
MANIFESTO POPOLARE DELL’EMIGRAZIONE
Il Patto Tradito con lo Stato
(Il fallimento delle istituzioni oltre confine)
Ci hanno sempre riempito la testa con la favola del patto di cittadinanza come un accordo a due vie: tu ti spacchi la schiena, produci, paghi le tasse e in cambio lo Stato ti garantisce dignità, tutela, ospedali che funzionano, scuole per i figli e sicurezza. Questo sarebbe il patto.
Ma per noi che siamo dovuti andare a vivere e lavorare oltre confine, questo patto lo Stato se lo è letteralmente fumato. Da noi pretendono solo doveri, ma quando si tratta di darci i nostri sacrosanti diritti, le istituzioni spariscono.
La cittadinanza ridotta a un timbro su un passaporto o a un modulo da compilare online per scaricare la responsabilità sul cittadino è una presa in giro. Le tradizioni e il legame con la propria terra non possono essere un pezzo di carta che vale solo quando fa comodo alle casse di Roma.
Deve tornare a essere protezione reale e materiale da parte dello Stato per i suoi lavoratori, ovunque si trovino a sputare sangue per campare.
2. Coscienza di Classe dell’Emigrazione Coatta e Frammentazione Sociale
Smettiamola di dividere l’emigrazione a cassetti chiusi, tipo anni ’50, ’60 o ’80. La verità è che la fuga dall’Italia è un flusso continuo che non si è mai fermato, una condanna storica che cambia faccia ma ha sempre la stessa radice: le classi dirigenti italiane non sanno creare lavoro e usano l’espatrio come valvola di sfogo per non far saltare il banco in patria.
Oggi siamo divisi e atomizzati, e questo ci rende deboli. Il territorio fa una differenza mostruosa: un conto è finire in grandi centri metropolitani o industriali, dove bene o male siamo tanti, ci si vede, ci sono le grandi fabbriche e la comunità ha un peso; un conto completamente diverso è trovarsi isolati in un paesino rurale o sperduto.
Lì sei solo come un cane, la lingua ti schiaccia e non hai un solo punto di riferimento a cui aggrapparti.
.Il legame con la propria terra d’origine e l’esperienza delle famiglie che vivono all’estero sono un patrimonio di valore inestimabile.
Quando analizziamo le dinamiche dell’emigrazione attuale , non dobbiamo cadere nell’errore di considerare i giovani qualificati che arrivano oggi come rivali o dei nemici, e neanche loro devono credere di essere diversi da noi.
È fondamentale evidenziare le problematiche del sistema senza creare divisioni o contrapposizioni negative perché davanti ai tagli del welfare e alle leggi del mercato siamo tutti sulla stessa fottuta barca.
Il distanziamento fa solo il gioco del padrone, rompe la solidarietà e ci condanna all’impotenza.
E da questa frammentazione nasce la perversione più assurda: la guerra tra poveri all’interno della nostra stessa comunità.
Fa male dirlo, ma lo vediamo ogni giorno allo sportello: ci sono immigrati italiani che sono diventati xenofobi.
Persone arrivate decenni fa, che hanno subito il razzismo sulla propria pelle, che hanno conquistato un briciolo di stabilità con le unghie e con i denti, e che oggi guardano l’ultimo arrivato — che sia il nuovo ragazzo italiano precario o un rifugiato — come un nemico che viene a rubargli il piatto dal tavolo.
È un suicidio politico.
La sofferenza è stata così normalizzata che l’abbiamo trasformata in cattiveria verso chi sta peggio.
Ma la destra identitaria e i nazionalisti non guardano in faccia a nessuno: per loro, con quel cognome e quelle origini, resterai sempre e comunque un cittadino di serie B, a prescindere da quante tasse hai pagato.
3. Leggi di Cittadinanza e lo Ius Sanguinis
Sulla cittadinanza il potere sta giocando una partita sporca e piena di ipocrisia.
Da un lato assistiamo a un attacco burocratico spietato contro lo ius sanguinis per tagliare fuori le comunità storiche all’estero, specialmente in Sud America. Si inventano test di lingua astrusi e blocchi generazionali non per includere, ma come barriere di classe per sfoltire le anagrafi e risparmiare sui servizi consolari, Parallelamente, con una faccia tosta micidiale, in Italia la politica si rifiuta di dare la cittadinanza a milioni di figli di immigrati che sono nati sul territorio, parlano italiano e mandano avanti il Paese. Usano i diritti come un’arma di ricatto: la negano all’estero agli italiani per tagliare i costi, e la negano in patria agli stranieri per tenerli sotto il ricatto del permesso di soggiorno e sfruttarli meglio nei cantieri e nei campi.
