In ricordo di Liliana Rossetti, dirigente sindacale, splendida persona e compagna.

E’ scomparsa ieri a Trieste Liliana Rossetti, militante del PCI e dirigente sindacale della Cgil, segretaria nazionale della FILZIAT (Federazione Italiana Lavoratori Zuccheriero Industria Alimentare e Tabacco) negli anni ’80 e successivamente fino a che le sue condizioni di salute glielo hanno consentito, impegnata nello SPI-Cgil di Trieste. Insieme ad Andrea Amaro, suo compagno di vita, ha seguito anche le vicende dell’emigrazione italiana e delle nostre organizzazioni all’estero, con attenzione, curiosità e vicinanza.

Liliana è stata una persona di rara sensibilità, cortesia e apertura. Ci piace ricordarla in questo momento con l’evento/concerto che lei organizzò a Roma nel maggio del 2014 a cui in molti partecipammo, in occasione della devoluzione al Museo delle Arti e Tradizioni popolari dell’Eur, della grande collezione di oltre duemila fischietti artigianali di tutto il mondo, raccolti da Andrea nell’arco di molti decenni e da allora esposti nel museo.

A quel concerto, diretto da Ambrogio Sparagna, volle che partecipassero anche giovani di una scuola di Roma, come un’occasione anche simbolica e di speranza di trasferire la memoria e la cultura popolare alle nuove generazioni. E poi un articolo, del 2017, pubblicato su Liberetà, in cui Liliana pone la necessità attualissima di un cambio di paradigma nella considerazione del concetto di benessere e di sviluppo, una questione che riguarda tutti, anche il sindacato.

Cara Liliana, grazie.

Rodolfo Ricci

(Fiei)

 

La terra, il soffio…

 

 

Benessere, Pil: Si fanno strada altri strumenti di analisi della società, che rappresentano una sfida anche per il sindacato

Negli ultimi giorni la stampa ha dedicato largo spazio all’analisi dell’evoluzione del benessere economico e sociale nelle province italiane, a partire dal rapporto della Caritas “Futuro Anteriore” su povertà giovanile ed esclusione sociale. Venerdì scorso il Sole24ore ha messo sotto osservazione la qualità della vita di 110 nostre città, e nei giorni successivi, molte testate giornalistiche hanno approfondito singoli aspetti collegati al dibattito sulla legge di bilancio (Mef), in particolare la forte diminuzione delle nascite, la composizione delle famiglie, la terza età, i giovani che emigrano e i Neet senza lavoro che abbandonano gli studi, i ticket sanitari.
Qual è il quadro che questi dati delineano per Trieste? L’analisi sulla base di 42 indicatori segnala alcuni punti di eccellenza, mentre altri dati, che vanno sottoposti a ulteriori verifiche, si distaccano negativamente da quelli nazionali e regionali. Tutte le posizioni ottenute da Trieste nel confronto con i 110 capoluoghi di provincia, le potete trovare divise per tematica nella tabella accanto.
Ma a parte queste considerazioni sulla realtà della nostra provincia, l’analisi che quotidiani e Caritas hanno svolto si prestano ad alcune riflessioni di carattere più generale.
I dati pubblicati sono interessanti, perché fotografano la vivibilità delle province ma non sono sempre confrontabili ed esaustivi. In effetti questo problema si pone dal 2008, quando con la crisi mondiale sono mutati i bisogni sociali e i dati socio-demografici in Italia e in Europa.
Il cambiamento progressivo delle strutture produttive e la loro ricaduta sulle classi sociali ha comportato il loro indebolimento nella vita economica e politica, la perdita del senso di appartenenza della classe media e operaia, l’aumento dell’insicurezza nelle persone e delle famiglie: tutti elementi nuovi da considerare e possibilmente misurare.
Così a livello mondiale ha preso avvio un movimento culturale che sostiene la riformulazione del concetto di progresso della società che vada oltre il PIL quale misura unica dello sviluppo.

La misurazione del benessere, concetto ben più ampio e articolato, impone infatti che vengano prese in considerazione anche altri elementi, quali la sicurezza, il benessere soggettivo, la solidarietà e la qualità delle relazioni sociali, la percezione del bisogno. Il professor Gallino nei suoi saggi ne fa un’ampia casistica inserendo tra gli altri il concetto del bisogno, la mancanza di risorse materiali e non materiali per raggiungere uno stato di benessere, e altri parametri oggettivi che investono la sfera della soggettività.
In Italia il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile (BES) è nato da un’iniziativa del Cnel e dell’Istat, e si inquadra a sua volta nel dibattito più generale sul “superamento del Pil”. In sostanza vi è la consapevolezza che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non possano essere
esclusivamente economici, ma debbano tenere conto anche delle fondamentali dimensioni sociali e ambientali del benessere.

Il sistema – ovviamente complesso – fa riferimento a 130 indicatori relativi a 12 aree tematiche quali: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente;
ricerca e innovazione; qualità dei servizi. In attuazione di un provvedimento del 2016 (l.n.163/2016) già quest’anno in via sperimentale, si dovrebbe anticipare nel DEF 2017 l’inserimento di un primo gruppo di indicatori quali il reddito medio pro capite, l’indice di disuguaglianza reddito disponibile, l’indice povertà assoluta, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, l’indicatore delle emissioni di CO2 e altri.

Il secondo rapporto UrBes 2015 ha visto il coinvolgimento di 29 comuni, tra i quali Trieste, e si pone l’obiettivo di progettare una politica per le città,
promuovendo azioni e governance, orientate al miglioramento della qualità urbana, per rendere la città luogo del “buon vivere”.

La sfida è fare di UrBes uno strumento cardine del funzionamento delle istituzioni territoriali e della cooperazione tra Istat e gli uffici di statistica degli enti locali, per produrre un’analisi innovativa e multidimensionale del territorio.
L’obiettivo è quello di coinvolgere i cittadini per diffondere una maggiore consapevolezza ai processi decisionali e per valutare le azioni delle Amministrazioni territoriali, – verificando le strategie politiche intraprese e le reali ricadute sulla popolazione.

Per il sindacato, un altro terreno di confronto con le istituzioni locali, cui dovrà attrezzarsi come nuovo campo di elaborazione, acquisendo le diverse percezioni attuali del vissuto di iscritti e lavoratori rispetto al passato.

Liliana Rossetti (dicembre 2017)

 

 

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