Quel Finimondo dentro Berlino. Speculazione edilizia e stravolgimento sociale della capitale tedesca

Quella che nei primi anni Novanta poteva ancora dirsi una città anarchica, rivoluzionaria e alternativa all’interno della Germania unificata, sta progressivamente perdendo la sua identità originaria e ha finito per arrendersi alle logiche del capitalismo più sfrenato che ne stanno cambiando non solo il volto, ma purtroppo anche l’anima.

La privatizzazione di grandi appezzamenti di suolo pubblico e di società comunali – iniziata dopo la caduta del Muro e portata avanti in grande stile ai primi del 2000 da una coalizione tutta di sinistra (!) – ha dato il via a una feroce speculazione edilizia. Le grandi società immobiliari hanno messo letteralmente le mani su quella che era una delle più “economiche” capitali europee, innescando così un vorticoso processo di gentrificazione dovuto a un eccessivo rincaro di affitti, beni e servizi. Da vent’anni a questa parte questo processo sta avendo un impatto dirompente dal punto di vista urbanistico e sull’assetto sociale di Berlino, costringendo le fasce più deboli a lasciare i quartieri popolari del centro per spostarsi nelle aree periferiche e meno attraenti della città.

Le conseguenze legate a questa trasformazione in atto da tempo hanno sempre catturato il mio interesse, sia come giornalista sia come film maker. Il lavoro di reporter che ho svolto per anni, alla continua ricerca di fatti nuovi da raccontare, mi ha permesso di raccogliere le esperienze di molti testimoni, spesso accomunate dalla difficoltà a integrarsi nel complesso panorama socioeconomico di Berlino: esperienze tragiche, comiche, surreali, sconcertanti o semplicemente “diverse”. Un peccato affidarne il racconto solo alla carta stampata o ai reportage radiofonici. Da qui la necessità e la voglia di fare cinema e portare sullo schermo alcuni degli straordinari personaggi conosciuti in quegli anni.

La città, con la sua ingombrante eredità storico-politica e i cambiamenti a cui è tuttora soggetta, mi è sembrata il set ideale per dare una nuova dimensione a queste vicende umane. Sì, perché l’immagine cinematografica aggiunge qualcosa di unico a ogni altra forma di narrazione: essa “fissa il tempo senza nessuna mediazione”, come teorizzava Andrei Tarkovskij ne “La forma dell’anima”. Per il grande maestro “il movente che normalmente spinge una persona ad andare al cinema, [è] la ricerca del tempo: o il tempo dissipato, o quello perduto, oppure quello non ancora raggiunto”. Proprio con l’intento di catturare il tempo di questa città in un suo contesto storico-sociale e renderlo riproducibile attraverso le immagini, ho voluto girare il mio nuovo film, “The Woddafucka Thing” (Quella dannata cosa).

 

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La protagonista principale Dela Dabulamanzi ( foto anche in copertina) in una scena di “The Woddafucka Thing”, (Quella dannata cosa), che al Filmfest Bremen del 2023 ha vinto il 1° Premio della Giuria per il miglior film in lingua tedesca.

 

Le avventure dei miei protagonisti hanno luogo interamente a Berlino. Sono perlopiù stranieri o hanno un background migratorio e affrontano le difficoltà quotidiane con semplicità e fantasia, le uniche armi di cui dispongono. Sono sognatori ingenui che lottano per la sopravvivenza nel tentativo di sottrarsi al conformismo borghese e alle soffocanti regole imposte dall’economia di mercato. Sweety, Gino e Ninja sono gli eterni outsider a cui perdoniamo di buon grado le strampalate imprese da fuorilegge alla Robin Hood. Questi picari metropolitani rispecchiano bene il volto alternativo e sregolato di Berlino. Anche loro sono vittime della speculazione edilizia e si trovano a sperimentare sulla propria pelle gli effetti dello spietato cinismo che prevale nell’attuale mercato immobiliare.

