n°07  – 12  febbraio  2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Trattato di Maastricht, trent’anni dalla nascita dell’Ue.

02 – La Marca*(pd): relatrice in commissione esteri per la ratifica del nuovo accordo di mobilità giovanile tra Canada-Italia

03 – Schirò *(pd): impatriati, “smart working” e agevolazioni fiscali.

04 – Davide Conti*: la Nato e le stragi in Italia: non è un romanzo. Leggere la storia. Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia e alla stazione di Bologna: tanti gli elementi storici emersi di connessione tra gruppi neofascisti e ufficiali dell’Alleanza atlantica.

05 – Graham Lawton*:  AMBIENTE. L’inquinamento è la crisi globale dimenticata e dobbiamo affrontarla. Nei giorni prima di Natale la mia casa aveva cominciato a somigliare a un impianto di trattamento dei rifiuti mal gestito.

06 –  Curzio Maltese*: Da Renzi a Salvini e Meloni, il quarto d’ora di celebrità dei leader diventa sempre più breve.

07 –  Alfiero Grandi*: contro la crisi della politica e della democrazia subito una legge elettorale proporzionale.

08 – Giansandro Merli*: Il papa parla, applaudono tutti. Anche chi ha le mani sporche.

09 – Vincenzo Comito*: inflazione, crisi alimentare e debito, una tempesta quasi perfetta.  All’inflazione si somma la crescita dei prezzi dei prodotti agricoli : più 28% nel 2021.

 


 

 

01 – Trattato di Maastricht, trent’anni dalla nascita dell’Ue e dei parametri su deficit e debito.

Il Trattato, siglato nel 1992 nella città olandese, viene ricordato soprattutto per aver stabilito i requisiti economici e finanziari che i Paesi avrebbero dovuto soddisfare per farne parte. Cinque anni dopo il Patto di stabilità avrebbe recepito gli stessi requisiti imponendone il rispetto anche negli anni successivi. E’ stato sospeso nel marzo 2020 per consentire agli Stati di far fronte alla pandemia: ora la battaglia sulla revisione.

Compie trent’anni lunedì il Trattato di Maastricht. Il 7 febbraio 1992 nell’omonima città della provincia del Limburgo, nel Sud dei Paesi Bassi, al confine con il Belgio e a pochissimi chilometri dalla frontiera con la Germania, i capi di Stato degli allora 12 Paesi membri della Comunità europea – Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Regno Unito – si riunirono per sottoscrivere il trattato istitutivo dell’Unione europea: “Una nuova tappa nel processo di creazione di un’Unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini”, come recita il suo titolo primo. Ma il Trattato è ricordato soprattutto per gli omonimi parametri, cioè i requisiti economici e finanziari che gli Stati membri dovevano soddisfare per l’ingresso nell’Unione economica e monetaria. Tra cui un deficit sotto il 3% del pil e un debito sotto il 60%. Cinque anni dopo sarebbe seguito il Patto di stabilità, che avrebbe recepito gli stessi requisiti imponendone il rispetto anche negli anni successivi. Romano Prodi, già presidente della Commissione, lo ha definito “stupido”. La sua attuazione è stata sospesa nel marzo 2020, per consentire agli Stati di aumentare la spesa e far fronte alla pandemia di Covid-19. Ora il Patto, che senza interventi tornerebbe in vigore nel 2023, è in fase di revisione. Italia e Francia puntano dichiaratamente ad ammorbidire i parametri per dare più spazio di manovra per fare gli investimenti necessari a sostenere la crescita e guidare la transizione ecologica e digitale, mentre il nuovo governo della Germania frena e ammonisce sulla necessità che i Paesi più indebitati corrano ai ripari.

Proprio alla vigilia del trentesimo anniversario Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli affari economici, in un’intervista a In Mezz’ora in più su Raitre ha ribadito che va superata “la logica dei paesi meridionali ‘spendaccioni‘ e i nordici ‘frugali‘, perché è un gioco a somma zero”. Per Gentiloni “il debito va ridotto, perché l’idea che un paese possa accumulare debito a prescindere non può essere accettata. Ma la riduzione del debito non deve uccidere la crescita“. L’orizzonte per una proposta di riforma delle regole è la primavera: “Penso saremo pronti a primavera inoltrata con questa proposta”, ha concluso il commissario Ue. Il 2022 si conferma quindi come un anno cruciale per la riforma che va approvata prima che si chiuda la parentesi della clausola di salvaguardia. Maastricht, la Bce e l’euro: le tappe – Il trattato di Maastricht ha aperto la strada all’introduzione della moneta unica, l’euro. Ha creato la Banca Centrale Europea (Bce) e l’Eurosistema delle banche centrali, fissandone gli obiettivi: il principale compito della Bce è mantenere la stabilità dei prezzi, cioè salvaguardare il valore della moneta unica. Il Trattato stabiliva formalmente tre fasi per l’Unione monetaria: introduzione della libertà di circolazione dei capitali entro fine 1993; tra 1994 e 1998 un aumento della cooperazione tra le banche centrali nazionali e un crescente allineamento delle politiche economiche degli Stati membri; dal 1999 in poi una graduale introduzione dell’euro, con l’attuazione di una politica monetaria unica, responsabilità della Bce.

A Maastricht hanno fatto seguito altre tappe dell’evoluzione dell’Unione, con il Trattato di Amsterdam del 1997, che ha incorporato l’acquis di Schengen e rafforzato la tutela dei diritti umani nell’Ue; il Trattato di Nizza del 2001, la cui ratifica venne bocciata da un referendum popolare in Irlanda quello stesso anno (gli irlandesi la approveranno poi con un secondo referendum in autunno). Nel 2004 viene firmato a Roma il trattato che stabiliva una Costituzione per l’Europa, che non vedrà mai la luce, perché la ratifica viene bocciata da referendum popolari tenuti in due importanti Stati fondatori, Francia e Paesi Bassi. L’Europa ripiega allora sul Trattato di Lisbona del 2007, che fonde i tre pilastri di Maastricht, comunitario e intergovernativi, dà personalità giuridica all’Ue che subentra alle comunità, rende giuridicamente vincolante la Carta dei diritti fondamentali ed apporta numerose riforme istituzionali, rafforzando i poteri del Parlamento Europeo, istituzionalizzando il Consiglio Europeo e la sua presidenza e ridefinendo il ruolo dell’Alto Rappresentante.

