Voto all’estero/ Inversione dell’opzione? Si ma…

Dopo la Farnesina, il Viminale: oggi pomeriggio, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul voto all’estero, la Giunta delle elezioni della Camera presieduta da Roberto Giachetti ha ascoltato il sottosegretario all’Interno Ivan Scalfarotto e il prefetto Fabrizio Orano, Direttore centrale per i Servizi Elettorali. Entrambi hanno riportato cifre su elettori e circoscrizioni, evidenziando quanto sia complesso il meccanismo che regola il voto degli italiani all’estero e convenendo sulla necessità di modificarlo, esprimendo riserve sia sul voto elettronico che su quello nei seggi, ma anche spiegando che l’inserimento dell’inversione dell’opzione – se vuoi votare lo devi dire – semplificherebbe alcuni passaggi complicandone altri.
Il voto dei connazionali coinvolge “diverse amministrazioni”, ha esordito Scalfarotto – Interno, Esteri e Giustizia – tutte impegnate a garantire un diritto sancito dalla Costituzione che vuole il voto libero, personale ed uguale. Gli iscritti all’Aire votano per corrispondenza, ma possono chiedere di votare in Italia; a loro si aggiungono i temporaneamente all’estero che ne facciano, a loro volta, richiesta. Tutti passaggi, ha elencato Scalfarotto, dalle precise scadenze temporali: la prima, la più impegnativa per Farnesina e Viminale, è l’allineamento degli elenchi degli elettori.
Al 20 aprile scorso, gli aventi diritto all’estero erano 4.846.009: 1.530.454 in America latina, 433.489 in Centro e Nord America, 248.797 in Africa, Asia, Oceania e Antartide e 2.633.269 in Europa. Questo il corpo elettorale che dall’estero voterà al prossimo referendum del 12 giugno.
Elencati i passaggi che vedono le amministrazioni impegnate dall’indizione delle elezioni allo spoglio, passando per stampa delle schede, invii e riconsegne fino all’arrivo dei voti in Italia, Scalfarotto, come ieri Di Maio, si è detto contrario alla stampa delle schede in Italia – dilaterebbe i tempi e sarebbe complicato adattare le diverse modalità di compilazione degli indirizzi adottate nei diversi Paesi – mentre ha spiegato meglio la novità introdotta dall’ultimo decreto approvato dal Consiglio dei Ministri che ha suddiviso la competenza dello spoglio in 5 Corti d’Appello.
La competenza rimane a Roma, ma i voti saranno inviati anche in altre 4 sedi “decentrate”, cioè Milano, Bologna, Firenze e Napoli, tutte città con aeroporto. Dalle prossime politiche, i voti dell’Europa – la ripartizione più numerosa – saranno suddivisi tra Milano, Bologna e Firenze; a Napoli andranno i voti di Centro e Nord America, Africa, Asia e Oceania, mentre le schede dell’America latina rimarranno a Roma, dove la Corte rimarrà unica competente anche per la stesura dei verbali sui votanti, la comunicazione dei risultati e la proclamazione ufficiale degli eletti.
Se gli aventi diritto aumentano di anno in anno, altrettanto non fa il numero dei votanti: nelle prime due elezioni politiche (2006 e 2013) all’estero votò il 40% dei connazionali, percentuale scesa al 30% nel 2018; diverso il dato negli 8 referendum dal 2003 al 2020: il massimo si toccò nel dicembre 2016 con la conferma della riforma costituzionale (30,76), il minimo lo stesso anno ma in primavera per quello sulle trivelle (19.73%).
L’obiettivo del Viminale, ha ribadito più volte il sottosegretario, è “assicurare la più ampia partecipazione al voto, in un contesto coerente con i principi costituzionali”; dunque, ben vengano soluzioni alternative, ma sempre “ponderandone attentamente” gli effetti.
Il voto elettronico, anche per il Viminale, non garantisce la necessaria sicurezza, meno che mai “nell’attuale periodo storico”, cioè con i paventati attacchi hacker dalla Russia. Scalfarotto ha citato uno studio di fattibilità sui requisiti tecnici del sistema di voto elettronico elaborato dal Viminale che lo ha sottoposto alla valutazione dell’Agenzia per la cybersecurity, del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio e dell’Agid, da cui “sono emesse rilevanti criticità sul piano della sicurezza da attacchi informatici. Sono ancora in corso ulteriori complessi approfondimenti tecnici per una ponderata comparazione tra i potenziali rischi e le possibili applicazioni”.
Quanto all’inversione dell’opzione – ipotesi indicata come soluzione preferibile nella quasi unanimità degli auditi – sicuramente “comporterebbe una consistente riduzione delle schede inviate e quindi un plausibile risparmio di spesa. D’altro canto, però, ci sarebbe il rischio di una riduzione del numero dei partecipanti al voto”. Quindi “si tratta di valutare questo punto di equilibrio tra i due termini della questione” e, ha sottolineato Scalfarotto, deve essere il Legislatore a farlo, non l’amministrazione.
Tra le semplificazioni da adottare quella del Qrcode che identifica l’elettore, e quindi velocizza la prima parte dello spoglio, è senz’altro da percorrere, ma, anche qui, “necessita di approfondimento sui profili delle modalità di impiego, della sicurezza e degli eventuali oneri”.
Interrogato da Maggioni sulla rappresentanza dell’elettorato – i 248.797 in Australia eleggeranno un senatore così come i più di due milioni in Europa – Scalfarotto ha sostenuto che è il Parlamento a dover decidere se e come modificare le ripartizioni, magari, ha ipotizzato, accorpando l’Asia-Africa-Oceania con il Centro-Nord America, lasciando due senatori all’Europa.
