n° 23 del  05 Giugno 2021  – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò (Pd)*: il rem prorogato fino a settembre dal “Sostegni Bis”. Il Decreto “Sostegni bis” – che stanzia 40 miliardi per le imprese e le famiglie

02 – Fabrizio Rostelli*: Lo stato di gravità permanente secondo Noam Chomsky Intervista. Il filosofo interviene sulle grandi questioni contemporanee: «La pandemia è la meno grave delle crisi che stiamo attraversando»

03 – Marco Lupis*:  Usa contro Cina, attacco a tre punte – Biden con la Black List, Fauci su Covid, Blinken su Tienanmen. Il rapporto ad alta tensione con Pechino non è cambiato

04 –  Luca Tancredi Barone*: Primo caso al mondo della variante «aviaria» Virus. In Cina nella provincia del Jangsu. H10N3. Dietro questa sigla si nasconde l’ennesimo caso di zoonosi che ha messo sull’allerta i sistemi di monitoraggio internazionali.

05 – Stefano Feltri*: Schauble contro Draghi: le pressioni esterne sul debito che minacciano la ripresa dell’Italia

06 – Messaggio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi nella Giornata Internazionale contro l’omofobia e la transfobia.

07 – Angela Schirò*: LA FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA, LA NOSTRA FESTA. La Repubblica si identifica per gli italiani con il ritorno alla libertà e con la nascita della democrazia.

07a- Francesca La Marca*: FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA. La Repubblica è amore di libertà e fedeltà alla democrazia. Impegno di ripresa e ritorno a una socialità piena e serena.

08 – ARGENTINA | Rosica (Coordinatore MAIE Morón): “Comites assente, ci vuole un cambio radicale”

09 – Tendenze demografiche in Europa e nel mondo.

10 – Claudia Fanti*: Brasile. Stop Zoom, ora è in piazza il grido «Fora Bolsonaro». Il discredito travolge anche i suoi ministri, a partire da quello dell’Ambiente

11 – Luca Tancredi Barone*: SCIENZA. Il cielo stellato e sconosciuto. Appena pubblicati i risultati di uno studio internazionale e incrociato sulla «mappa dell’energia oscura». I dati raccolti si basano su 226 milioni di galassie, ma si stima che ne esistano 2mila miliardi.

12 – Brexit. Gran Bretagna nostalgia di un passato*. Nel 1884, Greenwich diventò l’orologio del mondo, considerato il dominio britannico sui mari, la scelta parve inevitabile».

 

 

01 – SCHIRÒ (PD)*: IL REM PROROGATO FINO A SETTEMBRE DAL “SOSTEGNI BIS”. Il Decreto “Sostegni bis” – che stanzia 40 miliardi per le imprese e le famiglie e che dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è ora al vaglio della Camera dei deputati – ha prorogato di ben 4 mesi il Reddito di emergenza. Roma, 31 maggio 2021

Infatti per l’anno 2021 sono riconosciute, su domanda, ulteriori quattro quote del REM relative alle mensilità di giugno, luglio, agosto e settembre.

Attenzione: le domande per le nuove quote di REM dovranno comunque essere presentate all’Inps entro il 31 luglio tramite modello di domanda predisposto dal medesimo Istituto e presentato secondo le modalità stabilite dallo stesso.

Gli oneri della ulteriore proroga ammontano a circa 884 milioni di euro. Il Reddito di emergenza è una misura di sostegno ai nuclei familiari in condizioni di necessità economica in conseguenza dell’emergenza epidemiologica.

Tale beneficio varia ai 400 agli 800 euro mensili a seconda del valore assegnato ad ogni composizione familiare. Il Rem è subordinato alla residenza in Italia ma a differenza del Reddito di cittadinanza i richiedenti non devono far valere periodi di residenza pregressi (infatti per il diritto al Rdc bisogna invece far valere 10 anni di residenza in Italia di cui due immediatamente prima della presentazione della domanda: requisito questo che ha escluso dal Rdc praticamente tutti gli iscritti all’Aire che rientrano in Italia).

Quindi gli italiani all’estero iscritti all’Aire i quali stanno in questo periodo rientrando in Italia potrebbero usufruire del Rem nel momento in cui riacquisiscono la residenza in Italia

Il Rem spetterà ai nuclei familiari che soddisfino contestualmente i seguenti requisiti: a) il richiedente deve risultare residente in Italia; b) deve avere un reddito familiare complessivo inferiore all’importo riconosciuto come Rem (importo che varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare); c) l’Isee del nucleo familiare deve essere inferiore a 15.000 euro; d) un valore del patrimonio mobiliare familiare con riferimento all’anno 2020 inferiore a una soglia di euro 10.000, accresciuta di euro 5.000 per ogni componente successivo al primo e fino ad un massimo di euro 20.000. Tale massimale è incrementato di 5.000 euro in caso di presenza nel nucleo familiare di un componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza; e) non essere titolari di un rapporto di lavoro dipendente la cui retribuzione lorda sia superiore a determinati importi né di rapporto di collaborazione coordinata e continuativa; f) non essere titolari di pensione diretta o indiretta ad eccezione dell’assegno ordinario di invalidità; g) non essere percettori di reddito di cittadinanza.

Noi come al solito consigliamo di rivolgersi ad un Istituto di Patronato di fiducia o ad un Caf, visto anche che si deve utilizzare una complessa procedura telematica disponibile sul sito web dell’Istituto.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa –  Camera dei Deputati)

 

02 – Fabrizio Rostelli*: LO STATO DI GRAVITÀ PERMANENTE SECONDO NOAM CHOMSKY INTERVISTA. IL FILOSOFO INTERVIENE SULLE GRANDI QUESTIONI CONTEMPORANEE: «LA PANDEMIA È LA MENO GRAVE DELLE CRISI CHE STIAMO ATTRAVERSANDO»

 

L’intervista con il filosofo e linguista Noam Chomsky è avvenuta a poche ore dal caso Protasevich, l’oppositore bielorusso, con simpatie neonaziste, arrestato dopo che il volo di linea su cui viaggiava è stato dirottato e fatto atterrare d’urgenza a Minsk. Siamo partiti da lì.

 

COSA PENSA DI QUELLO CHE È ACCADUTO IN BIELORUSSIA?

Non so esattamente cosa stia succedendo internamente in Bielorussia ma è una brutta situazione. Ovviamente è una violazione del diritto internazionale ma non è senza precedenti. Nel 2013 un aereo diplomatico della Bolivia, che trasportava il presidente Evo Morales, venne bloccato. Stava volando dalla Russia alla Bolivia e fu fatto atterrare a Vienna su nostro ordine (degli Stati Uniti ndr) perché stavano cercando Edward Snowden. Si è trattato di un caso ben peggiore e ci sono altri episodi. Nel 1954 Israele dirottò un aereo siriano poiché cercava degli ostaggi per dei negoziati. C’è una storia di dirottamenti aerei, quando questi vengono compiuti dagli Stati Uniti o da Israele non importa, se invece si tratta di un Paese come la Bielorussia, ovviamente è un crimine.

In piena emergenza pandemica gli USA stanno portando avanti la più imponente esercitazione militare dai tempi della cortina di ferro: Defender Europe 2021. Migliaia di soldati statunitensi e di altri 26 Paesi alleati (non solo NATO) stanno svolgendo operazioni dai Paesi baltici al nord Africa, passando per i Balcani. Si può sostenere che Stati Uniti, Cina e Russia stiano combattendo una nuova guerra fredda?

Sì la stanno combattendo. Ci sono atti altamente provocatori tra potenze nucleari. È inconcepibile. La diplomazia deve evitare che si sviluppino situazioni che possono condurre a crisi incontenibili. Ci sono conflitti ai confini con la Russia o con la Cina, la peggiore risposta possibile è intensificarli. Non a caso le crisi non sono nei Caraibi e sul confine messicano ma sul confine russo e nel Mar Cinese Meridionale dove c’è la principale via d’acqua commerciale cinese. È assurdo che gli Stati Uniti abbiano inviato una portaerei nel Mar Cinese Meridionale quando aerei da guerra cinesi volano su Taiwan, questo potrebbe far esplodere la situazione in modo accidentale. Allo stesso modo le azioni provocatorie da parte delle forze armate statunitensi sul confine russo sono estremamente pericolose.

 

QUESTA GUERRA FREDDA VIENE COMBATTUTA ANCHE SUL FRONTE DEI VACCINI?

L’idea che gli esseri umani dovrebbero essere coinvolti in una guerra fredda dei vaccini mostra che c’è qualcosa di patologico nella specie. C’è una crisi internazionale in atto, la pandemia non ha confini. Dovremmo lavorare insieme per cercare di superarla. I vaccini dovrebbero essere prodotti in modo open source. Tutti capiscono che l’accumulo di dosi è totalmente immorale, significa che i vaccini non vanno nei luoghi in cui sono necessari. Si lascia che il virus muti, forse si svilupperanno nuove e incontrollabili varianti africane e asiatiche, ma si riforniranno i Paesi che già stanno accumulando i vaccini. Parlare di guerra fredda in questo caso è fuori discussione. Ovviamente sono necessari aiuti reciproci e cooperazione internazionale. Questo vale sempre, ma quello che sta succedendo con la pandemia è scandaloso.

 

PRENDIAMO L’ITALIA. ALL’INIZIO DEL 2020 C’È STATA UNA GRAVE EPIDEMIA NEL NORD. IL NORD ITALIA SI TROVA NELL’UNIONE EUROPEA E A POCHI CHILOMETRI DA LÌ CI SONO DUE PAESI MOLTO RICCHI, AUSTRIA E GERMANIA, CHE AVEVANO UNA SITUAZIONE ABBASTANZA SOTTO CONTROLLO. HANNO MANDATO AIUTI IN ITALIA?

Hanno mandato medici o supporto medico? In realtà l’Italia ha ottenuto aiuti dall’altra parte dell’Atlantico, grazie ad una superpotenza, Cuba, l’unico Paese internazionalista al mondo che ha potuto inviare medici. Anche la Cina ha inviato aiuti medici. Austria e Germania non potevano farlo visto che sono proprio lì accanto? Il Canada ora ha più vaccini di quanti ne possa usare e gli Stati Uniti hanno vaccini extra che non stanno usando. Il vaccino AstraZeneca non è stato autorizzato quindi rimane nei magazzini. Perché non darli a chi ne ha bisogno?

 

È PREOCCUPATO DAL FATTO CHE QUESTO STATO DI EMERGENZA POSSA DIVENTARE PERMANENTE?

