Covid-19: IL BUON SUPERAMENTO

I finanziamenti europei da Covid-19 vanno investiti oculatamente nell’industria e segnatamente nella grande industria, sostiene la grande industria italiana. Ma il tema di cui in realtà si parla in tutto il mondo è – che piaccia o meno – quello di un superamento del capitalismo.

 

di Andrea Ermano

Nei confronti della “politica” il nuovo capitano dei capitani d’industria parla senza peli sulla lingua. E vabbè che adesso va di moda l’elicottero monetario, ma mica si può scialacquare il denaro pubblico così, con questi finanziamenti a pioggia tipo vestire gli ignudi, dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati eccetera… Sembrano le tirate dei leghisti sui clandestini che non hanno mai fatto niente per noi italiani (a parte i raccolti di pomodori in cambio di pochi euro e molte bastonate).

    A proposito di euro e bastonate: questo governo deve proprio smetterla di fare i capricci, a quanto pare. Questo governo è una schifezza, composto da incapaci e sostenuto da un coacervo di ircocervi. E guai a non attingere al fondo del Meccanismo europeo di stabilità (MES). Lo Stato aumenterebbe il debito, i poteri forti si aggiudicherebbero le ripartizioni di spesa, il popolo lavoratore pagherebbe con le tasse gli interessi sul debito accresciuto, l’evasione fiscale resterebbe un sacramento, la patrimoniale un sacrilegio, e chi ha avuto ha avuto.

    Dopodiché, i ricchi potranno sempre aiutare lo Stato comprando immobili dismessi e crediti irredimibili a condizioni super-vantaggiose.

    Con il Meccanismo europeo di stabilità dicono che risparmieremmo una decina di miliardi d’interessi nel giro di qui al 2030. Ma, se è solo per questo, l’evasione fiscale comporta ogni anno una perdita di entrate undici volte tanto (senza contare che la nostra tassazione sui patrimoni e le successioni dei ricchi si colloca diversi miliardi l’anno al di sotto degli standard franco-tedeschi).

    Appartiene alla natura dei ricchi reclamare sempre più ricchezza, sostenendo di essere loro gli unici a saperci fare, con il denaro. Solo loro sono capaci di aumentare la ricchezza, secondo loro. Ma di quale ricchezza stiamo parlando? E della ricchezza di chi? «La verità, semplice e banale, è che oggi abbiamo molti più miliardari rispetto a trent’anni fa ma molta meno crescita economica», avverte il grande economista Thomas Piketty di fronte al panorama disastrato dell’Occidente d’oggidì. E, se consideriamo un più lungo periodo, l’esperienza storica e la dottrina economica lo hanno ampiamente dimostrato: che in assenza di benessere condiviso un sistema tende ad arretrare. E allora gli standard di vita, anche i più elevati, non possono che subire un effetto negativo, dapprima sul piano intersistemico (vedi alla voce geo-politica), poi via via in termini di deterioramento delle condizioni materiali e infine anche di decadenza dei costumi. E noi dovremmo ben saperlo, se riuscissimo a imparare qualcosa dalla storia.

    Dati alla mano, Piketty constata che: «Tra gli anni 30 e gli anni 80 del secolo scorso, l’aliquota più alta, quella per la frazione maggiore della ricchezza, era pari all’80% circa. In quel periodo l’economia è cresciuta due volte tanto quanto è cresciuta nei quarant’anni successivi e la produttività era alle stelle, mentre ora è stagnante», prosegue Piketty: «L’aumento della disuguaglianza, secondo la narrativa attuale avrebbe portato più innovazione e più crescita, ma noi non l’abbiamo vista. La promessa di Reagan, che tutti avrebbero vinto, con più disuguaglianza, è stata semplicemente tradita».

    Insomma, il capitalismo è un sistema economico fondato sull’aspettativa (irrealistica, ideologica) che dall’egoismo sfrenato possa nascere non già un temibilissimo stato di guerra tutti contro tutti, bensì una sorta di magico tramutamento dei vizi privati in pubbliche virtù. La realtà non funziona così, anche se è difficile spiegarlo a quelli la cui accumulazione dipenda dal non capirlo.

    Quindi il problema “moderno” è e resta quello di un superamento del capitalismo.

