milano 1996; Marxismo e storia.)

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