n°48 – 27/11/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò (Pd): l’accordo del quirinale deve preparare un futuro basato sui valori del lavoro e della solidarietà.

02 – Schirò (Pd)/ il decreto sull’assegno unico si dimentica degli italiani all’estero: È stato approvato dal Consiglio dei ministri il Decreto legislativo che definisce i contorni e le modalità attuative della Legge sull’Assegno unico universale

03 – Alfiero Grandi *: sul clima il governo draghi e’ atteso alla prova dei fatti concreti.

04 – Sappiamo ancora poco sulla nuova variante omicron. Ma ci sono forti preoccupazioni da parte di istituzioni sanitarie ed esperti: l’Italia e altri paesi hanno fermato i voli da alcuni paesi dell’Africa meridionale.

05 – Ivan R. Mugisha *: RUANDA Kigali, 14. LA CHIESA DI KIGALI CHE ACCOGLIE LE PERSONE LGBTQ+ .

06 – Nel mondo

07 – Italia: bendati nella tempesta. In Italia ci sono in tutto 8mila comuni: nell’ultimo decennio 602 sono entrati in crisi climatica, cioè hanno dovuto sperimentare almeno uno dei 1.181 eventi estremi e anomali che hanno colpito il nostro paese dal 2010 a oggi.

08 – Celeste Costantino*:  violenze, soprattutto durante la pandemia sono cresciute anche tra le bambine e le adolescenti.

 

 

00 – Simone Oggionni*: Magri, le tre ragioni di attualità della sua biografia politica- L’iniziativa. Con Luciana Castellina, oggi e domani a Rimini, vecchi e giovani compagni ricordano Lucio Magri in un convegno di riflessione sul lascito politico a dieci anni dalla sua scomparsa.

Dieci anni sono tanti: non impongono un bilancio che nessuno di noi è in grado di trarre, ma di certo incoraggiano una riflessione collettiva. Proveremo a cominciarla oggi e domani a Rimini, in un incontro fortemente voluto da Luciana Castellina e dai compagni di sempre ma anche da un gruppo di militanti e studiosi più giovani, che alla vicenda politica e intellettuale di Lucio Magri guardano con un sentimento di appartenenza.

Per quali motivi? Quali sono le ragioni di attualità del suo pensiero e della sua biografia politica?

Innanzitutto il profilo, vorrei scrivere lo stile. Magri ha incarnato – come pochi prima di lui, quasi nessuno dopo di lui – la figura del politico intellettuale, dotato di una grande formazione classica, capace di tradurre cultura in organizzazione e di fare dialogare, sempre, analisi concreta, tattica e strategia. Il suo marxismo eterodosso, anti-economicistico, ha fatto dell’invito, caro a Napoleoni, a “cercare ancora” un vero imperativo, reso più umano e affascinante da quel tratto di curiosità, inquietudine, generosità e rigore che lo ha segnato.

Ma se devo individuare tre elementi magriani che vivono come tracce di attualità, motivi che parlano al presente e nel presente, non ho dubbi: la rinnovata questione del rapporto con il mondo cattolico; la centralità del conflitto tra lavoro e capitale dentro un’analisi del modello di produzione in divenire; il tema della democrazia e del soggetto politico.

Il rapporto con il mondo cattolico è uno degli aspetti meno studiati di Magri, che invece nasce politicamente dossettiano dentro la Dc e mantiene per tutta la vita un’attenzione e un dialogo speciali con quell’universo di esperienze e di valori. Magri è figlio del cattolicesimo bergamasco, nel quale cresce Giovanni XXIII e a cui si rivolge Togliatti nel discorso del 1963 sul destino dell’uomo. Il pontificato di Francesco chiama oggi come allora la sinistra a un percorso comune: nella critica verso un «sistema economico che uccide», nella necessità della cura della «casa comune», nella difesa di una dimensione dell’umano non a disposizione del profitto, contro la cultura dello scarto.

In secondo luogo, la centralità del conflitto tra lavoro e capitale, la questione operaia. Non sembri un controsenso, nella nuova era del dominio del calcolo, dell’algoritmo, di una superfetazione tecnologica che ci costringe a ripensare dalle fondamenta le modalità della valorizzazione e dell’accumulazione, la natura del soggetto subalterno, persino la forma del potere. Rimarcare l’eccezionalità di Magri nella sua lettura del lavoro è utile non solo perché ci offre un modello analitico (il capitalismo si studia a partire dalla struttura produttiva, dalle dinamiche costitutive dei suoi gangli vitali) che è – di per sé – predittivo e anticipatore, come i suoi scritti hanno sempre dimostrato, dall’inchiesta operaia alla fine degli anni Cinquanta sino agli allarmi sulla questione ambientale attivati già nei primi Settanta. Ma è utile anche perché obbliga a ricordare quale debba essere – nella pratica politica – il riferimento necessario, il «soggetto della trasformazione».

Ecco allora il terzo asse che chiede spazio nella riflessione dell’oggi: è il tema della soggettività politica e del partito, che si lega – in termini rigorosamente gramsciani – alla questione della democrazia.

Magri propone, sin negli ultimi scritti, un’idea di democrazia più profonda, più ampia, di tipo consiliare, che non contraddice il terreno della rappresentanza classica ma lo rafforza con istituti di autogoverno e di autogestione, di diretto protagonismo popolare.

Questo bisogno di protagonismo vive come proiezione nell’idea di società e vive al contempo come urgenza di partecipazione e di democrazia più piena dentro il momento della politica e della sua organizzazione. A quest’altezza, agisce come esigenza teorica e come insoddisfazione pratica e permanente nel confronto tra il partito ideale e il partito reale. Dallo scontro della prima metà degli anni Cinquanta nella Dc, passando per i decenni centrali e inquieti che tutti ricordiamo (il Pci, il manifesto, il Pdup, il Pci, Rifondazione) fino alla delusione e al distacco finale, con la consapevolezza che tutto fosse finito.