Dietro questa foga restrittiva del governo c’è un calcolo politico ancora più cinico e inconfessabile.
Mentre la destra spinge sull’acceleratore della riforma costituzionale per ottenere il presidenzialismo e il controllo assoluto delle istituzioni, sa benissimo di non avere in mano il controllo del voto all’estero.
Nelle stanze del potere a Roma la dichiarazione ufficiosa, sussurrata con terrore, è sempre la stessa: “Non possiamo permettere che le sorti dell’Italia vengano decise da chi non vive sul territorio”.
Hanno il terrore di milioni di italo-descendenti e lavoratori oltre confine perché sanno di non poterli manipolare con la propaganda televisiva nostrana o con le reti clientelari locali.
Temono che la rabbia di chi è stato abbandonato o espulso si trasformi in un voto di rottura capace di far saltare i loro piani di sottomissione istituzionale.
E mentre si trincerano dietro la scusa che “chissà chi potrebbe essere eletto” con il voto dei connazionali all’estero, l’ironia della storia è sotto gli occhi di tutti: come se chi risiede oltre confine potesse mai fare peggio della banda di incompetenti e sciacalli che sta occupando i palazzi di Roma e distruggendo il Paese dall’interno.
Questa stretta sui passaporti è a tutti gli effetti un’operazione di ingegneria elettorale preventiva per blindare il loro progetto di potere .
Questa paura del voto oltre confine si traduce in una truffa democratica matematica e legalizzata sotto gli occhi di tutti: la scandalosa sproporzione dei seggi parlamentari.
Numeri alla mano, in Italia ci sono circa 59 milioni di residenti a cui spettano 592 parlamentari: una media di 1 rappresentante ogni 100.000 abitanti.
All’estero siamo ormai più di 6 milioni di iscritti A.I.R.E., ma ci hanno costretti dentro la miseria di soli 12 parlamentari: significa 1 rappresentante ogni 500.000 persone!
Se valesse il principio costituzionale dell’uguaglianza del voto, in base alla percentuale reale della popolazione, all’estero dovrebbero spettare almeno 55 parlamentari!
Ci hanno scientificamente scippato 43 rappresentanti per via legislativa. Hanno ridotto il peso politico di un emigrato a un quinto di quello di un cittadino in patria.
Ci considerano cittadini di serie B anche sulla scheda elettorale, perché sanno che se avessimo la rappresentanza proporzionale che ci spetta di diritto, i loro disegni di potere potrebbero saltare domani mattina.
Ma il vero caos lo hanno creato per noi che viviamo con la doppia cittadinanza.
Con le ultime riforme la trasmissione automatica del passaporto ai nostri figli è praticamente defunta.
Se sei un doppio cittadino nato all’estero, tuo figlio non diventa italiano in automatico appena nasce.
Lo ius sanguinis puro è diventato una trappola burocratica: se non hai legami strettissimi e documentati con l’Italia, devi muovere il culo ed esprimere una “dichiarazione di volontà” esplicita per via amministrativa.
La mobilitazione popolare ha ottenuto che venisse tolta quella tassa odiosa di 250 euro per i figli minori — che ora è gratis — e sono stati allungati i termini: per i nati dopo il maggio 2025 c’è tempo fino a 3 anni dalla nascita, mentre per i figli nati prima è stata strappata una proroga d’emergenza che dà tempo fino al 31 maggio 2029 per fare la dichiarazione al Consolato.
Se scattano i termini e non hai firmato le carte, tuo figlio resta fuori.
È lo Stato che ti dice chiaramente: se vuoi i tuoi diritti, devi combattere contro la nostra burocrazia, altrimenti ti cancelliamo.
4. Responsabilità Politica dell’Emigrazione: La Strategia dell’Espulsione Programmata
L’emigrazione non è un destino cinico, non è una scelta romantica e non è una fatalità. È un’espulsione forzata.
Lo Stato italiano sceglieva e pianificava deliberatamente di utilizzare i propri cittadini come merce da esportazione e come ammortizzatore sociale gratuito.
Questa è una precisa scelta delle classi dirigenti per alimentare e proteggere un modello economico basato sulla svalutazione del lavoro e sul sacrificio dei diritti sociali.
