COVID-19: Bisogna anticipare la situazione che si creerà tra gli italiani nei paesi più esposti e con sistemi sanitari meno solidi

Siamo al ventiduesimo giorno dall’inizio dell’epidemia del Covid-19 ed oggi abbiamo superato la soglia di 10mila contagiati (10.149) su 60.761 controlli effettuati con i tamponi.

I morti sono 631. Le persone ricoverate 724.

La percentuale di decessi è nettamente superiore a quella registratasi in Cina. Quasi il doppio.

I motivi possono essere molteplici: maggiore età media della nostra popolazione, oppure insufficienza dei tamponi rispetto ad un contagio molto più vasto, almeno il doppio di quello ufficiale, cioè oltre 20mila.

Non si hanno dati complessivi sulle persone in quarantena, ma sono certamente diverse decine di migliaia; il flusso di contagio reale pare essere superiore al numero delle persone ufficialmente in quarantena.

Le misure prese dal Governo italiano sono le uniche che potevano essere prese in un contesto del tutto nuovo e con un virus di cui si conosce ancora molto poco, non c’è un vaccino e non ci sono farmaci risolutivi. Molte altre dovranno essere prese nei prossimi giorni, settimane e mesi.

Vedremo se sono state puntuali e sufficienti rispetto al contenimento del contagio. Mentre sul piano del lavoro, del sostegno sociale ed economico è ormai chiaro che ci troviamo di fronte a problemi enormi che implicano la revisione delle politiche economiche e sociali, come del rapporto con l’assente Europa. Sono questioni che non riguardano soltanto noi, ma tutti gli altri paesi che avranno in sorte di seguirci nell’evoluzione della pandemia, e quindi l’Europa nel suo insieme.

L’Italia e gli italiani stanno attraversando uno dei momenti peggiori della loro storia.

Tra questi italiani, il 10% vive all’estero. Sono oltre 6 milioni diffusi tra l’Europa, le Americhe, l’Africa, l’Asia e l’Oceania. Anch’essi si sono, in parte, confrontati con l’epidemia (in Cina) ed altri, come stiamo facendo noi in Italia, dovranno confrontarsi con essa.

E’ importante tener presente la differenza dei diversi sistemi sanitari tra i paesi più avanzati e in quelli, come molti dell’America Latina o dell’Africa, dove non vi sono condizioni adeguate per combattere il virus, come dimostra l’affanno con cui anche noi lo stiamo affrontando, pur avendo uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, anche se ridotto da questi anni di politiche di austerità che oggi manifestano tutto il loro fallimento.

La questione è nota. Meno evidenziato nelle pubbliche discussioni, che oltre 2 milioni di italiani vivono in questi paesi a maggior rischio.

Bisogna affrontare subito questa parte del problema: siamo in condizione di sviluppare un’azione coordinata tra istituzioni e rappresentanze associative e di servizio presenti in questi paesi. Innanzitutto veicolando tra le collettività le indicazioni cui attenersi per evitare la diffusione del virus, come stiamo facendo qui in Italia.

Nel rispetto delle rispettive sovranità nazionali, nessuno può non gradire il trasferimento di buone prassi, suggerimenti, indicazioni provenienti da uno dei paesi che si trova in prima linea. Bisogna chiedere l’immediata sospensione di ogni sanzione esterna sul cibo o sui medicinali ai paesi che da anni la subiscono, come il Venezuela. La situazione venezuelana è ancora più debole, da questo punto di vista, di quella degli altri paesi del sub continente. In un momento in cui ci si presentano di fronte scenari catastrofici, queste misure, non sono ammissibili; la loro persistenza è un crimine contro l’umanità.

Una azione informativa rapida, da iniziare subito, verso le nostre comunità in Brasile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Cile, Perù, Ecuador, Messico e centro America, Sud Africa e in tutti gli altri paesi in cui la presenza italiana è consistente, è un contributo ai nostri connazionali, ma è anche un’azione di cooperazione internazionale importante che può passare attraverso l’emigrazione italiana.

Ma non si deve perdere tempo, perché altrimenti non avrebbe alcun effetto positivo.

Non farlo, oltre a costituire un’omissione inaccettabile, creerà ulteriori problemi qualora la crisi si aggravi a livello globale, come pare probabilissimo che accadrà. Potremmo trovarci di fronte a un dramma nel dramma e ad una situazione ingestibile che metterebbe in discussione lo stesso principio di cittadinanza. Non ce la caveremmo con due o tre voli aerei come abbiamo fatto per rimpatriare alcune decine di persone da Cina e Giappone.

La questione va posta anche all’Europea: non siamo i soli ad avere consistenti presenze in questi paesi; vi sono anche centinaia di migliaia di spagnoli, portoghesi, tedeschi, francesi, ecc.

Il Governo e il Maeci, assieme al Cgie, al Faim, alla rete di associazioni e patronati, di rappresentanze culturali e imprenditoriali che abbiamo costruito nel mondo, deve misurarsi al più presto con questa parte del problema.

Rodolfo Ricci

(Pres. Cons.Direttivo Faim – V.S. del Cgie)

Roma, 10 marzo 2020

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