n° 22 del  27 Maggio 2021  – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

1 – La Marca (Pd): ho incontrato il ministro di Maio sui servizi consolari, sull’associazionismo italiano e sui viaggi con il Nordamerica.

02 –  Schirò (Pd)*: lo stato dei servizi consolari è un freno per i rientri da superare al più presto. Sia concessa la carta di identità elettronica a chi ne chiede il rinnovo nei comuni di iscrizione AIRE.

03 –  La Marca (Pd)*: le scuse del primo ministro TRUDEAU agli italiani sono un atto giusto. Onore a quanti hanno sofferto per costruire un paese riconciliato e moderno Roma.

04 – Cosa succede nel mondo.

05 – Speranza Domenico*: Co­lom­bia, la tra­ge­dia, atto II  La tra­ge­dia an­nun­cia­ta avan­za ine­so­ra­bil­men­te e nei gior­ni scor­si è pas­sa­ta al se­con­do atto. La Co­lom­bia, il ma­gni­fi­co pae­se del­le Ande, dal­l’ar­ri­vo dei “con­qui­sta­do­res” spa­gno­li in poi non ha più avu­to pace

06 – Jean-Baptiste Malet*: Benvenuti al museo  della propaganda  europea.

07 – Openpolis*: Quanto è aumentata la disoccupazione nelle regioni d’Europa. La pandemia ha colpito duramente il mercato del lavoro.

08 – Alfiero Grandi*:  Nodi e contraddizioni del PNRR stanno per venire al pettine.

09 – Nicol Degli Innocenti*: Regno Unito, la variante indiana rallenta la corsa alle riaperture. Il numero di casi per ora è limitato, ma gli esperti sono preoccupati dalla velocità con cui la variante si sta diffondendo: l’aumento è stato del 160% in una settimana.

10 – Raffaele Romanelli*: Le enormi conseguenze politiche del mercato degli algoritmi.

11 – Nicola Gardini*:  Viva il greco – Cantami ancora, o Diva, la dolce lingua d’Omero. Pare lontano e misterioso eppure permea la nostra cultura e le nostre etimologie, ed è veicolo di pensieri, personaggi e immaginazione. Un lascito fondamentale per sviluppare le capacità critiche.

12 – Nicol Degli Innocenti*:  La potenza del 5G Si avvicina l’era del 5G, che espanderà la rete all’internet delle cose: latenza zero, velocità illimitata e convergenza. Ma a vincere sarà l’esperienza d’uso dell’utente

13 – Massimo Coppola*: Siamo campioni d’Europa, ma che palle l’Eurovision. Le cose migliori da Islanda, Lituania e Ucraina. Quasi tutti i brani sono una specie di pop a zero calorie mentre la metà dei concorrenti sono giovani donne scosciata.

14 – Ugo Magri*: Tutte le stravaganze della corsa al Quirinale Un semestre senza senso. Una data ballerina. Un buco nero nella Costituzione. Con sorpresa finale

 

 

1 – LA MARCA (PD): HO INCONTRATO IL MINISTRO DI MAIO SUI SERVIZI CONSOLARI, SULL’ASSOCIAZIONISMO ITALIANO E SUI VIAGGI CON IL NORDAMERICA. Lunedì 24 maggio ho incontrato il Ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale, On. Luigi Di Maio, per avere con lui, grazie alla sua disponibilità e cortesia, un nuovo scambio di idee su alcune pressanti tematiche riguardanti gli italiani all’estero. 25 maggio 2021

 

Con il Ministro ho prima di tutto richiamato l’esigenza di un intervento urgente e prolungato nel tempo volto a superare la situazione di seria difficoltà in cui versano i servizi consolari per i connazionali e per le aziende impegnate in esperienze di internazionalizzazione.

Sui mali tradizionali, dovuti soprattutto alla mancanza di personale, si sono riversate le limitazioni imposte dalle misure anti-pandemiche. In particolare, ho chiesto di valutare la possibilità che i prossimi provvedimenti finanziari possano prevedere risorse per nuove assunzioni di personale.

Un secondo punto ha riguardato la condizione della rete associativa dopo che il fermo imposto dalla pandemia ha ridotto di fatto l’autonomia e le possibilità di sopravvivenza di molti di questi organismi, riducendone o annullandone i modesti ricavi legati ad eventi di incontro e intrattenimento. Il Ministro si è riservato di verificare la possibilità di trovare una soluzione compatibile con la limitata disponibilità di risorse e con la particolare natura giudica di questi sodalizi.

Ho rappresentato infine al Ministro Di Maio l’esigenza di superare, come è accaduto per coloro che provengono dall’UE, la remora dei dieci giorni di quarantena per coloro che provengono da paesi, come gli Stati Uniti e il Canada, nei quali la morsa della pandemia su è allentata e i piani di vaccinazione hanno raggiunto dimensioni significative.

 

Il Ministro ha rinviato in merito alle ordinanze del Ministro della salute e comunque ha fatto intendere che nelle prossime settimane vi dovrebbero essere novità almeno per i paesi facenti parte del G7.

Ringrazio sentitamente il Ministro per la sua disponibilità e per l’impegno a cercare soluzioni concrete pur in presenza delle difficoltà che stiamo attraversando.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

Electoral College of North and Central America – Ufficio/Office: Roma, Piazza Campo Marzio, 42

Tel – (+39) 06 67 60 57 03 Email – lamarca_f@camera.it  SEGUIMI: www.francescalamarca.com)

 

02 –  SCHIRÒ (PD): LO STATO DEI SERVIZI CONSOLARI È UN FRENO PER I RIENTRI DA SUPERARE AL PIÙ PRESTO. SIA CONCESSA LA CARTA DI IDENTITÀ ELETTRONICA A CHI NE CHIEDE IL RINNOVO NEI COMUNI DI ISCRIZIONE AIRE, 27 maggio 2021

La programmazione delle ferie estive da parte dei nostri connazionali e il primo ritorno in Italia dopo il lungo periodo di sospensione della mobilità internazionale trovano nella situazione dei servizi consolari una remora pesante e difficile da superare. I tempi degli appuntamenti con gli uffici consolari e del disbrigo delle pratiche si sono progressivamente dilatati, rendendo vano in molti casi il tentativo di rinnovare documenti indispensabili, come i passaporti e le carte di identità.

La proroga al 30 settembre della validità dei documenti di identità non risolve la questione sia perché riguarda solo la funzione di identificazione delle persone e non quella dell’attraversamento delle frontiere sia perché nella maggior parte dei casi i primi appuntamenti disponibili con gli uffici sono concessi proprio per i mesi di settembre/ottobre.

Su questa difficile situazione ho interrogato la Ministra dell’Interno per fare in modo che a coloro che avranno la possibilità di richiedere il rinnovo della carta di identità direttamente nei comuni di rispettiva iscrizione AIRE sia data la carta di identità elettronica, già in distribuzione in Europa. Questo per evitare inutili e costose duplicazioni e per fare in modo che i connazionali siano dotati di un documento richiesto per una serie di importanti adempimenti nei paesi di residenza, come l’accensione di un mutuo in banca, la richiesta di carte telefoniche e altro ancora.

Ho rivolto la stessa interrogazione al Ministro degli esteri per sapere se non intenda mettere in campo uno sforzo straordinario per assicurare una più adeguata attivazione dei servizi consolari dopo le misure restrittive imposte dalla pandemia.

La preoccupazione che accompagna l’offerta dei servizi ai connazionali mi ha indotto infine a partecipare all’incontro a distanza con i comitati di difesa dei consolati onorari delle isole Canarie, una realtà che vede una crescente presenza di italiani sia stabilmente residenti che presenti per ragioni turistiche. Nell’occasione, oltre a una sincera e doverosa solidarietà, ho espresso la mia completa disponibilità a cercare, assieme agli altri eletti all’estero presenti, le soluzioni più efficaci per rispondere alle esigenze di quei connazionali.

*(Angela Schirò -Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA)

 

03 –  LA MARCA (PD): LE SCUSE DEL PRIMO MINISTRO TRUDEAU AGLI ITALIANI SONO UN ATTO GIUSTO. ONORE A QUANTI HANNO SOFFERTO PER COSTRUIRE UN PAESE RICONCILIATO E MODERNO ROMA, 28 maggio 2021

 

«Agli uomini e alle donne che sono stati portati nei campi di prigionia o in prigione senza accusa, alle persone che non sono più con noi per ascoltare queste scuse…. ai figli e ai nipoti che hanno portato la vergogna e il dolore di una generazione passata, e alla loro comunità, che ha dato tanto al nostro Paese, ci dispiace».

Sono queste le parole salienti che il Primo ministro del Canada ha pronunciato davanti alla Camera dei Comuni per presentare le scuse del Paese agli italiani che durante la Seconda guerra mondiale, furono perseguitati, fermati e rinchiusi in campi di detenzione senza colpe e senza prove, per il solo fatto di essere «stranieri alieni», vale a dire cittadini originari di un paese schierato in un campo militarmente avverso.

Le scuse che il primo ministro Trudeau ha fatto dopo settant’anni a nome delle istituzioni canadesi sono un atto tardivo ma giusto, apprezzabile sul piano storico, civile e morale.

Il nostro pensiero, tuttavia, va oggi a quanti – decine di migliaia di persone – hanno subito le conseguenze dirette e indirette di quelle ingiustizie, sopportando sofferenze personali e gravi disagi familiari e sociali. A loro va il nostro grazie per avere resistito e creduto, nonostante tutto, nella possibilità di costruire un futuro in un Paese che pure non era stato benevolo ed equo nei loro confronti.

In questo modo essi hanno tenuto aperta la strada per la costruzione di una comunità di oltre un milione e mezzo di persone: laboriosa, costruttiva, culturalmente significativa. Il Presidente Trudeau ha compiuto un onesto e importante atto di riconciliazione, di cui gli va dato atto, ma una più profonda riconciliazione con la società canadese l’hanno realizzata giorno per giorno gli italiani con il loro lavoro, con la loro lealtà, con l’importante contributo che hanno dato allo sviluppo della loro nuova Patria.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

Electoral College of North and Central America – Ufficio/Office: Roma, Piazza Campo Marzio, 42

Tel – (+39) 06 67 60 57 03 Email – lamarca_f@camera.it  SEGUIMI: www.francescalamarca.com

 

04 – COSA SUCCEDE NEL MONDO.

ISRAELE-PALESTINA –  Il 27 maggio il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha aperto un’inchiesta sulle violenze commesse nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e in Israele a partire da aprile. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito la decisione “una vergogna, che incoraggia i terroristi in tutto il mondo”. Durante la riunione del consiglio l’alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affermato che i recenti raid israeliani sulla Striscia di Gaza potrebbero costituire un crimine di guerra “se emergesse che i civili sono stati colpiti in modo indiscriminato”.

