Emiliano Brancaccio. “Se non una rivoluzione serve almeno una rotazione”. Arrestare i capitali.

Negli Anni 70 esistevano ben 22 aliquote di prelievo sul reddito, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Oggi sono appena 3 con la più alta crollata al 43%. Fisco, serve almeno una «rotazione». Per esempio arrestando i capitali.

 

La «rotazione» sul fisco che serve a sinistra

 

di Emiliano Brancaccio (*)

Come fronteggiare il ritornante liberismo guerrafondaio, prono verso i ricchi e autoritario coi poveri, che di nuovo dilaga nel mondo e che in Italia è diligentemente rappresentato da Meloni, soci e camerati vari?

Per cominciare, sarebbe utile comprendere che questa ulteriore torsione politica verso destra non é accidentale. Essa trae la sua forza dalle tendenze di fondo del capitalismo contemporaneo, verso una disuguaglianza sempre crescente e una concentrazione del capitale e del potere in sempre meno mani.
Queste violente tendenze sono ormai apertamente riconosciute anche da diversi grand commis delle istituzioni, i quali ammettono che per contrastarle servirebbero azioni «di forza» come non se ne vedono da mezzo secolo.

Nel dibattito lanciato dal manifesto sulla necessità che la sinistra non vada al traino della destra e la smetta di giocare sempre e solo di rimessa, è stato ricordato come persino Romano Prodi osi dichiarare che contro una tale onda di iniquità «ora serve, non dico la rivoluzione, ma qualcosa di radicale».

In effetti tra le élites c’è chi si spinge addirittura oltre. In un dibattito con il sottoscritto, l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard ha sostenuto che l’ingiustizia sociale che ci tocca oggi fronteggiare è di tale portata da richiedere una «rivoluzione della politica economica».

Certo, in questo bel paese addormentato la parola «rivoluzione» suscita sempre un certo imbarazzo, comunque venga declinata e persino quando sia evocata da specchiati cardinali dell’establishment.

Ci si potrebbe allora accontentare: se dalle nostre parti l’opposizione non può fare una «rivoluzione», almeno compia una «rotazione» copernicana. Dove per rotazione intendiamo qui una tersa autocritica, verso il liberismo autoritario che pure il centrosinistra ha avallato negli anni passati.

Gli esempi, purtroppo, sono numerosi.

Basti notare le regole sul diritto di sciopero o gli indici di tutela del lavoro calcolati dall’Ocse: per un trentennio sono sempre andati nella direzione dell’indebolimento della classe lavoratrice, quasi indipendentemente dal colore dei governi che si avvicendavano. A quando una svolta, ossia una «rotazione» della linea politica?

Oppure si pensi alle privatizzazioni, ancora oggi celebrate da larga parte dell’arco parlamentare. Come riconosciuto anche dalla Corte dei conti, il più delle volte sono state occasioni di guadagno speculativo per azionisti e faccendieri molto più che reali stimoli all’efficienza produttiva. Cosa si attende prima di avviare una «rotazione» rispetto alla consueta politica bipartisan delle svendite di Stato?

Un esempio ulteriore, lampante come pochi, è la politica tributaria. Negli anni Settanta esistevano ben 22 aliquote di prelievo fiscale sul reddito, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Oggi sono appena 3 con la più alta crollata al 43%, senza contare gli speciali favori ai redditi da capitale.
Sappiamo che a questa accanita distruzione del principio costituzionale di progressività delle imposte hanno contribuito anche le forze democratiche. Pure di recente, col sostegno agli ulteriori ritocchi al prelievo sui capitali promosso dal governo Draghi.

Il problema è che la «rotazione» politica verso un ritorno alla progressività fiscale è oggi ostacolata dalla libera circolazione dei capitali a livello internazionale. In sostanza, se oggi alzi le aliquote su profitti e interessi, il capitale si sposta dove il prelievo è più basso o addirittura nullo. Specialmente nei paradisi fiscali, inclusi quelli «di fatto» situati nell’Unione europea.

Per fortuna una soluzione esiste: arrestare le libere scorribande internazionali di capitali, continuamente a caccia di nuove opportunità di elusione del fisco e di sfruttamento del lavoro e della natura. In un altro dibattito con il sottoscritto, fu proprio Prodi ad appoggiare entusiasta questa soluzione. Il presidente Prodi se la sentirebbe oggi di confermare la sua adesione a rinnovate forme di controllo dei capitali? E le forze di opposizione?

Insomma, se la destra ignobilmente cerca un capro espiatorio nell’arresto dei migranti, la sinistra dovrebbe invece arrestare i capitali. Sarebbe non una «rivoluzione» ma di certo una «rotazione» radicale: l’unica svolta realmente in grado di contrastare le inique tendenze di questo tempo durissimo.

 

(*) Emiliano Brancaccio insegna Economia all’Università del Sannio

 

 

FONTE: Il manifesto del 13.01.2024

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