Trent’anni dopo Maastricht, l’Ue ha oggi una moneta unica, l’euro, adottata da 19 Paesi, che è sopravvissuto alla crisi del 2008-2012, grazie al ‘whatever it takes’ dell’attuale presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi. Nel 1992 la Cee aveva 12 Paesi membri, oggi l’Ue ne ha 27: sono entrati nel 1995 Austria, Finlandia e Svezia; nel 2004 l’aumento a 25, con l’ingresso di Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia; nel 2007 fanno il loro ingresso Bulgaria e Romania; nel 2013 entra la Croazia. Nel 2020, però, si è registrata la prima uscita nella storia dell’Unione, che ha perso il Regno Unito, un Paese di 67 milioni di abitanti, potenza nucleare e alleato Nato.

 

02 – LA MARCA (PD): RELATRICE IN COMMISSIONE ESTERI PER LA RATIFICA DEL NUOVO ACCORDO DI MOBILITÀ GIOVANILE TRA CANADA-ITALIA. “È PER ME MOTIVO DI SODDISFAZIONE AVER AVVIATO IN COMMISSIONE AFFARI ESTERI L’ITER DI RATIFICA DELL’ACCORDO TRA L’ITALIA E IL CANADA IN MATERIA DI MOBILITÀ GIOVANILE.

La piena operatività dell’Accordo contribuirà a rafforzare le già ottime relazioni tra i nostri Paesi, consentendo ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro di acquisire una migliore comprensione della cultura, della società e delle lingue attraverso un’esperienza di viaggio, di lavoro e di vita all’estero e avvicinando ulteriormente due nazioni caratterizzate da vincoli storici di lunga data. L’Accordo, per il quale auspico e raccomando una rapida approvazione, è anche un messaggio di speranza per il futuro che speriamo possa restituire ai giovani quelle possibilità di miglioramento della propria vita culturale e professionale duramente compromesse dalla pandemia.

“Il nuovo Accordo, per la cui approvazione non ho fatto mancare le mie sollecitazioni sia in sede parlamentare che direttamente ai rappresentanti diplomatici dei due paesi, prevede alcune importanti novità. Ricordo, tra tutte, le due nuove categorie di partecipanti “Young Professionals” e “International Co-op” che consentono di sfruttare tutte le opportunità offerte dal programma “International Experience Canada”, ampliando l’offerta per i giovani italiani che desiderino trascorrere limitati periodi in Canada per acquisirvi esperienza lavorativa. Particolare rilievo, poi, assumono le disposizioni che permettono ai giovani tra 18 e 35 anni di svolgere attività lavorativa per un periodo complessivo non superiore a dodici mesi (per non più di due partecipazioni autorizzate), anche presso un unico datore di lavoro”.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

 

03 – SCHIRÒ (PD): IMPATRIATI, “SMART WORKING” E AGEVOLAZIONI FISCALI.

NUMEROSE E CONTROVERSE SONO LE REGOLE CHE GOVERNI NAZIONALI E ISTITUZIONI INTERNAZIONALI STANNO INTRODUCENDO IN QUESTI ULTIMI ANNI PER GESTIRE IL FENOMENO DELLO “SMART WORKING” E LE SUE IMPLICAZIONI GIURIDICHE E FISCALI PER I LAVORATORI CHE SI SPOSTANO TRA I VARI PAESI. PERMANE ANCORA UN MANIFESTO E VASTO VUOTO NORMATIVO: I LAVORATORI “MIGRANTI” CHE EFFETTUANO LO “SMART WORKING” INFATTI SI TROVANO SPESSO IN SITUAZIONI CHE NON SONO STATE ANCORA DISCIPLINATE IN MANIERA UNIFORME E CHIARA DA NORMATIVE NAZIONALI E INTERNAZIONALI. 8 febbraio 2022

Proprio per questo è di grande interesse, per quanto riguarda l’Italia, la risposta dell’Agenzia delle Entrate all’interpello n. 55 del 31 gennaio 2022, dove viene chiarito che il regime fiscale di favore per i lavoratori impatriati non richiede che l’attività sia svolta per un’impresa operante sul territorio italiano.

Quindi possono accedere alle varie agevolazioni (in particolare sulla riduzione dell’imponibile) i soggetti che vengono a svolgere in Italia in modalità “smart working” un’attività alle dipendenze di un datore di lavoro con sede all’estero o i cui committenti siano soggetti stranieri non residenti.

L’Agenzia ha esaminato il caso di un cittadino italiano residente in un Paese dell’Unione europea e dirigente per alcuni anni di una società locale il quale ha deciso di rientrare in Italia nel 2022 mantenendo il rapporto di lavoro dipendente con il datore di lavoro estero, ed ottenendo l’autorizzazione a svolgere la propria prestazione lavorativa in smart working  per le annualità a venire.

Il lavoratore ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di sapere se, una volta rientrato in Italia, potrà beneficiare del regime fiscale agevolato previsto per i lavoratori impatriati per i redditi di lavoro dipendente prodotti in Italia a partire appunto dall’anno di imposta 2022.

Dopo aver fatto una disamina di tutte la normativa che si è succeduta in questi ultimi anni in relazione al regime fiscale speciale per i lavoratori impatriati (che prevede, tra l’altro, sconti fiscali fino al 90% dell’imponibile) i quali soddisfano i requisiti richiesti (per fruire dell’agevolazione fiscale in questione sono stati forniti chiarimenti con circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 33/E del 28 dicembre 2020, cui ovviamente si rinvia per una completa disamina degli aspetti di carattere generale della normativa in esame), l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che per quanto riguarda un datore di lavoro non residente in Italia la normativa in vigore non richiede che l’attività sia svolta per un’impresa operante sul territorio italiano e che pertanto possono accedere alle agevolazioni fiscali i soggetti i quali vengono a svolgere in Italia attività di lavoro alle dipendenze di un datore di lavoro con sede all’estero o i cui committenti (in caso di lavoro autonomo o di impresa) siano stranieri non residenti.