SIRIA –  Il capo dello stato uscente Bashar al Assad, al potere dal 2000, è stato rieletto per un quarto mandato di sette anni con il 95,1 per cento dei voti nelle elezioni presidenziali del 26 maggio. Le elezioni, che si sono svolte nelle regioni controllate dalle forze governative, sono state contestate dall’inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Pedersen.

RUANDA-FRANCIA –  Il 27 maggio, nel corso di una visita a Kigali, il presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto le responsabilità della Francia nel genocidio del 1994 in Ruanda, senza arrivare a presentare delle scuse ufficiali. Nel marzo scorso un rapporto della commissione Duclert aveva accusato i militari francesi di aver tardato a intervenire nel corso di un massacro compiuto dagli hutu contro i tutsi nella regione di Bisesero, favorendo la morte di centinaia di persone.

SOMALIA – Il primo ministro Mohamed Hussein Roble ha annunciato il 27 maggio di aver raggiunto un accordo con i presidenti regionali per organizzare le elezioni entro sessanta giorni. L’accordo mette fine a una grave crisi politica seguita alla scadenza a febbraio del mandato del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, noto come Farmajo.

NAMIBIA-GERMANIA –  Il 28 maggio il governo tedesco ha riconosciuto per la prima volta, in un comunicato del ministro degli esteri Heiko Maas, di aver commesso un genocidio contro gli herero e i nama in Namibia tra il 1904 e il 1908. Maas ha aggiunto che “in un gesto di riconoscimento delle enormi sofferenze inflitte alle vittime” Berlino verserà alla Namibia 1,1 miliardi di euro di aiuti allo sviluppo. La Namibia è stata una colonia tedesca dal 1884 al 1915.

BIELORUSSIA –  Il 27 maggio l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao), un’agenzia autonoma delle Nazioni Unite, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sul dirottamento di un aereo di linea della Ryanair da parte della Bielorussia. Il velivolo, in volo tra Atene e Vilnius, era stato affiancato da un caccia bielorusso e costretto ad atterrare a Minsk per permettere l’arresto dell’oppositore Roman Protasevič.

SPAGNA –  Tre uomini accusati di aver partecipato agli attentati jihadisti dell’agosto 2017 a Barcellona e Cambrils, rivendicati dal gruppo Stato islamico, sono stati condannati il 27 maggio a pene tra otto e 53 anni di prigione. Lo spagnolo Mohamed Houli Chemlal e il marocchino Driss Oukabir sono stati condannati rispettivamente a 53 e a 46 anni di prigione, mentre Said Ben Iazza a otto anni. Gli attentati hanno causato la morte di 16 persone, in maggioranza turisti stranieri.

CINA –  Il 28 maggio l’imprenditore Jimmy Lai è stato condannato a 14 mesi di prigione per aver partecipato a una manifestazione vietata a Hong Kong il 1 ottobre 2019, in occasione del settantesimo anniversario della nascita della Cina comunista. Lai, esponente di primo piano del movimento per la democrazia a Hong Kong, si trova già in prigione per una precedente condanna.

 

05 – SPERANZA DOMENICO*: CO­LOM­BIA, LA TRA­GE­DIA, ATTO II  LA TRA­GE­DIA AN­NUN­CIA­TA AVAN­ZA INE­SO­RA­BIL­MEN­TE E NEI GIOR­NI SCOR­SI È PAS­SA­TA AL SE­CON­DO ATTO. LA CO­LOM­BIA, IL MA­GNI­FI­CO PAE­SE DEL­LE ANDE, DAL­L’AR­RI­VO DEI “CON­QUI­STA­DO­RES” SPA­GNO­LI IN POI NON HA PIÙ AVU­TO PACE.

Os­ser­van­do so­la­men­te i prin­ci­pa­li av­ve­ni­men­ti de­gli ul­ti­mi cen­to anni, ve­dia­mo come la vio­len­za, in unio­ne pa­ra­dos­sa­le con la sag­gez­za in­di­ge­na, il bal­lo, l’al­le­gria e il can­to, sia una co­stan­te nel­la vita del pae­se. In que­sto ter­ri­to­rio pie­no di miti e di leg­gen­de, al­cu­ne del­le qua­li ri­guar­da­no l’o­ri­gi­ne stes­sa del­la ci­vil­tà, una sor­ta di Eden ame­ri­ca­no, ci sono sta­ti mas­sa­cri, ge­no­ci­di, stra­gi e de­ci­ma­zio­ni di tri­bù in­di­ge­ne. In­te­ri par­ti­ti po­li­ti­ci sono pra­ti­ca­men­te scom­par­si. I rap­pre­sen­tan­ti po­li­ti­ci e sin­da­ca­li più in­fluen­ti e ca­ri­sma­ti­ci av­ver­si al si­ste­ma sono sta­ti si­ste­ma­ti­ca­men­te eli­mi­na­ti o uc­ci­si. Sen­za con­ta­re la guer­ra fra­tri­ci­da tra li­be­ra­li ros­si e con­ser­va­to­ri az­zur­ri.

L’ul­ti­mo con­flit­to, de­no­mi­na­to “la vio­len­cia“, era ini­zia­to nel 1948 con l’as­sas­si­nio del can­di­da­to alla pre­si­den­za Jor­ge Elié­cer Gai­tán, li­be­ra­le e ri­vo­lu­zio­na­rio allo stes­so tem­po, e si era sta­bi­liz­za­to nel 1958 con l’ac­cor­do di go­ver­no tra i con­ser­va­to­ri e i li­be­ra­li, det­to “Fren­te Na­cio­nal”, fino al 1966 quan­do ven­ne­ro ri­pre­se le osti­li­tà tra la “guer­ril­la FARC” e il go­ver­no, che tro­va­ro­no una so­lu­zio­ne solo dopo cin­quan­ta anni,  con l’ac­cor­do di pace tra l’ex-pre­si­den­te Juan Ma­nuel San­tos, pre­mio No­bel nel 2016. Un ne­go­zia­to al qua­le han­no con­tri­bui­to gli in­di­ge­ni, con le loro ce­ri­mo­nie an­ce­stra­li, Oba­ma e papa Fran­ce­sco. Al cul­mi­ne di un pe­rio­do in cui nel­la mag­gio­ran­za dei pae­si la­ti­no-ame­ri­ca­ni era ar­ri­va­ta un po’ di de­mo­cra­zia. In Cile, dopo la ca­du­ta di Pi­no­chet, si al­ter­na­va­no al po­te­re la de­stra e la si­ni­stra. Idem, in Ar­gen­ti­na, in Bra­si­le, in Ecua­dor, in Uru­guay, in Bo­li­via, in Mes­si­co.Sal­vo che in Co­lom­bia dove non si è mai avu­to un pre­si­den­te di si­ni­stra ed ha go­ver­na­to sem­pre una oli­gar­chia di estre­ma de­stra con ve­du­te ri­stret­te, che, come una pio­vra, ha stran­go­la­to il pae­se coi ten­ta­co­li del nar­co­traf­fi­co.

L’ex-pre­si­den­te Juan Ma­nuel San­tos, pur ap­par­te­nen­do alla clas­se di­ri­gen­te co­lom­bia­na, ha cer­ca­to di fare usci­re il pae­se da que­sta gab­bia per por­ta­re il pae­se alla pace, a men­te an­che del­la sua edu­ca­zio­ne in­gle­se. Egli si é scon­tra­to con­ti­nua­men­te du­ran­te il suo go­ver­no con Al­va­ro Uri­be Ve­lez, ex-pre­si­den­te del­la Co­lom­bia dal 2002 al 2010, che, se­con­do un rap­por­to del­la Di­re­zio­ne In­ve­sti­ga­ti­va An­ti­dro­ga ame­ri­ca­na del 1990 pag. 10 e 11 (Fon­te Wi­ki­pe­dia) era un ex-al­lea­to di Pa­blo Esco­bar. Sfor­tu­na­ta­men­te l’at­tua­le pre­si­den­te Ivan Du­que, un “ti­te­re“, come lo chia­ma­no in Co­lom­bia, un bu­rat­ti­no, i cui fili sono ma­no­vra­ti da Uri­be, ha vin­to le ele­zio­ni nel 2018 . Da al­lo­ra, se­guen­do le di­ret­ti­ve di Uri­be, sem­pre orien­ta­te ver­so la guer­ra, ne­ces­sa­ria per il nar­co­traf­fi­co, ha sa­bo­ta­to si­ste­ma­ti­ca­men­te gli ac­cor­di di pace, ha per­mes­so l’as­sas­si­nio di in­di­ge­ni, lea­der so­cia­li, am­bien­ta­li­sti, fo­men­tan­do un au­men­to co­stan­te del­la ten­sio­ne nel pae­se. Fino ad ar­ri­va­re alla si­tua­zio­ne at­tua­le. Du­que ha vo­lu­to im­por­re al po­po­lo già af­fa­ma­to a cau­sa del­la pes­si­ma ge­stio­ne del­la pan­de­mia, una ri­for­ma tri­bu­ta­ria, che ha au­men­ta­to l’I­VA sui beni di pri­ma ne­ces­si­tà. Il po­po­lo, esa­spe­ra­to da una leg­ge ini­qua, è sce­so in piaz­za ed è usci­to dai quar­tie­ri po­ve­ri e dai ghet­ti del­la pe­ri­fe­ria alla con­qui­sta del­le cit­tà: a Cali, Bo­go­tá, Me­del­lin, ecc…, sono sta­te ab­bat­tu­te da­gli in­di­ge­ni le sta­tue dei “con­qui­sta­do­res” spa­gno­li.

La re­pres­sio­ne non si è fat­ta at­ten­de­re ed è sta­ta spie­ta­ta. L’e­ser­ci­to e la po­li­zia han­no fat­to fuo­co e uc­ci­so de­ci­ne di per­so­ne.  Cen­ti­na­ia di pro­te­stan­ti sono scom­par­si o sono sta­ti fe­ri­ti. Vi sono sta­ti casi di vio­len­za fi­si­ca e tor­tu­ra. E il mon­do e le or­ga­niz­za­zio­ni in­ter­na­zio­na­li stan­no a guar­da­re.

Ma, come av­ver­te lo scrit­to­re Wil­liam Ospi­na in un re­cen­tis­si­mo vi­deo del quo­ti­dia­no EL ESPEC­TA­DOR, se la vio­len­za di sta­to, non ces­sa, non ca­dran­no solo le sta­tue. *( Speranza Domenico, giornalista)

 

 

06 – Jean-Baptiste Malet*: BENVENUTI AL MUSEO  DELLA PROPAGANDA  EUROPEA.  A Bruxelles, il parco Léopold ospita un  museo insolito che, dalla sua inaugura ione, il 6 maggio 2017, ha già attirato Mlione di visitatori.