Nel dopoguerra il meccanismo era persino sfacciato: i patti bilaterali scambiavano letteralmente la nostra gente con i sacchi di carbone, mandando i lavoratori a morire nelle miniere belghe o nei cantieri in cambio di forniture energetiche e di rimesse che servivano a finanziare il “miracolo economico” a Roma.
Oggi i metodi sono apparentemente più raffinati, ma la logica di fondo non è cambiata di un millimetro.
Politicamente, l’emigrazione di massa serve alle élite per due motivi vitali:
Disinnescare la bomba sociale in patria: Se centinaia di migliaia di giovani, laureati, operai e precari rimanessero in Italia senza un lavoro dignitoso, senza sanità e senza prospettive, la tensione sociale esploderebbe.
Ci sarebbero scioperi, rivolte, conflitti politici radicali. Spingere la gente a partire significa “svuotare la pentola a pressione”.
L’espatrio è la valvola di sfogo che permette alla politica italiana di non riformare il mercato del lavoro, di mantenere i salari bassi e di continuare a smantellare lo Stato sociale senza dover rendere conto a nessuno.
Chi potrebbe cambiare le cose viene costretto a fare le valigie.
Massimizzare il profitto senza investire: Lo Stato italiano fa pagare alla collettività i costi di crescita, istruzione e formazione dei propri cittadini (dalla scuola dell’obbligo fino all’università) e poi regala questa forza lavoro, già formata e pronta a produrre, ai mercati esteri.
È un enorme sussidio indiretto che l’Italia offre alle economie più forti, impoverendo se stessa e condannando chi resta a un declino demografico ed economico irreversibile.
Un tempo lo Stato incentivava la partenza perché i risparmi degli emigrati — le rimesse tradizionali — rientravano in Italia col cuore e in modo volontario per far campare le famiglie rimaste a casa e sostenere l’economia dei paesi d’origine.
Oggi quel flusso spontaneo è svanito, ma lo Stato ha trovato il modo di istituzionalizzare il ricatto.
Attraverso le tasse sulla casa e i prelievi sulle pensioni, siamo passati dalle rimesse volontarie a una vera e propria rimessa obbligatoria ed estorta.
È il paradosso più doloroso e perverso dell’emigrazione moderna: lo Stato italiano ti dà un calcio nel sedere per cacciarti via da giovane, e poi pretende che tu gli versi una rimessa forzata da vecchio, quasi come un risarcimento obbligatorio per ringraziarlo di averti costretto all’esilio.
Ci considerano un bancomat a fondo perduto.
Ci costringono a pagare tasse folli come l’IMU e la TARI sulla casa che abbiamo lasciato in Italia, considerandola “seconda casa” o immobile di lusso, anche se per molti di noi è l’unico tetto posseduto al mondo, comprato con il sudore dell’espatrio.
E il capolavoro finale di questo sciacallaggio istituzionale lo vediamo sulla pelle dei nostri pensionati che decidono di rientrare in Italia.
Dopo una vita passata a sputare sangue nelle fabbriche o nei cantieri all’estero, lo Stato ti accoglie con una vera e propria truffa fiscale legalizzata, figlia di accordi bilaterali indecenti.
L’amministrazione estera manda comunicazioni in cui attesta che una quota fissa, pari a circa il 16%, è esente da imposizione secondo i propri criteri telematici.
Ma questo meccanismo è una trappola discriminatoria che colpisce solo i connazionali italiani, lasciando indenni i cittadini di altre nazionalità!
Se quel pensionato fosse rimasto a vivere nel Paese in cui ha lavorato, avrebbe goduto delle franchigie di base intere (come il Grundfreibetrag in Germania) che proteggono dalle tasse una fetta consistente del reddito annuale.
Rientrando in Italia, questa tutela reale svanisce: il fisco italiano ignora la franchigia di base estera, incassa la certificazione e si avventa famelico sul resto della pensione.
Ti ritrovi così a dover rinunciare ad ¼ della tua pensione tassata già alla fonte in Germania da dover versare allo Stato italiano.
È un insulto ai sacrifici di una vita: prima ti costringono a emigrare da giovane perché in Italia non c’è lavoro, e poi ti perseguitano da vecchio, scippandoti i frutti della pensione faticosamente guadagnata attraverso accordi fiscali fatti al ribasso sulla pelle dei lavoratori.
Siamo davanti a un potere bifronte: uno Stato che è spietatamente presente quando c’è da battere cassa, ma che diventa completamente invisibile e latitante quando si tratta di garantire i servizi e difendere la dignità della propria gente.
