Leonardo Zanier, sindacalista e poeta

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Michele Colucci al libro Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta di Paolo Barcella e Valerio Furneri, uscito per Carocci.

di Michele Colucci

La Carnia è una terra che si muove, dove i rischi sismici sono conosciuti e temuti. Non solo si muove, di continuo e incessantemente, ma è incastonata in un reticolo di confini e di frontiere che – anche loro – si sono spostati di frequente, generando molteplici conseguenze sui suoi abitanti. Chissà se anche la tendenza geologica alla mobilità e la prossimità ai confini hanno influito sulla straordinaria propensione degli abitanti della Carnia alle migrazioni. Quello che è certo è che l’impatto dell’emigrazione sulla regione, nelle tante stagioni in cui il fenomeno si è manifestato, è stato fortissimo, fino a plasmare in modo decisivo le culture, le vite, la terra, i rapporti politici e sociali.

Leonardo Zanier ha vissuto direttamente e in prima persona tutte le stratificazioni locali, nazionali e internazionali dell’esperienza migratoria, tenendo sempre come baricentro e come punto di riferimento il territorio della Carnia, che non era per lui semplicemente una “zona di partenza” ma un luogo in cui tornare di continuo, uno stimolo culturale e linguistico, una sfida politicapiena di significati da svelare e da conquistare di volta in volta, usando gli strumenti della letteratura, quelli della ricerca o quelli della dialettica politica. Questa appartenenza così viscerale e così intensa alla sua regione non si può in alcun modo scindere da un’altra appartenenza, altrettanto forte e profonda: la militanza nelle organizzazioni del movimento operaio, la fiducia nella possibilità di trasformare le condizioni materiali di quell’esercito sterminato di lavoratori e lavoratrici che come lui dalla sua regione si erano messi in cammino alla ricerca di dignità e di riscatto. E a fianco all’appartenenza regionale e alla consapevolezza politica non dobbiamo dimenticare il rapporto continuo e strettissimo con la Svizzera, dove Zanier è sbarcato come lavoratore emigrato alla fine degli anni cinquanta iniziando un lento e inesorabile percorso di radicamento che lo ha visto passo dopo passo diventare uno dei punti di riferimento più importanti del variegato mondo dell’associazionismo italiano, all’interno di una stagione di conflitti durissima.

La biografia politica, professionale e intellettuale di Zanier qui meticolosamente ricostruita da Paolo Barcella e Valerio Furneri si può effettivamente ricondurre a questi tre poli: la Carnia, la Svizzera, la militanza sociale e politica. Il vastissimo spettro delle attività svolte da Zanierruota attorno a questi tre assi, che anno dopo anno vengono riempiti e innervati di nuovi percorsi: il lavoro, attorno a cui ruotano gran parte delle vicende che lo hanno visto protagonista, la scuola e la formazione, la scrittura, la poesia, le lotte combattute a fianco degli emigrati italiani, le battaglie intraprese in Friuli per riscattare un territorio abbandonato e sempre più spopolato.