Da questo senso di vuoto occorre ripartire. Sentendo su di noi il rovello di questa tensione, di una dialettica non risolta che ci spinge allo studio ma anche all’azione. Alla ricerca, nella società, nella cultura, in primo luogo nelle nuove generazioni e nelle esperienze più avanzate, di quel bisogno di protagonismo democratico e di radicalità che può germogliare verso un soggetto politico all’altezza dei tempi nuovi. Con le radici – questo è chiaro – ben piantate nella grande storia e nella nostra cultura politica. E sì, anche in quel suo stile politico-intellettuale che manca e di cui abbiamo bisogno.

*( Simone Oggionni, da Il Manifesto)

 

 

01 – SCHIRÒ (PD): L’ACCORDO DEL QUIRINALE DEVE PREPARARE UN FUTURO BASATO SUI VALORI DEL LAVORO E DELLA SOLIDARIETÀ. La firma del trattato del Quirinale tra Italia e Francia è certamente un evento importante e nuovo per le prospettive dell’Europa e per tutti noi. Esso si colloca nel solco della migliore tradizione europeistica ed è una leva per sostenere ed accelerare i processi di transizione in campi ormai vitali, come quello ambientale, dello sviluppo delle tecnologie e della costruzione di una difesa comune. 27 novembre 2021

“Vogliamo disegnare noi stessi il nostro destino,” – ha dichiarato Draghi – “non vogliamo che altri lo facciano per noi”. Giusto così, sapendo che una scelta così profonda di autodeterminazione e di progettazione del futuro comporta un altrettanto forte impegno di democrazia e di partecipazione popolare. Comporta, senza girarci intorno, il superamento delle ancora operanti resistenze sovranistiche, per loro natura statiche, chiuse e legate a valori del passato.

Nei discorsi ufficiali sono stati evocati diversi padri nobili di questo europeismo audace e innovatore. Io vorrei evocarne uno, anzi tanti, non ricordati: i milioni di emigrati che in virtù degli accordi di lavoro tra i soci fondatori dell’Europa unita, si sono sparsi nelle società del continente, le hanno ricostruite dopo la guerra e avviate verso lo sviluppo, facendo fermentare in esse il senso di un destino comune. Per questo, ho colto con speranza il fatto che tra gli obiettivi dell’accordo ci sia anche quello della creazione di un livello di gestione e di responsabilità comune per la gestione dei migranti, la nuova frontiera della unità sociale e morale dell’Europa. Proprio di quell’Europa che ha conosciuto i suoi migliori momenti di sviluppo e dinamismo quando è stata aperta e solidale.

Infine, l’Accordo nasce quasi programmaticamente dalla necessità di superare i vecchi “patti di stabilità”, che hanno creato, con le loro restrizioni e i loro vincoli, più problemi di quanti non ne abbiano risolto. La scelta solidaristica fatta per fronteggiare la pandemia deve diventare la base di una nuova prospettiva, quella di un’Europa autonoma, attenta alle persone e rispettosa dei diritti umani e capace di fare con dignità il suo cammino nel concerto internazionale.

*(Angela Schirò-Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

 

02 – SCHIRÒ (PD)/ IL DECRETO SULL’ASSEGNO UNICO SI DIMENTICA DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO: È STATO APPROVATO DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI IL DECRETO LEGISLATIVO CHE DEFINISCE I CONTORNI E LE MODALITÀ ATTUATIVE DELLA LEGGE SULL’ASSEGNO UNICO UNIVERSALE.. 25 novembre 2021

Il Decreto passerà nei prossimi giorni al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari prima di essere approvato definitivamente.

L’Assegno unico sarà pure, come molti sostengono, un risultato storico e il più grande riordino mai realizzato delle misure di sostegno per le famiglie italiane, ma per gli italiani all’estero invece rischia di rappresentare una bella “fregatura”. Spiego il perché.

Innanzitutto l’Assegno unico (un massimo di 175 euro per ogni figlio minorenne) non è né esportabile né erogabile all’estero. Infatti – anche se il richiedente soddisfa i requisiti di cittadinanza e di obbligo fiscale (per averne diritto bisogna essere contribuente fiscale in Italia) – l’Assegno verrà  riconosciuto (a partire dal 1° marzo 2022) a condizione che al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio il richiedente sia residente o domiciliato in Italia.

La legge esclude quindi dal potenziale diritto all’Assegno unico tutti coloro i quali risiedono all’estero.

In secondo luogo il Decreto attuativo della legge delega introduttiva dell’Assegno unico conferma (all’articolo 10) che a partire dal 1° marzo 2022 saranno aboliti – con alcune condizioni e peculiarità – sia l’ANF (assegno al nucleo familiare) che le detrazioni fiscali per figli a carico.

Si ricorderà che già dall’aprile scorso quando fu approvata la legge delega sull’Assegno unico avevo messo in guardia (informando e sollecitando anche il Governo) sui rischi che tale nuova norma avrebbe comportato – se approvata senza opportune modifiche – per i diritti degli italiani all’estero perchè appunto la legge sull’Assegno unico subordina la fruizione dell’Assegno alla residenza o al domicilio in Italia e stabilisce il graduale superamento o soppressione delle detrazioni fiscali per i figli a carico  e dell’Assegno per il nucleo familiare (ANF).

Il problema è che sia le detrazioni fiscali per i figli a carico sia l’ANF sono attualmente erogati anche ai nostri connazionali aventi diritto residenti all’estero (le detrazioni sono concesse ai cosiddetti “non residenti Schumacker”, cioè coloro che producono più del 75% del reddito in Italia  – tra questi i contrattisti della nostra rete diplomatica – mentre le prestazioni familiari sono concesse, a determinate condizioni e anche in virtù degli accordi di sicurezza sociale stipulati dall’Italia, anche ai lavoratori e ai pensionati residenti all’estero).