Siamo in uno stato di emergenza permanente che è molto più grave della pandemia, molto più serio. Si tratta della minaccia della catastrofe ambientale. Gli oceani e l’atmosfera si stanno surriscaldando, le calotte glaciali si stanno sciogliendo. Non si arresterà. Questa è un’emergenza che fa sembrare tutte le altre marginali. Le pandemie sono terribili, decine di milioni di persone sono morte inutilmente, ma possono essere tenute sotto controllo ed è possibile vederlo nei Paesi che sono riusciti a farlo. È terribile ma non è la distruzione della vita umana organizzata sulla terra. A meno che non controlliamo l’ambiente, raggiungeremo un punto in cui la catastrofe sarà irreversibile e la società umana organizzata scomparirà, insieme a milioni di altre specie che stiamo distruggendo. La terra non ha affrontato una crisi simile per 65 milioni di anni, dalla famosa quinta estinzione, ora siamo nel bel mezzo della sesta estinzione. A meno che non mettiamo fine a tutto ciò, e abbiamo forse 20 o 30 anni per farlo, ci estingueremo. Questa è la più grande crisi della storia umana. Deve essere affrontata in modo cooperativo, non conosce confini. Se l’Asia meridionale e il Medio Oriente diventano inabitabili, sarà una tragedia per tutti noi. C’è poi un’altra emergenza: la minaccia di una guerra nucleare forse è maggiore di quanto non lo sia stata durante la guerra fredda. Si stanno sviluppando nuovi armamenti estremamente pericolosi, le guerre si spostano nello spazio. Tutto questo deve essere messo rapidamente sotto controllo.

La pandemia infatti è la meno grave delle crisi che viviamo. Inoltre stanno arrivando altre pandemie, questo è quasi certo e bisogna essere in grado di affrontarle subito. Nel 2003, dopo che l’epidemia di Sars fu contenuta, si capì che molto probabilmente ci sarebbero state nuove epidemie di coronavirus, forse pandemie. Dovevano essere prese delle misure per prepararsi, non è stato fatto nulla. Sono necessari seri cambiamenti istituzionali, è molto improbabile che un sistema di società farmaceutiche private sia in grado di affrontare questo tipo di crisi internazionali. Molte cose devono essere ripensate e riprogettate, sappiamo come fare ma non ce ne stiamo occupando ed è spaventoso.

 

SI PARLA SPESSO DI GREEN NEW DEAL MA È POSSIBILE DISCUTERE DI AMBIENTALISMO ED EMERGENZA CLIMATICA SENZA AFFRONTARE LE PROBLEMATICHE E LE CRISI DEL CAPITALISMO?

In effetti le crisi sono, in un senso profondo, crisi del capitalismo e della sua variante particolarmente brutale e selvaggia chiamata neoliberismo, che è stata un disastro per quasi tutti, tranne che per i super ricchi. È una fase iniziata nel 1980 e ingigantita in Europa dai programmi di austerità. La società di ricerca Rand Corporation ha recentemente condotto uno studio sul trasferimento della ricchezza dalla classe lavoratrice e dalla classe media, che costituiscono poco meno del 90% della popolazione, verso i super ricchi, una frazione dell’1%. In 40 anni di neoliberismo si stimano quasi 50 trilioni di dollari e questo equivale ad una rapina ai danni della classe operaia e della classe media da parte dei super ricchi. È una sottostima molto grave perché non tiene conto di altri dispositivi che sono stati sviluppati nel periodo neoliberista per derubare il popolo. Per esempio i paradisi fiscali. Reagan ha dato il via e poi c’è stata una corsa internazionale al ribasso per consentire alle corporation di liberarsi dalle tasse. Questo imponente attacco alla popolazione generale ha generato rabbia, risentimento e portato all’ascesa di organizzazioni estremiste.

 

TUTTO CIÒ DEVE ESSERE SUPERATO A PARTIRE DALLE FONDAMENTA. UN SISTEMA CAPITALISTA NON REGOLAMENTATO È UN PATTO SUICIDA, SI AUTODISTRUGGERÀ IN MEN CHE NON SI DICA. IL BUSINESS L’HA SEMPRE CAPITO. Ecco perché non hanno mai permesso a un sistema capitalista di funzionare. Tutte le imprese intervengono sempre per chiedere che lo stato prenda misure forti per proteggere il mondo degli affari dalle devastazioni del mercato, sempre. In tutto il mondo abbiamo un altro sistema, una specie di sistema capitalista di stato con interventi statali di vario tipo, sia per proteggere la società dall’autodistruzione, sia per fornire le basi per lo sviluppo economico. Ora stiamo usando i computer, internet, la maggior parte di tutto questo è stata sviluppata attraverso il settore pubblico, attraverso l’innovazione e il finanziamento pubblico: istituti di ricerca, laboratori governativi e così via. Sussidi pubblici per le società private. È così che funziona l’economia.

 

TORNANDO AL GREEN NEW DEAL, DOBBIAMO CONSIDERARE LE QUESTIONI CON UNA SCALA TEMPORALE. Abbiamo forse 20 o 30 anni per affrontare l’imminente crisi della catastrofe ambientale. Gli interventi per farlo sono sostanzialmente noti e fattibili e dovranno essere realizzati nel quadro delle istituzioni esistenti perché la situazione è urgente. La tempistica per il cambiamento su larga scala delle istituzioni è molto più lunga. Un nuovo accordo globale sull’ambiente non solo è possibile, ma è essenziale per la sopravvivenza. È chiaro che dobbiamo porre fine all’uso dei combustibili fossili entro pochi decenni, forse entro il 2050, questa è la raccomandazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Ciò significa muoversi subito per iniziare a ridurre il petrolio sviluppando fonti alternative di energia. Si può fare in modo efficiente, può portare a una vita migliore, ma non accadrà da solo, ci vorrà un grande impegno. Ci sono poi le resistenze da parte del settore dei combustibili fossili per cercare di evitarlo, nell’interesse di un profitto a breve termine.

 

RITIENE CHE L’ATTUALE EMERGENZA STIA ACCELERANDO LA COSIDDETTA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE? Maggiore digitalizzazione, sorveglianza e «algoritmizzazione» delle nostre vite.

La questione della sorveglianza e del controllo è molto seria. Ora esistono grandi aziende hi-tech che stanno raccogliendo, o sono in grado di raccogliere, quantità straordinarie di informazioni su tutti noi. In ogni momento della nostra vita. Ovviamente usano queste informazioni per i loro scopi commerciali, oppure possono essere usate per provare a controllare i nostri comportamenti. Potrebbe diventare più estremo nel momento in cui ogni oggetto avrà incorporato un dispositivo per la raccolta di informazioni. È una situazione molto minacciosa e pericolosa. Dovrebbero essere prese delle misure serie per prevenirla, dovremmo proteggerci dalla sorveglianza e dal controllo non solo da parte del governo, ma da parte delle grandi società, che fondamentalmente sono fuori controllo.

 

UN CELEBRE SLOGAN DI MARGARET THATCHER FU «NON C’È ALTERNATIVA». ALL’ORIZZONTE VEDE ALTERNATIVE?

Quando Thatcher disse «non c’è alternativa», intendeva che non c’è alternativa all’assalto neoliberista alla popolazione. Ovviamente ci sono molte alternative, ad esempio il cosiddetto capitalismo regolamentato del periodo precedente, che aveva molti difetti ma non era così letale come lo è stato il periodo neoliberista. Certamente ci sono alternative per ogni aspetto dell’organizzazione delle nostre vite. Fino al XIX secolo, l’idea di avere un lavoro subordinato a un padrone durante la maggior parte delle ore del giorno era considerata un abominio, un attacco fondamentale ai diritti umani fondamentali. Ormai è accettata. Non è mai stata accettata nella storia umana. Perché dovremmo tollerarlo? Perché le persone non dovrebbero condurre autonomamente la propria vita lavorativa e ogni altro aspetto della propria esistenza? È un tema classico e può essere riscoperto e trasformato alla base di una riorganizzazione della società in modo che le imprese, qualunque esse siano, siano sotto il controllo di chi vi lavora e vi partecipa. Non di qualche proprietario straniero assente, di qualche grande banca che decide come gestirle, tutto questo può essere cambiato.

 

Thatcher fece anche un’altra affermazione: «la società non esiste, esistono solo gli individui». In realtà, probabilmente non lo sapeva, stava parafrasando Marx quando, a metà del XIX secolo, condannò i governanti autocratici d’Europa perché volevano trasformare la popolazione in quello che definiva «un sacco di patate». Cioè una massa di individui atomizzati incapaci di cooperare per resistere agli attacchi del potere concentrato. In effetti le prime azioni di Thatcher e Reagan furono quelle di distruggere i sindacati, che costituiscono l’unico mezzo con cui i lavoratori possono difendersi dall’attacco del capitale. C’è una correlazione molto stretta tra organizzazione del lavoro, sindacalizzazione e disuguaglianza: più è alto il livello di sindacalizzazione, più basso è il livello di disuguaglianza.

 

QUALE RUOLO POTREBBE GIOCARE L’UNIONE EUROPEA NELLO SCENARIO CHE HA DESCRITTO?

L’Europa, con la sua enorme popolazione benestante e istruita, ha potenzialmente la capacità di essere una forza importante nelle relazioni internazionali e non essere solo sottomessa a potenze straniere. Ma non può esserlo a meno che non superi i problemi interni. L’Unione europea ha aspetti positivi e aspetti negativi. È importante salvare gli aspetti favorevoli. La libera circolazione, ad esempio, supera gli aspetti sfavorevoli. Un aspetto molto dannoso dell’Unione europea è l’accentramento del potere e la rimozione del potere decisionale dalle popolazioni, che dovrebbero detenere attraverso i propri parlamenti, verso dei burocrati non eletti a Bruxelles. La Troika prende le decisioni principali con le banche tedesche che si guardano le spalle. La commissione europea non eletta, il FMI, la BCE, il fatto che questi organi abbiano un grande potere decisionale è una carenza fondamentale della struttura. È un fallimento ma può essere superato.

 

CONSIDERIAMO QUALCOSA DI MOLTO CONCRETO COME LE CRESCENTI TENSIONI CON L’IRAN. Le sanzioni sono del tutto illegittime. L’Europa si oppone, ma le accetta perché si sta subordinando agli Stati Uniti. L’UE deve obbedire o sarà cacciata dal sistema finanziario internazionale. L’Europa è certamente abbastanza potente e potrebbe superare diverse crisi che si stanno sviluppando; dovrebbe assumere un ruolo indipendente e non essere una pedina mossa principalmente dagli Stati Uniti. Lo stesso vale per la pandemia, l’UE potrebbe essere in prima linea per garantire che i vaccini vengano distribuiti rapidamente a coloro che ne hanno bisogno, ma sta giocando un ruolo subordinato a causa della sua incapacità.

*( Fabrizio Rostelli, da Il Manifesto)

 

03 – Marco Lupis*:  Usa contro Cina, attacco a tre punte – Biden con la Black List, Fauci su Covid, Blinken su Tienanmen. Il rapporto ad alta tensione con Pechino non è cambiato

 

Nel giorno del 32mo anniversario della strage di Tienanmen, l’America di Biden aumenta il pressing nei confronti della Cina, in apparente, perfetta continuità con l’amministrazione Trump. Il presidente ha firmato l’ordine esecutivo per la “black list” per 59 aziende cinesi, alle quali sarà vietato fare affari e intrattenere qualsiasi rapporto con aziende americane. Nella lista spiccano grossi nomi, come quello di Huawei e delle tre grandi compagnie telefoniche cinesi – China Mobile, China Unicom e China Telecommunications – che rappresentano una riconferma. Ma spuntano anche molte nuove entità, tra cui diverse società attive nel settore della difesa, in primis la new entry Hikvision, azienda leader negli apparati di sorveglianza, che produce telecamere e tecnologie per il riconoscimento facciale le quali, secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, verrebbero usate anche per il monitoraggio e la repressione degli uiguri nella regione dello Xinjiang.