    Ma la questione del superamento del capitalismo si chiama questione socialista. E la vera e propria guerra civile consumatasi all’interno del mondo socialista dal 1917 al 1992, durante il “secolo breve”, ha riguardato – come già disse Filippo Turati a Livorno – il dilemma tra dittatura e libertà, cioè tra il culto della violenza da un lato e la cultura della politica dall’altro.

    Chi ha creduto che la violenza, cioè l’uso ‘fattizio’ della forza, potesse essere l’ultima parola del materialismo volgare sulla vicenda umana, ha edificato un dio che è fallito.

    Ma sbagliavano anche coloro i quali, dopo la caduta del comunismo, hanno proclamato la fine della storia, ritenendo superata la questione socialista. Sbagliavano di grosso perché questa questione non può essere superata prima del superamento del capitalismo. E voi non potrete superare questo superamento finché non lo avrete realizzato, ammoniva Karl Korsch.

    «La verità è che per avere più prosperità economica devi avere un’economia più inclusiva», sostiene Thomas Piketty (in un’intervista con Francesco Cancellato): «Questa per me è la via giusta per superare il capitalismo».

    Domanda che sorge spontanea: e quale sarebbe la “via sbagliata”?

    Anche su questo punto la risposta di Piketty appare convincente: «Distruggere il sistema senza pensare a quel che verrà dopo. Che è quello che è successo durante la rivoluzione bolscevica, che di fatto è stata la presa di potere di un clan che ha tenuto per sé tutti i diritti di proprietà e ogni potere di decisione politica. Tutto centralizzato».

    Il nuovo “socialismo partecipativo”, che Piketty propone nella sua ultima summa (Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020, pp, 1200, € 25, vai al sito), è completamente diverso dalla centralizzazione bolscevica: «Esso si basa sulla decentralizzazione e sulla distribuzione della proprietà e del potere decisionale. Una società scalabile attraverso la formazione, in cui tutti partecipano alle decisioni, in cui le rendite di posizione come le ricchezze ereditate finanziano beni pubblici attraverso la progressività della redistribuzione fiscale. È un socialismo che si fonda su una proprietà privata di grandezza relativa. Non sui soviet».

    Sul tappeto del dibattito politico è molto attuale proprio il tema della compartecipazione – “consiliare”, ma non “sovietica” – di lavoratrici e lavoratori al governo delle imprese. Si tratta di una proposta propugnata dallo stesso Piketty, oltre che da migliaia di economisti e intellettuali in tutto il mondo: «Si potrebbe porre un limite del 10% a ciascun azionista di una società per azioni, qualunque sia la sua percentuale di quote», è la proposta di Piketty su questo punto: «E lo faremmo sfidando la sacralità della proprietà privata, perché una struttura più bilanciata del potere economico porta benefici alla società, e lo sappiamo perché è già successo. Per di più viviamo in una società estremamente istruita: l’idea che le idee migliori possano venire solo a quell’individuo singolo di 30, 50, 70 o 90 anni che controlla quella società è semplicemente assurda» (leggi anche l’Appello per il futuro del lavoro dopo la pandemia, democratizing work).

    Oltre a ciò sono collegate a un uso ragionevole della prospettiva “consiliare”, ma non “sovietica”, del nuovo socialismo contemporaneo anche la questione dell’empowerment, cioè della partecipazione attiva delle persone al governo delle città e dei territori su cui tanto si è speso il grande sociologo canadese Marshall McLuhan e sulla quale è tornato anche lo storico israeliano Yuval Harari in un saggio recentemente apparso sul Financial Times.

    Ma nello stesso campo gravitazionale orbita anche la prospettiva di un passaggio dal volontariato giovanile alla leva civile cui ha accennato di recente Romano Prodi in un suo editoriale sul Messaggero di Roma: «Perché (parlando di più lungo periodo) non estendere il volontariato fra i giovani fino a farlo diventare obbligatorio come servizio civile?». Già, perché no?

    Quest’ultimo tema è a nostro giudizio molto importante perché investe la questione dello stato e del governo. Qui si entra nella vecchia idea di Ernesto Rossi, oggi di nuovo attualissima, il quale sotto l’egida di un “esercito del lavoro” immaginava strutture “consiliari”, ma non “sovietiche”, molto dinamiche, atte ad affrontare i complessi problemi economici e sociali di un’opera vasta di ricostruzione che (come furono il New Deal negli USA e il Piano Marshall in Europa occidentale) si renda necessaria contestualmente all’apertura di una fase post-traumatica.

 

FONTE: L’Avvenire dei Lavoratori – Zurigo

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