Se da una parte quindi l’abolizione delle detrazioni per figli a carico e dell’assegno per il nucleo  familiare (ANF) non comporta particolare nocumento per i residenti in Italia che in sostituzione si vedranno riconosciuto l’Assegno unico universale, dall’altra parte invece le pratiche conseguenze potrebbero essere pesanti per gli italiani residenti all’estero ai quali non potrà essere riconosciuto l’Assegno Unico – che richiede la residenza o il domicilio in Italia – e i quali inoltre potrebbero perdere in un prossimo futuro (probabilmente a partire dal 1° marzo 2022) anche gli attuali benefici previdenziali e fiscali (ANF e detrazioni figli a carico) di cui sono o potrebbero essere titolari.

Avevo chiesto e auspicato che il decreto attuativo (approvato in questi giorni dal Consiglio dei ministri) avrebbe in qualche modo trovato un rimedio  legislativo per evitare la cancellazione di diritti acquisiti da parte delle nostre collettività all’estero. Purtroppo così non è stato: infatti nel decreto non solo vengono confermate le innovazioni (l’articolo 10 cancella, come prevedibile, sia le detrazioni che l’ANF) ma i residenti all’estero non vengono neanche menzionati.

Nei prossimi passaggi parlamentari sarà  quindi nostra responsabilità (ed io mi sono già attivata) sensibilizzare la politica per indurre Parlamento e Governo a modificare la normativa al fine di tutelare i diritti acquisiti fiscali e previdenziali dei nostri connazionali residenti all’estero.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati)

 

 

03- Alfiero Grandi *: SUL CLIMA IL GOVERNO DRAGHI E’ ATTESO ALLA PROVA DEI FATTI CONCRETI

La conferenza Cop26 sul clima che si è svolta a Glasgow si è chiusa lasciando una sostanziosa delusione sulle sue conclusioni, cioè sulle scelte concrete per realizzare l’obiettivo centrale di non andare oltre 1,5 gradi di aumento della temperatura del pianeta. Come ha detto giustamente Giorgio Parisi, Nobel per la fisica, non è il pianeta a rischio ma la specie umana. Non si poteva fare di più? Si doveva osare di più? Sono interrogativi legittimi.

Hanno pesato negativamente sulla conferenza le pericolose tensioni politiche e militari tra Usa e Cina, appena attenuate dall’incontro tra Kerry e il ministro degli Esteri cinese a Glasgow. Ha pesato – non positivamente – l’assenza di un protagonismo dell’Unione Europea sul clima, che è comparsa solo nell’accordo bilaterale con gli Usa per proteggere acciaio e alluminio da una concorrenza sporca (di carbone), tanto che gli Usa non hanno sentito l’esigenza di allargare il confronto con la Cina invitando anche l’Unione Europea. Di contro, c’è stato l’attivismo di alcuni paesi europei, dediti ad un lavoro di lobbying, come la Francia sul nucleare. Sarebbe un errore gravissimo attendere la prossima conferenza in Egitto nel 2022. La speranza è di spostare le conclusioni di Glasgow dall’empireo rarefatto di obiettivi alla realtà di passi avanti concreti per il clima.

Altrimenti sul clima rischia di calare il sipario, dopo la grande attenzione mediatica, mentre resta la dura realtà degli sconvolgimenti della crisi climatica, che già ci accompagnano e sempre più ci accompagneranno.

In ogni paese e in ogni sede internazionale occorre fare vivere concretamente le iniziative per chiedere passi avanti e per premere sulle sedi politiche ed istituzionali affinché realizzino quanto è necessario. Attendere la prossima occasione internazionale sarebbe un grave errore. Un esempio: il 2030 è una tappa fondamentale per verificare la crescita delle energie rinnovabili e una forte riduzione dell’uso delle energie da fonti fossili, compreso ridurre la CO2 in Europa del 55%. Ancora di più, entro il 2035 dovrebbe cessare in Europa la produzione di auto con motori a scoppio. Autorevoli analisti ritengono che quanto verrà realizzato entro il 2025 sarà decisivo per capire se ci avvicineremo nelle tappe successive agli obiettivi e per questa tappa iniziale mancano solo 4 anni. Quanto si realizzeranno effettivamente gli obiettivi dipenderà da quanto ci avvicineremo effettivamente nei periodi precedenti, senza rinviare tutto all’ultimo momento. Quindi il qui ed ora dovrebbe essere il punto di vista con cui decidere iniziative e comportamenti per realizzare concreti passi avanti e purtroppo su questo c’è ragione di forti preoccupazioni.

Per questo in Italia occorre incalzare il governo e le strutture pubbliche chiamate a svolgere il loro ruolo e nello stesso tempo esercitare una pressione sui centri economici, in particolare sulle imprese per spingerle a non essere conservatrici degli interessi esistenti ma a scommettere su nuove combinazioni, nuovi equilibri sociali, sul lavoro. Quindi occorre rilanciare lo scenario delle scelte e delle decisioni che occorre prendere anzitutto in Italia, naturalmente nel quadro europeo, che ci sta aiutando, e internazionale. Per questo è importante il PNRR, che rappresenta il più grande investimento poliennale da molti anni, che può guidare la transizione del nostro paese da un’economia sostanzialmente ferma ad un’economia che si ricolloca su un fronte innovativo, con al centro il clima e l’occupazione (di qualità) come assillo fondamentale.

Per questo c’è bisogno di riconnettere i singoli interventi su obiettivi di fondo.