Passa, insomma – e prende sempre più spazio sulla scena della politica estera americana nei confronti della Cina – la linea dura di Kurt Campbell, il “falco “che ha la responsabilità dell’area indo-asiatica della Casa Bianca, e al quale si deve la cosiddetta “policy Pivot to Asia”, lanciata ai tempi dell’amministrazione Obama e poi accantonata nell’era Trump. La principale novità è poi il nuovo ruolo di gestione e controllo affidato da Biden al Tesoro americano. D’ora in poi toccherà infatti a lui l’onere di far rispettare e aggiornare su base “continuativa” la nuova black list delle società la quale, peraltro, prevede anche il divieto assoluto di acquisto o di vendita di titoli negoziati in borsa delle società cinesi inserite nella nuova lista nera.

Il Tesoro entrerà anche nel merito delle tecnologie di sorveglianza cinesi, valutando con un parere apposito se le aziende cinesi stanno facilitando “la repressione o gravi violazioni dei diritti umani”. Una mossa di non secondaria importanza questa, da parte di Biden e dei suoi, che mira a fornire solide basi giuridiche ai provvedimenti contro le aziende cinesi, per evitare il diluvio di ricorsi in giudizio che si erano aperti nei tribunali americani durante l’era Trump. Per esempio il colosso produttore di telefonini Xiaomi, era finito nel mirino degli Usa per i suoi presunti legami con l’esercito cinese, ma era riuscito a farsi togliere dalla lista grazie all’ordine di un giudice americano, con le sue azioni che, nel frattempo, volavano, superando anche il concorrente Huawei – che resta invece come abbiamo detto, “saldamente” nella black list – e un aumento del fatturato del 54,7% a 76.9 miliardi di yuan pari a 12 milioni in tre mesi. Nella lista nera anche Semiconductor Manufacturing International Corp (SMIC), punta di diamante della strategia cinese per rilanciare il suo settore dei chip, mentre “debuttano” Zhonghang Electronic Measuring Instruments e Jiangxi Hongdu Aviation Industry.

A questa rinnovata censura americana per le aziende cinesi vanno ad aggiungersi le “ferme proteste” della diplomazia Usa guidata da Anthony Blinken, fatte pervenire a Pechino per aver vietato anche quest’anno la tradizionale veglia per le vittime di Tienanmen a Hong Kong e l’ulteriore rilancio della narrativa – fino a poche settimane fa liquidata come complottismo d’accatto – dell’origine da laboratorio del Covid.

Su questi ultimi punti, però, Pechino non demorde e non arretra di un passo. Dopo aver dispiegato migliaia di poliziotti per impedire – per il secondo anno consecutivo – il raduno al Victoria Park di Hong Kong per la tradizionale veglia notturna in ricordo delle vittime della strage di Tienanmen, stamattina la HKPolice ha arrestato una delle ultime figure di spicco della dissidenza anti-Pechino e pro-democrazia ancora presenti nell’ex colonia britannica, considerando che tutti gli altri leader delle rivolte – compreso lo stesso Joshua Wong – sono ormai in carcere o fuggiti all’estero. Si tratta della trentaseienne Chow Hang-tung, vice direttrice dell’ Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, arrestata stamattina a Central, verso le 7 e 45 ora di Hong Kong, dagli uomini dell’unita criminale regionale “New Territories South”, con l’accusa di avere cospirato per organizzare la veglia per Tienanmen. Fonte vicine alla polizia hanno detto che l’operazione sarebbe ancora in corso e che si prevedevano ulteriori arresti. La stessa fonte ha riferito anche dell’arresto di un uomo, un blogger di 20 anni, arrestato nel quartiere di Sha Tin per lo stesso reato.

Chow, un’avvocatessa, aveva firmato un articolo pubblicato dal quotidiano in lingua cinese Ming Pao, dove tra le altre cose scriveva, rivolgendosi ai suoi lettori: “spero di vedere la tua candela alle 8 di sera”. Su Facebook, poi, aveva scritto un post che dichiarava che “a titolo personale, alle 8 di sera del 4 giugno, manterrò questa promessa che mantengo da 32 anni e accenderò una candela in un luogo dove tutti possano vedere”. Dichiarazioni innocue, ma più che sufficienti per la forza speciale di polizia che prende ordini direttamente da Pechino, dispiegata sul territorio di Hong Kong per far rispettare la nuova legge liberticida sulla “Sicurezza Nazionale”, che l’ha formalmente accusata – insieme al ragazzo 20enne – di “aver usato i loro account sui social media per pubblicizzare un incontro pubblico proibito”, aggiungendo che entrambi i sospetti sono stati trattenuti per essere interrogati.

Sul fronte del braccio di ferro Usa-Cina sull’origine del Covid, Anthony Fauci ha chiesto a Pechino le cartelle cliniche di nove persone i cui disturbi potrebbero essere una prova che il Covid-19 sia fuggito dal laboratorio di Wuhan. “Vorrei vedere le cartelle cliniche delle persone che sino ammalate nel 2019. Si sono davvero ammalate e, in tal caso, di cosa si sono ammalate?” ha detto il guru dei virologi americani riferendosi ai ricercatori di Wuhan.

Ha fatto sensazione inoltre l’uscita, in queste ore, di un’approfondita indagine della rivista Vanity Fair, dove tra l’altro si parla di minacce arrivate a scienziati e funzionari americani. Secondo il settimanale, che fa riferimento a un documento interno del Dipartimento di Stato americano di cui sarebbe venuto in possesso, alcuni funzionari sono stati “invitati” a non proseguire le indagini sulla fuga del virus dal laboratorio. Thomas DiNanno, ex segretario del Bureau of Arms Control, Verification and Compliance dello stesso Dipartimento, ha detto al settimanale che il personale di due uffici, il suo e il Bureau of International Security and Nonproliferation, ”è stato avvertito di non proseguire un’indagine sull’origine del virus perché sarebbe stato come scoperchiare il vaso di Pandora”. Anche l’ex direttore dei Centers for Disease Control, Robert Redfield, ha detto di avere ricevuto minacce di morte da colleghi scienziati, dopo una intervista concessa alla Cnn nella quale affermava di non credere all’origine naturale del virus. “Me lo aspettavo dai politici” ha commentato, “non me lo aspettavo dalla scienza”. In gioco ci sarebbero le sostanziose sovvenzioni governative a sostegno delle ricerche sui virus, comprese quelle, contestatissime, che utilizzano la tecnica detta “Gain of Function”, che ingegnerizza virus innocui nei laboratori di massima sicurezza, anche negli Usa e in diversi Paesi del Mondo, non soltanto in Cina a Wuhan, rendendoli aggressivi e spesso letali per l’uomo.

Nel gennaio del 2021, il Dipartimento di Stato, nonostante minacce e tensioni interne, scrisse diversi documenti riguardanti questo tipo di ricerche effettuate nel laboratorio di Wuhan e sul fatto che alcuni ricercatori si sarebbero infettati a causa di un incidente. La relazione segreta del Dipartimento di Stato americano, affermava anche che alcuni tra quei ricercatori avevano collaborato a progetti segreti con l’esercito cinese e “si erano impegnati in ricerche classificate, compresi esperimenti su animali da laboratorio, per conto dell’esercito cinese almeno dal 2017”. Pare che questa relazione – insieme a molte altre evidenze “riservate” – sia stata decisiva per convincere Biden a richiedere un’indagine approfondita dei Servizi Segreti americani in tempi brevi sulle origini del Covid.

Mentre il confronto-scontro tra le due superpotenze planetarie, sempre più aperto e giocato ormai su fronti sempre più numerosi, si fa di giorno in giorno più serrato, c’è qualcuno – piccolo Davide, tra due giganteschi Golia – che non si fa intimorire dalla situazione e soprattutto dalla crescente assertività e arroganza internazionale del regime cinese. Si tratta di Gergely Karácsony, sindaco di Budapest, in Ungheria, che ha deciso di cambiare il nome di alcune strade della città, come risposta civile alla decisione del governo ungherese di aprire in città una sede di un’importante università cinese. Mercoledì, durante una conferenza stampa, Karácsony ha detto che quattro strade che si trovano nell’area in cui verrà costruita l’università sono state rinominate «Via Hong Kong Libera» «Via dei martiri Uiguri», «Via Dalai Lama» e «Via Vescovo Xie Shiguang»: per ricordare che in Cina non c’è libertà di espressione” ha dichiarato.

*(Marco Lupis, Journalist – Correspondent  Huffpost)

 

04 –  Luca Tancredi Barone*: PRIMO CASO AL MONDO DELLA VARIANTE «AVIARIA» VIRUS. IN CINA NELLA PROVINCIA DEL JANGSU. H10N3. DIETRO QUESTA SIGLA SI NASCONDE L’ENNESIMO CASO DI ZOONOSI CHE HA MESSO SULL’ALLERTA I SISTEMI DI MONITORAGGIO INTERNAZIONALI.

Un 41enne residente a Zhenjiang, una città di 3 milioni di abitanti nella provincia cinese del Jiangsu, affacciata sul mar Giallo e attraversata dal fiume Azzurro, è stato ricoverato il 28 aprile con sintomi di influenza.

L’uomo sta recuperando, ma è stato solo il 28 maggio, dopo che è stato possibile sequenziare il virus, che gli è stato diagnosticato l’influenzavirus A, sottotipo H10N3, secondo le autorità sanitarie del paese. È il primo caso al mondo di questa variante della cosiddetta influenza aviaria che colpisce un essere umano. Il virus si conosce da circa 40 anni, ma solo fra uccelli acquatici. Normalmente questo tipo di influenza colpisce infatti i volatili, e solo raramente arriva a colpire l’uomo. Ma le varianti di questo tipo di virus molto diffuso, indicati dalle lettere H ed N (che indicano due tipi di proteine che si trovano sulla superficie del virus), sono molte: ci sono 18 tipi di varianti H e 11 di N.

Nel caso specifico, secondo le autorità cinesi, H10N3 è poco patogeno negli uccelli e non c’è pericolo di trasmissione a grande scala da umano a umano: «è una trasmissione zoonotica occasionale da uccello a umano», spiega l’equivalente del ministero della salute cinese, la Commissione nazionale di salute. L’Oms ha chiarito che non è nota la fonte del contagio, ma che «nessun altro caso è stato trovato dopo aver tracciato la popolazione locale» e che «non ci sono indicazioni di trasmissioni da umano a umano». Non c’è nulla di strano: «finché il virus dell’influenza aviaria circola fra il pollame, l’infezione sporadica di influenza aviaria fra gli umani non è sorprendente. Il che ci ricorda vividamente che il pericolo di una pandemia influenzale è sempre presente».