Di conseguenza il cittadino italiano residente all’estero, ovviamente laddove risultino soddisfatti tutti i requisiti richiesti dalla norma che prevede le agevolazioni per i lavoratori impatriati, potrà beneficiare dell’agevolazione fiscale di cui all’articolo 16, comma 1, del decreto legislativo n. 147 del 2015 – come modificato dall’articolo 5 del decreto legge n. 34 del 2019, convertito dalla legge 28 giugno 2019, n. 58, e successive modificazioni e integrazioni – per i redditi di lavoro dipendente prodotti in Italia in modalità “smart working” a decorrere dal periodo d’imposta 2022, a condizione che trasferirà la residenza fiscale in Italia.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati)

  

 

04 – Davide Conti*: LA NATO E LE STRAGI IN ITALIA: NON È UN ROMANZO. LEGGERE LA STORIA. DA PIAZZA FONTANA A PIAZZA DELLA LOGGIA E ALLA STAZIONE DI BOLOGNA: TANTI GLI ELEMENTI STORICI EMERSI DI CONNESSIONE TRA GRUPPI NEOFASCISTI E UFFICIALI DELL’ALLEANZA ATLANTICA.

L’ultima inchiesta sulla strage fascista di Brescia del 28 maggio 1974 ha condotto gli inquirenti sulla soglia d’ingresso di Palazzo Carli a Verona, sede del comando Nato. Li ha portati lì un testimone all’epoca interno agli ambienti di Ordine Nuovo (On), il gruppo fondato da Pino Rauti responsabile dell’eccidio di Piazza Fontana come di quello a Piazza della Loggia.

Per raccontare la storia delle stragi in Italia si deve partire dal «principio di realtà», crudo ma efficace, espresso dal generale Mario Arpino in commissione parlamentare stragi: «C’era una parte politica che per noi – i militari – era quasi rappresentante del nemico. Allora era così». Quella era la cornice storico-politica: la Guerra Fredda tra blocchi militari contrapposti.

In quel quadro in Italia emerse il fenomeno dello stragismo con una continuità e una violenza senza pari nell’Europa dell’epoca. Il Paese era zona di frontiera geopolitica, inserito nella Nato ma «abitato» dalla contraddizione irriducibile: la presenza del più grande partito comunista d’Occidente, fondatore della Repubblica.

I caratteri anticomunisti dell’eversione 1969-1974 indicano quanto le stragi siano «figlie» della divisione bipolare del mondo e come sia ineludibile discutere il ruolo della Nato nel nostro Paese, ovvero un’alleanza militare strumento della Guerra Fredda in funzione anti-sovietica.

Nei decenni che hanno visto il lento singhiozzare dei processi per le «stragi di Stato» sono emersi molti elementi di connessione tra gruppi neofascisti e ufficiali della Nato.

L’inchiesta del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana ha mostrato come i dirigenti di On, Carlo Digilio (che fabbricava le bombe), Sergio Minetto e Giovanni Bandoli fossero legati al capitano del comando Nato di Verona David Carret. I rapporti dei capi ordinovisti con i servizi segreti -agli atti della commissione parlamentare stragi- configurano On come gruppo inquadrato nei cosiddetti «Stati Maggiori Allargati» ovvero un ambito operativo anticomunista «misto» militari-civili delineato nel convegno dell’Istituto Pollio di Roma nel 1965 (finanziato dal ministero della Difesa) in cui venne teorizzata la strategia stragista.

Vertici delle forze armate sono stati condannati per fatti relativi alle stragi (Gianadelio Maletti, capo del controspionaggio del Sid, per favoreggiamento di Marco Pozzan e Guido Giannettini per Piazza Fontana); riconosciuti referenti dei gruppi neofascisti (il generale Giuseppe Aloia commissionò a Rauti e Giannettini l’opuscolo provocatorio «Le mani rosse sulle forze armate»); individuati come responsabili di apprestamenti militari anticomunisti (il generale Giovanni De Lorenzo con il «Piano Solo» del 1964).

 

La più importante figura dell’intelligence italiana Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati, è indicato dalla nuova inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 come uno dei mandanti del massacro. A lui è intitolata una sala della sede Nato di Bruxelles.

Junio Valerio Borghese per il suo «governo» aveva redatto un programma -agli atti dell’inchiesta sul golpe dell’8 dicembre 1970- che prevedeva l’aumento dell’impegno finanziario e militare dell’Italia nella Nato e una politica filo-atlantica nel Mediterraneo con le dittature di Grecia, Spagna e Portogallo.

La commissione Pike del Congresso Usa denunciò nel 1976 i finanziamenti illeciti della CIA alle attività anticomuniste in Italia. 800.000 dollari giunsero a Vito Miceli (capo del SID) e da lui ai gruppi dell’estrema destra e al Msi, come raccontò nel 1993 a «La Stampa» il missino Giulio Caradonna «I soldi del Dipartimento di Stato, che vennero attraverso il generale Miceli allora capo del Sid e quindi alta autorità della Nato, li portò Pierfrancesco Talenti direttamente ad Almirante».

Tale complessa dinamica fu sintetizzata dalla formula «strategia della tensione», per rappresentare la combinazione di due fattori: la destabilizzazione della vita civile attraverso l’uso anonimo della violenza e la stabilizzazione politica in senso reazionario come risposta alla democrazia conflittuale disegnata dalla Costituzione.

Si aggiornò il conflitto continuità/rottura che aveva già informato il carattere della transizione dell’Italia del dopoguerra. La «continuità – scrive Claudio Pavone – non è sinonimo di immobilismo», essa tende ad esprimersi come un moto dinamico e forte di fronte alle spinte innovatrici di rottura (quelle presenti nell’Italia degli anni ’43-45 e ’60-’70) per garantire il perdurare degli equilibri storici e degli assetti sociali dati. La Costituzione antifascista e non anticomunista fu il principale obiettivo di questo moto.

Nei «giorni del Quirinale» appena trascorsi è stata evocata con animosità (da stampa e politici) una guida istituzionale saldamente «atlantista». Obliando il significato di quel termine in Italia negli anni della Guerra Fredda e dimenticando che presidenti della Repubblica e del Consiglio giurano fedeltà alla Carta del 1948 dove non si menzionano alleanze militari e invece si rifiuta la guerra. Varcando la soglia dei comandi Nato a Verona si troverà, forse, qualcuna delle prove che Pasolini non aveva quando spiegava «cos’è questo golpe». Si potrebbe dare, così, soluzione anche all’altro cruccio del poeta: «Il problema è questo: i giornalisti e i politici pur avendo delle prove, e certamente degli indizi, non fanno i nomi».

