Referendum Costituzionale/Italiani all’estero. FIEI: Rispettare i principi democratici, posticipare la data del voto.

Lo scorso sabato si è svolto un webinar informativo sul Referendum Costituzionale sul taglio dei Parlamento, organizzato dalla Fiei e altre associazioni dell’emigrazione italiana nel mondo.

Nello stesso pomeriggio di sabato si è svolta l’Assemblea Plenaria del CGIE (Consiglio Generale degli italiani all’estero), anch’essa con all’ordine del giorno il tema referendario.

In entrambe le occasioni realizzate in teleconferenza è emersa una ampia contrarietà alla modifica costituzionale che riduce di circa un terzo il numero dei parlamentari inclusa la componente eletta nella circoscrizione “estero” che viene portata da 18 a 12 (8 deputati e 4 senatori).

In realtà ciò era già emerso in occasione delle audizioni del CGIE alle Commissioni Esteri di Camera e Senato dello scorso anno e riassunte in un documento trasmesso al Parlamento, molto puntuale e dettagliato, che faceva emergere il dato incontestabile di una ingiustificata riduzione della rappresentanza pur in un contesto di impressionante crescita della presenza italiana all’estero (da 3 milioni nel 2006 agli oltre 6 milioni del 2019) prevalentemente a causa della ripresa dei flussi emigratori ripartiti con la grave crisi del 2007-2008.

Ma durante gli incontri e grazie alle informazioni provenienti dalla diffusa rete associativa e dei Comites (Comitati degli italiani all’estero) è emersa anche la grande difficoltà di realizzare sia la campagna informativa, sia l’organizzazione e la gestione del voto referendario all’estero, a causa della pandemia: interi continenti, come il Nord e il Sud America sono alle prese con una crescita esponenziale dei contagi; altrettanto dicasi per il Sud Africa e anche per uno stato importante dell’Australia, come il Victoria, con capitale Melbourne.

In tutti questi paesi, vivono complessivamente circa 2 milioni di connazionali coinvolti nelle misure di lock-down e di distanziamento sociale, ove esse sono state introdotte, o nella gravissima crisi economica e sociale derivata dalla pandemia.

Questi italiani fanno parte del corpo elettorale chiamato al voto del 20 e 21 settembre. In realtà la legge prevede che entro il 15 settembre, all’estero si siano già concluse le operazioni di voto per corrispondenza, in modo che le schede siano trasportate in Italia per lo spoglio che deve avvenire in contemporanea con quello italiano.

Ma le previsioni dicono che il picco epidemico nelle Americhe sarà raggiunto proprio a settembre e forse oltre. Quindi è del tutto improbabile che le operazioni di organizzazione del voto per corrispondenza possano svolgersi correttamente: vi sono da stampare le schede (se le tipografie funzionano e non sono sottoposte a lock-down); vi sono da preparare milioni di plichi da inviare agli elettori e che gli elettori debbono poi inviare ai rispettivi consolati dopo aver votato (ma le poste pubbliche o private che siano, funzionano a singhiozzo nel migliore dei casi); infine vi sono da trasportare le schede in Italia in tempo utile per lo spoglio (ma i voli commerciali sono rarissimi e da alcuni paesi c’è un nostro divieto esplicito di volo per l’Italia).

Poi c’è la questione di chi organizza il tutto: in tutti i paesi indicati gli operatori consolari lavorano essenzialmente in remoto, dovendo rispettare le regole locali, se contrattualizzati localmente, ma anche quelle italiane, che nella pubblica amministrazione prevedono lo smart-working alternato a presenza fino a dicembre.

La rete consolare, già sottoposta a gravi riduzioni di organico negli ultimi anni, si trova alle prese con la limitata operatività causata dalla pandemia e anche dal sovraccarico di servizi che ne sono derivate (rientro di circa 100mila connazionali bloccati all’estero, assistenza ai connazionali in difficoltà, ecc.); non sembra affatto nelle condizioni ottimali per poter gestire uno dei momenti organizzativi più complessi e intensi come quello del voto nei contesti descritti.

Morale della favola: poco meno della metà dell’intero elettorato italiano all’estero rischia di non poter partecipare al Referendum Costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari.

E’ bene saperlo adesso, prima che si inneschino le classiche polemiche post elettorali.

Ed è utile porsi la domanda se sia legittima una consultazione che esclude a priori un numero così importante di elettori nettamente superiore a quelli di intere regioni sul territorio nazionale, come il Friuli, o la Liguria, o le Marche, o l’Abruzzo o la Calabria…

E se venga rispettato, in tale contesto, il principio di uguaglianza e di pari diritti tra cittadini.

Cosa che comprenderemmo perfettamente se, di qui a settembre, dovesse ripartire una seconda ondata di contagio anche sul territorio nazionale tale da escludere alcune aree del paese, oppure se le operazioni di voto potessero incentivare sensibilmente la diffusione del virus, sconsigliandone quindi la realizzazione.

In una situazione di ampia incertezza che riguarda tutti, ma che invece è già una certezza nei territori indicati, dovrebbe essere ovvia la decisione di far slittare più avanti la consultazione referendaria con le garanzie di una concreta agibilità democratica che oggi non vi sono.

La Costituzione è un bene comune delle diverse generazioni che la hanno realizzata e rispettata, ivi inclusi i 6 milioni di italiani i quali non se ne sono andati all’estero per gaudio, ma in grande maggioranza perché questo paese non era in condizione di assicurare loro un lavoro o un’esistenza dignitosa. Cioè perché l’Italia non ha – ancora – compiutamente attuato la sua Costituzione. Evitiamo di togliere loro il concreto diritto di potersi esprimere sul Referendum.

L’autorevolezza di Istituzioni e Politica si riconosce nella responsabilità.

 

Rodolfo Ricci

(Segr. FIEI – Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)

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