Ma i casi di influenza aviaria che hanno colpito esseri umani sono stati finora molto limitati. L’ultimo caso risale al 2016, quando la variante H7N9 uccise circa 300 persone. Normalmente i virus aviari non si trasmettono agli umani, ma possono costituire un rischio per la salute se il virus aviario si combina con quello dell’influenza umana. Nel 2009 la variante H1N1, che però proveniva dai maiali e si combinò con virus influenzali umani e aviari (e venne chiamata «influenza suina»), scatenò la prima pandemia del 21º secolo, giacché si stima che abbia potuto infettare circa un miliardo di persone (le vittime allora furono tra le 150mila e il mezzo milione). Un tipo diverso ed estinto di H1N1 fu anche quello che causò la famosa «spagnola» che un secolo fa mise in ginocchio l’umanità nella pandemia più famosa della storia.

Lo scambio di materiale genetico fra diversi varianti è quello che mantiene sull’allerta gli scienziati, ed è per questo che i luoghi dove esistono alte concentrazioni di allevamenti di bestiame a stretto contatto con molte persone sono le zone a più alto rischio di esplosione di possibili pandemie. Questo spiega come mai all’inizio i virologi furono molto sorpresi che la fonte dell’attuale pandemia fosse un coronavirus, e non un virus dell’influenza.

Altri esempi di influenza altamente patogena furono la H2N2 (che causò un milione di morti soprattutto in Cina, India e Hong Kong nel 1957), o la H3N2, che causò fra 1 e 4 milioni di morti nel 1968, proveniente sempre dalla zona più densamente popolata della terra, l’Asia. Più recentemente, ricordiamo l’influenza aviaria del 2004 (H5N1): le infezioni fra gli umani furono poche, un paio di centinaia, ma la mortalità molto alta (circa il 60%). Persero la vita però più 120 milioni di uccelli.

*( Luca Tancredi Barone, fa il giornalista scientifico free lance )

 

05 – Stefano Feltri*: SCHAUBLE CONTRO DRAGHI: LE PRESSIONI ESTERNE SUL DEBITO CHE MINACCIANO LA RIPRESA DELL’ITALIA.

«La pace sociale in Europa ha bisogno del ritorno della disciplina fiscale», scrive sul Financial Times Wolfgang Schaeuble, oggi presidente del parlamento tedesco, il Bundestag.

Il bersaglio è l’Italia: «L’esperienza mostra che nei paesi con alto livello di debito non si riescono a ottenere bilanci in equilibrio senza una pressione esterna».

La partita per il futuro dell’Europa, insomma, è cominciata e si disputa  come sempre sul campo del debito pubblico italiano. La posta in gioco è la ripresa dell’economia italiana e i suo destino.

La ripresa economica è qui e non assomiglia a niente di quello che avete visto finora»: il titolo del Wall Street Journal riassume l’euforia che si percepisce, da una parte all’altra dell’Atlantico. I vaccini stanno facendo il loro dovere, la spesa pubblica anti-crisi alimenta il boom, resta soltanto una minaccia immediata: che ritorni il dibattito sull’austerità visto dieci anni fa e che cominci troppo presto la pressione su banche centrali e governi perché ritirino gli stimoli straordinari che stanno spingendo le economie occidentali fuori dalla recessione da Covid.

German Finance Minister Wolfgang Schauble, center, sits as Cyprus Finance Minister Harris Georgiades, left, talks with European Central Bank President Mario Draghi, right, before an informal meeting of the Economic and Financial Affairs Council (ECOFIN) in Dublin, Ireland, Friday, April 12, 2013. (AP Photo/Peter Morrison)

«La pace sociale in Europa ha bisogno del ritorno della disciplina fiscale», scrive sul Financial Times Wolfgang Schaeuble, oggi presidente del parlamento tedesco, il Bundestag, dieci anni fa ministro delle Finanze di Angela Merkel che si opponeva a tutte le misure di condivisione del rischio a livello europeo.

«Dobbiamo tornare alla normalità fiscale e monetaria, il fardello del debito pubblico deve essere ridotto, altrimenti c’è il pericolo che la pandemia da Covid sia seguita d auna pandemia da debito», scrive Schauble. Il suo ragionamento ha alcuni punti solidi e altre falle.

Punti solidi: è vero che i prezzi stanno correndo, come effetto della spinta fiscale (deficit) e monetaria (acquisti di titoli in euro da parte della Bce, tassi sotto zero).

Al momento quasi tutti gli economisti sono convinti che si tratti di fiammate dovute al riassestamento dell’economia dopo i mesi dei lockdown: è vero che a maggio i prezzi in Germania sono saliti del 2,5 per cento, il record dal settembre 20211, ma Unicredit sostiene che «questo andamento non segnala spinte inflazionistiche», ci sono aumenti di prezzo per materie prime in questo momento quasi introvabili, oppure nella logistica (tutti vogliono acciaio, rame, container… perché tutti stanno producendo tanto nello stesso momento) ma questi rincari non stanno passando ai consumatori finali, non si vede pressione sui salari che potrebbe innescare la temuta spirale: prezzi più alti che vengono compensati da salari più alti che spingono le imprese ad alzare ancora i prezzi e così via.

 

LA MARCIA INDIETRO

Diverse banche centrali, comunque, stanno dando segnali di timidi ritorni alla normalità: dal Canada alla Gran Bretagna al Giappone, i paesi principali stanno rallentando gli acquisti di titoli obbligazionari per tenere bassi i rendimenti.

La Federal Reserve americana ha annunciato la fine del programma di acquisti di obbligazioni private di imprese, lanciato a marzo 2020 quando la crisi da Covid si stava trasformando senza preavviso in una crisi finanziaria in stile 2008.  Sono piccole cifre, la Fed oggi detiene soltanto 13.7 miliardi di dollari di obbligazioni societarie non scadute, le rivenderà un po’ alla volta.

La Bce per ora mantiene le sue politiche espansive, cruciali per l’Italia, visto che il rendimento di un Btp a 10 anni sul mercato oggi è 0,9 per cento, la metà di un anno fa.

La falla nel ragionamento di Schaeuble è che finora il debito è aumentato in valore assoluto mentre la spesa per interessi diminuiva, grazie all’intervento delle banche centrali.

13 January 2021, Berlin: Wolfgang Sch’uble (CDU), President of the Bundestag and patron of the Citizens’ Council, takes part in the Citizens’ Council press conference on “Germany’s role in the world”. Photo by: Michael Kappeler/picture-alliance/dpa/AP Images

Ma il ministro tedesco Schauble ignora questo dettaglio, o forse lo considera parte del problema, e scrive sul Financial Times che «L’esperienza mostra che nei paesi con alto livello di debito non si riescono a ottenere bilanci in equilibrio senza una pressione esterna».

Il riferimento è all’Italia, come Schauble rende esplicito poche righe dopo, con la citazione del premier Mario Draghi: insieme hanno discusso di “azzardo morale” (l’eccesso di rischi che il debitore prende scommettendo di essere salvato) e si sono trovati concordi che “gli stati membri dell’Ue hanno la responsabilità di adottare politiche finanziarie sostenibili e perseguire la competitività”.

 

LA LINEA DI DRAGHI

Arruolare Draghi al fronte dell’austerità però è davvero forzato: per tutta l’ultima parte del suo mandato da presidente della Bce, Draghi ha chiesto agli stati di spendere di più per stimolare una ripresa rimasta asfittica dopo la crisi del 2011, oggi da presidente del Consiglio continua a varare nuovo deficit per decine di miliardi.

I numeri presentati ieri dal Fondo monetario internazionale sembrano confermare che questa è la strada giusta, almeno nel breve periodo: è vero che nel 2021 il deficit salirà all’11,8 per cento (dal 9,5 del 2020), ma il Pil rimbalzerà del 4,3 per cento dopo essere sceso di quasi il 9, e anche nel 2022 la crescita attesa è del 4 per cento, trainata da esportazioni sopra il 9 per cento (ma crescono anche le importazioni, segno che pure la domanda interna tira). L’inflazione non dovrebbe superare l’1 per cento annuo, metà dell’obiettivo europeo al 2.

 

Italy’s Prime Minister Mario Draghi arrives for an EU summit at the European Council building in Brussels, Tuesday, May 25, 2021. European Union leaders gather for a second day of meetings to discuss the coronavirus pandemic and to assess new measures on how to meet targets to become climate-neutral by mid-century. (Olivier Hoslet, Pool via AP)

La Commissione europea, al momento, è molto più in linea con Draghi che con Schaeuble e ha comunicato che anche nel 2022 il patto di Stabilità rimarrà sospeso: nessun obbligo di portare il deficit al 3 per cento e spingere il debito verso il 60 per cento del Pil (oggi l’Italia è intorno al 160).

«Sappiamo tutti che i deficit di bilancio dovranno essere ridotti rispetto ai livelli eccezionali di quest’anno e dello scorso anno», ha detto Paolo Gentiloni, Commissario europeo all’Economia, «tuttavia, ciò deve essere fatto in modo tale da non ripetere l’errore di sacrificare gli investimenti pubblici e altre spese produttive necessarie per la futura crescita delle nostre economie».

Mentre il patto è sospeso, però, è in corso un dibattito tecnico e politico su come ripensarlo. Schaeuble lo sa, come sa che da settembre verrà meno la leadership di Angela Merkel e, nel vuoto, la posizione di Draghi diventerà più rilevante.

La partita per il futuro dell’Europa, insomma, è cominciata e si disputa  come sempre sul campo del debito pubblico italiano. La posta in gioco è la ripresa dell’economia italiana e il suo destino

*( Stefano Feltri Direttore di  Domani)

 

06 – MESSAGGIO DELL’ALTO COMMISSARIO DELLE NAZIONI UNITE PER I RIFUGIATI FILIPPO GRANDI NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO L’OMOFOBIA E LA TRANSFOBIA.

L’attivista LGBTIQ1 Bianka Rodriguez marcia con la bandiera arcobaleno in una parata per i diritti delle persone trans a San Salvador, El Salvador.

Oggi, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, penso ai molti rifugiati LGBTIQ+ che ho incontrato per i quali gli abusi e le offese sono diventati una realtà quotidiana. Purtroppo, il dolore spesso inizia nelle loro stesse case, con le loro famiglie – distruggendo l’unica rete di cui tanti rifugiati mi hanno detto di avere più bisogno.

Chiedo ai paesi di tenere le loro porte aperte alle persone LGBTIQ+ che hanno bisogno di un rifugio.

Tenuta sotto la minaccia delle armi, abusata dalla sua stessa madre e costretta a lasciare la scuola a causa di bullismo perché trans, Bianka ora lavora per garantire leggi eque e per costruire reti di sostegno per le persone LGBTIQ+ in El Salvador, comprese quelle costrette a fuggire dalle loro case e comunità a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. Oggi, sono orgoglioso di annunciare che l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha scelto Bianka come la nostra prima sostenitrice di alto profilo trans, in modo che possa unirsi a noi nel nostro lavoro per proteggere e sostenere le persone LGBTIQ+ che sono state costrette a fuggire in tutto il mondo.

Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono criminalizzate in oltre 70 paesi, e sei paesi le hanno classificate come punibili con la morte. In altri paesi, le persone LGBTIQ+ subiscono discriminazioni che impediscono loro di andare a scuola, trovare lavoro o gestire le proprie attività.

Le persone LGBTIQ+ spesso subiscono uno stigma simile quando arrivano nei paesi vicini. Sono ad alto rischio di abusi e violenze di genere e spesso ricevono poca o nessuna protezione dalla polizia. Spesso vengono loro negati i servizi di base, come l’assistenza sanitaria e legale.

L’UNHCR è impegnata a salvaguardare i diritti delle persone LGBTIQ+ che sono state costrette a fuggire. Per fare questo, continuiamo a lavorare con gli alleati LGBTIQ+ della società civile, del settore pubblico e privato e del mondo accademico per assicurarci che i rifugiati siano ascoltati e inclusi nelle decisioni che riguardano loro e le loro comunità. Ci affidiamo a persone come Bianka che ci guidano e ci dicono cosa funziona.

Viviamo in un mondo che è sempre più a corto di soluzioni per i rifugiati. La possibilita’ di essere reinsediati in un paese terzo – spesso l’unica soluzione o quella più sicura per i rifugiati LGBTIQ+ – è oggi ai minimi storici. Finché persiste la persecuzione basata sull’orientamento sessuale e l’espressione di genere, chiedo ai paesi di fare un passo avanti per le persone LGBTIQ+, che sono spesso a maggior rischio e con bisogni di sicurezza più urgente

Ogni persona LGBTIQ+ deve poter vivere in pace e sicurezza nel proprio paese. L’UNHCR continuerà a battersi per questo. Fino ad allora, abbiamo bisogno che le nazioni accolgano coloro che cercano rifugio, e l’UNHCR si assicurerà che i rifugiati LGBTIQ+ ricevano il supporto di cui hanno bisogno, ovunque essi siano.

 

07 – Angela Schirò*: LA FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA, LA NOSTRA FESTA. La Repubblica si identifica per gli italiani con il ritorno alla libertà e con la nascita della democrazia. Non è una lettura di parte o un’interpretazione politica, ma semplicemente un dato della Storia nel quale tutti dovrebbero riconoscersi.

Essa è nata dalla contrastata volontà di lasciarsi alle spalle lunghi anni di dittatura e di privazione delle libertà, i lutti di una guerra, le responsabilità di una monarchia pavida di fronte al fascismo e incapace di assicurare una guida in un momento di sbandamento, l’arretratezza e la povertà di grandi aree del Paese e di ampie fasce di popolazione.

La Repubblica si è fecondata soprattutto dell’anelito di rinnovamento della Resistenza, che ci ha consentito di conquistare le libertà civili e di dare un’anima progressiva alla Costituzione. Quella Costituzione che ci indica le condizioni per rinnovare con equità la società italiana partendo dai valori del lavoro e dell’uguaglianza in un contesto di pace e di cooperazione internazionale.

La Repubblica, dunque, per gli italiani è libertà, democrazia, solidarietà, prospettiva di cambiamento, dialogo con gli altri popoli e con gli stati democratici dell’Europa e del mondo.

In molte di queste realtà democratiche vi sono le comunità italiane più numerose e più dinamiche. Anche per questo, la festa della Repubblica è la più amata dagli italiani all’estero, quella nella quale la grande maggioranza di loro si riconosce, al di là delle diverse convinzioni ideali e politiche. Tutte legittime, se manifestate nel rispetto dei principi democratici su cui la Repubblica si basa.

Oggi, il messaggio di unità, di solidarietà tra tutti gli italiani, di liberazione dal bisogno e di tutela della persona e della vita – tutti valori fondanti dello spirito repubblicano – rappresenta la molla per superare definitivamente la minaccia della pandemia e risalire dal baratro della crisi nella quale essa ci ha precipitati.

Per la prima volta non potremo stringerci le mani e guardarci negli occhi in nome della Repubblica italiana. Tuttavia, sentiremo con ancora maggiore intensità la forza dello spirito repubblicano e il suo messaggio più autentico, che è quello di andare avanti con reciproca solidarietà e con il coraggio di vincere anche questa difficile prova.

Viva la Repubblica italiana!

Angela Schirò

 

07a – Francesca La Marca*: FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA. La Repubblica è amore di libertà

e fedeltà alla democrazia. Impegno di ripresa e ritorno a una socialità piena e serena.

Cari amici,

anche quest’anno non sarà possibile festeggiare insieme la nostra Festa, ma anche a distanza saremo uniti nel celebrare il nostro Paese. L’Italia vuole ripartire e sta riaprendo.  Sono certa che, come è sempre successo nei momenti difficili, gli italiani all’estero ci saranno e faranno la loro parte.

Viva la Repubblica italiana!

*( n. Francesca La Marca – Camera dei Deputati – Ripartizione Nord e Centro America)

 

08 – ARGENTINA | Rosica (Coordinatore MAIE Morón): “Comites assente, ci vuole un cambio radicale”

Gerardo Rosica, coordinatore MAIE Morón, punta il dito contro il Comites e il suo presidente, Francesco Rotundo: “Lo diciamo con amarezza, ma con estrema chiarezza: a Morón il Comites non fa nulla per dare risposte alla comunità italiana; qui abbiamo un Comites assente, incapace di offrire servizi proprio nel momento in cui i connazionali ne hanno più bisogno”. E ancora: “La comunità italiana di Morón si merita un Comites attivo e presente: lo avrà quando il MAIE avrà vinto le elezioni”

“Nella comunità italiana della circoscrizione consolare di Morón esiste un profondo malessere, causato della mancanza di risposte da parte del Comites locale alle innumerevoli lamentele dei connazionali rispetto ai servizi consolari erogati dall’Agenzia consolare. Succede, infatti, che il Comites è sordo e cieco di fronte alle esigenze dei nostri compatrioti”. Lo dichiara in una nota Gerardo Rosica, coordinatore del MAIE a Morón, Argentina.

“Conosciamo fin troppo bene la critica situazione in cui versa la rete consolare italiana in Argentina, con la cronica carenza di personale a cui da oltre un anno si aggiungono i problemi causati dalla pandemia e dalle conseguenti restrizioni. Ma pur essendo la situazione, in generale, la stessa in tutta l’Argentina, nelle altre circoscrizioni consolari i Comites ascoltano le richieste dei connazionali e assolvono alla loro funzione di intermediari tra la comunità e le autorità consolari. Fa eccezione il Comites di Morón, che brilla per la sua assenza. Silenzio totale da parte del presidente del Comitato, che non dà voce agli italiani e agli italo-argentini e ai loro problemi. Non solo: il Comites è chiuso dall’inizio della pandemia e lui non ha attivato alcun canale di comunicazione alternativo, lasciando i nostri connazionali completamente alla deriva”.

“Lo diciamo con amarezza, ma con estrema chiarezza: a Morón il Comites non fa nulla per dare risposte ai connazionali; qui abbiamo un Comites assente, incapace di offrire servizi proprio nel momento in cui i connazionali ne hanno più bisogno”.

“Come MAIE Morón – sottolinea in conclusione Rosica – continuiamo ad offrire ascolto e assistenza alle diverse domande che ci arrivano dai nostri fratelli italiani e italo-argentini. Ci stiamo inoltre preparando per poter cambiare la situazione che riguarda il Comites: lo faremo quando si terranno le prossime elezioni, a dicembre. La comunità italiana di Morón si merita un Comites attivo e presente: lo avrà quando il MAIE avrà vinto le elezioni”.

 

 

09 – TENDENZE DEMOGRAFICHE IN EUROPA E NEL MONDO*1. La Population Division dell’ONU, in uno studio aggiornato ogni due-tre anni (ultima edizione 2018), scrive che nel 2015 la metà dei paesi cosiddetti in via di sviluppo aveva in corso politiche d’intervento per moderare la crescita della popolazione, mentre il 44% dei paesi cosiddetti sviluppati aveva politiche tese a favorire la crescita della popolazione. Puntualizza poi che, su 201 paesi censiti, sono 83 quelli con fecondità inferiore al numero 2,1 che, un po’ convenzionalmente, si assume equivalere al rimpiazzo delle generazioni e a un’ipotetica stabilità della popolazione.

Riguardo all’Europa, secondo una più recente valutazione dell’UNFPA (“braccio esecutivo” dell’ONU Population Division) sarebbero 27 i paesi nei quali sono attive politiche tese ad aumentare la fecondità: erano solo 8 nel 1986. E evidente che sta crescendo l’attenzione e l’impegno di molti paesi verso la possibilità d’influenzare i propri trend demografici.

La definizione di “politiche di popolazione” è ampia, e richiede alcune precisazioni. Sono in generale inclusi tutti gli interventi relativi al welfare. dal sostegno al reddito delle famiglie alle pensioni agli aiuti alle giovani generazioni, e naturalmente anche gli interventi intesi ad aumentare le nascite. Discorso a parte va fatto per le politiche che hanno l’obiettivo di diminuire le nascite. Orientarsi è impresa complicata, soprattutto nelle comparazioni fra paesi e volendo concentrare l’attenzione sulle politiche nataliste, in particolare in Europa, dove si stanno espandendo con indirizzi apparentemente assai differenziati e per ora senza un coordinamento. Senza dimenticare che, come gli specialisti sottolineano, esistono politiche dirette e politiche indirette, esplicite e non esplicite, nelle quali gli obbiettivi natalisti esistono ma sono nascosti, come ad esempio per quelli più recenti in Germania. Concentriamoci sulle politiche nataliste in Europa.

Il problema di orientarsi e di apprezzare l’efficacia delle politiche di popolazione lo ha anche l’UNFPA, che ha commissionato alla scuola demografica di Vienna dello IIASA un ampio studio aggiornato a inizio 2020 (“Policy responses to low fertility: how effective are they?”, UNFPA Population & Development Branch).

 

METÀ DEL MONDO SOTTO IL RIMPIAZZO

Le premesse sono chiare: oggi la metà della popolazione mondiale vive in paesi con fecondità inferiore a 2,1 figli per donna: ormai la bassa fecondità è diventata un fenomeno globale. il cui trend calante non si ferma al raggiungimento della soglia detta del rimpiazzo, ma prosegue ulteriormente verso il basso. Si parla da diversi anni di very low fertility per fecondità inferiore a 1,5 figli per donna e di ultra-low fertility sotto 1,3. Tutto ciò viene giudicato un risultato inaspettato della transizione demografica globale, cioè della sempre maggior quota di popolazione mondiale che vive in paesi ove da tempo, anche da molto tempo (Europa ad esempio), la transizione demografica si è conclusa.

