Gianluca Lodetti (CGIE): “Le rappresentanze degli italiani all’estero vanno subito potenziate”

Originario di Portogruaro nel Veneto, laureato in Scienze Politiche con indirizzo Internazionale, Gianluca Lodetti, Vicesegretario generale del CGIE (il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) ha maturato una lunga esperienza nell’azione sociale, prima nell’associazionismo e poi nel sindacato.

Trasferitosi a Roma, nel 1992 entra all’INAS, l’Istituto Nazionale Assistenza Sociale, Patronato promosso dalla Cisl. Diventato esperto di sicurezza sul lavoro, svolge per due anni attività di formazione ai responsabili dei lavoratori per la sicurezza dei Dipartimenti delle Ferrovie dello Stato. Nel 1997 passa al Dipartimento internazionale dell’INAS e cinque anni dopo, diviene Responsabile delle attività delle sedi INAS oltreconfine e delle politiche degli italiani all’estero, rivestendo per un certo periodo anche la responsabilità del settore immigrazione. Dal 2000 al 2008 Lodetti ha rappresentato la Cisl all’interno del Comitato Consultivo per la Sicurezza Sociale dell’Unione Europea e l’INAS all’interno degli organismi direttivi dell’Ose, l’Osservatorio Sociale Europeo, importante centro di ricerca sulle tematiche europee.

Nel 2006, Lodetti è stato tra i promotori del ‘Rapporto Italiani nel Mondo’ della Fondazione Migrantes, della quale è stato membro del Comitato Scientifico.  Oltre a far parte dei Comitati direttivi delle Associazioni promosse oltreconfine dall’INAS (per lo svolgimento delle attività di patronato), dal 2023 Lodetti riveste la carica di Vice Segretario Generale del CGIE (di nomina governativa). Ed è in questa veste che lo abbiamo intervistato.

 

Dott. Lodetti, anche nell’ambito del CGIE si sta diffondendo l’idea che non solo questo organismo ma tutte le rappresentanze italiane all’estero (parlamentari italiani eletti fuori dai confini nazionali, rappresentanze diplomatiche, Comitati degli Italiani – Comites, patronati, ecc.) andrebbero potenziate, pena il rischio che diventino pletorici o semplici organi consultivi spesso inascoltati. Lei cosa ne pensa?

Non v’è dubbio che uno dei principali compiti del CGIE debba essere quello di riportare con forza nel dibattito politico italiano il ruolo e l’importanza esercitata dagli italiani all’estero. Dobbiamo far capire all’opinione pubblica e alle istituzioni che la realtà degli italiani all’estero è una questione centrale, anche per la nostra politica estera.

Per fare questo dobbiamo porci essenzialmente tre obiettivi: il primo è quello di riformare e potenziare con mezzi, uomini e tecnologie le nostre rappresentanze all’estero; secondo, dobbiamo sensibilizzare maggiormente gli organi di stampa sulle effettive esigenze e potenzialità degli italiani all’estero.  Generalmente, infatti, gli italiani sono mal informati su quello che hanno fatto o che fanno i nostri connazionali; terzo, occorre valorizzare concretamente la nostra presenza oltreconfine che ha delle potenzialità enormi sul piano economico, sociale e culturale. Queste potenzialità non vengono mai agganciate ad una strategia organica seria da parte dei nostri governi. In questo quadro rientra anche la promozione della lingua e della cultura italiana che a parole si dice di voler sostenere ma nei fatti non gode sempre delle attenzioni che dovrebbe avere.

Il sostenere queste azioni significherebbe automaticamente rafforzare la rappresentanza.

 

Sul piano personale come intende impegnarsi?

Come Vicesegretario della CGIE voglio portare avanti una battaglia su più fronti: il primo è quello dei servizi. Gli italiani all’estero hanno diritto ad avere dei servizi efficienti basati sulla centralità della persona e sul valore della “prossimità”. Questo lo si può ottenere con un più intenso raccordo tra le diverse rappresentanze ed entità che si occupano di servizi sul territorio, primi tra tutti i Consolati insieme alle Associazioni e soprattutto ai Patronati. Per questo riteniamo che sarebbe importante rafforzare la collaborazione e attivare le convenzioni tra questi ultimi e il Ministero degli affari esteri. Offrire migliori servizi significa anche rafforzare il legame tra cittadini e Stato italiano, fare in modo che questi ultimi non si percepiscano abbandonati, ma si sentano sostenuti e considerati nella giusta maniera.

In parole povere, occorre quindi sostenere maggiormente le persone che sono emigrate, soprattutto in questi ultimi anni: dobbiamo interpretare in modo sempre più efficiente i loro bisogni e dare risposte efficaci. Ad esempio, su come ottenere dei benefici fiscali se desiderano tornare a vivere o a comprare una casa in Italia, sulle possibilità di ricongiunzione o totalizzazione pensionistica, sulle opportunità offerte da iniziative come il programma del turismo delle origini, ecc.

 

Complessivamente come vede il futuro degli italiani all’estero?

Come è noto, stiamo attraversando una nuova stagione di mobilità delle persone, costituita soprattutto da giovani, da studenti, da persone con un’alta professionalità e anche da chi fugge dalla crisi economica di determinate aree depresse del nostro Paese e che vedono, nell’esperienza migratoria la speranza di inserirsi nel mercato del lavoro. Più i due milioni di persone sono andate stabilmente all’estero negli ultimi 10 anni. Si tratta, a mio avviso, di una perdita terribile per l’Italia, se non viene inserita in una dinamica circolare. Per questo, una grande sfida è quella di mantenere e rafforzare il filo che unisce questa nuove mobilità con il nostro Paese, mobilità che non si sono fermate neppure dopo il Covid.

L’altra sfida riguarda le tante persone di origine italiana divenute a pieno titolo nuovi cittadini specialmente in Sud America ma che non hanno la benché minima consapevolezza di cosa significhi.  Abbiamo il dovere di assistere queste persone e fornire loro strumenti idonei a renderle veramente consapevoli del loro nuovo status di italiani (e nel contempo, europei), in termini di conoscenza di diritti e doveri, di lingua e di cultura.

Inoltre, bisogna individuare dei percorsi assistiti per chi intende far valere il proprio diritto alla cittadinanza, percorsi che non implichino l’affidamento a faccendieri senza scrupoli, una vera e propria piaga in certe aree sudamericane.

Detto tutto ciò, la speranza è che, insieme a questa nuova consapevolezza, ci sia, anche da parte degli italiani all’estero, un maggiore impegno di tipo personale. Occorre farsi sentire di più presso le istituzioni quando i diritti non sono rispettati, ricorrere alle istanze giuste, iscriversi all’AIRE (l’anagrafe degli italiani all’estero n.d.r.) e farsi tutelare ma anche cercare di partecipare e seguire ciò che fanno le nostre rappresentanze parlamentari, i Comites e il CGIE, prendere con loro contatto e pretendere risposte.

In parole povere, essere attivi e reattivi, e in ogni caso non rassegnati.

 

FONTE: http://puntocontinenti.it/?p=22988

 

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