5. La Nuova Ondata del Ricatto: Morire di fame o fuggire
Guardiamo in faccia il futuro prossimo, perché la tempesta sta arrivando e nessuno ne parla.
In Italia la situazione economica è al collasso, e la classe politica continua a firmare contratti e trattati del cacchio che legalizzano lo sfruttamento.
Quando permetti che la gente venga pagata 7,50 euro lordi all’ora (o anche meno), stai emettendo una condanna a morte sociale.
Nessuno può campare, pagare l’affitto e fare la spesa con quelle cifre in Italia.
Questo cosa significa?
Significa che questi lavoratori sottopagati rappresenteranno la nuovissima ondata di emigrati che si riverserà all’estero nei prossimi anni.
E non importa se anche nei Paesi d’arrivo la situazione è cambiata, se il mito del benessere è svanito e se il lavoro sicuro non lo trovi più facilmente.
Il punto è un altro, ed è un ricatto primordiale: quando una persona si trova davanti alla scelta tragica tra il morire di fame a casa sua o tentare di sopravvivere all’estero, sceglierà sempre e comunque di partire.
L’emigrazione forzata non si fermerà finché in Italia il lavoro resterà povero. Chi scappa oggi non cerca la fortuna, cerca solo di non affogare, e noi nei patronati dobbiamo essere pronti ad accogliere questa nuova ondata di disperazione che Roma sta scientemente producendo.
6. Ruolo della Politica Degna di Questo Nome
Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo rimettere i piedi per terra e chiarire cos’è la politica, quella vera, degna di questo nome.
Oggi la gente è schifata e ha ragione, perché vede una manciata di burocrati che si spartiscono poltrone, fanno promesse elettorali da marinai e poi usano il potere solo per fare favori agli amici degli amici o per piazzare parenti nei posti chiave.
Questa non è politica, questo è clientelismo di basso borgo.
La politica con la “P” maiuscola è un’altra cosa: è l’unico strumento materiale che i lavoratori hanno per difendersi e per non farsi schiacciare dal padrone.
Politica significa pianificazione sociale, significa mettersi a tavolo e decidere che i soldi pubblici vanno messi negli ospedali, nelle scuole, nelle case popolari e nella tutela dei salari, invece che nei sussidi alle multinazionali o nelle spese militari.
Deve essere un’arma di emancipazione per i più deboli, un presidio che garantisce a chiunque — anche a chi è nato nell’ultimo paese del Sud Italia o vive isolato all’estero — di avere gli stessi identici diritti e la stessa dignità di un miliardario.
Tutto il resto sono solo chiacchiere da talk-show per addormentare il popolo.
7. Il Ruolo dei Cittadini e l’Emigrazione come Motore Trainante
Invece di piangerci addosso e aspettare che qualche salvatore della patria scenda da Roma a risolverci i problemi, dobbiamo ribaltare completamente il tavolo: i padroni della politica siamo noi.
Il voto ogni cinque anni non è una delega in bianco per farsi prendere in giro; la sovranità del cittadino è permanente e si esercita ogni singolo giorno con il controllo, la denuncia e l’organizzazione dal basso.
E in questa partita, noi che siamo fuori abbiamo un ruolo storico non secondario.
Chi vive all’estero non è un cittadino “di serie B” o un ramo secco da dimenticare. Anzi, proprio perché abbiamo preso le distanze fisiche dalla palude clientelare italiana, abbiamo la lucidità ideale per vedere le storture del sistema senza esserne ricattati.
Noi abbiamo vissuto altre realtà, abbiamo visto come funzionano (o non funzionano) i servizi altrove, abbiamo imparato a organizzarci in contesti duri.
L’emigrazione deve smettere di essere vissuta come una colpa o una vergogna e deve trasformarsi nell’avanguardia del cambiamento.
Siamo noi il motore trainante che può imporre una svolta in patria, perché non dobbiamo dire grazie a nessun potente locale per avere un diritto. Se ci uniamo e diventiamo una rete organizzata oltre confine, abbiamo la forza economica e politica per far tremare i palazzi di Roma.
8. Realtà Politica Attuale e Impunità delle Élite
La realtà sotto gli occhi di tutti è che oggi la legge funziona a due velocità, ed è una schifezza intollerabile.
Se un povero diavolo sbaglia una dichiarazione o non paga una cartella esattoriale, lo Stato gli dà la caccia come a un criminale, gli pignora il conto e gli distrugge la vita.