Oramai, ciò che influisce sulla dinamica della popolazione sono quasi solo le nascite, perché il trend calante della mortalità è molto rallentato o quasi arrestato in quella parte del mondo dove anche la fecondità è bassa. Ciò, sostiene lo IIASA, genera preoccupazioni politiche per le conseguenze già ben note, che vanno dall’indebolimento della “forza demografica” dei singoli paesi all’invecchiamento, all’onere crescente delle pensioni e ai problemi legati ai flussi d’immigrazione compensativi che si sono generati e che si genereranno: «Molti governi che hanno bassa fecondità si stanno indirizzando a politiche della famiglia per stimolare i tassi di natalità».

E qui si giunge al punto. Lasciamo parlare Tomas Sobotka*(1) e i collaboratori dello IIASA: «Misurare gli effetti delle politiche della famiglia è difficile e pieno d’insidie, con idee sbagliate, questioni etiche, scopi mal definiti, difficoltà di misura e limiti nei da-ti». Anche perché «molte politiche sono trainate più da considerazioni ideologiche che dall’evidenza scientifica. Cambiamenti frequenti e potenzialmente confusionari [delle politiche] rendono difficile valutarne gli effetti». Appunto: il problema è anche politico, non solo tecnico. La diagnosi sulle cause della bassa fecondità è questione dibattuta su cui non ci soffermiamo; per la nostra analisi marxista le potenze industrializzate vedono all’opera una vera e propria legge della popolazione della maturità imperialista.

 

“CONSUETUDINI, VALORI, TRADIZIONI…”

Concentriamoci sulle politiche e sui loro effetti. Esse si sono evolute e hanno preso gli indirizzi disegnati dalle politiche del welfare dei singoli paesi: «Le consuetudini e i valori, le ideologie prevalenti, le tradizioni religiose, le esperienze storiche […] le risorse disponibili e gli esempi di altri paesi hanno dato forma a politiche diverse nei vari paesi […] “pacchetti” frequentemente emendati, espansi o revisionati».

Si osserva che l’obiettivo di “aumentare la natalità” raramente è espresso in maniera esplicita nei pacchetti di interventi che comprendono, in varia e differenziata misura: premi alla nascita, sostegni in denaro cash e compensazioni per i costi dei figli, sostegno all’occupazione femminile (asili, ecc.), uguaglianza di genere e altri ancora. Però gli obiettivi quantificati sull’aumento della fecondità sono pochi, e quindi come misurare i risultati? Nella tabella riportata nello studio sono presenti solo otto paesi, e solo tre di questi sono significativi per valore assoluto della popolazione.

 

NUMERI DELUDENTI

Ecco i risultati nei tre paesi. Giappone: nel 2016 è stato posto l’obbiettivo di 1,8 figli per donna, senza precisare per quale anno; era 1,44 nel 2015 e nel 2018 è calato a 1,42. Corea del Sud: obiettivo 1,5 nel 2020; era 1,21 nel 2014 e nel 2018 è sceso a 0,98. Russia: obiettivo 1,98 nel 2025; era 1,31 nel 2006 ed è salito a 1,58 nel 2018.

I risultati sembrerebbero molto deludenti, ma ovviamente il problema non è valutabile solo con questi numeri, anche perché il legame fra fecondità e natalità non è meccanico, intervenendo pesantemente il numero assoluto di donne in età fertile. Poi c’è la questione della spesa, cioè dell’investimento mirato agli effetti voluti in campo demografico, che sono in fondo l’incremento della fecondità come premessa per l’aumento della popolazione. Sono stati fatti numerosi studi e simulazioni, con lo scopo di quantificare l’entità ottimale della spesa per ottenere il risultato voluto. Alcuni arrivano perfino a valutare che un incremento di un decimo della quota di bimbi che frequenta asili e scuole materne produrrebbe una crescita di quasi un decimale della fecondità. In generale, la correlazione risulta essere positiva: più elevate quote di PIL dedicate alle politiche nataliste si tradurrebbero, nel tempo, non meccanicamente e con diverse eccezioni, in valori più alti (o, per meglio dire, meno bassi) di fecondità.

In sintesi, questo studio afferma: primo, «molte ricerche empiriche trovano che trasferimenti prolungati nel tempo di soldi [cash] hanno un piccolo ma positivo effetto sulla fecondità»-, secondo, che «complessivamente, i trasferimenti di soldi [cash] possono aiutare i singoli nelle loro decisioni di fare figli, ma l’impatto sulla fecondità è piuttosto basso». Si ritorna quindi al più generale giudizio sull’efficacia delle politiche nataliste, che sarebbero in grado di rallentare le tendenze ma non di invertirne la corsa. Secondo lo IIASA, non ci sarebbe una regola generale: «Le politiche della famiglia possono avere successo solo se sono pro-gettate tenendo in conto le caratteristiche della società nella quale vengono applicate» (“Family policies”, 2013). Il caso francese conferma questo netto giudizio.

 

DIFFERENZE FRA PAESI

Qui le differenze le fanno i singoli paesi, le tradizioni, la storia, le volontà e le capacità politiche di passare da diagnosi ormai scontate a strategie efficaci d’intervento. Uno dei più convinti sostenitori in Europa dell’efficacia della spesa in politiche della famiglia per alzare la fecondità è Gérard-François Dumont, professore alla Sorbona di Parigi, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, animatore di “Population & Avenir”, il cui titolo è già un programma. Da questa rivista abbiamo tratto il diagramma posto accanto al titolo. Il commento è deciso: «Per quattro quinti dei paesi dell’Unione Europea, la correlazione è dunque incontestabile: i paesi che consacrano di più alle prestazioni famigliari hanno più alta fecondità». Emergono due casi: la Francia in positivo, e si parla quindi di “eccezione francese”, e la Germania in negativo, e si potrebbe parlare di “ritardo tedesco”, perché i due paesi hanno pari spesa ma fortissima differenza di fecondità, a netto vantaggio della Francia. Posto che anche la Francia sul lungo periodo mostra di non poter contrastare la legge della popolazione della maturità imperialista, sono casi che richiedono un approfondimento.

Le considerazioni di Dumont vanno collocate in un quadro più generale. Primo: la sua è solo una “fotografia” di un fenomeno che ha una sua dinamica. Secondo, e forse più importante: la difficoltà, chiaramente illustrata dallo IIASA, di misurare questi fenomeni e di disporre di dati attendibili e confrontabili è reale. I dati sulla fecondità in Europa sono certo da considerarsi attendibili. Ma la UE, e quindi i singoli paesi, forniscono in maniera poco disaggregata i dati sulla spesa relativa alle politiche di welfare; la quota indirizzata specificamente alle politiche nataliste è difficilmente valutabile, anche perché gli obiettivi  sono spesso “nascosti”.

Certamente la dinamica della spesa dedicata alle politiche nata- liste punta verso l’alto in Europa nel nuovo secolo. Per completare la fotografia di Dumont, dai dati Eurostat abbiamo ricavato la spesa del capitolo “family &children” dal 2009 al 2017, e l’abbiamo rapportata ai destinatari effettivi, quindi alla popolazione 0-14 anni. Nel periodo la Germania è passata da 6.000 a quasi 9.000 euro pro capite, in crescita continua;  la Svezia parte dagli stessi valori, e poi si assesta appena sotto 8.000 euro; la Francia è sui 4.000 quasi stazionari (4.500 nel 2017); l’Italia parte da 2.000 euro con un’accelerazione dal 2015, raggiungendo 3.500 nel 2017. Con tutte le cautele espresse sopra, si ha comunque un raffronto di massima che corrisponde alle strategie, o alle non-strategie, messe in campo dai quattro paesi nell’ultimo decennio.

 

IL PESO DELLA PANDEMIA

La pandemia sta operando sui trend demografici. Decessi aumentati,  soprattutto nelle fasce più alte d’età. Nascite diminuite: i primi dati mostrano cali fino al 15-20% in Europa. Aspettativa di vita bruscamente calata. Piramidi delle età più strette, non solo al vertice ma anche alla base.  L’inverno demografico sarà ancora più freddo.

1 *(Fonte. Population&Avenir.)

2*( Tomas Sobotka guida il gruppo di ricerca VID sulla demografia europea comparata.)

 

10 – Claudia Fanti*: BRASILE. STOP ZOOM, ORA È IN PIAZZA IL GRIDO «FORA BOLSONARO». IL DISCREDITO TRAVOLGE ANCHE I SUOI MINISTRI, A PARTIRE DA QUELLO DELL’AMBIENTE

Finalmente fuori da Zoom, oltre le proteste sulle reti sociali, il grido «Fora Bolsonaro» è risuonato ieri, malgrado la pandemia, anche per le strade e le piazze di oltre 200 città brasiliane, nella convinzione che il governo sia «più pericoloso del virus».

Non è la Colombia, non è il Cile, ma anche in Brasile l’esasperazione è profonda: «Il popolo brasiliano – scrive il Movimento dei senza terra in un tweet – ha un grido intrappolato in gola. Il 29 maggio, con ogni precauzione possibile contro il Covid 19, tutti a difendere la vita e a lottare per Fora Bolsonaro!».

Tra innumerevoli appelli a rispettare i protocolli di sicurezza, sindacati, partiti, associazioni di studenti, movimenti popolari, a cominciare dal Frente Brasil Popular e dal Frente Povo sem Medo, e anche settori estranei alla sinistra tradizionale sono scesi in piazza contro la perdita di diritti sociali, la disoccupazione, la criminale gestione della pandemia – oggetto della Commissione parlamentare d’inchiesta tuttora in corso -, esigendo l’approvazione del sussidio di emergenza e la vaccinazione di massa contro il Covid.

«Sappiamo del momento critico della pandemia – ha dichiarato la presidente del Pt Gleisi Hoffmann -, ma siamo anche consapevoli delle condizioni critiche del popolo, che senza reddito e senza impiego si espone tutti i giorni al contagio per sopravvivere, senza alcuna forma di sostegno da parte del governo». Si spiega così l’emorragia di consensi che sta soffrendo il presidente, bocciato, secondo l’ultimo sondaggio di Poder Data, dal 59% della popolazione: se le elezioni ci fossero oggi, Lula lo batterebbe al primo turno di quasi 20 punti, 41% contro 23%. Eppure, da parte di Bolsonaro, non c’è alcun ripensamento. Tant’è che mentre gli scienziati lanciano l’allarme sul rischio di una terza ondata di Covid, ancora più micidiale dell’ultima – i casi di contagio hanno ripreso a crescere e così il numero di morti, giunto a oltre 459mila -, il presidente si è rivolto al Supremo tribunale federale affinché dichiari inconstituzionali le misure di quarantena disposte contro la pandemia da governatori e sindaci.

Ma il discredito travolge anche i suoi ministri, a cominciare da quello dell’Ambiente, Ricardo Salles, lasciato incredibilmente al suo posto da Bolsonaro malgrado l’indagine giudiziaria aperta contro di lui per contrabbando di prodotti forestali negli Stati uniti e in Europa.

Come «il miglior ministro dell’Ambiente nella storia del Brasile» lo ha anzi definito il terzogenito del presidente, Eduardo, dopo l’irruzione nei suoi uffici ordinata alla polizia federale dalla Corte suprema e la sospensione immediata di dieci funzionari, compreso il presidente dell’Ibama Eduardo Bim, responsabile di aver sospeso l’obbligatorietà dell’autorizzazione dell’organismo all’esportazione di legname.