Il quadro decisionale deciso dal decreto legge che ha organizzato l’uso delle risorse del Pnrr (i miliardi di euro europei più quelli decisi dall’Italia ad integrazione) si articola in un numero alto di progetti di spesa e lo fa attraverso bandi che inevitabilmente non aiutano a costruire un quadro di scelte politiche. Il rischio è che gli interventi ritardino e che siano tendenzialmente scollegati. Un esempio: le scelte energetiche. Da mesi siamo sotto scopa per l’aumento dei prezzi del gas, della benzina, del gasolio, inevitabile una loro pesante influenza sull’inflazione e sui costi di produzione. Di fronte a questa scossa tellurica la reazione ha riguardato una parziale attenuazione degli effetti su un aspetto importante come gli aumenti dei prezzi per i consumatori, cercando di correre ai ripari anche con una dimensione europea, ma senza andare al cuore del problema. Il problema è che le fonti fossili sono manovrabili dai produttori e dalla speculazione attraverso i future che scommettono su quello che vogliono che accada in futuro.

L’unica vera strategia di fondo per sottrarsi dalle tensioni sui prezzi delle fonti fossili è realizzare il massimo possibile di fonti energetiche alternative, fotovoltaico, eolico soprattutto offshore, geotermico, rafforzando l’idroelettrico anche come compensazione dei vuoti di energia dalle altre rinnovabili, infine risparmio energetico. Cingolani aveva ricordato mesi fa che in Italia dobbiamo arrivare a 70 Gigawatt da rinnovabili e che con il ritmo attuale ci arriveremo alla fine del secolo. Dopo alcuni mesi siamo allo stesso punto e la fine dell’anno si avvicina. Eppure se l’Italia avesse annunciato e iniziato a realizzare uno sprint formidabile sulle rinnovabili anche il mercato attuale dell’energia ne avrebbe risentito. I soldi ci sono, le disponibilità private ad investire pure, ma ancora ci si chiede se le semplificazioni già decise per sbloccare le autorizzazioni sono sufficienti, perché non ci sono segni di novità. Le interessanti proposte di collocare offshore ben 39 parchi eolici lontani dalla costa per produrre 17.000 megawatt (dati di Terna) non hanno fatto un solo passo avanti e il fotovoltaico è fermo da 5 anni.

Il governo deve svolgere un ruolo attivo, essere protagonista. Mentre per ora il ministro Cingolani discute di nucleare e sembra dimenticare di essere ministro in Italia dove ben due referendum popolari hanno detto no alle centrali nucleari. Il ministro dovrebbe invece definire con chiarezza quali obiettivi realizzare qui ed ora, con precise proposte di realizzazione delle energie rinnovabili e di come farlo, con quali sostegni necessari. Invece l’impressione è che si stia perdendo tempo, si stiano accumulando ritardi, con il rischio che questi ritardi diventino l’alibi per giustificare il finanziamento delle decisioni più arretrate e retrive di cui si sente parlare. Non ci sono miliardi di euro per tutto, se si investono risorse nelle rinnovabili non ha molto senso costruire o ristrutturare ben 14 centrali a gas solo perché le aste di Terna garantiscono pagamenti generosi al punto da convincere le aziende a investire nel gas naturale (fossile) per produrre energia elettrica. Non basta più pagare cari i certificati verdi per compensare l’uso delle energie fossili, semplicemente occorre produrre sempre meno CO2, a partire da subito.

Inoltre si dovrebbero trarre le conseguenze degli investimenti nell’eolico per collegarli alle produzioni di acciaio in Italia che nelle aziende ex pubbliche sono ai minimi termini proprio quando il mercato tira e questi investimenti potrebbero costituire una domanda di rilievo per anni. Fa impressione leggere che chi sta progettando un parco eolico al largo della Sicilia pensa di fare arrivare dall’estero il materiale necessario. La mano destra dovrebbe sapere cosa fa la sinistra e forse ne trarrebbe vantaggio. Certo occorre un piano, un progetto, e oggi il piano energetico nazionale è inservibile e non c’è un progetto sul futuro dell’acciaio. Eppure all’inizio dell’estate ben tre ministri (Cingolani, Giorgetti, Franco) avevano dichiarato alla stampa che l’ex Ilva di Taranto sarebbe diventata l’acciaieria più verde d’Europa cogliendo l’occasione che presto la maggioranza del pacchetto azionario sarà di una società pubblica. Tutto oggi è avvolto nel silenzio e l’impressione è che non a tutti dispiace se queste aziende perdono quote rilevanti di mercato, che altri coprono.

L’altro aspetto che andrebbe integrato rapidamente nel progetto è l’idrogeno. Anziché chiacchierare a sproposito del nucleare si dovrebbe preparare un approfondimento di una suggestione lanciata da Kerry qualche giorno fa e per certi versi ripresa dall’Amministratore delegato di Snam: l’idrogeno. Secondo Kerry, l’Arabia Saudita sta costruendo una grande struttura che avrà il compito di produrre idrogeno con energie rinnovabili attraverso elettrolisi e questo prodotto è destinato in larga misura ad essere esportato. Questo idrogeno nel giro di 5 anni secondo la Snam sarà meno costoso dei fossili attuali e potrebbe essere portato in Italia attraverso i gasdotti esistenti, che sembra siano stati già valutati, e in seguito distribuito a chi ne avrà bisogno. Nel Pnrr ci sono parti importanti che riguardano l’idrogeno, dallo stoccaggio all’utilizzo per trasporti pesanti, altri impieghi potrebbero aggiungersi per realizzare risultati senza produrre CO2. Il rapporto tra idrogeno e rinnovabili è evidente, l’impiego anche nella siderurgia possibile, quindi occorre procedere rapidamente.

Spiace dirlo ma il governo non sembra nell’ordine di idee di essere il protagonista di questo progetto di innovazione. Per lo meno il ministro appare sfasato rispetto alle urgenze e finora i risultati latitano. Il presidente del Consiglio farebbe bene a fare il punto con i suoi ministri e a pretendere un progetto complessivo di cui i bandi e le singole iniziative siano aspetti coordinati in una politica energetica e per il clima, per l’occupazione, che finora non si avverte

 

 

04 – SAPPIAMO ANCORA POCO SULLA NUOVA VARIANTE OMICRON. MA CI SONO FORTI PREOCCUPAZIONI DA PARTE DI ISTITUZIONI SANITARIE ED ESPERTI: L’ITALIA E ALTRI PAESI HANNO FERMATO I VOLI DA ALCUNI PAESI DELL’AFRICA MERIDIONALE.