Il ritorno alla biografia dei militanti politici rappresenta neipiù recenti sviluppidella storiografia una delle esercitazioni più ricche di stimoli e di prospettive, soprattutto per quanto riguarda il contesto italiano e gli anni riconducibili alla seconda metà del Novecento. Attraverso le biografie è infatti possibile entrare in profondità nelle pieghe delle organizzazioni, delle vertenze, delle cesure che compongono l’ossatura della storia italiana più recente, svelando le caratteristiche salienti non solo delle persone ma anche dei luoghi dove i militanti hanno agito. Le particolari condizioni storiche che hanno reso possibile il dipanarsi di biografie in cui vita e militanza si intrecciano e si confondono sono infatti strettamente collegate allo straordinario radicamento che i soggetti politici avevano nei luoghi in cui operavano. Si tratta di veri e propri “uomini-territorio”, che conoscevano palmo a palmo le città, i paesi, le regioni, i quartieri dove svolgevano le proprie attività politiche e sociali. Nel caso di Zanier il radicamento territoriale non è dentro un unico luogo ma opera in contesti diversificati, prima in Friuli e poi in Svizzera, mantenendo inalterata la capacità di incidere nella realtà partendo dalla sua conoscenza approfondita e meticolosa, anche in un contesto mobile per definizione come quello migratorio.Questo volume su Zanier viene pubblicato a pochi mesi di distanza da altri due libri, tra i tanti che si potrebbero ricordare, che hanno scelto di descrivere biografie di “uomini-territorio”: il volume su Aldo Natoli di Ella Baffoni e Peter Kammerer e quello su Pio La Torre curato da Tommaso Baris e Gregorio Sorgonà[1]. Sono soggetti lontanissimi geograficamente da Zanier: la vicenda di Natoli si sviluppa dentro la città di Roma e in particolare dentro i suoi quartieri di periferia mentre quella di La Torre ha come centro la Sicilia e in particolare la provincia di Palermo. Ma i punti di contatto tra le tre vicende non mancano: l’appartenenza alle organizzazioni di massa del movimento operaio, l’attenzione alla ricerca e all’inchiesta, l’importanza attribuita alla dimensione della pianificazione urbana e territoriale, la centralità del lavoro e in particolare del lavoro edile, la necessità di tenere insieme vertenzialità sindacale e prospettiva politica, la capacità di costruire alleanze andando oltre i blocchi sociali di riferimento, la tendenza a intercettare – cercando di anticiparle – le grandi trasformazioni economiche e sociali, le numerose conquiste strappate nelle rispettive stagioni di mobilitazione.

Paolo Barcella e Valerio Furneri hanno scelto di dividere in due parti il volume. La prima parte è dedicata alla ricostruzione del percorso biografico di Zanier (1935-2017), mentre nella seconda viene affrontata la sua produzione poetica. Entrambe le prospettive vengono elaborate a partire dalla consultazione di una mole davvero impressionante di fonti, che colpiscono per la loro articolazione e diversità: schedature della onnipresente polizia svizzera, appunti e riflessioni del protagonista, contributi di critica letteraria, programmi di lavoro nell’ambito dei progetti di formazione, articoli della stampa quotidiana, brani di poesia e di prosa, corrispondenze con intellettuali ed esponenti del sindacato, solo per citare alcune tipologie. I due autori hanno saputo valorizzare con grande maestria un materiale non facile da maneggiare, riuscendo a ricomporre in una narrazione avvincente e puntuale i tantissimi tasselli del mosaico-Zanier.

La sezione dedicata alla ricostruzione biografica muove dalla crescita e formazione del protagonista durante il fascismo, la guerra e il dopoguerra passando poi alle prime tappe migratorie in Marocco, il ritorno in Friuli e la precocissima esperienza come insegnante e coordinatore della scuola professionale di Comeglians, la nuova partenza per la Svizzera, le esperienze lavorative e sindacali, l’impegno nelle realtà associative dedicate alle comunità italiane.

Zanier vive intensamente e in prima persona le vicende durissime dell’emigrazione italiana nella Confederazione. La sorveglianza poliziesca, la repressione delle iniziative politiche e sindacali, le proibitive condizioni di lavoro, la rigidissima politica migratoria, la precarietà alloggiativa: la congiuntura del ventennio compreso tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni settanta presenta i tratti di un sistema spietato, immaginato per estrarre al massimo le capacità lavorative della manodopera straniera riducendone al minimo i diritti e le aspettative. Pur movendosi in un contesto così apparentemente sfavorevole, Zanier grazie alla sua intelligenza politica e organizzativa riesce a incunearsi negli ingranaggi della macchina della politica migratoria, puntando a rovesciare tutti quegli elementi che portavano la manodopera italiana a perpetuare una condizione di perenne debolezza. La sua scelta è chiara fin dai primi anni sessanta: puntare sull’istruzione e la formazione, con lo scopo di migliorare la preparazione tecnica, avere più strumenti per potersi rapportare alle controparti imprenditoriali e politiche, fornire un punto di riferimento alle giovanissime generazioni figlie dell’immigrazione stagionale, combattere le discriminazioni. Zanier inizia quindi ad aver un ruolo di primissimo piano nelle Colonie libere (organizzazioni di mutuo soccorso legate alla sinistra attive da decenni nel paese), nelle strutture della Cgil sul territorio confederale e nel tessuto dell’associazionismo italiano. Il coronamento del suo sforzo di ricomposizione è rappresentato dalla nascita e dall’affermazione in Svizzera dell’Ecap, l’organismo di formazione della Cgil, che diventa un eccezionale strumento di emancipazione, prima per i lavoratori italiani e poi per generazioni di altre comunità straniere.