*(Davide Conti, storico, è consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, della Procura di Bologna (inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980) e della Procura di Brescia (inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974, info e libri dell’autore. Giulio Einaudi Editore)

 

05 – Graham Lawton*:  AMBIENTE. l’inquinamento è la crisi globale dimenticata e dobbiamo affrontarla. nei giorni prima di natale la mia casa aveva cominciato a somigliare a un impianto di trattamento dei rifiuti mal gestito.

Avevamo previsto di trascorrere un po’ di tempo con dei parenti vulnerabili, e quindi controllavamo attentamente di non esserci infettati di covid-19. Ogni test rapido ha generato sette articoli di rifiuti non riciclabili, che si sono ammucchiati in bagno fino a quando mi sono fatto forza e li ho buttati via. Adesso si trovano, presumibilmente, in una discarica.

È vero che la pandemia ha temporaneamente ridotto i consumi globali e le emissioni di gas serra, ma dal punto di vista dell’inquinamento ha generato una grandissima confusione. È diventato presto chiaro che grandi quantità di mascherine e altri rifiuti medici gettati venivano disperse nella natura.

Una recente ricerca ha rivelato le scioccanti proporzioni della montagna di rifiuti generata dal covid-19. Si stima che, all’agosto del 2021, la pandemia abbia generato 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici che sono stati scaricati nell’ambiente invece di essere smaltiti correttamente. Questi rifiuti mal gestiti sono la principale fonte di plastica nell’oceano. Prima della pandemia, ne riversavamo collettivamente circa 32 milioni di tonnellate all’anno. Gli 8,4 milioni di tonnellate in più “intensificano la pressione su un problema globale di rifiuti plastici già fuori controllo”, scrivono gli autori della ricerca.

 

I RIFIUTI E L’INQUINAMENTO HANNO SUPERATO UN PUNTO DI NON RITORNO. STIAMO LETTERALMENTE SOFFOCANDO SOTTO I NOSTRI STESSI DETRITI

Non è un’esagerazione. L’anno scorso le Nazioni Unite hanno dichiarato che i rifiuti e l’inquinamento sono una crisi planetaria al pari del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità, e che vanno affrontate tutte e tre insieme. Tuttavia, fino a poco tempo fa, questa crisi era al terzo posto nella classifica globale. Un fatto dovuto in parte alla mancanza di dati. Quantificare i rifiuti e l’inquinamento è difficile. Ma se rimanevano alcuni dubbi sulla portata del problema, le nuove ricerche li dissipano. È infatti emerso che i rifiuti e l’inquinamento hanno superato un punto di non ritorno chiamato “limite planetario”, e sono oggi una minaccia per l’abitabilità del nostro pianeta. Stiamo letteralmente soffocando sotto i nostri stessi detriti.

Il concetto di limite planetario risale al 2009, quando un gruppo di ricercatori guidati da Johan Rockström, direttore dello Stockholm environment institute, ha cercato di definire quello che ha ribattezzato uno “spazio operativo sicuro per l’umanità”. Hanno scelto nove parametri globali che sono rimasti notevolmente stabili negli ultimi diecimila anni, tra cui il clima, la biodiversità, il degrado della terra e l’inquinamento. Questi creano collettivamente un sistema che rende possibile la nostra vita sulla Terra, ma sono stati indeboliti dal predominio degli esseri umani sul pianeta. Per ogni parametro, hanno tentato di fissare un limite che noi violiamo a nostro rischio e pericolo.

Nel 2015 l’équipe ha dichiarato che quattro dei nove limiti planetari – l’integrità della biosfera, il cambiamento climatico, l’uso del suolo e i cicli di azoto e fosforo – erano stati superati. E due di essi erano ancora indefiniti, e includevano “nuove materie” – perlopiù sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente dalle attività umane. In altre parole, rifiuti e inquinamento.

Il nuovo studio tenta di colmare questa lacuna di conoscenza. Definisce il limite come la capacità globale di eseguire test di sicurezza su queste nuove sostanze e di monitorarle nell’ambiente. Gli autori affermano che la produzione globale di prodotti chimici è aumentata di cinquanta volte dal 1950, e che sul mercato ci sono oggi 350mila prodotti chimici sintetici. Per la maggior parte di essi non è stata fatta un’adeguata valutazione di tossicità ambientale. L’équipe stima che abbiamo violato il limite di circa il 200 per cento: un impatto pari a quanto fatto all’integrità della biosfera, e peggiore di quello sul cambiamento climatico.

Il tempismo della ricerca è frutto sia del caso sia di una strategia. Dal 28 febbraio la quinta Assemblea sull’ambiente delle Nazioni Unite– l’organo decisionale di maggior livello al mondo per le questioni ambientali – si riunirà a Nairobi, in Kenya. Sul tavolo c’è una risoluzione per istituire un organismo scientifico globale che si occupi di sostanze chimiche, rifiuti e inquinamento, sul modello di quelli per il clima e la biodiversità. L’evento è il culmine di una campagna cominciata l’anno scorso e che ha raccolto vari consensi. Non è una coincidenza che siano coinvolti molti dei ricercatori del documento sui limiti planetari.

Anche senza i rifiuti generati dal covid-19, è chiaro quanto sia importante il successo della campagna. Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici ha fatto più di ogni altro gruppo per convincere i leader mondiali a prendere sul serio la crisi climatica. La Piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi dell’ecosistema, creata nel 2012, ha rafforzato la consapevolezza della crisi della biodiversità in modi mai visti prima. I rifiuti e l’inquinamento non meritano di meno.

Non rientreremo presto all’interno del limite. Si prevede che la produzione chimica globale triplichi di nuovo entro il 2050. Ma quando i rifiuti che generiamo con il covid-19 saranno diventati una testimonianza archeologica della prima grande pandemia del ventunesimo secolo, forse avremo imparato a smettere di sporcare il nostro stesso nido. Sperando di esistere ancora come genere umano.

*(Graham Lawton, New Scientist, Regno Unito, Traduzione di Federico Ferrone Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale New Scientist.)