Entriamo passando per una guardiola dove dei vigili controllano la nostra identità, passano ai raggi X i nostri effetti personali e verificano la temperatura corpo rea con l’aiuto di un dispositivo termico. Ci aggiustiamo le cuffie dell’audio-guida e selezioniamo una delle ventiquattro lingue ufficiali dell’Unione europea. «Benvenuti alla Casa della Storia europea, un progetto del Par lamento europeo. Man mano che vi guidiamo attraverso l’esposizione principale, vi accorgerete che non vi raccontiamo la storia delle varie nazioni europee.» L’esposizione permanente inizia con la presentazione di oggetti legati alla geografia del continente e al mito greco dell’Europa. Dopodiché, giunti al XVIII secolo, arriva già il momento di evocare il regime nazista e l’Unione sovietica. «Durante la rivoluzione francese del 1789, dei semplici cittadini rovesciano la monarchia assoluta che li controllava da secoli. I loro nobili ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza sono presto macchiati dal Terrore, un periodo di violenta repressione, di stermini di massa e di purghe politiche. La ghigliottina è usata dallo Stato rivoluzionario francese per sopprimere i suoi nemici», prosegue il narratore invisibile nell’audio-guida, mentre risuona nelle nostre orecchie il rumore secco e freddo di una mannaia. «La tesi – per cui degli obiettivi ideali possono giustificare brutali mezzi – è stata usata più volte durante la storia europea. In particolare dallo Stato di polizia dell’Unione sovietica sotto Joseph Stalin e dal regime nazista in Germania.» Questa prima analogia si rivelerà il filo conduttore della visita. Le sale dedicate al XIX secolo omettono i pacifisti europeisti quali Victor Hugo e Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace, nel 1905. Apprendiamo in compenso che il marxismo sarebbe una «reazione appassionata» alla rivoluzione industriale, un periodo durante il quale «le condizioni di vita e di lavoro [degli operai] sono spesso tremende». Ma, aggiunge la voce, «alla fine del XIX secolo, le loro condizioni migliorano con la progressiva acquisizione del diritto di voto». Non cercate una seppur minima allusione positiva alla lotta del movimento operaio: la cosa non esiste. Del resto, sottolinea l’audio-guida, «le classi operaie non hanno mai costituito un insieme omogeneo. I membri della classe operaia non condividevano le stesse caratteristiche, che variano in funzione del paese e del settore di attività.» In compenso, i borghesi, loro, «alimentano cambiamenti economici e politici (…) e giocano un ruolo importante nell’instaurazione delle democrazie moderne». Per comprendere come un museo che è costato 55,4 milioni di euro ai contribuenti europei possa raggiungere una tale finezza di analisi storica, bisogna esaminare la composizione del suo comitato scientifico. Il 13 febbraio 2007, al momento della sua investitura ufficiale in qualità di presidente del Parlamento europeo, l’alto dirigente dell’Unione cristiano-democratica tedesca (Cdu) Hans-Gert Pöttering fece un voto: «Mi auguro che si possa creare un luogo di memoria e di futuro dove l’ideale europeo possa prosperare». L’anno seguente, un «comitato di rinomati storici ed esperti di museologia», scrive il progetto. Nelle Linee guida per un Museo della storia europea, la guerra fredda comincia nel 1917: «Con il colpo di stato dei bolscevichi in Russia, una dittatura e un’altra forma di organizzazione sociale appaiono a Est. In molti paesi, l’utopia dell’uguaglianza sociale fa numerosi adepti. Il conflitto tra Oriente e Occidente ha inizio. Si tratta fondamentalmente di un conflitto fra la dittatura comunista e la democrazia liberale». La guerra civile spagnola è presentata come uno scontro nel corso del quale «la brutalità raggiunse il colmo da una parte e dall’altra». E così via. Sottoposto al voto dell’Ufficio di presidenza del Parlamento europeo, il testo è approvato il 15 dicembre 2008. Viene costituito un consiglio direttivo composto da personalità politiche. Così come un comitato scientifico incaricato di realizzare il museo. Il comunista Francis Wurtz, deputato europeo dal 1979 al 2009; ha partecipato alle riunioni a volte tumultuose del consiglio direttivo, nella speranza che la Casa della Storia europea si aprisse al contraddittorio e alle sfumature. «Ahimè, i miei sforzi non sono serviti a nulla, si rammarica. Questo museo è stato concepito da dei combattenti della guerra fredda per essere conforme all’ideologia dei cristiano-democratici tedeschi.» La direttrice del museo, Constanze Itzel, con testa questo giudizio. «Non volevamo essere un museo di propaganda», spiega. Crede che il museo celebri dei «valori positivi» e che sia europeista.  Precisa che il comitato scientifico ha lavorato in totale autonomia, senza che il consiglio  direttivo interferisse nelle sue scelte. «È vero, commenta Wurtz. Ma, dato che gli storici sono stati scelti con la massima cura in base ai loro orientamenti ideologici, il risultato è conforme a ciò che ci si attendeva.» L’ungherese Mária Schmidt, la sola storica ad avere partecipato a tutte le tappe della realizzazione del museo – dalla redazione delle Linee guida all’inaugurazione –, fa ancora parte del comitato scientifico. Autrice di libri dedicati a Ronald Reagan e a George H.W. Bush, possiede il 42° patrimonio più alto dell’Ungheria, secondo la rivista Forbes. È proprietaria del settimanale filogovernativo Figyelő nel mo mento in cui la testata mette in copertina la foto del presidente della Federazione dei comunisti ebrei ungheresi, András Heisler, circondato da banconote, nel novembre 2018. «Ritenuta da alcuni ungheresi ancora più ideologica di Viktor Orbán, di cui è stata consigliera dal 1998 al 2002, scrive Le Monde (1° agosto 2018), Mária Schmidt è una delle figure chiave della “demo crazia illiberale”.» Certo, basterebbe leggere al microfono durante un congresso della Cdu qualche pagina di Patrie (2020), l’ultima opera di Schmidt, dedicata alla «lotta per la sovranità dei paesi dell’Europa centrale», per provocare un’ondata di infarti nell’uditorio. Ma il motto dell’Unione europea non è «Unita nella diversità»? Dal 2002, Schmidt dirige la Casa del Terrore di Budapest, uno dei musei più visitati dell’Ungheria. Per tre piani l’istituzione martella sull’idea fissa della direttrice: nel XX secolo l’Ungheria ha subìto la tirannia di due regimi politici analoghi,  il nazismo e il comunismo. Finanziato dal primo governo Orbán, questo museo ha ricevuto  gli elogi del New York Times: «Ideato da uno scenografo di Hollywood, usa strumenti di tortura e terrificanti ritratti di Stalin sorridente per consolidare la sua tesi (1).» A Bruxelles, le sale della Casa della Storia europea dedicate alla seconda guerra mondiale sembrano mettere in scena la risoluzione «sull’importanza della memoria europea per l’avvenire dell’Europa», adottata il 19 settembre  2019 dagli eurodeputati, che mette sullo stesso piano «i regimi comunista e nazista (2)». Discorsi di Adolf Hitler e di Stalin, roghi di libri e distruzioni di chiese, parate militari… Schermi giganti piazzati fianco e fianco proiettano film d’archivio tedeschi e sovietici dove falce e martello spuntano contemporaneamente alla croce uncinata, dando al visitatore un’impressione di simmetria. Nessuna menzione, in compenso, degli accordi siglati a Monaco nel settembre 1938, secondo i quali la Francia e il Regno unito autorizzano Hitler a invadere la Cecoslovacchia: il museo fa iniziare la guerra dal trattato di non aggressione dell’agosto 1939 tra Germania e Unione sovietica. Allo stesso modo, la battaglia di Stalingrado, punto di svolta principale del conflitto, è scomparsa dalla scena, così come i movimenti di resistenza co munisti. Quanto ai campi di sterminio nazisti, la guida annuncia tutto d’un fiato: «La maggior parte delle vittime ebree è sterminata al suo arrivo nei campi. Sotto il regime sovietico, i gulag isolano e fanno sparire delle persone, spesso a caso, perché sono sospettate di impedire la costruzione del comunismo». Ai piani superiori, cambio di atmosfera. Sale luminose e colorate cantano la favola europea: ricostruzione dell’Europa, nascita dello Stato sociale, trattati di Roma e dell’Eliseo, primo allargamento… La presentazione comparata della vita a Est e a Ovest negli anni ’50 e ’60 del Novecento illustra in maniera equilibrata il miglioramento del livello di vita delle popola zioni. Ma la debolezza costitutiva di questo museo emerge nell’assenza di qualsiasi critica nei confronti delle politiche adottate in Occidente. L’unica allusione agli scioperi che hanno contraddistinto il XX secolo riguarda quello dei minatori inglesi (1984-1985).

Arriva infine il 1989: caduta del muro, ter mina l’epoca rivoluzionaria. Dopodiché, dalla guerra in ex Jugoslavia all’euro, dal progetto di una Costituzione europea alla crisi del debito pubblico greco passando per le ondate di allargamento, la storia sfila senza intoppi, liscia, consensuale, densa di progressi economici. La concorrenza sfrenata indotta tra i lavoratori, le delocalizzazioni verso l’Europea dell’Est, le migrazioni di milioni di dipendenti a basso costo verso l’Europa occidentale? A farsi benedire. Il comunismo ha perso, il capitalismo ha vinto, l’Unione europea riceve il premio Nobel per la pace nel 2012: fine della storia al sesto piano.

(1) Ian Fisher, «Hungary tells its past and stumbles on the present», The New York Times, 20 April 2002. (2) Leggere Pierre Rimbert, «Faussaires»,

(Jean-Baptiste Malet Giornalista. Le Monde diplomatique, novembre 2019. Traduzione di Valerio Cuccaroni)

 

07 – QUANTO È AUMENTATA LA DISOCCUPAZIONE NELLE REGIONI D’EUROPA. LA PANDEMIA HA COLPITO DURAMENTE IL MERCATO DEL LAVORO. ANCHE SE LE REALI CONSEGUENZE SI VEDRANNO SOLO NEI PROSSIMI ANNI, I DATI 2020 MOSTRANO GIÀ COME LA DISOCCUPAZIONE SIA CRESCIUTA IN UE, CON DIFFERENZE SIA TRA I PAESI MEMBRI, SIA TRA LE REGIONI INTERNE A ESSI. Lunedì 24 Maggio 2021.

 

Nell’ultimo anno le misure restrittive messe in atto dai governi europei per limitare il contagio hanno obbligato a uno stop di molti esercizi commerciali, in particolare quelli del settore della ristorazione, del turismo e della cultura (musei, teatri e cinema). Queste decisioni hanno generato tuttavia importanti ripercussioni a livello occupazionale, a causa delle ristrettezze economiche in cui si sono ritrovate numerose attività.

 

7,2% IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE NEI PAESI UE NEL 2020.

