Sanatoria a ostacoli: Migranti nelle mani degli usurai

Caserta. Troppi paletti per i braccianti costretti a chiedere soldi in prestito per regolarizzarsi

di Adriana Pollice

«La sanatoria di braccianti e colf migranti del governo Conte è una norma criminogena»: Mimma D’Amico è una degli attivisti dell’Ex Canapificio, parte della rete Caserta solidale. Sanno bene quello che sta accadendo perché operano in un uno dei territori dove ci sono comunità numerose, grazie anche all’attività agricola e all’allevamento molto diffusi in zona. «La parte del decreto Rilancio dedicata alla regolarizzazione pone così tanti ostacoli e paletti – prosegue – che lascia scoperti tantissimi migranti, alcuni sono sul nostro territorio quasi da un decennio. Il risultato è che, come ogni volta che si mettono in moto questi meccanismi, sbucano gli italiani pronti a speculare vendendo contratti falsi per 4, 5 mila euro».

QUESTA VOLTA È PEGGIO: «Dopo quattro mesi di pandemia – spiega -, in cui non hanno potuto lavorare, molti si ritrovano senza soldi. Né possono chiederli alle famiglie di origine perché anche negli altri paesi l’economia si è fermata causa Covid-19». Così è spuntata una seconda categoria di avvoltoi: «Sono arrivati gli usurai – prosegue – a offrire i soldi a strozzo ai migranti per comprare contratti falsi per provare a ottenere un permesso che li regolarizza per soli sei mesi. Un orrore che rischia di spingerli in una spirale di sfruttamento ancora maggiore. Stiamo dicendo a tutti di non accettare ma la risposta che ci danno è “siamo disperati”. Hanno paura che una seconda occasione non capiterà».

TRE SONO I PUNTI previsti dal decreto messi sotto accusa dall’Ex Canapificio (e dalle altre realtà italiane che hanno chiesto emendamenti alla norma, come Ero Straniero, la rete Grei250, EuropAsilo e Castel Volturno solidale): prevedere la sanatoria solo per alcune categorie, come braccianti e colf; la possibilità per il singolo di chiedere il permesso solo se ha lavorato nelle categorie previste e solo se ha un permesso scaduto dal 31 ottobre in poi; escludere tutti quelli che avevano il permesso per motivi umanitari, cancellato dal decreto Sicurezza, e non sono riusciti a convertirlo in permesso di lavoro.

«ALLO SPORTELLO LEGALE arrivano in tanti – prosegue D’Amico -, la maggior parte resta tagliata fuori. Ad esempio, se sei un richiedente asilo con contratto vecchio, o scaduto subito prima del 31 ottobre, non puoi accedere alla regolarizzazione. Poi ci sono quelli troppo regolari: sono i richiedenti asilo che si sono fatti fare un contratto ma non possono essere regolarizzati. Ci raccontano che i datori di lavoro si stanno offrendo di licenziarli per poi riassumerli come badanti. Una follia. Arrivano i profittatori perché la gente è disperata: senza protezione umanitaria sanno che ci sono purtroppo buone possibilità che i loro ricorsi andranno male e perderanno il permesso di soggiorno. Così arrivano gli strozzini».

Qual è la soluzione? «Ci vuole una regolarizzazione vera. Il decreto legge dice che il provvedimento viene messo in campo anche perché, in tempo di pandemia, c’è bisogno di monitorare la popolazione ma con tutti questi paletti non succederà. Ci sono importantissimi correzioni che si stanno votando in commissione Bilancio, speriamo che vengano tolti i limiti sui settori a cui si applica la sanatoria; andrebbe cancellata la data del 31 ottobre e speriamo che si arrivi alla reintroduzione del permesso umanitario».

A CASERTA ieri pomeriggio la rete solidale ha tenuto un presidio: «Lasciateci Respirare» la parola d’ordine per chiedere che gli spazi pubblici abbandonati vengano affidati ai cittadini e alle associazioni tramite il regolamento dei Beni comuni; la stipula dei Patti di Collaborazione per gli spazi verdi ancora chiusi e incustoditi; l’attivazione dei programmi di Utilità collettiva per i percettori di Reddito di cittadinanza.

Soprattutto, chiedono «una vera emersione dall’irregolarità». Al presidio c’erano i lavoratori dell’edilizia e quelli della ristorazione, esclusi dal decreto. «Thomas Daniel aveva 41 anni, una famiglia, veniva dalla Liberia, viveva a Castel Volturno – raccontano -. È morto per un crollo nel cantiere abusivo in cui stava lavorando, nel quartiere napoletano di Pianura, per 30 euro. Neppure lui sarebbe rientrato nella regolarizzazione».

 

FONTE: Il Manifesto del 27 giugno 2020

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