Una nuova variante del coronavirus, identificata inizialmente nel Botswana e in seguito in numerosi contagiati in Sudafrica, sta attirando l’interesse dei gruppi di ricerca e delle istituzioni per l’alto numero di mutazioni che contiene e la sua apparente capacità di diffondersi molto velocemente. Le autorità sanitarie sudafricane non hanno nascosto le loro preoccupazioni e alcuni paesi, come il Regno Unito e l’Italia, hanno già deciso di introdurre nuove limitazioni per chi arriva da diversi paesi africani.

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato un’ordinanza «che vieta l’ingresso in Italia a chi negli ultimi 14 giorni è stato in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Eswatini», e l’Unione Europea ha annunciato un blocco temporaneo dei voli dagli stessi sette paesi. Nella giornata di venerdì sono stati rilevati casi in Israele e almeno un caso in Europa, nel Belgio.

Le notizie sulla nuova variante hanno avuto effetti negativi sui mercati finanziari di tutto il mondo.

Secondo vari esperti i presupposti non sono incoraggianti, ma i dati per ora disponibili sono estremamente limitati e occorreranno diversi giorni prima di avere valutazioni scientifiche più accurate (preoccuparsi per una variante è utile per essere preparati a ogni evenienza, non per fare allarmismo).

La variante è stata catalogata come B.1.1.529, e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) l’ha denominata con la lettera greca O (“omicron” in italiano), nell’ambito della nomenclatura per le varianti decisa a inizio giugno di quest’anno. In precedenza si era diffusa l’ipotesi che potesse essere definita con la lettera greca N (“ni” in italiano, “nu” in inglese).

 

LE COSE DA SAPERE SUL CORONAVIRUS

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B.1.1.529 era stata identificata per la prima volta nello stato africano del Botswana a inizio novembre. In seguito l’analisi di alcuni campioni aveva portato alla sua identificazione a Hong Kong e soprattutto in Sudafrica, dove si effettuano numerosi sequenziamenti per valutare la diffusione delle varianti e la loro prevalenza.

Stando alle prime analisi, le infezioni da B.1.1.529 sono in netto aumento nella provincia del Gauteng, dove si trova Johannesburg, la città più popolosa del paese. Nella zona nelle ultime settimane era stato rilevato un aumento significativo dei contagi che aveva interessato soprattutto i più giovani, in età scolare.

Analizzando 77 campioni prelevati da altrettante persone positive, un gruppo di ricerca ha trovato in tutti la variante B.1.1.529. I prelievi erano stati effettuati tra il 12 e il 20 novembre e c’è quindi un’alta probabilità che nel frattempo la variante abbia continuato a diffondersi. Il gruppo di ricerca è già al lavoro per analizzare nuovi campioni, provenienti anche da altre aree del Sudafrica.

I 77 casi si aggiungono ai 4 identificati in precedenza nel Botswana e a un caso rilevato a Hong Kong, derivante direttamente da un viaggiatore proveniente dal Sudafrica.

B.1.1.529 possiede più di 30 mutazioni nella proteina “spike”, quella che il coronavirus utilizza per eludere le difese delle cellule del nostro organismo, in modo da sfruttarle per produrre copie di se stesso e portare avanti l’infezione. Alcune mutazioni erano già state riscontrate nelle varianti delta e alfa e avevano mostrato di rendere il coronavirus più contagioso o in grado di eludere più facilmente l’attività degli anticorpi del nostro sistema immunitario.

Nell’area della proteina spike strettamente legata al primo contatto tra il coronavirus e una cellula, il gruppo di ricerca sudafricano ha identificato almeno dieci mutazioni, contro le due della variante delta. L’ipotesi è che B.1.1.529 abbia avuto origine in un paziente il cui sistema immunitario non era riuscito a contrastare efficacemente l’infezione.

La presenza di molte mutazioni non significa comunque che la nuova variante sia necessariamente più rischiosa di quelle circolate finora.

 

MUTAZIONI

Un virus entra in un organismo e ne sfrutta poi le cellule per replicarsi, cioè per creare nuove copie di se stesso che provvederanno a legarsi ad altre cellule per fare la stessa cosa. Questo meccanismo non è molto preciso e può portare ad alcuni errori nella fase in cui il codice genetico del virus viene trascritto per farne una copia, un po’ come avviene quando si ricopia un testo e inavvertitamente si scrive un refuso.

È nell’ordine delle cose, succede di continuo in natura nei processi di replicazione del materiale genetico. Il risultato di questi refusi sono mutazioni, quasi sempre innocue e che si trasmettono alle generazioni successive, accumulandosi a quelle nuove prodotte nei processi di replicazione seguenti.

 

COSA SAPPIAMO E NON SAPPIAMO

Nel caso di B.1.1.529 ci sono ancora moltissime cose da chiarire. Parte delle preoccupazioni deriva dal fatto che questa versione del virus è sensibilmente diversa da quella identificata all’inizio della pandemia a Wuhan e sulla quale furono sviluppati gli attuali vaccini.

A oggi non sappiamo se la nuova variante abbia una maggiore capacità di eludere le difese che sviluppiamo in seguito alla vaccinazione, né se le sue mutazioni la rendano effettivamente più contagiosa della variante delta, che ha mostrato di diffondersi con grande rapidità.

Alcune varianti che inizialmente avevano suscitato grandi preoccupazioni non hanno poi assunto una grande rilevanza durante la pandemia. Era successo per esempio con la beta a inizio anno, per la sua presunta capacità di sfuggire più facilmente alle difese del sistema immunitario. Nei mesi successivi aveva però mostrato di essere meno contagiosa ed era stata rapidamente sopravanzata dalla delta, ormai prevalente in buona parte del mondo.