Prima di analizzare i dati, è necessario chiarire chi rientra nella categoria dei disoccupati. Disoccupato è chi non ha un lavoro ma lo sta cercando attivamente.

Occupati e disoccupati compongono la forza lavoro, al di fuori, gli inattivi: coloro che non hanno un lavoro e non lo stanno cercando. Vai a “Che cosa si intende per occupati, disoccupati e inattivi”

Per misurare il fenomeno si ricorre al tasso di disoccupazione, cioè la percentuale di disoccupati sul totale.

 

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE NEGLI ANNI

La disoccupazione non è aumentata in maniera omogenea in tutti i paesi membri. Variazioni più o meno incisive sono dipese in gran parte dalle condizioni economiche e lavorative di partenza dei vari stati. Oltre che dal diverso grado con cui la pandemia ha colpito i territori europei. Per avere una prima fotografia della disoccupazione nel corso degli ultimi dieci anni in Europa può esser utile analizzare i tassi di disoccupazione di alcuni dei principali paesi Ue.

 

NEL 2020, IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE AUMENTA IN SPAGNA E GERMANIA

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE IN FRANCIA, GERMANIA, ITALIA E SPAGNA DAL 2011 AL 2020

Il tasso di disoccupazione si riferisce al rapporto tra le persone dai 15 ai 64 anni in cerca di occupazione e le corrispondenti forze di lavoro.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat (ultimo aggiornamento: martedì 27 Aprile 2021)

 

La Spagna è il paese, tra i quattro considerati nell’analisi, con il tasso di disoccupazione più elevato in tutti gli anni dal 2011 al 2020. Infatti, nel 2011 il valore spagnolo ha raggiunto il 21,5%, ben al di sopra della media europea pari al 10,1% e di quella degli altri paesi, quali Francia (9,3%), Italia (8,5%) e Germania (5,9%).

A livello europeo, la media ci mostra come nel corso degli anni ci sia stato un calo. Infatti, nel 2011 il tasso di disoccupazione tra i paesi membri era pari a 10,1%, nel 2020 questo dato cala sino a 7,2%. Uno dei dati più bassi, secondo solo a quello del 2019, pari a 6,8%.

10,1% il tasso di disoccupazione medio dei paesi europei nel 2020, il Regno Unito è escluso dal dato.

Dai dati Istat, nel 2020 la disoccupazione ha maggiormente interessate le donne e i giovani.

Per quanto riguarda l’Italia nello specifico, il tasso di disoccupazione risulta diminuito di 0,8 punti percentuali dal 2019 al 2020. Tuttavia, questa variazione è parzialmente fuorviante. Infatti, come è stato spiegato, il tasso di disoccupazione considera le persone che stanno attivamente cercando lavoro rispetto a coloro che lavorano già. Tuttavia, se il numero di inattivi o non in cerca di occupazione cala questo non lo si riscontra nel dato del tasso di disoccupazione.

Tale è il caso dell’Italia. Infatti, il report mensile Istat relativo a dicembre 2020 ha sottolineato come la fetta di inattivi sia cresciuta (+0,3% rispetto all’anno precedente pari a +42mila unità). Dunque, questo potrebbe spiegare perché il tasso di disoccupazione italiano nel 2020 risulta in calo.

Questo dato ci fornisce un’importante prima immagine sulla disoccupazione a livello nazionale. Tuttavia, rimane un valore parziale, in quanto spesso all’interno dello stesso stato, si trovano situazioni regionali molto differenti. Quindi un’analisi a livello regionale ci può descrivere la disoccupazione in maniera più dettagliata.

Il tasso di disoccupazione nelle regioni europee

Per comprendere meglio la situazione attuale degli stati e avere una panoramica più chiara della disoccupazione, è importante analizzare anche le regioni europee. Così facendo si possono individuare situazioni differenti all’interno dello stesso paese, ottenendo una visione più chiara e granulare del fenomeno.

7,2% il tasso di disoccupazione medio delle regioni europee nel 2020, di questi 150 hanno un valore inferiore.

 

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE SUPERA IL 20% NEL SUD EUROPA

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE NELLE REGIONI DEI PAESI DELL’UE NEL 2020

Il tasso di disoccupazione si riferisce al rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le corrispondenti forze di lavoro. In alcune regioni il dato aggiornato del 2020 non è ancora disponibile, in questi casi le regioni interessate sono identificabili dal colore bianco.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat(ultimo aggiornamento: martedì 27 Aprile 2021)

 

In generale, considerando le regioni, si può notare come l’Europa sia divisa in due. Da una parte, ci sono alcune zone del sud Europa che superano il 20%, tra queste per esempio la Calabria (20,6%) e l’Andalusia (22,5%). Dall’altra parte, molte regioni dell’est e nord Europa, come le regioni polacche, alcune ceche e belghe dove i tassi di disoccupazione risultano essere inferiori al 5%.

1,8% il tasso di disoccupazione a Wielkopolskie, una regione polacca, il più basso tra le regioni europee nel 2020.

Nel complesso, le regioni del sud Europa quindi sono quelle che presentano i tassi di disoccupazione più alti. E i paesi a cui appartengono sono anche quelli in cui è osservabile un certo grado di disomogeneità dei tassi di disoccupazione tra le regioni. Per esempio, in Spagna le regioni dell’Andalusia e Extremadura superano il 22%, mentre quelle del nord, quali Pais Vasco e Comunidad Foral de Navarra si attestano attorno al 10%.

Una situazione molto simile è riscontrabile anche in Italia. Da una parte le regioni del nord, quali provincia autonoma di Bolzano, Lombardia, provincia autonoma di Trento, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta, che hanno tassi di disoccupazione inferiori al 6%. Dall’altra parte, invece, le aree del sud Italia come per esempio Sicilia, Campania e Calabria hanno quote superiori al 15%.

16,8 punti percentuali che distanziano il tasso di disoccupazione della provincia autonoma di Bolzano (3,8%, il più basso in Italia) e la Calabria (20,6%, il valore più alto).

Infine, seppur con tassi di disoccupazione più bassi rispetto a quelli spagnoli e italiani, anche la Francia è divisa in due.  Le regioni dell’ovest, come Bretagne, Pays de la Loire  e Aquitaine hanno valori tra 5% e 7,5%. Mentre, i tassi nelle regioni dell’est Francia, dove è situata anche la capitale, oscillano tra 7,5% e 10%.

*(openpolis  fondazione@openpolis.it )

 

08 – Alfiero Grandi*:  NODI E CONTRADDIZIONI DEL PNRR STANNO PER VENIRE AL PETTINE. LE DICHIARAZIONI DI DRAGHI, QUANDO HA CHIESTO LA FIDUCIA IN PARLAMENTO, SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA SONO STATE IMPEGNATIVE, HA CITATO IL PAPA E SI È RIVOLTO AI GIOVANI.

Presto arriveranno i nodi da sciogliere e l’apertura di credito potrebbe rovesciarsi nella delusione. Un nodo da sciogliere particolarmente impegnativo riguarda la scelta di produrre energia con fonti rinnovabili, fotovoltaico, eolico, accumuli di varia natura e di fare scelte sulla rete ferroviaria, sui veicoli a trazione elettrica, sulla produzione e la distribuzione di idrogeno, da cui discendono il ruolo indispensabile dello Stato e richiedono la ridefinizione del perimetro dei suoi interventi e una visione strategica. Già il testo del PNRR, nella versione inviata a Bruxelles, lascia trasparire ambiguità e perfino la possibilità di soluzioni opposte, lasciando l’impressione che avere ragione delle resistenze conservatrici dei potentati economici del nostro paese non sarà semplice e il governo finora non ha dato prove certe di volerlo fare.

Eppure al presidente del Consiglio, come ai suoi ministri, non può sfuggire che le carte inviate a Bruxelles (PNRR) sono un piano (come dice il nome stesso) per di più strategico in quanto ha una durata ragguardevole di attuazione (oltre una legislatura) e il compito di portare l’Italia fuori dal disastro della crisi occupazionale ed economica post pandemica, ricollocandola nell’economia mondiale. Anche sul dopo pandemia il messaggio che sembra prevalere è il ritorno a prima del Covid 19, mentre dovrebbe essere colta l’occasione per innovare in profondità e per superare i guasti precedenti. Non ci può essere un mero ritorno alla situazione precedente.

Ad esempio, un piano strategico non si realizza solo con bandi rivolti ai privati e alle aziende a partecipazione pubblica per l’uso delle risorse per i diversi interventi previsti dal PNRR, ma richiede che il governo per primo si ponga in un’ottica di programmazione degli interventi, partendo dal ruolo delle partecipazioni pubbliche, per costruire un’orchestra di interventi con obiettivi ben individuati, come del resto sembrerebbe fare il PNRR, sul piano teorico. Il mercato non riesce ad ordinare in modo produttivo le risposte. Occorre che la sede decisionale politica si rivolga al mercato chiarendo gli obiettivi pubblici e governando con polso fermo l’attuazione delle scelte. In sostanza non basta avere scelto grandi filoni di intervento ma occorre fare un piano di attuazione, richiamando a questa coerenza i soggetti che sono partecipati dal sistema pubblico.

A differenza di quanto affermato dal ministro Cingolani lo Stato ha il diritto/dovere di essere partecipe e controllore dell’attuazione delle scelte e della loro coerenza con obiettivi e parametri attuativi. Non basta denunciare eventuali inadempienze, occorre garantire comunque il raggiungimento dei risultati. Ci sono grandi player, anche a partecipazione pubblica, che debbono smettere di essere questuanti per ottenere le risorse del PNRR per realizzare i loro obiettivi aziendali, per diventare invece strumenti effettivi di politica economica dello Stato. Ci sono produzioni che hanno dimostrato di essere strategiche per la salute dei cittadini che debbono essere realizzate in Italia, o al massimo in Europa, per essere certi di avere a disposizione questi strumenti nel momento della necessità, così è necessario sviluppare settori di ricerca che portino anche l’Italia ad avere un ruolo nelle innovazioni, non solo nelle produzioni altrui. Ci sono obiettivi che non possono dipendere da presunte convenienze aziendali, ma  obbligano tutti alla realizzazione degli obiettivi indicati nel PNRR verso il quale è in corso una pressione lobbistica per averne i finanziamenti senza prendere impegni e tanto meno per contribuire a realizzarne gli obiettivi. Ad esempio. Per quanto ancora lo sviluppo delle energie rinnovabili di alcuni grandi gruppi produttori di energia elettrica verrà promosso solo fuori dall’Italia? Possiamo limitarci a diffondere le colonnine per la ricarica elettrica e rinunciare a produrre veicoli elettrici, visto che dall’Aie viene proposto di cessare la produzione dei veicoli a scoppio entro il 2035?