 

 

06 –  Curzio Maltese*: DA RENZI A SALVINI E MELONI, IL QUARTO D’ORA DI CELEBRITÀ DEI LEADER DIVENTA SEMPRE PIÙ BREVE. DOPO LA FINE DEL LEADER FORZISTA, ABBIAMO VISTO SALTARE ALLA RIBALTA IL MATTEO RENZI DEL 41 PER CENTO ALLE ELEZIONI EUROPEE.  SEMBRAVA DESTINATO A DIVENTARE IL NUOVO LEADER DELLA POLITICA ITALIANA PER IL RESTO DEI SUOI GIORNI.

Ogni sospiro di Renzi era imprescindibile per i media. Peccato si sia frantumato, ossessionato dal referendum sulla costituzione. Era così sicuro di vincerlo che giurò ai quattro venti che avrebbe lasciato la politica in caso contrario. Naturalmente ha perso ed è rimasto, sbriciolandosi intorno al 2 per cento.

D’emblée giornalisti e televisioni hanno cominciato a rincorrere i Cinque Stelle. Già nel 2016 i riflettori si accendono sulle due sindache pentastellate, Chiara Appendino e Virginia Raggi, rispettivamente al governo di Torino e Roma.

Nel 2018 il movimento fa il botto su piano nazionale, con il 33 per cento si piazza vincitore assoluto delle elezioni politiche. Di nuovo sembravano incarnare il futuro del Paese e di nuovo la loro stagione è durata un battito d’ali, dimezzando presto il consenso ottenuto. Al momento pare vogliano pure dividersi.

Ecco quindi l’astro Matteo Salvini che, cogliendo il suo momento d’oro, cerca di incassare popolarità a go go tra una Papeete beach e trilli di campanello, rigorosamente attrezzato con felpe della Polizia.  Con poca lungimiranza insiste su antichi temi xenofobi e pensieri antieuropei che lo portano a schiantarsi durante il governo gialloverde. Lo stesso si può dire di Giuseppe Conte, da osannato premier durante la pandemia a oggi leader debolissimo.

Man mano che passa il tempo, le stagioni si accorciano. Qualche anno per Matteo Renzi, poco più di dodici mesi per il Movimento 5 Stelle, una manciata per Matteo Salvini.

Per fortuna Sergio Mattarella a un certo punto si è stufato, ha fischiato la fine dell’intervallo e ha chiamato a condurre il carro Mario Draghi, la cui popolarità al contrario di quella dei suoi predecessori che non oltrepassava il confine con Chiasso, è riconosciuta in tutto il mondo.

Al momento si sta preparando la stagione di Giorgia Meloni. È pronta per il suo quarto d’ora di celebrità. Vedremo quanto durerà.

*( Curzio Maltese è un giornalista, scrittore, politico e autore televisivo italiano, dal 2014 al 2019 europarlamentare per la lista L’Altra Europa con Tsipras., da Domani )

 

 

07 –  Alfiero Grandi* CONTRO LA CRISI DELLA POLITICA E DELLA DEMOCRAZIA SUBITO UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE

APPROVARE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE PRIMA DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE È OBIETTIVO CENTRALE E IMPRESCINDIBILE PER SBLOCCARE UNA GRAVE PARALISI POLITICA E ISTITUZIONALE, CHE IN OCCASIONE DELLA RIELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA HA TROVATO, PER FORTUNA, SOLUZIONE NEL SECONDO MANDATO DI MATTARELLA.

Anche se questa esperienza pone il problema di chiarire in Costituzione se la rielezione del Presidente sia possibile oppure no, c’è al Senato un ddl costituzionale che potrebbe essere l’occasione per chiarire una volta per tutte. Questa volta la crisi democratica è stata evitata, ma occorre evitare di ritrovarsi in una situazione senza via d’uscita.

Non solo per la prossima legislatura ma anche per quello che resta di questa.

Ci sono segni di tempesta sul versante dell’inflazione, che a torto è stata sottovalutata. È passeggera, è stato detto. Ora, nessuno azzarda più questa valutazione. Il rincaro dell’energia e delle materie prime hanno un potenziale di spinta su tutta l’economia, sia pure con diversa potenza tra i settori produttivi e i consumi. È in pieno dispiegamento un effetto annuncio che può estendere l’aumento anche oltre le conseguenze prevedibili. Una sorta di effetto mandria impazzita. Il mercato non si autoregola ma ha bisogno di regole. Per ora il governo sta cercando di tamponare le falle, ma forse si sta rendendo conto che rischia di essere un inseguimento senza fine, con effetti devastanti sui conti pubblici.

Altrimenti perché Draghi, che solo qualche settimana fa affermava che questo è il momento di dare soldi al paese non di chiederli, ora cerca di evitare ulteriori scostamenti di bilancio, con il risultato di spostare risorse da una voce all’altra del bilancio pubblico?

Il percorso del governo nei prossimi mesi non sarà agevole e dovrà dare prova di fantasia e capacità di innovare, evitando di farsi catturare dal vecchio, dalla conservazione, dalla sottovalutazione delle divaricazioni sociali che sono destinate ad ampliarsi ogni volta che i cambiamenti sono repentini e non regolati. In poche parole, dovrà fare politica. Il governo dovrebbe chiamare subito le forze sociali a discutere di questo pericolo, ricordando che Ciampi affrontò una fase, certo diversa, mettendo sul tavolo anzitutto gli impegni del governo per contrastare l’inflazione e proponendo comportamenti conseguenti a tutti i soggetti sociali. Per questo occorre pensare a forme di controllo severo dell’aumento dei prezzi, per evitare di fare come dopo il cambio lira-euro, con lamenti postumi. I lavoratori non possono rinunciare a garantire il loro potere d’acquisto che negli ultimi 20 anni è addirittura diminuito, unico caso in Europa, per non parlare della crescente precarietà, del lavoro povero, ecc. Questo è un punto importante. Ce ne sono altri da affrontare che richiedono confronto politico, chiarezza di proposte e di obiettivi. Non è un compito che può essere delegato al solo governo, che andrebbe rapidamente in sofferenza.

 

La legge elettorale è un simbolo.