Anche grazie a Zanier le organizzazioni legate all’immigrazione straniera compiono nel 1970 un vero e proprio capolavoro politico. Quando in Svizzera l’ondata xenofoba trova nelle proposte di James Schwarzenbach un percorso politico e un consenso di massa si giunge a un contestatissimo referendum, previsto per il 7 giugno 1970. I cittadini sono chiamati a esprimersi sulla possibilità di irrigidire ancora di più le politiche migratorie arrivando a perseguire giganteschi rimpatri di massa. L’associazionismo italiano decide di giocarsi la partita fino in fondo e avvia una capillare campagna finalizzata a sconfiggere nelle urne referendarie la proposta. Campagne, montagne, villaggi, piccole e grandi città vengono attraversate dagli attivisti, che raccontano le proprie esperienze migratorie e cercano di disinnescare la bomba xenofoba. Complice anche lo scetticismo di una parte importante del mondo imprenditoriale (preoccupato di non poter più contare sugli immigrati), dopo una campagna elettorale durissima Schwarzenbach perde il referendum.

Il volume di iniziative pensate per sostenere l’immigrazione in Svizzera è davvero notevole e nel caso di Zanier va inquadrato alla luce dell’impegno parallelo per rivitalizzare le aree di partenza, quei territori friulani, la Carnia in particolare, che anche a causa dello spopolamento avevano perso coesione e potenzialità di sviluppo. L’azione di Zanier si concentra quindi anche sulla Carnia e conosce un rafforzamento improvviso a seguito del terremoto del 1976. Gli sforzi per rilanciare a livello economico e sociale il territorio vengono concepiti da Zanier dentro la medesima cornice con cui aveva avviato, in Svizzera, il lavoro a fianco al mondo dell’immigrazione: partire dalla formazione, dal saper fare, dalla valorizzazione del patrimonio umano e naturale. In questa ottica viene messo in piedi il progetto di un “albergo diffuso”, pionieristico percorso di turismo sociale immaginato per rilanciare l’economia puntando su un modello sostenibile, coinvolgendo anche coloro che in quanto emigranti avevano lasciato il territorio ma che potevano essere considerati veri e propri agenti di sviluppo. Ma l’azione di Zanier non si ferma alla Carnia, prosegue ancora con nuovi incarichi in Svizzera e, siamo già tra gli anni ottanta e novanta, coinvolge anche altre comunità straniere, allargando la base degli utenti dell’Ecap anche a tutto il resto dell’immigrazione, che intanto aveva cambiato di segno coinvolgendo non più prevalentemente i paesi dell’Europa meridionale come l’Italia ma anche i Balcani, il Nordafrica, il Medio oriente.