I ricercatori vogliono capire se B.1.1.529 metta o meno insieme contagiosità e capacità di eludere le difese immunitarie già sviluppate, tramite precedenti infezioni o con i vaccini, condizione che darebbe un grande vantaggio alla nuova variante.

I test sono già in corso in numerosi laboratori, ma è probabile che le prime risposte arriveranno dal mondo reale, specialmente dai paesi che effettuano molti sequenziamenti per tenere traccia delle varianti più diffuse. Grazie alle sue particolari caratteristiche, B.1.1.529 può essere inoltre identificata più velocemente nei test, cosa che dovrebbe rendere più semplice il suo tracciamento rispetto ad altre varianti.

A oggi siamo quindi davanti a una nuova variante verso la quale ci sono preoccupazioni da parte di esperti e istituzioni sanitarie, ma su cui abbiamo ancora pochissimi dati concreti. Non sappiamo con certezza se sia più contagiosa della delta né quanto riesca a eludere le difese immunitarie. Abbiamo dati circoscritti sulla sua rapida diffusione in parte del Sudafrica, ma solo analizzando il ritmo con cui si diffonde rispetto alla delta si potranno fare analisi più accurate sui rischi e sulla tenuta dei vaccini.

*(The Post )

 

05 – Ivan R. Mugisha *: RUANDA Kigali, 14. LA CHIESA DI KIGALI CHE ACCOGLIE LE PERSONE LGBTQ+ . QUANDO HA RIVELATO LA SUA OMOSESSUALITÀ, IL POPOLARE CANTANTE RUANDESE ALBERT NABONIBO HA PERSO TUTTO DA UN GIORNO ALL’ALTRO: LAVORO, AMICI, FAMIGLIA… CACCIATO DELLA SUA PARROCCHIA, HA TROVATO UN’ACCOGLIENZA INASPETTATA IN UNA CHIESA EVANGELICA DI KIGALI.

Da diversi anni la Chiesa di Dio in Africa del Ruanda (Edar) manifesta pubblicamente la sua apertura alle persone lgbtq+, sfidando il conservatorismo generale.

In Ruanda l’omosessualità non è reato, ma le persone gay, lesbiche o transessuali

sono spesso vittime di discriminazione: vengono licenziate, rinnegate dai loro affetti, private delle cure mediche o addirittura picchiate.

Albert Nabonibo lo ha sperimentato sulla sua pelle nel 2019, quando durante un’intervista ha dichiarato di essere gay.

“Prima mi invitavano a cantare in occasione degli eventi cristiani e in chiesa. Molte persone amavano la mia musica. Ma quando ho fatto coming out tutto è cambiato”, racconta Nabonibo, musicista gospel di 38 anni.

“Hanno distorto la Bibbia per dare l’impressione che Dio ci detesti. Ma perché mai Dio dovrebbe detestare ciò che ha creato?”

Immediatamente le proposte di lavoro sono scomparse, e la sua chiesa pentecostale gli ha fatto sapere che non era più il benvenuto a meno che non si “pentisse”.

“Ho perso tutti i miei amici. La maggior parte dei miei familiari non mi parla più”, aggiunge. Poi, un giorno, Nabonibo ha scoperto la chiesa Edar e il suo pastore Jean de Dieu Uwiragiye.

“Sono rimasto sorpreso, era molto diverso da come mi avevano trattato gli altri cristiani, nella mia famiglia e tra i miei amici”.

Sostenitore di lunga data della causa lgbtq+, quattro anni fa Jean de Dieu Uwiragiye ha assunto la direzione della sua chiesa e ha deciso di aprire le porte alla comunità lgbtq+.

“Mi sono convinto che bisognasse contrastare le opinioni conservatrici della chiesa e coinvolgere le persone lgbtq+, perché sapevo che molti di loro soffrivano e che le chiese li rifiutavano”, spiega il religioso di 45 anni.

 

LA SUA SCELTA HA FATTO GRANDE SCALPORE.

Kigali, 14 novembre 2021. Il pastore Jean de Dieu Uwiragiye. (Simon Wohlfahrt, Afp)

Nel giro di poche settimane molti fedeli hanno lasciato la chiesa, considerando la sua scelta un abominio.

I pastori di altre chiese hanno dichiarato che Uwiragiye era posseduto dal demonio, e su di lui si è abbattuta una pioggia di insulti da parte dei fedeli ma anche di perfetti sconosciuti.

Oggi l’Edar ha due pastori omosessuali e una comunità composta da duecento fedeli, di cui la maggioranza si dichiara eterosessuale.

“Sono stato maltrattato e osteggiato da altri pastori ruandesi perché avevano paura di quello che rappresentavo. Ma questa è la mia vocazione”, spiega Seleman Nizeyimana, uno dei pastori omosessuali. “Hanno distorto la Bibbia per dare l’impressione che Dio ci detesti. Ma perché mai Dio dovrebbe detestare ciò che ha creato?”.

In occasione di una recente funzione, la prima dopo l’avvento della pandemia, con la chiesa avvolta dalla musica, il coro cantava con energia invitando i fedeli ad alzarsi in piedi.

“Questa chiesa mi ha offerto qualcosa che nessuno mi aveva mai offerto: accettazione e comprensione”, racconta Cadette, 23 anni, componente transgender del coro.

“Amo cantare, ma le altre chiese ti giudicano e non offrono a una persona come me la possibilità di servire Dio. Qui ho avuto questa opportunità e ho trovato altre persone che si sentono come me”.

 

LO STIGMA

Il Ruanda è uno dei paesi africani che nel 2011 hanno firmato una dichiarazione congiunta delle Nazioni Unite per condannare la violenza contro le persone lgbtq+.