Approvare una nuova, buona legge elettorale può aiutare sia per il segnale politico, perché tenderebbe a superare la stallo registrato solo una settimana fa, sia perché indicherebbe la consapevolezza dell’importanza che ha ridefinire le regole con cui i diversi partiti si confronteranno nella prossima legislatura. Confronto non è rissa continua ma mettere in primo piano le diverse letture e soluzioni dei problemi per sottoporle al giudizio degli elettori. Gli schieramenti politici che qualcuno ha cercato di ibernare ipotecando il futuro non esistono più. Ora si tratta di stimolare i singoli partiti a compiere un passo avanti, a darsi un profilo e andare al confronto politico tra proposte, anziché puntare al potere per il potere. Dopo il risultato elettorale verrà la fase in cui le diverse posizioni si confronteranno e proveranno a costruire programma e governo, quello possibile, come in Germania. È evidente che per arrivare a questo risultato occorre una legge elettorale proporzionale. Il maggioritario non ha risolto l’instabilità, non ha portato fortuna né a destra né a sinistra, è una distorsione che ha prodotto i suoi effetti negativi. Vengono obiezioni, si dice: occorre evitare la dispersione, quindi vengono avanzate proposte come soglie più alte per eleggere un parlamentare o premi di maggioranza.

Si trascura, volutamente o meno, che il taglio dei parlamentari ha creato una sorta di “accisa” sul livello attuale di soglia del 3%. Con il risultato di portare la soglia di accesso reale verso il 4,5 % e addirittura al Senato, nelle piccole regioni, al 30%.

La soglia è già in sé un premio di maggioranza, andare oltre vuol dire distorcere la parità di voto dei cittadini, imponendo di fatto alla maggioranza degli elettori una maggioranza drogata dal meccanismo elettorale che in realtà è una minoranza. Questo non ha conseguenze solo sulle singole misure, che pure non è poca cosa, ma porta ad una contraddizione con la nostra Costituzione. È vero che la nostra Costituzione non prevede con nettezza il meccanismo elettorale, tuttavia i suoi principi fondamentali, ad esempio la parità di voto, creano dei criteri che hanno consentito alla Corte costituzionale di cassare leggi elettorali o parti di esse, perché incompatibili.

La legge attualmente in vigore (Rosatellum rivisto su ispirazione di Calderoli nel maggio 2019) è giustamente oggetto di ricorsi per incostituzionalità. In particolare due aspetti gridano vendetta, anche se non sono gli unici. Il primo è la scheda “coatta” che obbliga a dare un voto unico per i collegi uninominali e per le circoscrizioni proporzionali, voto per uno e di conseguenza tutta la filiera, il secondo è la disparità del valore, del peso dei voti dei cittadini. In Trentino Alto Adige un voto vale il doppio che in altre regioni con gli stessi abitanti e questo è stato possibile parificando con legge ma non in Costituzione Regioni e Provincie autonome. Purtroppo i ricorsi rischiano di essere esaminati dopo le elezioni come altre volte e a quel punto tutto diventerebbe pressoché inutile o destabilizzante.

 

Per questo la legge elettorale è urgente.

La legge elettorale deve “ricordarsi” i meccanismi istituzionali previsti dalla nostra Costituzione, che prevede contrappesi tra i poteri e regole adatte per una legge elettorale sostanzialmente proporzionale. L’elezione di Mattarella ha riproposto la questione, perché il Presidente della Repubblica è una figura di garanzia costituzionale, non di parte come sarebbe se fosse eletto direttamente, quindi capo di una parte, e lo conferma che per eleggerlo dopo 3 votazioni andate a vuoto occorre comunque il voto della maggioranza assoluta dei parlamentari integrati dai delegati regionali. Sono tanti gli aspetti analoghi nella Costituzione.

La prima questione che la nuova legge elettorale deve garantire è che il paese reale sia rappresentato il più possibile attraverso i parlamentari, oggi invece da due decenni abbiamo deputati e senatori che non hanno come riferimento i cittadini che votano ma i capi partito che fanno le liste e il posto in esse è la vera garanzia di elezione. Per questo i parlamentari sono fedeli ai capi e questo spiega perché il parlamento abbia raggiunto il punto storico più basso di credibilità. Ho già ricordato che un tornante storico negativo è avvenuto quando Berlusconi ha imposto alla sua maggioranza parlamentare di approvare un odg che afferma che Ruby era la nipote di Mubarak. Ascoltare l’ex ministro Martino giustificare imbarazzato questo voto

conferma che è stato un tornante negativo potente. Questa bugia un parlamentare non può e non deve mai, per nessuna ragione, approvarla perché colpisce al cuore la credibilità dell’organo di cui fa parte.

Altro tornante storico negativo è l’approvazione del taglio dei parlamentari voluto dal Movimento5Stelle ed approvato da tutti gli altri partiti subendone il condizionamento.

Zingaretti, all’epoca segretario del Pd, forse consapevole dell’errore, lanciò, appena approvato definitivamente il taglio, la proposta di passare ad una Camera sola di 600 persone. Proposta in sé da esaminare, insieme a tanto altro, ma lanciata dopo l’approvazione definitiva del taglio alle due Camere, del tutto estemporanea. Anche le ulteriori modifiche costituzionali tanto decantate si sono perse per strada, tranne il voto ai 18enni per il Senato. Questi ed altri aspetti hanno fatto precipitare la credibilità del parlamento. Del resto, se i parlamentari stessi hanno accettato o subito la loro stessa riduzione hanno dato al paese il segnale che il lavoro di tanti di loro è superfluo.

A questo si sono aggiunti nel tempo meccanismi di lavoro parlamentare che hanno portato la legge approvata per la parità retributiva tra i sessi ad essere l’unica iniziativa degna di nota del parlamento in questa legislatura; altre, come il ddl Zan, sono finite, purtroppo, su un binario morto.

Tra voti di fiducia a raffica, decreti legge del governo, maxiemendamenti il parlamento è stato ridotto ad essere subalterno agli atti del governo, ribaltando nei fatti quanto prevede la Costituzione, mentre dovrebbe essere il contrario. Per questo troppi omaggi al ruolo del parlamento sono solo formali. Solo nell’elezione di Mattarella il parlamento ha finito con l’indicare la strada ai leader incapaci di trovare una soluzione di livello.

Occorre ridare al parlamento il ruolo che deve avere, per farlo occorre che i parlamentari rispondano agli elettori che li eleggono, non ai capi partito.

