Marco Grispigni, candidato indipendente al Senato in Europa con Liberi e Uguali.

Chi sono – Marco Grispigni nato a Roma 60 anni fa; vivo a Bruxelles dal 2000 e lavoro alla Commissione europea. Vivo con due figli e una compagna spagnola.

In Belgio ho fatto politica attiva in Sinistra ecologia e libertà (Sel) ma soprattutto nell’associazionismo. Faccio parte della Filef Nuova Emigrazione Belgio e, dal 2015, sono consigliere del Comites Bruxelles, Brabante e Fiandre, eletto con la lista “Comites è partecipazione”.

Sono candidato al Senato, come indipendente, nella lista “Liberi e Uguali” con Pietro Grasso per la circoscrizione Europa.

Quando arrivano le elezioni tutti si ricordano degli italiani all’estero e cominciano con la sfilza di promesse sulle tasse, sulla Rai, sui servizi consolari. Sono tutti per la difesa dei diritti dei nostri connazionali e per una cittadinanza europea, anche quelli che poi in Italia gridano contro “l’invasione” dei migranti, la “scomparsa” della nostra cultura e che scimmiottando il presidente americano Trump ripetono “prima gli italiani”.

Noi siamo diversi, vogliamo mettere al centro della nostra campagna elettorale l’accoglienza e la  solidarietà, il diritto al lavoro e a una remunerazione equa, alla salute, all’ambiente, alla casa, alla cultura, all’istruzione: tutto questo, però, in una logica di reciprocità.

Noi candidati della lista Liberi e Uguali per la circoscrizione Europa viviamo tutti, chi da molti e chi da pochi anni, in uno dei paesi europei che fanno parte della nostra circoscrizione elettorale. Tutti noi un giorno abbiamo deciso, o abbiamo dovuto, lasciare le nostre città, cambiare modo di vivere, amici, lingua, panorami. Siamo emigrati. Fortunatamente da più di 70 anni non per ragioni politiche, come richiedenti asilo. L’abbiamo fatto, nella maggior parte dei casi, per ragioni economiche, come molti di quei disperati che muoiono nell’enorme cimitero che è diventato il mar Mediterraneo, oppure si ritrovano rinchiusi nei lager libici.

Da alcuni anni ormai vediamo arrivare sempre più connazionali, cacciati dai loro posti di lavoro, oppure stanchi di passare da un ‘lavoretto’ precario a un altro senza nessuna speranza di stabilità e senza nessuna possibilità di avere un progetto di vita che vada al di là del mese successivo. Più di trecentomila persone lo scorso anno.

Non si sono accorti del milione di posti di lavoro creati dal job acts. Hanno invece vissuto sulla loro pelle 680 milioni di ore di lavoro in meno rispetto a prima della crisi. Meno ore lavorate significa meno salario, contratti part time, impossibilità di arrivare alla fine del mese, per molti quindi emigrare.

Noi ci rivolgiamo a queste persone, a chi ormai tanti anni fa oppure adesso, di nuovo come tanti anni fa, è stato costretto ad abbandonare il proprio paese per cercare un posto dove vivere una vita degna.

Ci rivolgiamo a loro, ai molti e non ai pochi, che in questi anni di crisi hanno visto i loro diritti, i loro salari, le loro condizioni di vita peggiorare, mentre altri, in Italia e nel mondo, diventavano sempre più ricchi.

Con questi molti noi vogliamo lottare per:

Il diritto alla mobilità, per i cittadini europei (in modo particolare per i nostri connazionali che vivono in Inghilterra, dopo il Brexit), come per tutti i migranti.

Il rifiuto delle pratiche di respingimento e delle espulsioni (fenomeno che tocca anche i cittadini europei), che riducono l’essere umano esclusivamente a parametro economico.

La garanzia delle protezioni sociali, secondo un principio di reciprocità. Non possiamo difendere i nostri diritti all’estero, se il nostro paese rifiuta di rispettare quelli di chi arriva, vive, lavora, frequenta le scuole in Italia, come per la triste vicenda dello “ius soli”.

Il sostegno alle politiche d’integrazione, che non significa solo la battaglia in difesa dei servizi consolari o della lingua italiana, ma anche sostegno all’apprendimento della lingua del paese di accoglienza, informazioni e tutela del lavoro per i nuovi arrivati, integrazione e partecipazione alla vita politica, associativa, culturale, sociale e sindacale dei paesi di accoglienza.

La revisione dell’intero sistema della rappresentanza degli italiani all’estero, dall’elezione dei parlamentari fino agli organismi come il Cgie o i Comites, per ridare energia e slancio a forme di partecipazione reale nei corpi intermedi.

 

 

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