Se invece fai parte delle élite economiche o politiche, godi di un’impunità totale. Questa casta firma decreti disastrosi, taglia la sanità facendo morire la gente sulle barelle, privatizza l’acqua e i servizi essenziali, e non paga mai il conto delle proprie azioni.
Hanno scudi penali, prescrizioni su misura e alleanze mediatiche che coprono ogni loro porcheria.
Questo marciume non è solo italiano, è globale.
Guardiamo a quello che è successo con la cloaca degli Epstein Files a livello internazionale: una rete transnazionale di potenti, miliardari, politici e VIP che si sono coperti a vicenda per anni nelle peggiori depravazioni, convinti che i soldi e il potere li rendessero intoccabili sopra la testa dei comuni mortali.
È la dimostrazione plastica di come le élite si considerino una razza a parte, libera di violare qualsiasi legge morale e giuridica mentre a noi chiedono sacrifici, austerità e legalità.
Questa impunità strutturale è il vero cancro della società attuale: le leggi le scrivono per incatenare i poveri e per proteggere i ricchi.
9. Situazione Geopolitica, Consapevolezza e Scenari di Guerra
Stiamo vivendo il momento più pericoloso dal dopoguerra a oggi, e la cecità della gente fa spavento.
L’asse neoliberista occidentale ci sta trascinando in una logica di guerra permanente, piegando l’economia ai desideri della NATO e dei produttori di armi. In tutta Europa la tensione si taglia con il coltello: molti governi hanno già rispolverato le direttive d’emergenza e i piani di protezione civile per la popolazione in caso di conflitto.
Ci si prepara alla guerra vera, e noi siamo in mezzo al guado.
Davanti a questo scenario, sorge spontanea una domanda che gela il sangue: in caso di guerra, chi cazzo ci salverà?
A Roma il governo tace. Storicamente, lo Stato italiano ha sempre abbandonato i suoi cittadini quando le cose si sono messe male all’estero — basti vedere come hanno lasciato marcire i nostri connazionali in Venezuela durante il collasso del paese, senza muovere un dito.
Pensare che l’Italia organizzi piani di evacuazione o di tutela per i milioni di italiani all’estero è pura fantascienza. E l’illusione di poter fare le valigie e scappare per tornare in Italia è una trappola: dove torniamo?
In un Paese dove la sanità pubblica è stata smantellata e se stai male crepi in sala d’attesa? In un mercato immobiliare dove le case popolari non esistono più e gli affitti sono inavvicinabili per chi ha perso tutto?
Il collasso programmato dello Stato sociale in Italia rende materialmente impossibile il rientro d’emergenza. Siamo soli.
Se non apriamo gli occhi adesso e non capiamo che la Geopolitica tocca direttamente la nostra pelle e la sicurezza dei nostri figli, faremo la fine dei topi nel silenzio complice delle istituzioni italiane.
10. I Consolati (Dalla casa dei cittadini al fortino della burocrazia centralizzata)
Se si vuole comprendere quanto lo Stato italiano sia diventato distante e alieno rispetto alle necessità reali dei propri lavoratori oltre confine, basta osservare la metamorfosi e l’involuzione che hanno subito i nostri Consolati.
Nella memoria storica della nostra comunità, il Consolato non era un semplice ufficio di pratiche; era la rappresentanza vivente di tutte le istituzioni della Repubblica raggruppate sotto un unico tetto.
Doveva essere il terminale della nazione all’estero, dove il cittadino trovava risposte centralizzate su previdenza, fisco, anagrafe, sicurezza e diritti civili, sentendosi accolto all’interno di uno spazio pubblico condiviso.
Oggi la realtà si è radicalmente ribaltata. Accedere ai Consolati è diventato un percorso a ostacoli che genera ansia e frustrazione mesi prima dell’appuntamento.
Le porte si sono chiuse e le strutture si sono progressivamente trasformate in fortini amministrativi blindati, dove l’erogazione dei servizi minimi — come il rilascio di un passaporto o di una carta d’identità — richiede attese bibliche regolate da sistemi telematici che sembrano una lotteria.
Questo irrigidimento burocratico e questa militarizzazione degli accessi non sono casuali: sono il sintomo di uno Stato che ha la coda di paglia, consapevole dei tagli drastici che ha imposto e spaventato dal dover gestire la legittima disperazione degli utenti.