Documenti recenti dell’Aie e dell’Onu hanno sollevato il velo non più solo sulla CO2, con il carbone sul banco degli accusati ma anche sull’uso del gas naturale, sia perché a sua volta produce CO2, sia perché il metano in quanto tale nell’atmosfera si sta rivelando climalterante. È comprensibile che chi ha puntato tutto sul metano con accordi di conferimento, con i gasdotti e ora ne ha la disponibilità trovi difficoltà a convertire le proprie scelte. Eppure è inevitabile che questo avvenga, evitando di continuare a svolgere un ruolo di sorda resistenza verso le innovazioni o puntando sul rinvio delle scadenze indicate. La svolta è indispensabile, altrimenti occorre che il MEF proceda a nuove nomine prima possibile. Si parla molto delle resistenze della burocrazia ma non si parla affatto della resistenza esplicita di strutture che pure hanno una significativa partecipazione pubblica a cambiare le loro scelte strategiche, è bene che anche su queste si accenda un faro.

 

IL PNRR DEVE ESSERE UNA SVOLTA, CIOÈ INNOVAZIONE, COLLOCAZIONE DELL’ITALIA ALL’AVANGUARDIA, PER RECUPERARE QUALITÀ (A PARTIRE DAL LAVORO) E PRODUTTIVITÀ.

I “veterani” dell’energia hanno scritto con chiarezza in un loro documento che l’uso del gas naturale ha già svolto il suo compito e oggi è diventato l’alibi per mantenere l’Italia nell’economia e nella cultura del fossile. Ogni nuovo investimento nel gas naturale sottrae risorse alle fonti rinnovabili, che richiedono una forte accelerazione e investimenti ingenti, ad esempio entro il 2030 il fotovoltaico deve aumentare di 80 GW e l’eolico di almeno 20 GW, di cui almeno la metà off shore. È curioso che ancora oggi non sappiamo se e quando il governo presenterà all’Unione Europea il piano per individuare dove collocare in mare l’eolico off shore, che doveva essere inviato a Bruxelles entro il 31 marzo scorso. Senza piano l’eolico in mare non potrà decollare ed era lecito attendersi che questo governo lo approvasse rapidamente per non essere complice dei ritardi precedenti.

Il PNRR sembra riservare gli investimenti nelle fonti di energie rinnovabili a risorse private perché le risorse previste nel PNRR sono del tutto insufficienti. Se fosse così gli obiettivi del PNRR non verrebbero realizzati.

L’idrogeno verde può arrivare solo da questi ingenti investimenti nelle energie rinnovabili, altrimenti è solo idrogeno blu, cioè un imbroglio. Solo l’idrogeno verde può essere una scelta strategica per cambiare il modello di sviluppo in produzioni fondamentali per il paese, a partire dall’acciaio. Questo vale anche per altri aspetti della transizione ecologica. Senza scelte nette si rischia di scoraggiare gli investimenti dall’estero, di perdere la possibilità di attrarre il risparmio e di precludersi l’accesso al mercato dei capitali perché gli investitori terranno conto della qualità delle scelte, una forte carica innovativa invece potrebbe incoraggiarli.

I giovani, a partire da friday for future, hanno chiesto coraggio nelle scelte, per il loro futuro. Nelle parole di Draghi sembrava esserci attenzione a questo versante, ma la prova verrà dai fatti, dal coraggio del governo di non farsi bloccare dai poteri costituiti che vogliono conservare il modello di sviluppo che è sotto accusa.

L’Italia ha tutto da guadagnare da scelte coraggiose, anzitutto perché si collocherebbe nella fascia avanzata della ricerca e degli investimenti, poi perché da queste scelte possono venire molte delle risposte che occorrono per sostituire le perdite occupazionali derivate dalla crisi legata alla pandemia, ma non solo. Il governo è ad un passaggio delicato, dopo avere acceso speranze ora rischia di avviare una fase deludente se non sarà all’altezza delle promesse e degli impegni e finora ci sono ragioni serie di preoccupazione, perché la trasposizione nel PNRR è avvenuta più come elenco che come indicazione delle scelte di fondo, se a questo si accompagnasse una sostanziale delega al mercato a decidere sulla base delle convenienze e degli umori delle imprese, nella maggioranza conservatrici dell’esistente, potremmo avere qualcosa di più serio di una delusione sulle reali qualità del governo.

*(Alfiero Grandi ex sindacalista CGIL)

 

09 – Nicol Degli Innocenti*: REGNO UNITO, LA VARIANTE INDIANA RALLENTA LA CORSA ALLE RIAPERTURE. IL NUMERO DI CASI PER ORA È LIMITATO, MA GLI ESPERTI SONO PREOCCUPATI DALLA VELOCITÀ CON CUI LA VARIANTE SI STA DIFFONDENDO: L’AUMENTO È STATO DEL 160% IN UNA SETTIMANA

 

La variante indiana rischia di rallentare la corsa della Gran Bretagna verso la riapertura dell’economia e il ritorno alla normalità. Il traguardo è in vista, grazie al successo del programma di vaccinazione di massa, ma il rapido diffondersi della nuova variante potrebbe rivelarsi un ostacolo difficile da superare.

Il numero di casi per ora è limitato, ma gli esperti sono preoccupati dalla velocità con cui la variante si sta diffondendo. I casi di coronavirus B1.617.2 confermati da Public Health England sono 3.424, un aumento del 160% rispetto ai 1.313 della settimana scorsa. I casi raddoppiano ogni 5 giorni, un ritmo molto più rapido delle varianti precedenti. In gennaio, quando la variante inglese era al suo apice, i casi raddoppiavano ogni due settimane.

 

UNA VARIANTE PIÙ CONTAGIOSA

Secondo Public Health England, dato che ci vogliono tra i dieci giorni e le due settimane per accertare il tipo di variante in laboratorio, è probabile che i casi di indiana in circolazione oggi siano in realtà oltre 11mila.

Non ci sono dubbi che la variante indiana sia più contagiosa delle precedenti, secondo gli esperti del Governo, che però assicurano che i vaccini sono efficaci. Ci sono due problemi principali: il primo è che gran parte dei contagiati sono giovanissimi, tra i 10 e i 19 anni, che non hanno quindi ricevuto il vaccino. Il secondo che molte delle persone più anziane ricoverate in ospedale con la nuova variante avevano deciso di non farsi vaccinare.

L’Inghilterra ha il migliore tasso di adesione alla campagna vaccinale al mondo, secondo il ministero della Sanità, con il 90% di persone disposte a farsi immunizzare. Restano però gruppi di persone, soprattutto tra minoranze etniche, che hanno dubbi sull’efficacia del vaccino o che temono effetti collaterali e che non sono stati persuasi dalle campagne di informazione del Governo.

 

LA TABELLA DI MARCIA DELLE RIAPERTURE

La tabella di marcia stabilita dal premier Boris Johnson finora è stata rispettata: lunedì scorso è scattata la penultima fase, con la riapertura di ristoranti, pub, cinema, palestre, stadi, gallerie e musei e la possibilità di viaggiare all’estero, anche se solo verso i pochi Paesi classificati come “verdi” – in Europa solo Portogallo e Gibilterra.

La prossima tappa è prevista il 21 giugno, data in cui la vita dovrebbe tornare alla normalità, secondo le intenzioni di Johnson: niente più obbligo di mascherine o distanziamento sociale, niente più limitazioni al numero di persone che possono riunirsi per matrimoni, funerali o feste. Gli esperti hanno però avvertito che il rapido diffondersi della variante indiana in Inghilterra potrebbe costringere a un rinvio della riapertura oltre la fine di giugno. Negli ultimi giorni vengono fatti test a tappeto, soprattutto nelle zone più colpite dalla variante indiana, nel nord dell’Inghilterra intorno a Bolton e Manchester e in alcuni quartieri di Londra. Nella capitale dieci unità mobili vengono inviate ogni giorno in zone diverse per fare test dodici ore al giorno.

 

TROPPA FIDUCIA

Il problema è che il successo del programma di vaccinazione e la graduale riapertura di negozi e ristoranti ha dato alla gente l’impressione che il pericolo sia passato, generando un senso di fiducia che potrebbe rivelarsi un boomerang. Meno persone si fanno avanti per un test gratuito adesso, mentre settimane fa c’erano lunghe code per il test per la variante sudafricana o, prima ancora, la variante inglese.

La situazione resta in miglioramento per ora, con un calo costante dei decessi a 7 al giorno e 2.800 nuovi contagi, mentre oltre due terzi della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Nei prossimi giorni verranno chiamati i trentenni e ventenni e l’intera popolazione dovrebbe essere vaccinata entro luglio. Però, come ha ricordato Johnson in un appello alla nazione, la variante indiana rappresenta un rischio e «non è ancora il momento di abbassare la guardia»

*( Nicol Degli Innocenti – Collaboratrice del Sole 24 Ore da Londra dal 2004. In passato ha lavorato in Sudafrica per cinque anni e alla redazione Esteri del Sole 24 Ore)

 

10 – Raffaele Romanelli*: LE ENORMI CONSEGUENZE POLITICHE DEL MERCATO DEGLI ALGORITMI. CHI INDAGA IN RETE SULLE MENSOLE PER IL BAGNO O ACQUISTA UN LIBRO DI POPPER, SA CHE DA QUEL MOMENTO SARÀ INONDATO DI OFFERTE DI MOBILIO O DI OPERE FILOSOFICHE. CI SENTIAMO SPIATI E CONTROLLATI.

 

Lo siamo, ma c’è ben altro. Ben al di là dei nostri acquisti di libri o consultazioni di mensole, gli algoritmi che muovono Facebook o Google, Snapchat, Instagram, YouTube o TikTok, registrano i post che abbiamo letto, i messaggi che abbiamo mandato, i siti che abbiamo consultato, ma anche se li abbiamo appena scorsi, per quanto tempo sono passati sotto i nostri occhi. Non solo ci propongono immagini, oggetti o opinioni che sanno di nostro gradimento, non solo conoscono con sempre maggior precisione i nostri gusti, stati d’animo, emozioni, abitudini e inclinazioni, non solo delimitano i nostri spazi di scelta e dunque di azione, ma a loro volta li modellano, li orientano, così plasmando il circuito di riferimento, o la “camera dell’eco”, la eco chamber in cui viviamo. Il documentario The social dilemma, visibile su Netflix, descrive le logiche e le tecniche che muovono questa rivoluzione, la sua estensione, i suoi effetti epocali, la dipendenza e la disperazione che produce nei singoli, le fratture nei comportamenti collettivi. E nella democrazia.