Gli elettori debbono poter scegliere i loro rappresentanti. Continua ad essere sottovalutata la scissione di Renzi che si è portato via buona parte di quelli che ha fatto eleggere e che evidentemente gli sono rimasti fedeli. La fedeltà al capo è il criterio principale, non la competenza, la qualità, l’autonomia personale. Tranne casi lodevoli che confermano la regola. Altrimenti finiremo in una impasse da cui riemergerà la proposta di una revisione costituzionale complessiva. Eppure esperienze come quella del Titolo V dovrebbero dissuadere dall’approvare modifiche costituzionali improvvide.

Certo, per affrontare la crisi della politica, che rischia di diventare crisi della democrazia, occorre anche molto altro. Rivedere il funzionamento dei partiti come recita l’articolo 49, riproporre forme di finanziamento pubblico dell’attività politica che è stata limitata al punto tale che la partecipazione politica oggi è riservata al censo come in altre epoche precedenti, e altro ancora. Tutto vero, ma da qualche parte occorre iniziare e la legge elettorale è certamente il primo decisivo appuntamento che, se venisse mancato, condizionerebbe tutti gli altri.

Quando l’astensionismo raggiunge i livelli attuali la democrazia stessa rischia di entrare in grave sofferenza. Nel collegio a Roma in cui è stata eletta Cecilia D’Elia ha votato l’11% degli elettori e il suo 59% va quindi ricalcolato su quella base. L’astensionismo dovrebbe togliere il sonno ai dirigenti politici, invece da troppe parti questo viene acquisito come un dato di fatto. Le scelte che ci aspettano hanno bisogno di confronto, di partecipazione, di mobilitazione e questa crescente astensione non può che essere fonte di grande preoccupazione.

*( Alfiero Grandi su www.jobsnews.it)

 

 

08 – Giansandro Merli*: IL PAPA PARLA, APPLAUDONO TUTTI. ANCHE CHI HA LE MANI SPORCHE.

CHE TEMPO CHE FA. BERGOGLIO USA PAROLE DURISSIME CONTRO I PIÙ DRAMMATICI FENOMENI DELLA MODERNITÀ CAPITALISTA, MA NESSUNO DEI POLITICI ALL’ASCOLTO SI SENTE CHIAMATO IN CAUSA.

Anzi . In diretta tv papa Francesco ha usato parole durissime per condannare i più drammatici fenomeni della modernità capitalista: guerre, povertà, disuguaglianze, migrazioni forzate, morti alle frontiere. Tra gli ascoltatori c’era anche chi in questi anni ha adottato leggi e politiche a monte di quei problemi. Nessuno di loro, però, si è sentito chiamato in causa. Anzi.

A Non è l’arena Massimo Giletti ha chiesto a Giorgia Meloni di commentare le parole del papa sui migranti. Lei ha buttato, per la prima volta in mezz’ora, la palla in tribuna. «Sua santità fa il suo, la politica è un’altra cosa – ha detto – Il governo chiede il greenpass agli italiani e niente agli immigrati clandestini che sbarcano». Più originale Matteo Salvini, che si è affrettato a twittare: «Assolutamente d’accordo con papa Francesco». Al leader leghista è piaciuto il riferimento alla Ue per un accordo sulla condivisione dei migranti.

HA INVECE EVITATO di citare le parole pronunciate da Bergoglio poco prima: «Quello che si fa con i migranti è criminale. Ci sono dei filmati sui lager, uso la parola sul serio». E fa finta di non sapere che gli altri paesi europei accolgono più dell’Italia e accolgono anche chi sbarca qui ma continua il viaggio via terra. I dati Eurostat dicono che i rifugiati ogni mille abitanti sono: 24 in Svezia, 18 a Malta, 17 in Austria, 16 a Cipro, 15 in Germania, 10 in Grecia, 6 in Francia e Danimarca. La media Ue è di 6. In Italia sono 2. Chi accoglie di meno? Gli amichetti sovranisti del blocco di Visegrád: Ungheria (1), Polonia (0).

Seguendo l’arco parlamentare ci si imbatte nella reazione di Mariastella Gelmini (Fi): «Non è tempo dell’indifferenza. O siamo fratelli o crolla tutto. Grazie papa Francesco». È la stessa che una volta criticò l’ex premier Giuseppe Conte per il presunto retromarcia sugli F35 e un’altra scrisse: «Gli F35 sono la riaffermazione della sovranità nazionale perché senza un livello adeguato di capacità militare ne uscirebbe indebolita la nostra autonomia militare e di difesa». Gelmini deve aver perso il passaggio in cui il papa ha detto «con un anno senza fare armi si potrebbe dare a tutto il mondo da mangiare ed educazione gratuita». Del resto con lei meglio non parlare di risorse per la scuola.

CHI NON HA PROFERITO parola è Conte, che come il papa è cattolico di rito gesuita. Forse il leader dei 5 Stelle, oltre ai travagli senza fine del presente, cerca ancora perdono per i due governi che ha guidato: quello gialloverde che ha introdotto i decreti sicurezza e quello giallorosa che non li ha cancellati. Non perde occasione per star zitto Matteo Renzi (Iv): «Tante le cose dette dal pontefice che fanno pensare: i lager criminali per fermare i migranti, il ruolo dei genitori nel gioco coi figli, il valore dell’amicizia, il senso dell’umorismo». C’è poco da ridere con chi nel 2014 ritirò la missione Mare Nostrum che aveva salvato 150mila persone perché costava troppo.

L’aveva messa in mare Enrico Letta (Pd) che dopo il discorso di Francesco ha twittato: «Son tantissime le sensazioni e le suggestioni». Ne suggeriamo una: votare No ai finanziamenti alla guardia costiera di Tripoli che riporta le persone nei «lager». Ha ringraziato il papa anche il commissario europeo Paolo Gentiloni. Nel 2017 firmò con Fayez al-Sarraj il memorandum italo-libico da cui i «lager» dipendono.

Maggiore coerenza tra i parlamentari che votano ostinatamente contro il decreto missioni: Nicola Fratoianni (Si), Erasmo Palazzotto (LeU) e Riccardo Magi (+Europa) hanno invitato governo e parlamento a mettere fine agli accordi con la Libia.

UNANIME APPREZZAMENTO al papa è arrivato dalle Ong che ne mettono in pratica le parole tra le onde. Luca Casarini di Mediterranea, che dal Vaticano è sostenuta anche economicamente, ha detto: «Il nostro compito non deve fermarsi al soccorso in mare, dobbiamo aiutare donne, uomini e bambini a fuggire dalle prigioni, dai “lager”».

