
Il diritto d’asilo nell’Unione europea viene praticamente negato e consegnato ai paesi terzi.
di p. Lorenzo Prencipe (CSER)
Il 10 febbraio 2026, il Parlamento dell’Unione europea (sempre più anti-migranti), con l’obiettivo di consentire un esame più rapido delle domande di asilo nell’UE ha approvato due regolamenti: la creazione di un elenco comune dei paesi di origine sicuri e l’adozione del concetto di paese terzo sicuro.
L’elenco dei paesi di origine sicuri permette di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate da cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia, oltre a quelle di cittadini dei paesi candidati all’adesione all’UE (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Kosovo, Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Serbia, Turchia, Ucraina). D’ora in poi, sarà il singolo richiedente a dover dimostrare che tale disposizione non dovrebbe applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio.
Per quanto riguarda il concetto di paese terzo sicuro, gli Stati membri dell’UE potranno applicarlo a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione a livello UE inammissibile, sia se c’è un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili, sia se il richiedente, prima di arrivare nell’UE, è transitato da un paese terzo dove avrebbe potuto richiedere la protezione e sia se c’è un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.
Allo stesso tempo, il ricorso del richiedente contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà più automaticamente una decisione di rimpatrio.
I due regolamenti, una volta formalmente adottati dal Consiglio dei capi di Stato e di governo, modificano il Patto su migrazione e asilo, adottato dal Parlamento nell’aprile 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026.
In sintesi: un richiedente asilo, anche se ha parenti in uno Stato membro, viene rispedito in un altro paese, in qualche parte del mondo, solo perché con tale paese si è stipulato un accordo, anche se si tratta di un paese dove non è mai stato e con il quale non ha alcun legame; oppure un altro richiedente asilo, viaggiando legalmente in uno Stato membro, viene rispedito in un terzo paese dove è stato in transito nell’aeroporto. Tutto ciò senza ricorso effettivo, ovvero con effetto sospensivo.
E di tutto questo si sono ovviamente rallegrati, in Italia, sia la Presidente del Consiglio affermando che «anche in Europa il vento è cambiato ed è cambiato grazie a noi. Bisogna continuare a battere la strada che abbiamo indicato» sia il suo ministro dell’Interno che non ha esitato a definire un «grande successo del governo italiano che ha saputo con determinazione e convinzione far valere le proprie posizioni in materia di migrazione in Europa».
Il governo italiano rincara la dose: guai a migranti e richiedenti asilo!
L’11 febbraio 2026, con il varo del disegno di legge sull’immigrazione il governo italiano — non soddisfatto del giro di vite europeo — rincara la dose e mette sempre più nel mirino le ong che salvano vite migranti nel Mediterraneo con il “blocco navale”, vale a dire l’interdizione di attraversare le acque nazionali alle imbarcazioni che salvano migranti (per un periodo che va da 30 giorni fino a sei mesi) che scatterebbe quando il governo dovesse decretare (in maniera molto discrezionale) l’esistenza di minaccia terrorista, emergenza sanitaria o pressione migratoria eccezionale.
Tutto questo però in disprezzo del diritto internazionale che garantisce il salvataggio di vite in mare e lo sbarco, nel porto piu vicino e sicuro, di naufraghi e richiedenti asilo. Infatti, l’articolo 19 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dice che il passaggio inoffensivo di un’imbarcazione è un diritto e può essere interdetto solo quando la nave è impegnata in attività come uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.
Il ddl immigrazione rende sempre più arduo il riconoscimento della protezione complementare, quella concessa a coloro che pur non ottenendo l’asilo corrono rischi di persecuzione o tortura nei paesi di origine, con l’introduzione di altre quattro condizioni restrittive come il soggiorno regolare di almeno 5 anni, la conoscenza certificata della lingua italiana, la disponibilità di un alloggio adeguato e di risorse economiche sufficienti.
Allo stesso tempo, ignorando l’importanza della vita in famiglia, vero argine all’isolamento, alla precarietà e la tentazione delinquenziale, il governo decide di ostacolare sempre più i ricongiungimenti familiari introducendo criteri più stringenti per identificare i parenti che ne hanno titolo. Inoltre, destabilizza in maniera radicale il sistema di accompagnamento dei “minori non accompagnati” abbassando a 19 anni (finora era di 21 anni) il limite per l’inclusione in percorsi di accoglienza e integrazione.