La seconda parte del volume è dedicata allo Zanier poeta. Come sottolineano più volte gli autori le scelte poetiche sono da leggere in strettissimo collegamento con le scelte politiche, a partire da quella che nell’Italia degli anni cinquanta-sessanta è una vera e propria scelta di rottura: l’uso del dialetto. Zanier pubblica la sua prima raccolta di poesie nel 1964. Il titolo del volume è già un programma, letterario e politico: Libers…di scugnîlâ. Letteralmente si può tradurre come “Liberi…di doverpartire”. Come sottolineano gli autori si tratta di un titolo solo apparentemente paradossale. La scelta dell’emigrazione per Zanier, raccontata e descritta nelle poesie, non è solo una scelta di costrizione ma è anche una scelta di riscatto. E lo stesso uso del dialettoè rivendicato dentro un percorso di emancipazione: si presenta infatti come uno strumento di riappropriazione, nell’ottica di poter raggiungere le corde più intime e più sensibili di coloro che come l’autore conoscevano il dialetto friulano e lo consideravano come un elemento decisivo della propria appartenenza culturale. Il dialetto in Zanier – proprio come l’emigrazione – viene concepito non dentro una cornice di ripiegamento nel privato, nella sfera della nostalgia e in fondo della rassegnazione ma viene scelto come strumento di liberazione: proprio per questo le sue poesie sono lette, apprezzate, imparate, diffuse negli strati più bassi della popolazione, non solo emigrata. In molti si accorgono di lui anche nel mondo delle lettere e della cultura più “alti”, citiamo tra tutti Tullio De Mauro. Ma per lungo tempo la sua scelta dialettale lo porterà a essere considerato come un autore minore, mentre la sua fama cresce e lo porta a pubblicare, dopo alcune ristampe della prima, una seconda raccolta nel 1976, Che Diaz… us al meriti, seguita nel 1981 da Sboradura e sanc, volume che compare nella collana “L’Italia della Italie” diretta proprio da Tullio De Mauro presso l’editore Nuova Guaraldi.

Zanier a partire dagli anni ottanta rafforza la sua produzione letteraria e alle prime tre raccolte seguono molti altri volumi: si impone in modo originale nel panorama letterario nazionale e internazionale. I suoi componimenti raccontano di partenze e ritorni, di viaggi, di montagne e pianure, di sogni e di speranze, di agricoltura e di allevamento, di paesaggi e di lavoro. Si tratta di una produzione sterminata: questa biografia potrà indubbiamente contribuire a farla apprezzare e conoscere ancora di più. E potrà sicuramente rafforzare uno sguardo nuovo verso le migrazioni, il territorio e il lavoro di cui oggi c’è un grande bisogno: uno sguardo non paternalista, attento a riconoscere la dignità delle persone e le infinite potenzialità della voglia di riscatto e di emancipazione. D’altronde “non c’è nessuna contraddizione tra il saperci tutti diversi e tutti fratelli”, come affermò proprio Zanier rispondendo a un’intervista nel 2010. “Nelle tue liriche – chiedeva l’intervistatore – si mescola un bisogno quasi radicale di andare oltre i limiti imposti dalla società capitalista,- che ci relega nel ruolo di stranieri-stagionali anche in patria -, con un legame quasi stifteriano con la tua terra d’origine, con la tua Heimat. Un bisogno di socialismo e di abbattimento delle barriere nazionali che però finisce per far cozzare il naso contro i confini eretti dagli odori degli alti pecci millenari. Come coniugare la libertà per tutti con i profumi di un luogo particolare?

“Ovunque ci sono pecci millenari – rispose Zanier. Se non sono pecci saranno ulivi o palme o baobab o filari di gelsi o filari di olivi, o campi di riso. I luoghi, e i profumi particolari credo siano miliardi, ognuno ne “possiede” almeno uno o se è fortunato, se ha girato il mondo, altri se ne aggiungono. Lo stesso luogo credo sia vissuto in modo particolare e diverso da ognuno che a quel luogo appartiene e si è insediato nei suoi neuroni. Occorrono manipolazioni formidabili per farli apparire identici. Non c’è nessuna contraddizione tra il saperci tutti diversi e tutti fratelli[2]”.

[1] E. Baffoni – P. Kammerer, Aldo Natoli. Un comunista senza partito, Edizioni dell’asino, Roma, 2019; T. Baris – G. Sorgonà, Pio La Torre. Dirigente del Pci, Istituto poligrafico europeo, Palermo, 2018.

[2]https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/furlanie/carnia-kosakenland-kazackaja-zemlja/leonardo-zanier-un-lirico-friulano-sopra-il-pelo-della-lingua/file

 

FONTE: http://www.minimaetmoralia.it/

 

 

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