 

MA GLI ABUSI E LA STIGMATIZZUAIZONE SONO MOLTO DIFFUSI.

L’Iniziativa per lo sviluppo della salute (Idh), organizzazione senza scopo di lucro di Kigali, ha preso in esame 36 casi di presunte violazioni dei diritti umani contro le persone lgbtq+ commessi nella capitale del Ruanda nel 2019.

Le vittime di abusi sporgono raramente denuncia, perché temono di essere ulteriormente umiliate dalla polizia e pensano che “difficilmente le denunce avranno un seguito”, spiega il direttore dell’Ihd, Aflodis Kagaba.

L’Ihd e una coalizione di ong hanno fatto pressione sul governo affinché introduca leggi che proteggano le persone lgbtq+ dagli arresti e dalle detenzioni arbitrarie.

Jean de Dieu Uwiragiye ha organizzato un corso di formazione anti-discriminazione destinato ad altri responsabili della chiesa ma anche a medici e infermieri.

Il pastore non abbandona il suo ottimismo. Le persone “hanno bisogno di tempo per cambiare le proprie convinzioni”, afferma. “Mi sembra che lentamente stiano diventando più tolleranti”.

Per Albert Nabonibo l’esistenza stessa di questa chiesa è una fonte di speranza, e gli permette addirittura di sognare in grande. “In Ruanda nessuna chiesa autorizza gli omosessuali a sposarsi, ma possiamo immaginare che in futuro anche questo possa cambiare…”.

*(di Ivan R. Mugisha, Afp, Francia – Traduzione di Andrea Sparacino da Internazionale)

 

 

06 – INTANTO NEL MONDO

 

RUSSIA

Il 25 novembre cinquantadue persone – 46 minatori e sei soccorritori – sono morte in un incidente avvenuto in una miniera di carbone a Gramoteino, nella regione di Kemerovo, nel sudovest della Siberia. Altri quaranta minatori sono stati ricoverati in ospedale. Le autorità hanno aperto un’inchiesta per “violazione delle norme di sicurezza”.

KIRGHIZISTAN

Il 26 novembre i servizi di sicurezza hanno annunciato l’arresto di quindici persone accusate di pianificare un colpo di stato nel paese. L’arresto è avvenuto a due giorni dalle elezioni legislative anticipate del 28 novembre. Secondo il comitato di stato per la sicurezza nazionale, l’obiettivo era “organizzare delle manifestazioni violente dopo il voto per impadronirsi del potere con la forza”.

TURCHIA-EMIRATI ARABI UNITI

Il generale Ahmed Nasser al Raisi, degli Emirati Arabi Uniti, è stato eletto il 25 novembre presidente dell’Interpol nel corso dell’assemblea generale che si è svolta a Istanbul, in Turchia. La nomina ha suscitato molte polemiche perché Al Raisi è accusato di torture nei confronti di oppositori. Il ruolo di presidente dell’Interpol è comunque simbolico, perché l’organizzazione è diretta dal segretario generale, che attualmente è il tedesco Jürgen Stock.

SOMALIA

Il 25 novembre otto persone sono morte e diciassette sono rimaste ferite nell’esplosione di un’autobomba vicino a una scuola a Mogadiscio. Non è ancora chiaro se l’obiettivo fosse la scuola o un convoglio della missione di pace dell’Unione africana nel paese (Amisom). L’attentato è stato rivendicato dal gruppo Al Shabaab.

GAMBIA

La Commissione per la verità e la riconciliazione (Trrc) ha consegnato il 25 novembre al presidente Adama Barrow il suo rapporto finale, in cui chiede di perseguire i responsabili dei crimini commessi all’epoca del regime di Yahya Jammeh. Tra questi ci sarebbe anche l’ex dittatore, che ha diretto il paese dal 1994 al 2017 e oggi vive in Guinea Equatoriale.

ISOLE SALOMONE

Il 26 novembre la polizia ha impedito a centinaia di manifestanti di raggiungere la residenza privata del primo ministro Manasseh Sogavare nella capitale Honiara. Il governatore generale dell’arcipelago David Vunagi ha proclamato un coprifuoco notturno a tempo indeterminato. La crisi è legata a tensioni economiche e sociali, ma anche alla politica filocinese del premier.

 

 

07 – ITALIA*: BENDATI NELLA TEMPESTA. IN ITALIA CI SONO IN TUTTO 8MILA COMUNI: NELL’ULTIMO DECENNIO 602 SONO ENTRATI IN CRISI CLIMATICA, CIOÈ HANNO DOVUTO SPERIMENTARE ALMENO UNO DEI 1.181 EVENTI ESTREMI E ANOMALI CHE HANNO COLPITO IL NOSTRO PAESE DAL 2010 A OGGI.

Sì, è uscito il nuovo rapportò Città Clima di Legambiente, uno degli osservatori più interessanti e completi per capire cosa significa, sul campo, anno dopo anno, vivere in un territorio che è un hotspot dei cambiamenti climatici.

Gli eventi estremi sono aumentati del 18 per cento nel 2021 rispetto al 2020 (e l’anno non è ancora finito), con l’immagine di copertina da affidare purtroppo alla Sicilia colpita questo autunno dal Mediterraneo trasformato in una catapulta di perturbazioni: secondo le rilevazioni Cnr, lungo le coste i mari intorno all’Italia sono fino a quattro gradi più caldi rispetto medie storiche. I picchi di anomalia sono: Adriatico centro-settentrionale, il Tirreno centro-settentrionale, il Mar Ligure orientale e lo Ionio.

Le città più colpite dagli eventi estremi secondo i calcoli di Legambiente sono Roma (56 eventi estremi e una fragilità che finora è cresciuta di amministrazione in amministrazione), Bari e Milano.

