“250mila: in 10 anni l’Italia ha perso una città” (da La Repubblica)

“Emilio fa il cuoco nel cuore di Parigi. Francesca è volata a Barcellona per diventare archeologa. Lorenzo ha aperto una start-up in Francia. Ilaria fa la cameriera in Inghilterra, ma sogna di cantare. È la “meglio gioventù” che lascia l’Italia: 250 mila ragazzi persi negli ultimi dieci anni. È come se di colpo fosse sparita dalle mappe una città grande come Verona. E con i nostri ragazzi si volatilizza oltre un punto di Pil: ben 16 miliardi di euro. Ma chi sono i fuggitivi? Hanno meno di 34 anni, sono per lo più lombardi, siciliani, veneti, laziali e sono diretti al nord: Inghilterra e Germania le mete preferite. A fotografare la grande fuga è il Rapporto 2019 sull’economia dell’immigrazione, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa, che verrà presentato a Palazzo Chigi l’8 ottobre”. Ad anticiparne qualche dato è Vladimiro Polchi sul quotidiano “la Repubblica”.

 

“Tra i 15 e i 34 anni — scrivono i ricercatori — negli ultimi dieci anni abbiamo perso quasi 250 mila ragazzi, al netto di quelli rientrati”. Emilio Giagnoni è uno di loro: 29enne di Olbia, dopo aver studiato in una scuola di cucina vicino a Parma, ha trovato il successo in Francia.
Oggi è sous-chef del ristorante stellato del Four Seasons di Parigi: “qui prendo uno stipendio che nessuno in Italia mi darebbe. Per non parlare delle occasioni di carriera”. Il lavoro resta infatti il motivo principale delle partenze.
Non è un caso se in Italia il tasso di occupazione dei ragazzi (15-24 anni) si attesta al 17%, mentre tra i giovani italiani residenti all’estero balza addirittura al 51%. Per quanto riguarda le regioni di provenienza, quasi un quinto di chi ha lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni viene dalla Lombardia. Seguono le partenze da Sicilia, Veneto e Lazio, con oltre 20 mila emigranti ciascuno. Da notare che questi flussi non comprendono le migrazioni interne al Paese, dal Sud al Nord Italia.
Da Padova è partita Francesca D’Agostini, 26enne, con una laurea in Scienza per la conservazione dei beni culturali: “la mia borsa di ricerca non l’ho vinta in Italia, ma a Barcellona. Qui studio archeobotanica: l’analisi dei resti organici nei siti archeologici”.
In attesa di capire se la Brexit frenerà le partenze, resta Londra la meta più ambita dai giovani italiani (scelta da oltre il 19% di chi è partito negli ultimi dieci anni). Al secondo posto la Germania, seguita da Svizzera e Francia. Tra le prime destinazioni compaiono anche Paesi extraeuropei: Usa, Brasile, Australia.
In Inghilterra è volata Ilaria Delle Monache, 26enne bresciana, che studia per diventare cantante: “in Italia lavoravo come barista. Ho mollato tutto e un anno fa sono arrivata a Hastings. Oggi campo facendo la cameriera, ma mi esibisco sempre più spesso sia come solista pop, che con la mia band di latin-soul”.

Ma quanto ci costa la fuga dei ragazzi?
“Possiamo affermare — si legge nel rapporto Moressa — che i 250 mila giovani ci costano 16 miliardi di euro (intesi come mancato Pil prodotto dal loro lavoro), senza contare l’investimento fatto dalle famiglie e dallo Stato per la loro istruzione e formazione”.
È il caso di Lorenzo Sciotti, 33enne romano, laureato in Giurisprudenza. A 26 anni è arrivato a Parigi inseguendo la ragazza, che poi avrebbe sposato. Qui, dopo aver trovato lavoro con contratto a tempo indeterminato in una start-up francese, apre la sua società: “affittiamo oggetti che vengono usati poco e che non conviene più comprare, da grandi barbecue a kart per feste di bambini. In Italia non ce l’avrei fatta, non tanto per le difficoltà burocratiche e finanziarie, ma, ed è triste dirlo, perché in Italia neppure mi sarebbe venuta in mente l’idea”.

 

LA PAROLA AL SOCIOLOGO/ ASHER COLOMBO (DOCENTE A BOLOGNA): “QUESTO PAESE NON DÀ RISPOSTE ALLA RICHIESTA DI MERITOCRAZIA”
“C’è un popolo in fuga, fatto di ragazzi e ragazze spesso con un livello di istruzione alto, che l’Italia rischia di perdere per sempre”.
Per Asher Colombo, docente di Sociologia delle migrazioni internazionali all’università di Bologna, lo “scandalo” è che “prima il Paese spende per l’istruzione e la formazione dei suoi giovani e poi non si preoccupa di trattenerli, né tantomeno di farli tornare a casa”.

 

Ma l’Italia non è stato sempre un Paese d’emigrazione?
“Sì, ma quella di oggi è un’emigrazione ben diversa da quella degli anni 50. Qui non partono i più poveri, ma sempre più spesso chi ha una formazione medio-alta e aspirazioni di crescita non soddisfatte dal Paese in cui vive”.

Cosa cercano all’estero i nostri giovani?
“Il merito. In Italia è infatti cresciuta una generazione che alla domanda di una maggiore meritocrazia nel mondo del lavoro, non riceve risposta. Sono ragazzi che accettano la sfida di lasciare casa per andare all’estero, dove le relazioni e le parentele contano un po’ meno”.

Ma poi tornano in Italia?
“La circolazione dei giovani è tipica del mondo anglosassone e dei Paesi del Nord Europa: si va fuori, si fa esperienza e poi si torna ai luoghi d’origine. Da noi il rientro è molto più difficile, perché si rischia di non poter valorizzare quanto si è fatto all’estero”.

Cosa rischia di perdere il nostro Paese?
“Perde un capitale umano fondamentale. Il nostro Paese investe per istruire questi ragazzi. La formazione in Italia, anche a livello universitario, resta infatti molto competitiva”.

Chi prende il posto di chi va via? Gli immigrati?
“Assolutamente no. I giovani che vanno via non vengono sostituiti dagli immigrati, che continuano a svolgere mansioni scarsamente qualificate. La verità è che questi restano due mercati del lavoro completamente diversi”. ù

 

FONTE: La Repubblica del 29/9/19 

 

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