Se il voto elettronico non è ancora abbastanza sicuro, altre innovazioni si possono introdurre, ha detto Fontana, citando la tessera elettorale digitale di cui discute la prima Commissione o l’uso del qrcode per gestire la fase dello spoglio.
Un qrcode che, ha aggiunto Siragusa, potrebbe aiutare anche nel tracciare il plico una volta che il connazionale ha votato. Importante, per la deputata eletta all’estero, fare in modo che se il plico finisce nelle mani sbagliate non possa essere utilizzato per votare. Indispensabile sarebbe dividere il certificato elettorale dal resto del materiale inviato, magari sostituendolo con un qrcode da assegnare nel momento in cui si iscrive all’Aire, oppure generato con lo Spid. Da sempre favorevole all’inversione dell’opzione, la deputata ha sostenuto che è più importante pensare alla sicurezza del voto che alla partecipazione, visto che la platea degli italiani all’estero è fatta anche di persone di terza e quarta generazione che non hanno legami con l’Italia. Una visione opposta a quella di Scalfarotto secondo cui garantire la sicurezza del voto è importante tanto quanto la partecipazione. “È il Parlamento a dover decidere se introdurre o no l’opzione inversa. Certo il procedimento diventerebbe più snello, ma ogni volta si pone un onere sulle spalle dell’avente diritto si corre il rischio che il titolare non eserciti quell’onore perché lo ritiene gravoso”.
Dei problemi nello spoglio, con veri e proprio “errori mastodontici” ha parlato Giachetti che ha chiesto ai due interlocutori se ci sono migliorie da proporre “a legislazione invariata”.
Più tecnico l’intervento del prefetto Orano che ha spiegato il grande lavoro che c’è dietro la compilazione dell’elenco degli elettori, reso più facile negli anni dal fatto che finalmente Consolati e Comuni si parlano e si aggiornano fino all’ultimo per garantire che chi ha cambiato indirizzo, così come chi diventa maggiorenne a ridosso del voto possa ricevere il plico e votare.
“Allineamento dei dati vuol dire che in caso di corrispondenza di nome cognome e data di nascita” di un elettore “viene assunto l’indirizzo risultante dagli schedari dei Consolati che si presume siano più aggiornati di quelli dei Comuni”, ha spiegato Orano, chiarendo che questo primo elenco “provvisorio”, che il Viminale dà alla Farnesina entro il 60° giorno dalle elezioni, viene poi aggiornato dai Consolati tenendo conto degli irreperibili, di chi ha cambiato residenza, di chi, come detto, ha compito 18 anni. Tutte posizioni che vengono “congelate” per aggiornare gli elenchi fino all’ultimo. Orano ha parlato di 100/150mila posizioni “flaggate” per un’ammissione al voto di 80/90mila persone.
In questo contesto, l’opzione inversa sarebbe utile per avere indirizzi aggiornati, ma complicherebbe un altro passaggio: i connazionali che non fanno richiesta di voto all’estero dovrebbero essere reinseriti negli elenchi dei votanti dell’ultimo comune di residenza, perché il loro diritti di voto deve comunque essere garantito. Certo la percentuale dei votanti “calerebbe moltissimo”.
Sui problemi legati allo spoglio, la concentrazione a Castelnuovo di Porto ha creato diverse criticità che un eventuale sistema di qrcode o codici a barre potrebbe risolvere, avendo postazioni adeguate – che dovrebbe fornire il Ministero della Giustizia – “tipo supermercati” e in linea tra loro, ha detto Orano. La suddivisione nelle 5 Corti “non è la panacea di tutti i mali, ma aiuterà”, ha sostenuto il Prefetto che già sa cosa potrebbe andare male (schede inviate nella città sbagliata, tempi strettissimi e così via).
Quanto all’ipotesi di anticipare il termine per il voto al martedì precedente la data in Italia – rispetto all’attuale giovedì – per Orano aumenterebbe il rischio di “incenerire ancora più schede”, cioè quelle che arrivano fuori tempo massimo: “il martedì è sicuramente troppo anticipato” come termine. “Il procedimento elettorale delle politiche è estremamente complesso, quindi un giorno è fondamentale”.
Siragusa che ha perorato l’inversione dell’opzione per garantire la sostenibilità del sistema, visto che gli elettori aumentano sempre di più, Scalfarotto ha risposto che “secondo me la scelta di applicare un’opzione inversa non può basarsi sul fatto che tra 10 anni non ce la faremo più” gestire il voto all’estero così com’è. Comunque ogni modifica è appannaggio del Parlamento. Senza contare che, sotto i profili della regolarità del voto “l’idea che il voto nella circoscrizione estero possa essere subordinato ad una espressa dichiarazione di volontà potrebbe in qualche modo agevolare chi volesse convogliare un determinato consenso nei propri confronti, tramite associazioni e così via, istituendo un “pacchetto di voti” da “gestire”.
I temi da approfondire sono tanti, ha chiosato Giachetti, ma certo è che “non può rimanere tutto com’è ora”, dopo quanto emerso dalle audizioni – ma anche dagli accertamenti – della Giunta.
La “soluzione legislativa non compete a questa commissione”, ma “non possiamo pensare di andare alle prossime elezioni politiche facendo finta di niente”. Quindi “bisogna capire tutti insieme, tolto il voto elettronico e quello nei seggi, se c’è soluzione perché ormai siamo perfettamente consapevoli che così com’è non va bene”, ha concluso Giachetti che ha annunciato per martedì prossimo l’ultima audizione in programma, quella del Ministero della Giustizia, già programmata per domani. (ma.cip.\aise) 

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