La parte più interessante del rapporto è quella sull’adattamento. Per ogni euro che in Italia si spende in prevenzione, se ne spendono cinque per riparare i danni, cioè 1,55 miliardi di euro all’anno. Vuol dire che l’emergenza sappiamo soltanto  inseguirla.

Un altro dato:

in Europa ci sono 23 paesi che hanno adottato un piano nazionale di adattamento al clima e tra questi non c’è l’Italia.

Inoltre: 54 città francesi hanno un piano di adattamento urbano, 31 in Germania, 11 in Spagna. In Italia? 4: Torino, Padova, Ancona e Bologna.

Affrontiamo la tempesta bendati, e non va bene.

*(da Areale)

 

08 – CELESTE COSTANTINO*:  VIOLENZE, SOPRATTUTTO DURANTE LA PANDEMIA SONO CRESCIUTE ANCHE TRA LE BAMBINE E LE ADOLESCENTI. NEL RAPPORTO «INDIFESA» DI TERRE DES HOMMES SI PARLA DI 1.260 BAMBINE E 1.117 BAMBINI CHE HANNO SUBITO VIOLENZE IN FAMIGLIA. IN AUMENTO ANCHE I REATI TELEMATICI, TRA QUESTI LA DETENZIONE DI MATERIALE PORNOGRAFICO REALIZZATO CON MINORENNI (+ 14% IN UN ANNO, + 525% IN UN DECENNIO). SERVE UN LAVORO POLITICO E DI TESSITURA IMPORTANTE PER SCARDINARE QUESTO GENERE DI FENOMENI.

La situazione è grave e pesante: siamo di fronte a un dato strutturale per il nostro Paese. E tuttavia la pandemia ha determinato un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle donne italiane accompagnato, naturalmente, da un aumento esponenziale della violenza domestica. Alcuni dati, fra tutti, dovrebbero farci riflettere. Riguardano l’infanzia e l’adolescenza. A metterli in evidenza è il recente rapporto «Indifesa» di Terre des hommes che segnala una crescita – rispetto al 2019 – del 13% delle vittime minorenni del reato di maltrattamenti contro famigliari e conviventi: per dirlo in altri termini, ben 1.260 bambine e 1.117 bambini hanno subito violenze in famiglia che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine (e chissà quanti altri casi non segnalati ci sono stati). Inoltre, complice sempre il lockdown, sono cresciuti del 13,9% anche i reati telematici, tra questi la detenzione di materiale pornografico realizzato con minorenni (+ 14% in un anno, + 525% in un decennio).

Per tutti i reati relativi all’infanzia e all’adolescenza esiste un tema di genere: l’89% delle vittime di violenza aggravata, l’88 nel caso della violenza sessuale, il 65% della pornografia – per fare qualche esempio – sono bambine e ragazze.

Questo significa che c’è un pezzo di popolazione – le bambine e le adolescenti – completamente indifesa a cui serve protezione da parte di tutte le istituzioni, formali e non formali. Ecco perché gli adulti devono essere preparati a cogliere i segnali di richiesta d’aiuto e capaci di cogliere la complessità che li circonda. Abbiamo bisogno cioè – noi per primi – di un’educazione sentimentale per affrontare questi problemi.

Il rapporto con il web della generazione nativa digitale, per esempio, è qualcosa che ha trovato tutti – anche noi donne – impreparati dal punto di vista culturale. Facciamo fatica a decodificare il segno di questo rapporto a volte di dipendenza, a volte di consapevolezza, di emancipazione, di condizionamento. L’idea di esistere solo se si dà comunicazione della propria esistenza è un tema che dovrebbe ossessionare la nostra riflessione «femminista», perché stiamo parlando di un fenomeno che ha a che fare con la parola e anche, molto, con i corpi, il linguaggio fotografico e audiovisivo.

Nell’esposizione di se stesse da parte delle ragazze c’è un elemento di libertà che invece condizionava molto le nostre generazioni. Ma se loro oggi hanno la libertà dell’autorappresentazione, forse corrono anche il rischio di diventare totalmente schiave di un certo mondo dell’immagine. Serve una riflessione compiuta perché – tra consapevolezze e inconsapevolezze – intanto ci sono alcuni fenomeni inequivocabili: cresce la pornografia amatoriale in rete, il revenge porn diventa un fenomeno diffusissimo, aumentano gli stupri filmati tra gli adolescenti. Insomma c’è un problema che ci impone di rivedere alcuni modelli, a partire dal racconto della violenza e dell’adolescenza nei mezzi di comunicazione e nella cultura in generale.

Ma soprattutto ci impone una riflessione forte sulla scuola, l’unico luogo – al di fuori della famiglia – in cui poter fare prevenzione. Anni fa, da deputata, depositai una proposta di legge per l’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole di ogni ordine e grado. Con l’aiuto di operatrici dei centri antiviolenza, psicologi, assistenti sociali, con le accademiche che si sono occupate di studi di genere, con le associazioni che già insegnano nelle scuole l’educazione alla differenza avremmo potuto formare docenti in grado di offrire strumenti di prevenzione e capaci di cogliere questo afono grido d’aiuto.

Non è troppo tardi. La mia proposta è ancora valida: lanciammo una campagna – Un’ora d’amore – a cui risposero in migliaia. Gente comune, insegnanti dirigenti scolastici, studenti, editori, giornalisti, il mondo della cultura. Fu un successo enorme dappertutto, tranne che in Parlamento. Il ddl Zan conteneva una parte di proposta: poco se n’è parlato e troppo sulla difensiva. Serve una nuova offensiva: se non crediamo noi nel potere della prevenzione difficilmente potrà farlo chi pensa di risolvere tutto con qualche anno di carcere in più.

*( Celestina Costantino detta Celeste è un’attivista e politica italiana. Nel suo impegno politico si è occupata di diritti, antimafia e tematiche di genere. Deputata SI. In Commissione Affari costituzionali e Capogruppo della Commissione parlamentare antimafia)

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