Il paradosso più inaccettabile di questo smantellamento programmato è il sistematico scaricabarile sulle reti dei patronati. Mentre l’apparato dei funzionari e dei dirigenti statali gode di tutele, indennità e posizioni apicali garantite da Roma, l’attività di assistenza sociale diretta, l’accoglienza e l’orientamento materiale dei nuovi flussi migratori vengono costantemente delegate alle nostre strutture. Siamo noi, sul territorio, a dover assorbire l’impatto e il lavoro sporco che lo Stato non vuole o non sa più fare, operando come un ammortizzatore gratuito per nascondere i fallimenti della burocrazia centrale.
Lo Stato deve organizzare uffici appositi nei consolati per l’accoglimento delle nuove ondate di emigrati visto che la responsabilità politica resta la loro.
A questo si aggiunge un profondo divario nella gestione dei vertici istituzionali, dove troppo spesso la funzione di rappresentanza viene confusa con la gestione diplomatica formale e distaccata.
Non abbiamo bisogno di una presenza istituzionale che guardi la comunità dall’alto in basso, o che esprima una sterile solidarietà di facciata durante le ricorrenze culturali.
L’emozione retorica non serve a nulla se non si traduce in atti materiali. Chi ricopre ruoli dirigenziali così alti ed è pagato dalla collettività ha il dovere morale e politico di stare in mezzo ai bisogni veri della popolazione, di collaborare alla pari con le forze sociali e di pretendere da Roma le risorse necessarie per riaprire gli uffici.
Fino a quando i Consolati verranno gestiti come feudi burocratici distanti anziché come case aperte del popolo, rimarranno il simbolo di uno Stato predatore che esige tasse ma restituisce solo barriere e silenzi.
11. I Comites e il CGIE (Baluardi storici sotto l’attacco della burocrazia)
E in mezzo al disastro dei Consolati, la difesa dei cittadini non è lasciata al caso. Parliamo dei Comites sul territorio e del CGIE a livello centrale, che rappresentano gli unici veri baluardi istituzionali a disposizione delle nostre comunità.
La narrazione di chi vorrebbe ridurli a scatole vuote dedite solo alla rappresentanza formale o alle ricorrenze culturali è falsa e strumentale.
Negli ultimi tempi, i Comites e il CGIE hanno dimostrato di essere terminali di una spinta politica enorme: hanno promosso incontri serrati a livello ministeriale e interparlamentare, hanno fatto dossieraggio rigoroso per denunciare i disservizi consolari e hanno lottato sui tavoli romani per imporre una riforma seria che restituisca risorse, portafoglio e dignità alla rappresentanza estera.
Il vero problema, il difetto strutturale che dobbiamo evidenziare con forza, non è l’impegno di chi ci sta dentro, ma il fatto che lo Stato cerchi in tutti i modi di svuotare l’efficacia di questi sforzi.
Dal punto di vista puramente legislativo, la normativa attuale priva questi organismi di un potere decisivo e deliberativo vincolante.
Esprimono pareri obbligatori che i ministeri e i consolati troppo spesso ignorano, decidendo sopra la nostra testa e tagliando i fondi ai servizi essenziali.
È questa gabbia giuridica che ci relega a cittadini di terza classe: l’azione politica del CGIE e dei Comites fa miracoli per aprire canali di interlocuzione con i ministeri, ma si scontra contro il muro di un potere centrale che usa la burocrazia per neutralizzare il conflitto.
Questo significa che non possiamo assolutamente permetterci di delegittimare o indebolire questi organi. Al contrario, dobbiamo difenderli e rafforzarli proprio perché sono gli unici strumenti istituzionali che abbiamo per arrivare al nostro scopo.
Chi vi partecipa spende tempo, militanza e competenze per fare il massimo con il pochissimo che passa il convento. Il nostro compito, come forza organizzata fuori dal Parlamento, è quello di fare da cassa di risonanza materiale all’azione che i Comites e il CGIE portano avanti ai livelli ministeriali.
Dobbiamo essere il braccio di massa che dà forza a quelle trattative: quando i nostri rappresentanti siedono ai tavoli ministeriali per pretendere la riforma e i servizi, i ministeri devono sapere che dietro quelle richieste c’è una comunità intera pronta a mobilitarsi.
Solo unendo l’interlocuzione istituzionale di questi baluardi con la pressione del territorio potremo scardinare la gabbia burocratica e costringere Roma a cedere.
12. I Patronati (La morsa del cottimo e il valore del servizio)
La vera trincea — perché di trincea si tratta — la viviamo ogni giorno nei patronati presenti sul territorio.