Per Tiziana Cauli (Sea-Watch): «Troppo facile sottoscrivere gli appelli del pontefice mentre si finanzia chi tortura e respinge». «Il papa, al contrario dei leader politici, anche progressisti, ha chiamato le cose con il loro nome», afferma Veronica Alfonsi (Open Arms). Valeria Taurino (Sos Mediterranée) si è rivolta alla Ue: «Ascolti Bergoglio, ripristini i soccorsi».

*( Il Manifesto  edizione del 08.02.2022, Giansandro Merli, è un’attivista dei movimenti per il diritto all’abitare, da anni si batte per le persone che non riescono a pagare un affitto. Per questo adesso rischia di doversene andare dal paese in cui si è costruita una vita )

 

 

09 – Vincenzo Comito*: INFLAZIONE, CRISI ALIMENTARE E DEBITO, UNA TEMPESTA QUASI PERFETTA. SCENARI. ALL’INFLAZIONE SI SOMMA LA CRESCITA DEI PREZZI DEI PRODOTTI AGRICOLI : PIÙ 28% NEL 2021.

La spinta ha riguardato olii, cereali, caffè, zucchero, carne e prodotti caseari, patate

Tra i temi caldi del 2022, che toccheranno peraltro in maniera anche molto differenziata paesi ricchi e paesi poveri, classi agiate e classi sfavorite, ci sono l’alto livello di inflazione e la difficile gestione del debito.

Gli ultimi dati relativi all’inflazione in Occidente, quelli del gennaio 2022, appaiono abbastanza minacciosi. Così, il tasso di crescita dei prezzi al consumo su base annua è stato nel mese del 5,1% nella UE e del 4,8% in Italia, in ambedue i casi con valori in aumento.

Così la Bce comincia ad ammettere, sia pure a denti stretti, che nel corso dell’anno i tassi di interesse potrebbero crescere, una minaccia per paesi come l’Italia o la Grecia. In Europa si collega l’aumento dei prezzi soprattutto al caro energia, ma c’è qualche altro fattore che può spaventare almeno altrettanto: parliamo della crescita fortissima dei prezzi dei prodotti agricoli. Le recenti analisi della Fao mostrano che, se tra il 2015 e il 2020 i prezzi del cibo erano rimasti stabili, nel 2021 sono aumentati in media del 28%. La spinta ha riguardato olii vegetali, cereali, caffè, zucchero, carne e prodotti caseari, patate.

Questo considerevole aumento appare in relazione alla ripartenza della domanda globale a fronte della carenza di offerta, dovuta a sua volta a diversi fattori; oltre all’aumento nei prezzi dell’energia, hanno giocato un ruolo i cambiamenti climatici, che nel 2021 hanno portato tra l’altro ad eventi metereologici estremi, in particolare in alcuni dei grandi paesi produttori agricoli, dal Brasile all’Argentina agli Stati Uniti. Inoltre la ricostituzione delle scorte, dopo la peste suina africana e il covid, che ha avuto come conseguenza un vero shock nel sistema alimentare mondiale, ancora i recenti problemi logistici e di trasporto via mare, i conflitti in alcuni paesi ed infine, ovviamente, lo scatenarsi della speculazione internazionale.

Un discorso particolare va fatto per alcune produzioni. Nel 2021 quelle di grano, di soia e di mais hanno segnato un livello record, ma in questo caso l’elefante nella stanza è stato la Cina, che ha importato quantità molto elevate delle stesse.

L’inflazione nel settore alimentare colpisce in particolare i paesi più dipendenti, appesantendo la fattura delle loro importazioni (la Fao ci ricorda che nel 2021 quelle di prodotti alimentari nel mondo hanno raggiunto il massimo assoluto) e per di più in un periodo in cui in tali paesi si registra un significativo declino dei salari. Bisogna ricordare che il peso del cibo nei bilanci familiari dei paesi poveri appare molto elevato, grosso modo intorno al 50-60% dei loro redditi ed anche più, contro ad esempio solo intorno al 14% negli Stati Uniti.

Il problema tocca soprattutto alcune aree dell’Africa e dell’America Latina, mentre l’Asia è stata nella sostanza risparmiata in relazione all’abbondanza dei raccolti di riso nell’anno.Vogliamo peraltro sottolineare come i problemi del cibo non riguardino solo i paesi più deboli. Così, ad esempio, un articolo del Guardian del 22 gennaio ci ricorda che in Gran Bretagna, a fronte di una crescita nei livelli della povertà, i cibi a più buon mercato sono presi d’assalto e stanno sparendo dagli scaffali, a favore di quelli a prezzo più elevato, mentre i negozi perdono clienti a favore delle istituzioni caritatevoli, delle banche del cibo e della fame.

Ma non c’è soltanto la questione del cibo a far perdere il sonno ai paesi più deboli. Un articolo del Financial Times del 3 febbraio, partendo dall’ennesimo accordo tra il Fondo Monetario e l’Argentina per la ristrutturazione del debito del paese, rileva come sia ormai evidente la grande sofferenza economica ed umana che la pandemia ha inflitto ai paesi poveri, nell’indifferenza del mondo occidentale. Si sta per assistere tra di essi, secondo il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, ad un gran numero di default disordinati, mentre comunque il 60% di quelli a basso reddito hanno qualche difficoltà con il loro debito, insieme anche ad un certo numero di paesi a reddito medio.

Mentre in passato i paesi occidentali organizzavano la ristrutturazione del debito di tali paesi nella cornice del “Club di Parigi” da loro creato, il sistema non funziona più. Infatti, oggi il ruolo della Cina nella concessione di prestiti a tali paesi è ormai preponderante e ad essa dovrebbe essere riconosciuto un posto di rilievo nel Club.

Due conclusioni. Intanto i paesi più deboli si trovano di fronte ad una tempesta quasi perfetta, con alti costi per il cibo, grandi difficoltà a ripagare i debiti, redditi medi in calo; d’altro canto, nelle due vicende descritte abbiamo ritrovato in primo piano la Cina, senza il cui fondamentale contributo, che piaccia o no, non appare più possibile risolvere quelli citati, ma anche, più in generale, nessuno dei grandi problemi del mondo.

*( da Il Manifesto, Vincenzo Comito EDIZIONE DEL 08.02.2022)

 

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