EFFETTI POLITICI

Pensiamo intanto ad alcuni suoi effetti in senso lato politici. Della radicalizzazione politica prodotta in particolare negli Stati Uniti trattano ormai diversi libri, come il recente Why we’re polarized di Ezra Klein. Ma facciamo un passo indietro. Per sua natura la rappresentanza politica si pretende basata sul confronto, sulla mediazione, sull’incontro di opinioni e interessi. Il sistema parlamentare è storicamente vantato come “government by discussion”, simboleggiato da un “parlamento” nel quale per l’appunto si parla, si discute e ci si confronta, generalmente sulla base di dati, indagini, inchieste e rapporti. Tra fine Ottocento e fine Novecento, snodo essenziale di questi processi sono stati i partiti politici, camere di filtraggio e di elaborazione delle opinioni.

Da quando è nato, il meccanismo ha sempre conosciuto varie imperfezioni. Slogan demagogici e parole gridate, leader carismatici capaci di pronunciare parole d’ordine di grande effetto hanno “semplificato” o messo del tutto a tacere il confronto delle idee. Spesso, sull’orlo del baratro, la democrazia ha trovato i suoi antidoti. Non è perciò escluso che in futuro si trovino modi per riequilibrare ciò che sta avvenendo oggi. Accade infatti che i messaggi brevi e fulminei dei social sono tanto più efficaci quanto più disconnessi da qualsiasi riflessione, e sono tanto più efficaci quanto più sono radicali. Gli algoritmi fanno prevalere le posizioni più semplici, e dunque drastiche, che accentuano il divario tra “noi” e “loro”. Non costruiscono opinioni ma catturano e forgiano identità esasperando una inclinazione ben nota agli psicologi, per la quale prestiamo più facilmente ascolto a ciò che ci è familiare, “riconosciamo” e aderiamo alle idee che già abbiamo, cioè appunto viviamo in una “camera dell’eco”.

LA REALTÀ NON ESISTE

In uno schema siffatto le argomentazioni più complesse e meno recise perdono terreno, e il discorso politico è a disagio con concreti programmi che introducono momenti di riflessione, di dubbio o di contraddittorio, che rendono assai meno efficace il messaggio. Ma soprattutto il discorso è refrattario ai dati di fatto. Pensiamo a quando Donald Trump ha continuato a denunciare le truffe elettorali che decine di verifiche e sentenze dei tribunali hanno smentito. In quei casi avviene anzi che la smentita fattuale e documentaria sembra confermare l’assunto, perché è intesa come ulteriore prova del complotto. Così nascono gli scontri armati e gli assalti al Campidoglio degli Stati Uniti. È noto in questo senso il caso estremo del negazionismo della Shoah, che la concreta esistenza dei campi rafforza, se vissuta come una falsificazione sionista. Un rilevamento ha mostrato che i “terrapiattisti” suggeriscono che la diffusa convinzione contraria sia stata artatamente costruita da una congiura ordita da chi vuole diffondere l’errata credenza che la terra sia rotonda. Infatti l’algoritmo, così come individua il mercato di un dentifricio, allo stesso modo individua i soggetti inclini a credere ai complotti e inventa una eco chamber, come ad esempio quella che negli Stati Uniti raduna quanti possono credere che il partito democratico sia dominato da una congiura di pedofili.

NOTIZIE (FALSE) E SMENTITE

Ma è una logica ormai pervasiva, anch’essa oggetto di riflessioni accademiche, come mostra ad esempio On Rumors. How falsehoods spread, why we believe them, and what can be done, di un autorevole giurista americano, Cass S. Sustein, autore anche del più recente Liars. Falsehoods and free speech in an age of deception. Molti studi documentano la assoluta prevalenza che una falsa notizia ha sulla sua smentita, o sulla notizia vera, cioè verificata. E le false notizie non sono più quelle che Marc Bloch registrava nelle trincee della Prima guerra mondiale, giocate in un sottile dialogo tra arcaiche culture orali del popolo e culture scritte, ma sono il portato della tecnologia più moderna.

È una modernità tecnologica che attinge anche all’attuale dispersione delle grandi sistemazioni del mondo. Le invenzioni più rozze della passata demagogia – i capitalisti americani schiavizzano i bambini, i comunisti russi li mangiano – poggiavano, sia pure alla lontana, sulla contrapposizione di sistemi (est/ovest, comunismo/capitalismo, fascismo/antifascismo), che poi i partiti politici articolavano e dotavano di senso. Oggi, dissoltisi quei quadri globali-concettuali, svanita l’azione organizzatrice del pensiero politico svolta dai vecchi partiti, agisce una “polarizzazione pura”. Si pensi al caso dell’inchiesta giudiziaria avviata in un piccolo comune emiliano, Bibbiano, per una brutta vicenda di affidi di bambini. Appartenendo il sindaco, che in un primo tempo sembrava coinvolto, a un partito, un partito concorrente ne ha fatto occasione di scontro frontale a livello nazionale. L’indecente volgarità dell’assunto (il “partito di Bibbiano”) ha fatto trascurare la matrice “culturale” del caso, nel quale un insulto tagliente galleggia privo di ormeggi, e non ha impedito di lì a poco una alleanza (“organica”?) tra i due partiti coinvolti, così come si può prestare deferente omaggio a un capo dello stato di cui si è chiesta la messa in stato di accusa, o si può intessere paludati dialoghi diplomatici in clima europeista da chi ha solidarizzato con i ribelli indossanti gilet gialli.

*( Raffaele Romanelli è uno storico e docente universitario italiano studioso di storia contemporanea e di storia socio-politica delle istituzioni da Domani)

 

11 – Nicola Gardini*:  VIVA IL GRECO – CANTAMI ANCORA, O DIVA, LA DOLCE LINGUA D’OMERO. PARE LONTANO E MISTERIOSO EPPURE PERMEA LA NOSTRA CULTURA E LE NOSTRE ETIMOLOGIE, ED È VEICOLO DI PENSIERI, PERSONAGGI E IMMAGINAZIONE. UN LASCITO FONDAMENTALE PER SVILUPPARE LE CAPACITÀ CRITICHE.

 

Se è vero che il greco antico ci impregna tutti dalla notte dei tempi, è anche vero che risulta lontano e misterioso, e perfino estraneo a chi non ne abbia qualche nozione scolastica, né bastano tutte le etimologie greche che evochiamo ogni giorno a rendercelo immediatamente familiare.

Il latino, al contrario, appare assai più collegato alle nostre vite, come un parente ineludibile. Tanto per iniziare è scritto nel nostro stesso alfabeto; e poi, anche quando non lo capiamo, ci sembra di capirlo, perché il suo lessico è genitore del nostro, e anche se forme e significati non corrispondono più a quelli attuali, resta un’illusione di continuità e di appartenenza.

LE DIVERGENZE TRA LATINO E GRECO

La storia del latino e del greco è una sola storia quando se ne seguano le traiettorie sulla mappa della cultura europea. Le divergenze, però, non mancano. Tra queste mettiamo non solo le particolari vicende dell’uno e dell’altro, ma anche il diverso modo in cui nei secoli si è pensato all’uno e all’altro. Il latino suggerisce durata e stabilità; il greco evanescenza e rovina. Sparito dalla mappa degli studi per secoli, è diventato la raffigurazione stessa della nostalgia. In età moderna, dopo i trionfalistici recuperi del Rinascimento, la conoscenza del greco si è fissata sempre più in mito, significando lotta contro le forze della disgregazione, contrapposizione al declino, recupero del vigore, ritorno all’origine, “rimpatrio”, o perfino indagine dell’io. Hölderlin, Leopardi, Nietzsche, Freud docent, per nominare alcuni insigni.

SI TRATTA DI PENSIERO, DI IMMAGINAZIONE, DI VITA

Non si tratta solo di lingua: si tratta di pensiero, di immaginazione, di vita. Il greco è personaggi umani e divini, politica, miti, luoghi, valori morali, concezioni estetiche, emozioni, sentimenti. E poi si porta tutta l’ambiguità delle cose antiche, i cui messaggi si offrono e si sottraggono a un tempo, e ci costringono ad apprendere altri codici, altre categorie, altre intenzioni. Ci sono le difficoltà dell’espressione, la ricercatezza del dire, la straripante abbondanza lessicale, che le nostre moderne traduzioni non renderanno mai perfettamente. C’è anche uno speciale senso di responsabilità, che investe lo studio di una sorta di commozione, perché si sa che, quando trattiamo con il greco, trattiamo con i nostri inizi, o almeno con un’immagine dei nostri inizi.

L’AUTORITÀ DI OMERO

La storia del greco è assai più antica di quella del latino. I suoi primordi letterari, come indicano l’Iliade e l’Odissea, coincidono già con un altissimo grado di sviluppo culturale e linguistico. Non solo. I poemi omerici, per quanto arcaici e fissi in una certa formularità, godono di tale fortuna da risultare sempre contemporanei a tutta la letteratura successiva, costituendo la base di una comune educazione e di una memoria nazionale. Non c’è scrittore di rilievo che con quei testi non si sia dovuto confrontare. La stessa ricerca filosofica dovrà fare i conti con l’autorità di Omero. E si troveranno ancora prosecutori e imitatori di Omero molti secoli dopo la nascita di Cristo. Al latino è mancato un avvio così influente. Gli è toccato, anzi, il destino contrario di negare con crescente convinzione la propria antichità, finché non si sia perfezionato e canonizzato nella scrittura di due campioni come Cicerone e Virgilio.

L’ANIMA DEL GRECO È COMPARATIVA

L’anima del greco è comparativa. Guarda all’altro (si comincia con i troiani) e lo definisce attraverso antitesi, simmetrie, parallelismi, comparazioni. Ricerca e rappresenta il dibattito, la lite, la gara – giudiziaria, sportiva, militare, oratoria – e parimenti persegue l’amicizia e lo scambio generoso. A questa tendenza al confronto contribuiscono indubbiamente le condizioni geo-politiche della nazione. I greci si considerano un solo popolo, ma si sentono e sono divisi. Quando parliamo di loro, non intendiamo uno Stato unitario, ma evochiamo un insieme di città, varie centinaia, che si governano ciascuna in modo indipendente. Hai monarchie, oligarchie, tirannie, democrazie, e queste tentano continuamente di venire a patti le une con le altre attraverso la diplomazia e attraverso la guerra, amministrando alleanze, tregue, influenze reciproche, anche di fronte alla costante minaccia di ingerenze straniere, come quella persiana, prima, e quella macedone, poi.

I greci hanno saputo trasformare la divisione in occasioni critiche, che sono certamente il loro lascito più vitale e più positivo. Impariamo da loro: a parlare confrontando, a riconoscere le differenze e le somiglianze, lo specifico e il generale, e a riportare le sfumature nell’incolore della comunicazione mediatica e il senso di un altrove nel deserto della cosiddetta globalizzazione. Abbiamo bisogno di ridare ai nostri linguaggi visione e consapevolezza; di ridare peso civile o, per dirla con un vocabolo d’origine greca, politico a quello che pensiamo e diciamo. I discorsi, anche i più privati, si svuotano e perdono significato quando smettono di misurarsi con un’idea di mondo.