Un’operazione, quella della polizia federale, che ha preso il nome di una divinità degli indigeni arara, Akuanduba, suonatrice di flauto con il compito di riportare armonia nel mondo. Ma quanto tale compito appaia oggi proibitivo in Brasile lo indica anche la denuncia di Survival International relativa al progetto governativo di aprire le terre di alcuni popoli incontattati a uno sfruttamento dalle conseguenze letali, abolendo le ordinanze d’emergenza che attualmente proteggono i loro territori da trafficanti di legname, imprenditori agricoli e accaparratori di terra. Un piano che, secondo gli esperti, potrebbe causare l’estinzione di diversi popoli incontattati e la distruzione di circa un milione di ettari di foresta pluviale, un’area pari a tre volte la Valle D’Aosta.

*( Claudia Fanti corrispondente da San Paolo , da Il Manifesto)

 

11 – Luca Tancredi Barone*: SCIENZA. IL CIELO STELLATO E SCONOSCIUTO. APPENA PUBBLICATI I RISULTATI DI UNO STUDIO INTERNAZIONALE E INCROCIATO SULLA «MAPPA DELL’ENERGIA OSCURA». I DATI RACCOLTI SI BASANO SU 226 MILIONI DI GALASSIE, MA SI STIMA CHE NE ESISTANO 2MILA MILIARDI.

Le verifiche si sono svolte nell’Osservatorio Interamericano di Cerro Tololo, in Cile. Coinvolte più di 25 istituzioni di 7 paesi, la ricerca verte su 758 notti di osservazione. Marco Gatti (Università della Pennsylvania): «Ho visto la cartografia completa, mi ha tolto il respiro»

Come sa qualsiasi studente di liceo, diceva Kant che c’erano solo due cose che riempivano il suo animo di «ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse», e una delle due era quello che oggi chiameremmo il cosmo. Ma gli occhi con cui il grande filosofo di Königsberg osservava il cielo stellato più di 200 anni fa erano senza dubbio assai diversi da quelli con cui lo osservano oggi gli astronomi e i cosmologi di tutto il mondo.

 

QUESTA SETTIMANA è stata pubblicata una batteria di 26 articoli scientifici, che coinvolgono più di 400 scienziate e scienziati di 25 istituzioni scientifiche in sette paesi, sulla Dark Energy Survey, una specie di cartografia dell’«energia oscura» (che secondo i cosmologi è responsabile dell’espansione accelerata dell’universo), basata su 758 notti di osservazione di ben un ottavo della volta celeste. I dati pubblicati questa settimana si riferiscono ai primi tre dei sei anni che è durato il progetto, e si basano su 226 milioni di galassie. È un numero di oggetti da capogiro, anche se solo una piccola percentuale di tutte le galassie che si stima esistano (circa 2mila miliardi): per la cronaca, e per togliere ogni tentazione di superbia antropocentrica, ogni galassia può essere costituita da centinaia di milioni di stelle.

Ma l’oggetto di questa survey, effettuata grazie a una fotocamera della bellezza di 570 megapixels montata sul telescopio Víctor Manuel Blanco di 4 metri di diametro, nell’Osservatorio Interamericano di Cerro Tololo, in Cile, non sono in realtà né le stelle, né le galassie, ma tutto quello che invece non vediamo: la materia oscura (che tiene insieme le galassie) e, appunto, l’energia oscura, che insieme costituiscono il 95% dell’universo. Se ci si pensa, è sconcertante: in pratica, tutta la materia che conosciamo e possiamo immaginare, le stelle, i pianeti, ogni elemento della tavola periodica, tutto insieme questo forma solo un ventesimo della realtà. Sul resto, che sappiamo deve esserci perché altrimenti i nostri modelli cosmologici non reggono, abbiamo solo qualche idea vaga e molti interrogativi.

La Dark Energy Survey ha come obiettivo proprio quello di dare qualche risposta su come è fatto l’universo a grande scala, almeno negli ultimi sette miliardi di anni, e confermare o smentire se l’idea che ce ne siamo fatti regge alla prova dei fatti.

 

E, PIÙ O MENO, REGGE: la distribuzione della massa osservata su questo campione enorme di oggetti cosmologici è in linea con le osservazioni precedenti, soprattutto con quelle del satellite dell’Agenzia spaziale europea Planck, i cui dati avevano misurato precisamente la radiazione di fondo dell’universo com’era «solo» 400mila anni dopo il Big Bang, avvenuto circa 13 miliardi di anni fa. Le piccole fluttuazioni di questa radiazione indicano come la materia si è poi distribuita nell’universo nel corso della sua evoluzione. La radiazione di fondo infatti non è proprio uniforme, ma è come un foglio rugoso: da lontano sembra uniforme, ma se ci passiamo il dito sopra presenta irregolarità. La survey ha osservato che la materia è leggermente meno grumosa di quanto previsto, anche se non è ancora chiaro perché.

Fra gli scienziati coinvolti, tre degli autori principali di diversi degli articoli scientifici pubblicati questa settimana sono italiani: Giulia Giannini, dottoranda dell’Istituto di fisica delle alte energie (Ifae) di Barcellona, Marco Raveri e Marco Gatti, entrambi postdoc dell’università della Pennsylvania. «È stato come se nel 1300 ti avessero consegnato una mappa dettagliata della terra», racconta Gatti al manifesto. «È la cartografia della materia oscura, che non possiamo vedere, più grande e dettagliata disponibile: io sono stato il primo a vederla completata, e in quel momento mi ha tolto il respiro», spiega.

Gatti, Raveri e Giannini sono molto giovani, e nonostante questo sono gli autori principali di alcuni di questi articoli che segneranno una svolta non solo nella cosmologia, ma anche nelle loro carriere: «si tratta di una collaborazione da sempre aperta ai ricercatori più giovani», dice questo 31enne di Albissola Marina (Savona). Il compito di Gatti e dei suoi colleghi è stato quello di ideare un algoritmo statistico capace di valutare, grazie a un fenomeno relativistico dovuto al fatto che la concentrazione di materia devia la luce (noto come «lente gravitazionale debole»), la distribuzione delle masse lungo la nostra linea di vista, cioè la ragnatela cosmica lungo la quale si distribuiscono gli ammassi di galassie e la materia.

 

INOLTRE HA CREATO il catalogo di tutte queste galassie e misurato i loro parametri fisici e infine, assieme a Giannini, ha ideato un metodo statistico affidabile per stimarne le distanze senza doverle misurare individualmente.

«Ma per fare tutto questo ci vogliono potenze di calcolo enormi, 40 milioni di ore di CPU dei supercomputer più potenti del mondo», osserva Gatti.

Ai tempi di Kant non era neppure chiaro che il sole fosse una delle stelle, né che formasse parte di una galassia, né – meno ancora – che potessero esisterne delle altre. Il ventesimo secolo è stato quello in cui si è scoperta l’espansione dell’universo, e la radiazione cosmica di fondo, la firma inequivocabile di un Big Bang. Ma il cosmo del 21º secolo si annuncia ancora più promettente per l’«ammirazione e venerazione» dei cosmologi: oggi si possono misurare parametri cosmologici con una precisione inimmaginabile anche solo 20 anni fa, e possediamo infrastrutture informatiche capaci di gestire moli impressionanti di Big data.

«SIAMO ENTRATI nell’era della cosmologia di precisione», riflette Gatti. «È più difficile fare scoperte mozzafiato, è tutto più lento, lo sforzo cooperativo di centinaia di ricercatori in tutto il mondo è ingente. Ma i progressi, anche se minimi, sono fondamentali, e, proprio come al Cern per la fisica delle particelle, ci permetteranno di ridisegnare i modelli di come funziona l’universo. Per ora il modello cosmologico standard sembra tenere: ma non metterei la mano sul fuoco che fra 10 anni sia ancora così».

 

SCHEDA. SAMANTHA CRISTOFORETTI COMANDERÀ LA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

Samantha Cristoforetti sarà al comando della Stazione Spaziale Internazionale. Accadrà nella primavera del 2022, come annuncia l’Agenzia Spaziale Europea, nell’ambito della «Expedition 68» a bordo di una capsula Crew Dragon di SpaceX. Nella missione saranno con lei anche gli astronauti Nasa Kjell Lindgren e Bob Hines.

Terza donna al mondo a guidare la Stazione Spaziale Internazionale, dopo due colleghe di nazionalità americana, sarà la seconda astronauta di origine europea (il primo è stato Frank De Winne). Il comando della Stazione era già stato in precedenza affidato all’italiano Luca Parmitano («Expedition 61»), vero è che nel caso di Cristoforetti, nata a Milano nel 1977 e dal 2015 ambasciatrice Unicef, si tratta di una prima volta, nella congiunzione di «donna europea», in questo senso arrivano le congratulazioni da parte di Palazzo Chigi che ha consegnato i propri entusiasmi ai social. La sua nomina «è un’ispirazione per un’intera generazione che sta concorrendo per entrare nel corpo astronauti dell’Esa», ha dichiarato il direttore generale dell’Esa Josef Aschbacher. E anche lei stessa dichiara di essere «onorata» della convergenza di scelte sul suo nome, già ampiamente riconosciuto, la responsabilità di rappresentanza che le viene conferita. «Sono onorata – aggiunge l’astronauta – della mia nomina alla posizione di comandante e non vedo l’ora di attingere all’esperienza che ho acquisito nello spazio e sulla Terra per guidare una squadra molto competente in orbita».

Della sua competenza internazionale avevamo già consistenti conferme, astronauta ingegnera e aviatrice, tra il 2014 e il 2015, Samantha Cristoforetti con la missione Expedition 42/ Expedition 43 è stata nello spazio per 199 giorni, raggiungendo così il record europeo (e il record femminile) di permanenza in un singolo volo. (red. cult.)

*(Giornalista freelance. Laureato in astronomia all’università di Bologna)

 

12 – Brexit. GRAN BRETAGNA NOSTALGIA DI UN PASSATO*. Nel 1884, Greenwich diventò l’orologio del mondo, considerato il dominio britannico sui mari, la scelta parve inevitabile». Votando per lasciare la UE, la Gran Bretagna ha cercato, come nel 1884, di spostare le lancette dell’orologio: solo che stavolta era esclusivamente il proprio orologio, non quello del mondo; e salvo che l’idea era di riportarlo indietro, piuttosto che verso il futuro».

 

Nel libro “Britain alone”, l’editorialista del “Financial Times” Philip Stephens* ritiene che la decisione di David Cameron di indire un referendum nel 2016 «serviva interessi personali» -. «Il primo ministro voleva spegnere una ribellione tory per assicurarsi una vita più tranquilla al 10 di Downing Street». Per meri motivi tattici di breve termine, Cameron ha giocato d’azzardo sulla questione strategica del legame europeo.