Quando i Consolati chiudono le porte, la gente bussa alla nostra. Eppure, anche queste strutture oggi sono schiacciate in una morsa micidiale decisa a Roma dai ministeri.
I finanziamenti non arrivano in base al tempo che perdi ad ascoltare una persona disperata, ma si basano su un sistema a punteggio legato alle singole pratiche standardizzate. È la logica del cottimo applicata al sociale.
Questa pressione oggettiva è devastante per l’organizzazione del lavoro. Per far quadrare i bilanci della struttura e difendere lo stipendio del personale, la stragrande maggioranza del lavoro — diciamo pure un buon 80% — viene assorbita dalla rincorsa a questi fottuti punti.
Il paradosso è tragico: tutto il lavoro di orientamento per i nuovi arrivati, il supporto umano, l’aiuto a chi non capisce una parola della lingua locale e rischia di essere buttato fuori casa, non genera un solo punto ministeriale. Zero. Viene escluso dai rimborsi.
Di conseguenza, il patronato — che sia CGIL, CISL o UIL — deve fare i salti mortali.
Ed è solo grazie al sacrificio, all’umanità e alla militanza degli operatori di sportello se questo servizio non è ancora defunto.
Chi sta al front-office e accoglie la disperazione dei connazionali non è un burocrate di Roma: è un lavoratore che fa i miracoli con le unghie e con i denti per non lasciare indietro nessuno, nonostante la morsa del cottimo ministeriale.
Difendere il patronato come baluardo significa difendere queste persone dal tritacarne aziendalista. La tenuta del sistema non può basarsi sui numeri di bilancio.
Dobbiamo pretendere uniti, tutte le sigle insieme, che Roma cambi queste regole aziendali. L’ascolto e la tutela della povera gente devono valere più della fredda logica dei punti.
13. I Sindacati e la Sfida Transnazionale oltre confine
Se la base dei patronati deve fare squadra oltre le appartenenze, lo stesso riscatto lo dobbiamo pretendere dalle grandi confederazioni sindacali.
A parole, i segretari nazionali dicono cose sacrosante: si urla giustamente contro la precarietà strutturale e il lavoro povero, si ricorda ogni giorno che non si può morire di lavoro, che i salari vanno difesi e si mette al centro la persona e la partecipazione.
Tramite il proprio lavoro.
Va benissimo.
Ma questi bellissimi principi non possono fermarsi a Ventimiglia o al Brennero. Se in Italia si accettano contratti al ribasso e paghe da fame, si continua solo ad alimentare la fabbrica dell’emigrazione forzata.
E una volta che i lavoratori sono scappati, l’azione dei sindacati italiani sbatte contro il muro della mancanza di un vero coordinamento con i sindacati dei Paesi d’arrivo.
I protocolli d’intesa formali sui tavoli lucidi non servono a niente se poi il connazionale viene sfruttato nei subappalti o nella ristorazione. CGIL, CISL e UIL devono unire le forze all’estero per imporre contratti collettivi transnazionali europei.
Dobbiamo bloccare la speculazione delle multinazionali che giocano sulle differenze salariali tra stati per spremerci meglio.
I sindacati europei devono tutti assieme lottare per ottenere un salario minimo che si basi ai livelli del Lussemburgo.
L’interesse del popolo non è quello di spendere somme inconcepibili in armamenti ma la possibilità di vivere dignitosamente con e tramite il proprio lavoro.
La difesa dei lavoratori o è unitaria e senza confini, o diventa solo gestione dell’esistente.
14. Come Organizzarsi (Conclusioni Operative e Contro-Potere)
Abbiamo messo a nudo la realtà: lo Stato ci usa come bancomat e ci abbandona, i Consolati sono a pezzi, il sistema dei patronati è soffocato dal cottimo dei punti ministeriali, e in Italia continuano a sfornare contratti da fame che spingeranno una nuova ondata di disperati a fuggire per pura sopravvivenza.
Davanti a questa palude, le opzioni sono due: o continuiamo a subire ognuno nel proprio angolino, o iniziamo a organizzarci per costruire un vero e proprio contro-potere popolare oltre confine.
Per farlo, dobbiamo muoverci subito su quattro pilastri pratici e non negoziabili:
1. Costruire una rete di contatto popolare permanente
L’atomizzazione territoriale è la nostra condanna: se restiamo isolati, siamo deboli. Dobbiamo usare ogni spazio a disposizione — i patronati, i Comites trasformati in presidi di lotta, i circoli, le piattaforme digitali gestite da noi — per creare una rete di mutuo soccorso e contro-informazione che colleghi tutta la comunità.