A partire dal nuovo millennio questa capitale è stata mitizzata a dismisura e venduta dai media di tutto il mondo come una specie di paese dei balocchi, dei grandi investimenti e dei facili guadagni. E, in effetti, per un certo periodo è stato proprio così. La verità, quella che oggi nessuno vuole recepire, è che Berlino oramai è diventata una città in cui predominano lavori mal pagati e decisamente inadeguati a far fronte al crescente costo della vita. Una metropoli sempre più faticosa e burocratica in cui si riesce a trovare un alloggio solo pagandolo a peso d’oro.

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Berlino sta progressivamente perdendo la sua identità originaria vittima delle logiche del capitalismo più sfrenato.

 

Il prezzo di una stanza in un appartamento condiviso oscilla mediamente tra i 500 e i 700 euro mensili e l’affitto degli esercizi commerciali è quasi triplicato. Approdare a Berlino senza una specializzazione, una solida esperienza professionale alle spalle o una buona conoscenza del tedesco significa, nella maggior parte dei casi, sbarcare il lunario con lavoretti in nero o, quando va bene, con un contratto che spesso non supera il minimo sindacale. In alcuni casi non resta altro da fare che rimanere invisibili allo Stato e quindi evitare di pagare, oltre alle tasse, anche la cassa malattia e quella pensionistica. Oppure fare il contrario e rendersi molto visibili allo Stato facendo richiesta del sussidio sociale.

Proprio all’interno di questo magmatico sottobosco cittadino, sempre più vasto e con l’acqua alla gola, si muovono i personaggi ritratti in “The Woddafucka Thing”. Essi pagano le conseguenze di un sistema che non riescono a dominare e nel quale faticano a inserirsi. Pur essendo un po’ sprovveduti, hanno però la straordinaria capacità di non arrendersi mai di fronte alle avversità. Hanno una grande energia e nutrono l’eterna speranza che prima o poi la svolta arriverà anche per loro. Alla resilienza preferiscono la ribellione, non sono politicamente corretti ma non hanno pregiudizi e nonostante il loro istinto criminale sono sempre rispettosi della dignità altrui.

fuckaplakatLa cosa che però li nobilita e li riscatta maggiormente è la loro dimensione umana, la convinzione che ogni persona abbia sempre qualcosa di buono da offrire, foss’anche solo un sentimento di riconoscenza, se non proprio di amicizia. Sono loro che, secondo me, incarnano la vecchia anima ribelle di Berlino che sta scomparendo. Quella internazionale e multiculturale dei tanti artisti, muratori, intellettuali, camerieri e bohémien che sin dagli anni Sessanta e fino al nuovo millennio erano venuti a Berlino per vivere la vita in un modo nuovo – e non solo per sopravvivere – contribuendo a dare un forte scossone alla rigida società tedesca.

“Quella dannata cosa” che volevo raccontare di Berlino immortalandola su fotogrammi in bianco e nero carichi di “tempo dissipato”, “perduto”, o “non ancora raggiunto”, forse, non è altro che questa. Tutto il resto è cinema.

 

 

 

 


vallero9Gianluca Vallero è regista e doppiatore per la TV e il cinema. Tra il 1992 e il 2003 ha lavorato come giornalista pubblicando articoli su quotidiani italiani e svizzeri tra cui Il Manifesto e Il Giornale del Popolo e trasmesso reportage sulle emittenti radiofoniche pubbliche in Germania. Nel 2003 ha preso parte alla produzione cinematografica “Le chiavi di casa” come assistente alla regia di Gianni Amelio. Con la sua Finimondo Productions ha realizzato diversi cortometraggi e un documentario. The Woddafucka Thing è il suo primo lungometraggio di finzione, che ha festeggiato la prima mondiale al Filmfest Bremen nel 2023 vincendo il 1° Premio della Giuria per il miglior film in lingua tedesca.

 

FONTE: https://berlin89.info/it/stori-europa-mobile/quel-finimondo-dentro-berlino.html

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