Infine, vengono ampliati i reati che comportano l’espulsione dello straniero e vengono rinforzate le misure di controllo degli stranieri rinchiusi nei Cpr limitando sia il loro uso dei cellulari sia la possibilità ispettiva dei parlamentari. In fondo, nella percezione governativa, nazionale ed europea, i migranti e richiedenti asilo sono solo una minaccia da cui difendersi.
I valori fondativi traditi dell’Unione europea
L’Europa, antica “regina del mondo” dal Rinascimento alla fine della Prima Guerra mondiale diventa nel corso del XX secolo “damigella” del suo più potente erede, gli Stati Uniti d’America e dopo secoli di guerre infra-continentali, il cui apice è il secondo conflitto mondiale, comincia a rendersi conto di non essere più il centro dell’universo. Cerca, allora, di darsi un’identità europea, una economia condivisa, una politica comune, una cultura inclusiva.
Ecco la ragione per cui è stato possibile affermare che la storia d’Europa è storia di un lungo e graduale processo d’integrazione, inizialmente a livello religioso, poi culturale-giuridico e, infine, economico-politico. In tale ottica la storia europea non è stata tanto la giustapposizione delle diverse storie nazionali, ma soprattutto la nascita, la crescita ed i momenti di crisi dell’idea di costruire un’unità capace di superare le divisioni etniche, confessionali e nazionali.
Allo stesso tempo, la storia d’Europa e del suo processo di unificazione è stata anche storia di un rilevante movimento di masse umane sia all’interno dell’Europa, sia dall’Europa verso altri continenti, sia dall’estero verso l’Europa, che hanno contribuito e contribuiscono ancora insieme alla circolazione di beni materiali e culturali – a realizzare l’unificazione del continente.
In effetti, a partire dal secondo dopoguerra, nel processo di unificazione europea, emergono alcuni aspetti di fondo, come la questione storica dell’identità e delle “frontiere”, dei diritti fondamentali (economici, sociali, politici, culturali), della libera circolazione (di beni e persone), dell’adozione di politiche atte a garantire la coesione e l’interazione sociale, che coinvolgono in maniera particolare e, sempre più rilevante, i migranti (comunitari e non), considerati come “attori” (a volte “di primo piano”, sovente come “comparse”) del processo di unificazione europea e della costruzione di una società plurale e interculturale, giusta e rispettosa, unita nella diversità.
Oggi, in Italia e nell’Unione tutta, il riconoscimento della presenza e del rapporto dei migranti al processo di unificazione e integrazione europea subisce continui attacchi politici e culturali, caratterizzati da leggi e misure restrittive contro migranti e richiedenti asilo. Lo spirito inclusivo di una pacifica convivenza di popoli diversi che aveva ispirato i padri fondatori dell’Unione europea è reso sempre più irrilevante (se non chiaramente deriso) dalle narrazioni dominanti sulle migrazioni.
Ad ogni modo, nonostante queste pressioni securitarie di cui molta politica si nutre e di cui molti media si fanno portavoce, non possiamo non continuare a ritenere che qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere.
E per noi non può non essere una società in cui è sempre più necessaria, da un lato una migliore sensibilizzazione delle opinioni pubbliche affinché non prevalga la narrazione dell’invasione, della paura e del respingimento e, dall’altro, una efficace e condivisa azione di cooperazione internazionale, sostenuta anche economicamente, per garantire la protezione dei rifugiati (contro discriminazioni e respingimenti massivi e bensì con azioni positive d’integrazione), per sostenere i paesi di destinazione (assistenza finanziaria e tecnica per accoglienza e integrazione) e per arginare, nei paesi d’origine, le cause degli esodi umani (risoluzione dei conflitti, strategie di riduzione del rischio di disastri ambientali, progetti duraturi e a lungo termine di ritorno, reinsediamento e sviluppo integrale, in partenariato con i migranti di quei paesi e non contro di loro).
Solo in questo modo, come nel 1901 scriveva San Giovanni Battista Scalabrini al Papa Leone XIII, potremo capire e accettare «…che l’immigrazione è una risorsa straordinaria, un grande regalo per un paese…».
Roma, 13 febbraio 2026 CSER
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