CULTO DELLA PAROLA

La storia del greco, fin da Omero, è caratterizzata da un vero e proprio culto della parola, di cui sono testimonianza le più varie forme letterarie. Con la parola si cercano la verità e il senso delle cose, e la verità e il senso delle cose possono coincidere con l’esercizio stesso della parola. E tale ricerca procede con la coscienza che la verità sfugga o si travesta o non si lasci afferrare, e che la lingua umana sia sempre esposta al rischio di diffondere rappresentazioni fallaci e, dunque, debba sempre vigilare sui propri meccanismi per il bene comune.

*( Nicola Gardini è uno scrittore, latinista e pittore italiano.)

 

12 – Nicol Degli Innocenti*:  LA POTENZA DEL 5G SI AVVICINA L’ERA DEL 5G, CHE ESPANDERÀ LA RETE ALL’INTERNET DELLE COSE: LATENZA ZERO, VELOCITÀ ILLIMITATA E CONVERGENZA. MA A VINCERE SARÀ L’ESPERIENZA D’USO DELL’UTENTE

 

Gli esperti la chiamano già “l’era del 5G”: la nuova tecnologia definirà l’epoca dopo il 2020, anno in cui si prevede che il 5G arriverà sul mercato. Mentre il 4G, come i suoi predecessori, era limitato alla telefonia cellulare, il 5G ha uno spettro ampissimo e pervaderà tanti aspetti della vita quotidiana. Dalla smart energy ai robot avanzati, dai veicoli che guidano da soli agli appartamenti intelligenti in grado di gestire l’accensione del riscaldamento o il controllo dell’aria condizionata, il 5G governerà il cosiddetto ‘internet delle cose’, andando ben oltre gli smartphone.

Per ora é solo un concetto ma sta per diventare realtà. A margine del summit “5G Huddle” che ha riunito a Londra imprese e istituzioni abbiamo chiesto al massimo esperto del settore in Gran Bretagna quali sono i tempi, gli ostacoli e le prospettive della nuova tecnologia. Il professor Rahim Tafazolli è direttore del Centre for Communication Systems Research dell’Università del Surrey e direttore di 5Gic, l’unico centro al mondo dedicato allo studio e sperimentazione delle tecnologie 5G, cofinanziato dal Governo  britannico e da varie imprese del settore.

“Sarà un nuovo paradigma del pensiero, un vero e proprio sommovimento tettonico, che per la prima volta darà all’utente l’impressione di disponibilità e capacità infinite,” afferma Tafazolli. L’aspetto più importante è la qualità dell’esperienza che l’utente potrà avere, con un collegamento perfetto sempre a disposizione senza interruzioni, e con la sensazione di avere “il mondo tra le mani”, opportunità illimitate di utilizzare la nuova tecnologia nella vita di tutti i giorni.

“E’ importante che ci sarà latenza zero o quasi, non ci saranno più frustranti attese. La velocità è immensa: abbiamo già raggiunto i 200 GB al secondo, – sottolinea Tafazolli -. Il mio timore è che si focalizzi troppo l’attenzione sulla velocità distogliendola dalla qualità dell’esperienza dell’utente, che è la cosa veramente importante. Puntare a ridurre a un secondo invece di due il tempo di scaricamento di un intero film francamente non ha senso.”

Il 5G, contrariamente a molte aspettative, non segnerà la “morte” delle linee fisse, secondo Tafazolli: “In futuro ci sarà maggiore convergenza, le nuove tecnologie avranno applicazioni nelle industrie e nelle fabbriche, negli ospedali e sulle autostrade, rendendo tutto più efficiente e intelligente. Sarà un processo di modernizzazione, un salto in avanti che andrà ben oltre il settore delle telecomunicazioni.”

C’è accordo tra gli esperti del settore sui tempi per il 5G: si parla dell’avvio della prima fase intorno al 2020. L’ostacolo principale non è la tecnologia, afferma Tafazolli, ma le intese che vanno raggiunte a livello internazionale per definire gli standard. “L’architettura della rete dovrà cambiare, alcune parti dello spettro andranno condivise, altre saranno a uso esclusivo. Data la portata di questa tecnologia non sono decisioni che un singolo Paese può prendere, devono essere negoziate a livello globale, dai Governi con la collaborazione delle imprese.”

Da negoziare anche la vexata quaestio della neutralità della rete, anche se, spiega il professore, “non ha un impatto diretto sul 5G, che diventerà realtà sia che ci sia net neutrality o meno. Da un lato è giusto che chi si è assunto l’onere finanziario di una rete possa trarne beneficio; dall’altro è positivo per l’innovazione se altri possono scoprire nuove applicazioni sfruttando una rete altrui. Va incoraggiata l’innovazione ma vanno tutelati gli investimenti fatti.”

Se i tempi sono relativamente prevedibili, è impossibile invece stimare quali saranno i costi del 5G, spiega Tafazolli: “Sicuramente serviranno nuovi apparecchi portatili, non solo i telefonini ma i vari strumenti per controllare il frigorifero o l’automobile. I costi di utilizzo dipenderanno in gran parte dalle economie di scala, ma parliamo di miliardi di apparecchi. Si tratta di bilanciare performance, complessità della tecnologia e costi.”

*(Nicol Degli Innocenti  Collaboratrice del Sole 24 Ore da Londra dal 2004)

 

13 – Massimo Coppola*: SIAMO CAMPIONI D’EUROPA, MA CHE PALLE L’EUROVISION. LE COSE MIGLIORI DA ISLANDA, LITUANIA E UCRAINA. QUASI TUTTI I BRANI SONO UNA SPECIE DI POP A ZERO CALORIE MENTRE LA METÀ DEI CONCORRENTI SONO GIOVANI DONNE SCOSCIATA.

 

A Rotterdam invece vincono i Måneskin grazie al voto popolare – l’Europa invecchia, il rock’n’roll è roba da cinquantenni: c’è pure un tweet di Simon Le Bon che dice che sono i migliori, per dire.

Stavano per vincere gli insipidissimi francesi e/o svizzeri. E invece, siamo campioni d’Europa. L’anno prossimo lo organizziamo noi l’Eurofestival. Che risate.

Per tutta una serie di motivi che non sto qui a spiegare e che sono estremamente poco europei – cavi, antenne, discussioni condominiali – io non ho il digitale terrestre. La mia ricerca del canale Rai 4 sul satellite risulta perdente, anche al quarto giro completo dei canali. Ma la mia fidanzata nota il canale di San Marino e dice di provare quello. Magia! C’è! Ecco che inizia le kermesse! Viva l’Europa! Che palle.

L’artista cipriota è «brava e bella», come direbbe Carlo Conti. Una specie di Kylie Minogue, il minisvestitino di strass è proprio il suo poi. Dietro i 44 metri quadri di carne esposta c’è il pezzo più riuscito nella categoria “giovani donne con svestitino di strass che si dimenano”. Si chiama El Diablo ed è un plagio di Bad Romance di Lady Gaga, per quello funziona. Dopo El Diablo, sempre nella categoria minisvestitino di strass, la cantante albanese. L’unica differenza è che ha qualche taglia in più della cipriota. E qua inizio a polemizzare con i miei stessi pensieri: questa settimana ho letto che le donne con la taglia media rivendicano attenzione! Si parla tanto delle taglie curvy ma nessuno parla mai delle taglie medie! Vergogna! «Le persone con la taglia media rivendicano la loro normalità e vogliono essere accettate» diceva l’articolo. Urca. Ho già mal di testa. Tocca a Israele e non ho davvero niente da dire, sono troppo deluso che non sia rappresentato da Kive di Shtisel. Poi gli Hooverphonic, bolliti, mettono insieme un pezzo identico a mille loro altri, fatto bene, miorilassante, sobrietà totale; dopo i tre acts di prima sembra di essere in chiesa.

TUTINE E DEPRESSIONE

Le schede di presentazione degli artisti mi fanno pensare a quando andavo in cartoleria a comprare i supplementi iconografici dell’enciclopedia “Conoscere”: il costume tipico dei contadini rumeni e i campi di papaveri, il massiccio caucasico e il folk greco. Nelle schede i cantanti sembrano tanti subnormali giocosi e coloratissimi, molto meno fighi dei contadini rumeni che ritagliavo alle elementari per le ricerchine. Ma arriva la cantante russa: versione post sovietica di Björk almeno dal punto di vista dell’immagine, musicalmente è invece semplicemente merda. Voglio solo dimenticare. Malta: c’è Destiny. Anche lei ha il vestitino di strass (taglia curvy, con grande smacco per le taglie medie, anche qui ahimè poco rappresentate), ma è una cantante vera, è simpatica e il pezzo è pop abbastanza serio. I malinconici (?!) portoghesi mi mettono malinconia. Serbia: niente da dire sul trio di ragazzotte uscite da una festa di Briatore. Invece sul cantante UK ho da dire: è una mer……a. Brutto, scontato, vestito male, addirittura creepy, non vorresti incontrarlo nemmeno in coda per il vaccino. Auguro ogni male a lui e alle dogane.

Arriva la concorrente greca e uno si chiede per l’ennesima volta se c’è qualcosa di più di tutine attillate (variazione sul tema svestitino di strass) e pezzi di carne e movimento di bacino che mimano l’amplesso. A me l’ultima tutina che è davvero piaciuta è quella di Irma Vep nel capolavoro di Assayas. Vabbè, forse è un mio problema. O forse no. Polemizzo? Polemizzo: la metà dei concorrenti sono giovani donne scosciate che recitano una sessualità posticcia; è tremendamente noioso, un immaginario da seghino adolescenziale. Credo davvero che la pop culture debba ricostruire completamente l’idea di corpo eccetera eccetera.

Per smaltire la depressione mi cullo nel ricordo di quel capolavoro di Fire Saga, filmone comicissimo con Will Ferrell che interpreta un cantante sfigato islandese che viene selezionato per l’Eurofestival ma in patria vogliono solo che canti una canzone tradizionale, JaJa Ding Dong, il vero pezzo dell’Eurovision 2020, che c’è stato solo in quel film. Molto ridere. Mentre mi balocco con questi pensieri, arriva la Svizzera, un tale bruttissimo che melodieggia in francese. Faccio un ruttino e grazie a Dio arrivano proprio gli islandesi: hanno maglioni decorati con disegni pixelati delle facce di chi li indossa, perfetti per una festa pomeridiana. Rendono giustizia a Fire Saga, meravigliosi! C’è quella con i capelli azzurri, c’è la nerd con gli occhiali da segretaria, il tipo robusto in bermuda e dopo la sfilata di donnine svestite e ciccioni con grande estensione voooocaliiiiicaaaaa, ecco, ci si diverte facile, tra amici, con menzione speciale per la coreografia. Scopro che sono una famiglia. Due sono sposati tra loro, due sono sorelle, una è incinta e per di più sono tutti quanti in quarantena in hotel, con i volti dei due reclusi covidici esposti in due iPad. Balzano subito al primo posto della mia classifica.