Quanto a Boris Johnson, «il sostegno al Brexit era unicamente una questione di ambizione personale: affermare la sua pretesa alla leadership». Nella ricostruzione di Stephens, l’uscita dalla UE è un risultato non voluto per gli stessi leader della campagna Leave: «Quando Boris Johnson e Michael Gove […] apparirono davanti alle telecamere la mattina del 24 giugno, sembrarono scioccati piuttosto che trionfanti […] vincere non faceva parte del piano». Ma una volta avviato il processo di Brexit, Johnson lo ha cavalcato con spregiudicato avventurismo, facendone il motivo portante della scalata a Downing Street.

Secondo Stephens, quindi, nessun concetto strategico ha guidato l’azione dei due leader tory principali artefici del Brexit, che tuttavia ha implicazioni maggiori sulla statura di Londra.

 

DECLINO ATLANTICO E NOSTALGIA

Il sottotitolo del libro è «il cammino da Suez al Brexit» -. un «viaggio doloroso» tra due mo-menti di illusione nazionale, nella sapiente «gestione del declino relativo», ma che «per la maggior parte del tempo è somigliato a un duello con la storia, una lotta per aggrapparsi al passato».

Ne “L’età della nostalgia”, Marta Dassù ed Edoardo Campanella indicano che la decisione inglese di lasciare la UE incarna «questa nuova forma di nazionalismo nostalgico nella sua forma più pura». Non è un caso che la nostalgia pervada le vecchie potenze del declino atlantico, anche se il libro documenta l’utilizzo e la manipolazione del passato pure nelle ideologie dell’imperialismo cinese, indiano o turco, com’è ovvio e regolare nella produzione dei miti nazionali. Quanto al Regno Unito, gli autori ricordano che nel 1884 «Greenwich diventò l’orologio del mondo» -, «considerato il dominio britannico sui mari, la scelta parve inevitabile». Ora, il Brexit, osservano Dassù e Campanella*, «ha costituito una sorta di nuovo momento Greenwich»: «Votando per lasciare la UE, la Gran Bretagna ha cercato, come nel 1884, di spostare le lancette dell’orologio: solo che stavolta era esclusivamente il proprio orologio, non quello del mondo; e salvo che l’idea era di riportarlo indietro, piuttosto che verso il futuro».

Nel volgere lo sguardo al passato, è decisiva l’eredità dell’Impero. Non si tratta in realtà di una peculiarità britannica, ma riguarda «la maggior parte delle potenze imperiali del recente passato», come la Turchia o la Russia: «Gli imperi possono anche dissolversi, ma la loro eredità ontologica permea durevolmente le nazioni che ne emergono, le nazioni post-imperiali».

Nelle vecchie potenze in de-clino, la nostalgia sorge dalla paura di perdere i privilegi acquisiti di fronte all’emergere dell’Asia, ai flussi migratori, alla globalizzazione: sono queste le «cause strutturali del rimpianto del passato», scrivono gli autori.

 

ANCORAGGIO  EOROPEO.

“Britain alone”, spiega Stephens, «è una storia di ambizione gonfiata e circostanze diminuite» -. «La dissoluzione di un impero che nel 1945 comprendeva ancora 700 milioni di cittadini ha lasciato la Gran Bretagna alla ricerca di una nuova identità, in un mondo dove altre grandi potenze stabiliscono le regole».

«Di tanto in tanto», i leader politici sono stati «abbastanza coraggiosi da presentare al paese le crude scelte offerte dal declino economico relativo», ma «più spesso hanno cercato di aggrapparsi alle illusioni finché non sono stati sopraffatti dalle circostanze». Il «peccato originale», indica Stephens, «appartiene a Winston Churchill»: la Gran Bretagna «aveva vinto la guerra» e «nell’immaginazione popolare gli Alleati avevano giocato ruoli secondari nel grande dramma». «Qui erano le radici dell’eccezionalismo che vide le future generazioni chiudere gli occhi di fronte al mutamento della bilancia di potenza per aggrapparsi invece ai gingilli del prestigio nazionale».

Nel dopoguerra la Gran Bretagna rifiuta il progetto europeo. Tuttavia, già nel 1961, dopo il trauma di Suez, Londra sollecita la propria adesione alla CEE, ma si scontra con il veto di Charles de Gaulle. Solo nel 1971 Georges Pompidou toglie il veto gollista, permettendo l’adesione britannica alla CEE nel 1973. Stephens scrive che «ciò che davvero faceva male era l’evidenza di un declino assoluto, in particolare dopo che la Gran Bretagna si era esclusa dai primi de-cenni dell’integrazione europea».

L’adesione alla CEE consentiva «un compromesso percorribile fra l’attrazione del passato e le realtà del presente». Quanto alla relazione transatlantica, «già dal 1945 il Foreign Office aveva concluso che la Gran Bretagna sarebbe stata in grado di mantenere un posto al tavolo principale con americani e sovietici solo se si fosse assicurata un ruolo guida in Europa». Stephens riferisce che nel 1975, in un discorso ai Comuni, Margaret Thatcher indicò che «l’Europa aveva aperto finestre sul mondo che si sarebbero altrimenti chiuse con la fine dell’Impero».

Oggi, nell’accelerazione della contesa, emerge evidente lo storico e in parte strutturale deficit di centralizzazione UE, che tuttavia proprio Londra ha sempre attivamente alimentato. Sergio Fabbrini quantifica il ritardo in-dicando che l’attuazione di Next Generation EU potrebbe richiedere 18 mesi, contro i due dello stimolo USA. Ma la stazza continentale dell’Europa rimane un moltiplicatore  di potenza.

Dassù e Campanella mostrano come queste ragioni  della scelta europea siano capovolte e negate nell’illusione “nostalgia”  che si compone in” tre momenti”: “l’età dell’oro”, “identificata come l’età imperiale” la “grande frattura” provocata dal “lento declino dell’impero” ma anche la decisione del Regno unito di aderire al progetto europeo nel 1973»; e infine «.l’attuale insoddisfazione». «L’adesione alla UE ha costituito una brusca cesura nel processo altrimenti ininterrotto che ha caratterizzato la storia del Regno Unito sin dall’introduzione della Magna Charta. In teoria, il Brexit dovrebbe chiudere questo ciclo nostalgico riportando la Gran Bretagna alla sua età dell’oro».

 

SUPERPOTENZA TASCABILE?

Il governo Johnson ha pubblicato a metà marzo la “Integrated Review” di politica estera, sicurezza e difesa, intitolata “Global Britain in a competitive age”, che intende definire il ruolo mondiale di Londra per il prossimo decennio. Vi sono indicati lo «spostamento verso l’Indo-Pacifico» descritto come «il motore della crescita» globale, e l’aumento dell’arsenale nucleare britannico.

Per il “Financial Times”, «c’è una qualità johnsoniana, che pro-mette la botte piena e la moglie ubriaca, in questa immagine di una Gran Bretagna superpotenza tascabile». «Un’inclinazione verso l’Indo-Pacifico ha senso, anche se è principalmente una copertura per l’apertura dei mercati», ma «c’è una discrepanza tra la scala delle ambizioni e le risorse e capacità disponibili». Secondo il quotidiano di Londra, «sarebbe più realistico accettare il ruolo della Gran Bretagna come significativa potenza europea, con interessi globali». Londra dovrebbe rap-presentare «un solido pilastro europeo della NATO». L’inclinazione verso l’Indo-Pacifico ha tratti velleitari, col rischio di sovra-estensione e, soprattutto, «oscura un considerevole buco al cuore del documento: una qualsiasi visione per la cooperazione con il partner più importante per la sicurezza britannica: l’Europa, e in particolare la UE».

Un giudizio analogo compare su “Le Monde”: a più di 50 anni dalla scelta di Londra «di integra-re l’Europa, proclamando il suo ri-tiro “a Est di Suez”», rinunciando quindi «all’ambizione di essere es-sa stessa una potenza planetaria», «stupisce vedere un vicino voltarci ostentatamente le spalle per adottare una strategia solitaria vaga e azzardata, dove la nostalgia imperiale si affianca all’abilità strategica e dove le pretese planetarie sono utilizzate per mascherare lo shock economico del Brexit».

 

PATERNALISMO AMERICANO

Quanto al deterrente nucleare, Stephens pone l’accento, a rischio di sottostimarne la valenza politico-militare, sulla «completa dipendenza» dell’arsenale britannico dalla «tecnologia americana per rimanere operativo», diversamente dalla Force de frappe francese. La relazione con gli USA, scrive Stephens, è apparsa sovente «servile» piuttosto che «speciale», mentre Washington si è dimostrata spesso «brutalmente poco sentimentale». Truman cancellò senza avvertimenti il programma Lend-Lease, l’aiuto finanziario che aveva sorretto il Regno Unito nel corso della guerra. Durante la crisi di Suez, Eisenhower ordinò all’ambasciatore USA alle Nazioni Unite di votare con Mosca, contro il suo alleato: il Tesoro americano bloccò l’accesso britannico alla finanza internazionale per soste-nere la sterlina. Persino durante l’idillio Reagan-Thatcher negli anni Ottanta il presidente americano non sentì l’obbligo di consultare  i britannici prima d’invadere l’isola di Grenada nel Commonwealth,  o prima di proporre un accordo a Mikhail Gorbaciov che avrebbe mercanteggiato le armi nucleari britanniche. La partecipazione di Londra alla guerra in Irak, in divergenza con l’asse renano, non valse ad assi-curarle voce in capitolo sul dopo Saddam Hussein.

 

SFORTUNATO TEMPISMO

Se nei tre decenni postbellici, all’avvio di un lungo ciclo di sviluppo per le vecchie potenze, la Gran Bretagna ha maturato, seppur con tormento, la decisione strategica di aderire al progetto europeo, le condizioni odierne della contesa imperialistica, di declino atlantico e tensioni crescenti tra insiemi continentali, rendono quella scelta europea ancora più cogente. Scrive Stephens:  «Il tempismo della decisione di levare l’ancora europea della Gran Bretagna non poteva essere più sventurato. Le predizioni  di uno stabile ordine post-guerra fredda sono state smentite. La storia si è mossa nella direzione opposta. La Cina e la Russia hanno sfidato le potenze occidentali». Johnson promette ora «una seconda era elisabettiana, con una “Global Britain” bucaniera», ma «la realtà assomiglia molto di più a una Gran Bretagna, o forse Inghilterra, da sola».

Va sottolineato che, finché permane il tratto multilaterale e liberista del ciclo mondiale, è possibile che l’agile vascello britannico riesca a cogliere opportunità e vantaggi sulla scena globale. Ma il permanere della dialettica tra multilateralismo e confronto di potenza avviene a un grado di tensioni accresciuto e ormai su scala continentale.

Dassù e Campanella mostrano come queste ragioni della scelta europea siano capovolte e negate.

 

*( Philip Stephens l’editorialista del “Financial Times” , Marta Dassù è una saggista e politica italiana, che è stata Viceministro degli affari esteri nel Governo Monti e nel Governo Letta, ed Edoardo Campanella, macroeconomista nel settore privato, è Future World Fellow dell’IE University di Madrid)

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