La Spagna, vabbè, un tale melodico che dimentico appena entra in scena, Moldova boh, solite tipe mezze nude, non ricordo, inizio ad appisolarmi dopo il picco euforico islandese. I tedeschi sembrano Art Attack, patetici, anche se a me personalmente, il ludico-stupido teutonico è sempre piaciuto. Finlandia: hard rock (‘na specie, pare siano i “rivali” dei Måneskin, ma nemmeno da lontano). Bulgaria: canzone malinconica sul tempo che passa dedicata al padre scomparso (la cantante ha con sé la sua foto da bambina col padre incorniciata, esagerata) e poi uno dietro l’altro i miei preferiti insieme all’Islanda. I lituani, tutti vestiti di giallo, una versione giocosa di roba seventies macchinica e robotica. Niente di nuovo ma divertente e consapevole, colorato e festoso; il cantante fa anche nano-nano con la mano e siamo tutti felici. Spiccano anche perché quasi tutto il resto è una specie di pop a zero calorie, lento e senza energia (anche i pezzi delle svestitine), melodie scontate, con voce a volume cinque volte più alto della base musicale, base fatta a cazzo, gratuita, uguale a mille altre e cantato gratuito uguale, tutto fatto di reference da algoritmo dell’ascolto frugale. Questo è il pop a bpm bassi, come il respiro di un’Europa un filo depressa, che si diverte per finta. Aridatece l’eurotrash!

SVESTITINE INCAPACI

A parziale consolazione una roba veramente interessante. L’Ucraina. Un pezzo incredibile. Elettrofolk tamarro, un martello assurdo che va sempre più veloce, il pezzo che metterei in un dj set alle tre del mattino quando nessuno oramai sa più chi è. Si prendono sul serio e fanno bene, lei è veramente la più fica di tutte (in senso ampio, non letterale, mi dico precisandolo a me stesso); senza svestitino ma con uno sguardo incazzoso mentre urla a mille all’ora su una base fuori di testa, bpm a palla e assoli di flautini. I migliori, per distacco.

Dopo di lei la nemesi: una mielosa ragazzetta francese che fa Edith Piaf, due palle così. Mi consolo con una botta di eurotrash vero, Mata Hari, il pezzo dell’Azerbaigian; una cosa inguardabile con le tipe in lingerie e le mossette venute male. Si capisce che il pezzo è in inglese solo alla fine, perché lei l’inglese non lo sa, ma fanno un trenino in giarrettiera tutte a semi-pecorina mentre cantano “Mata Hari, just like Cleopatra”. Toccante. Questo sconclusionato rutto in faccia al nostro perbenismo mi fa rivalutare la sezione “svestitine incapaci”, ma anche no, sono confusissimo, non si può più parlare di pop, ormai e sono stanco di polemizzare con me stesso. Anche quando pensi da solo davanti alla tv non c’è tregua. Mi viene da telefonare alla Aspesi, che magari mi consola. Vabbè. Salto a piè pari Norvegia e Olanda, inutilissime e arrivano i Måneskin, che fanno il loro, con palco e luci essenziali da rock’n’roll primi anni zero. Bravi, tutto ok.

La Svezia: c’è un diciannovenne di colore, davvero gender fluid (pensiero indotto, vedi sopra, richiamo la Aspesi); sembra Tracy Chapman vestita come un personaggio di Star Wars che si è calato un Lsd: insomma, il costume più figo. M’informo e scopro che è di H&M. Perfetto. La canzone è generica, potrebbe farla chiunque, ma Tusse, così si chiama, è svedese solo da pochi anni. È un migrante. Gli hanno dato subito la cittadinanza e ora è il centravanti della musica pop svedese. E non usa l’autotune, che è un gesto politico ormai. Una cosa europea, diciamo. Chiude San Marino con una tamarrata incredibile, nel tripudio dei commentatori locali (non dimenticate che sto seguendo su Tele San Marino, scopro verso la fine che non è su Rai 4 stasera, ma su Rai 1 ma non torno indietro) e infatti veniamo informati che si stava giocando la finale del loro campionato di calcio. Ha vinto la Folgore.

A Rotterdam invece vincono i Måneskin grazie al voto popolare – l’Europa invecchia, il rock’n’roll è roba da cinquantenni: c’è pure un tweet di Simon Le Bon che dice che sono i migliori, per dire. Mi piace un sacco il momento dei punteggi, con le bandierine e le classifiche e le posizioni che cambiano e i presentatori da 20” che si collegano da tutti i paesi per dare il loro voto e poi il tipo che comunica i voti dell’Islanda è un genio. Fa perdere un sacco di tempo ripetendo incazzato che i voti vanno a JaJa Ding-Dong. Tutti in imbarazzo, io finalmente, rido. Stavano per vincere gli insipidissimi francesi e/o svizzeri. E invece, siamo campioni d’Europa.

Tutti a nanna. L’anno prossimo lo organizziamo noi l’Eurofestival. Che risate.

*( Massimo Coppola da Domani)

 

14 – Ugo Magri*: TUTTE LE STRAVAGANZE DELLA CORSA AL QUIRINALE UN SEMESTRE SENZA SENSO. UNA DATA BALLERINA. UN BUCO NERO NELLA COSTITUZIONE. CON SORPRESA FINALE

 

Non succederà, si spera. Ma se dovesse accadere? Prendiamo il “semestre bianco”, che inizia dal prossimo 3 agosto: fino a quel dì Sergio Mattarella potrà sciogliere le Camere o minacciare di farlo, tenendo a bada le intemperanze dei partiti; dopodiché gli verrà impedito per un bizzarro scrupolo dei nostri padri costituenti. Ai quali 75 anni fa era venuto il dubbio che qualche presidente della Repubblica particolarmente perfido, pur di farsi rieleggere, potesse arrivare al punto di esercitare pressioni sul Parlamento e addirittura mandarlo a casa nella speranza che quello nuovo fosse a lui più amico.

Sembrano contorsioni mentali, anzi lo sono. Tanto che già nei primi anni Sessanta l’allora presidente Antonio Segni aveva lanciato una proposta di buonsenso: chiariamo nella Costituzione che un presidente non può essere eletto una seconda volta, però perlomeno lasciamogli la facoltà di sciogliere le Camere nello sciagurato caso di una crisi senza sbocco.

Al vecchio Segni nessuno diede retta (la politica ha sempre cose più urgenti cui dedicarsi). Cosicché a partire dal 3 agosto ci ritroveremo in una situazione rischiosa: se qualcuno facesse cadere Mario Draghi, per esempio Matteo Salvini, e non si formasse una maggioranza alternativa, come assicurano nel Pd, a Sergio Mattarella non resterebbe che allargare le braccia. Impotente quanto potrebbe essere un prof nell’ora della ricreazione e per giunta in una classe di ripetenti. Per sbloccare l’impasse dovremmo attendere l’elezione del suo successore; nel frattempo resteremmo mesi e mesi senza governo, col Parlamento bloccato, nell’impossibilità di approvare leggi o riforme e, dunque, con tanti saluti ai miliardi europei. Una catastrofe per colpa di quel dannatissimo articolo 88 comma 2 della nostra amata Costituzione.

Purtroppo, non è l’unica stravaganza di questa corsa al Colle. Per esempio, nemmeno si sa esattamente quando verrà eletto il tredicesimo presidente. La data è ballerina perché la norma fu scritta coi piedi. L’articolo 85 si limita a stabilire che “trenta giorni prima” della scadenza il presidente della Camera “convoca” il Parlamento in seduta comune e, in aggiunta, i delegati regionali. Tutti insieme eleggeranno il nuovo capo dello Stato. Dopodiché non è chiaro se nei trenta giorni antecedenti la fine del settennato le Camere dovranno per forza riunirsi o sarà sufficiente che Roberto Fico imbuchi la lettera di convocazione. A sentire alcuni giuristi (come al solito in disaccordo tra loro: confrontare al riguardo l’ottimo commentario della Costituzione pubblicato dal Mulino a cura, tra gli altri, di Francesco Clementi) basterà la seconda delle due. Così perlomeno si è fatto l’ultima volta, nel 2015. Prendiamo allora in mano il calendario. Mattarella giurò il 3 febbraio, ergo la convocazione dovrà partire entro martedì 4 gennaio 2022. Per dare tempo alle Regioni di scegliersi i rappresentanti, passeranno almeno una decina di giorni; dunque la prima votazione sul successore di Mattarella verrà a cadere verso la metà di gennaio. Ma potrebbe arrivare con due settimane di anticipo se Fico, interpretando in senso più restrittivo la Costituzione, spedisse la lettera alla vigilia di Natale e convocasse i “grandi elettori” prima della Befana.

Uno potrebbe chiedersi: che fretta c’è? Quindici giorni in più o in meno non cambiano il mondo, l’importante è che i partiti facciano la scelta giusta. Vero. Però non potranno nemmeno tirarla troppo per le lunghe con un interminabile rosario di votazioni a vuoto, in quanto c’è un’altra scadenza da tenere a mente: la sera del 2 febbraio 2022 Mattarella concluderà il mandato. Se nel frattempo il successore non fosse stato eletto – per colpa delle liti politiche, dei “franchi tiratori” o quant’altro – nessuno ha la più pallida idea di cosa diavolo potrebbe accadere. Anche qui la Costituzione fa acqua, anzi non dice niente. Per cui, in presenza del “buco nero”, qualcuno ipotizza che Mattarella resterebbe provvisoriamente al suo posto in regime di “prorogatio”; altri lo escludono nella maniera più assoluta e ritengono che a controfirmare eventuali decreti legge o altri provvedimenti urgenti dovrebbe essere Elisabetta Casellati, presidente del Senato e seconda carica dello Stato. Nella patria degli azzeccagarbugli c’è addirittura chi ipotizza un intervento della Corte costituzionale per sciogliere il nodo.

In compenso, la legge non lascia dubbi su cosa potrebbe accadere qualora al Quirinale venisse eletto l’attuale premier Mario Draghi. In attesa di conoscere la sorte del suo governo, al posto del presidente del Consiglio andrebbe il vice. Ma dal momento che di vice-premier non ce ne sono, la poltrona di presidente del Consiglio verrebbe occupata dal ministro più anziano. E chi è, nel governo in carica, il ministro più avanti con gli anni? Sorpresa: Renato Brunetta, che il 26 maggio spegnerà 71 candeline. Insomma, se Draghi vincesse la corsa al Colle, potremmo ritrovarci Brunetta alla guida del governo. Non succederà. Ma se accadesse…

*( Ugo Magri, giornalista italiano)

 

 

 

 

 

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