Dobbiamo essere noi il sindacato di strada che accoglie il nuovo arrivato, gli spiega come muoversi, gli traduce le carte e gli evita di finire nelle grinfie degli sfruttatori.
Premendo comunque affinché la rappresentanza dello Stato, tramite i consolati, sia in prima linea ad occuparsi degli emigrati.
La solidarietà di classe si fa sul marciapiede, non nei convegni.
2. Azioni legali collettive (Class Action) contro lo Stato esattore
Se lo Stato italiano si comporta come un predatore invisibile che sa solo riscuotere, noi dobbiamo colpirlo dove fa più male: nei tribunali e sui soldi.
È ora di finirla di pagare l’IMU e la TARI sulla casa che abbiamo lasciato in Italia come se fosse una “seconda casa” di lusso, quando per molti di noi è l’unico tetto posseduto al mondo e il simbolo di una vita di sacrifici.
Dobbiamo organizzare delle vere e propri class action e ricorsi collettivi di massa contro il Ministero delle Finanze per discriminazione dei cittadini italiani all’estero.
Se ci muoviamo a migliaia, bloccando le loro scartoffie e portando lo Stato davanti ai giudici europei, dovranno ascoltarci per forza.
3. La mossa strategica della doppia cittadinanza come scudo politico
In molti Paesi lo scenario politico sta cambiando in peggio, tra la propaganda conservatrice e l’ascesa pericolosa delle destre nazionaliste.
Non possiamo permetterci il lusso di restare spettatori passivi senza diritto di voto politico nei territori in cui viviamo, paghiamo le tasse e cresciamo i nostri figli.
Sfruttando le riforme legislative che consentono il mantenimento del passaporto d’origine, dobbiamo spingere in massa tutta la nostra comunità a prendere la cittadinanza del Paese in cui risiede.
Prendere quel secondo passaporto significa due cose fondamentali: un seggio d’acciaio contro le derive xenofobe locali e i venti di guerra che spirano in Europa, e la conquista del diritto di voto politico locale per far contare la nostra presenza.
4. Il sindacato di pressione transnazionale: la forza fuori dal Parlamento
Dobbiamo smetterla di delegare in bianco la nostra difesa ai pochi rappresentanti che mandiamo a Roma.
Quei 12 parlamentari eletti all’estero, “della quale non tutti una cima”, persi nei palazzi del potere romano in mezzo a un oceano di seggi occupati da chi della nostra realtà non capisce nulla, sono politicamente “ quasi “ impotenti se lasciati soli.
Pensare che basti la loro presenza per ottenere giustizia con la mole di problemi da risolvere significa condannarsi ad aspettare un’eternità senza portare a casa risultati veloci e utili.
La storia insegna che le istituzioni si muovono solo sotto assedio.
Dobbiamo essere noi a costruire una forza di pressione esterna permanente.
Dobbiamo fare da sponda di massa alle loro battaglie, ma anche essere il loro incubo se si addormentano: una mobilitazione transnazionale capace di coordinare presidi, campagne di denuncia e blocchi burocratici.
I diritti dei lavoratori all’estero si difendono con una tenaglia: una frazione minima dentro le aule, e la forza d’urto del popolo organizzato fuori dal Parlamento.
Senza questo motore esterno, ogni nostra rivendicazione resterà lettera morta.
Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene.
Giuseppa Paglia
Emigrata , figlia di emigrati.
P.S. Prima di pubblicare questo Manifesto l’ho discusso con varie compagne/i a me vicini. Mi è stato consigliato di suddividere la questione dell’emigrazione europea da quella del Sud America. Ho deciso di non farlo, perché anche se nel testo si evidenzia prevalentemente la situazione della Germania, di fatto non esiste differenza tra noi emigrati. L’unica differenza è che chi vive nel Sud America sente lo Stato italiano più distante e sente sé stesso più impotente.
Siamo tutti uguali e dobbiamo lottare insieme perché abbiamo alle spalle la stessa storia. Oggi è il 26.06.2026 . Ieri c’è stato il terremoto in Venezuela. Il nostro Stato non farà nulla per salvare i connazionali che vivono in quel paese. Il nostro Stato non farà nulla per tutti noi che siamo all’estero. È tempo di muoverci.
Infine ho utilizzato il titolo “Manifesto” non per presunzione, ma come augurio. Marx quando scrisse il suo non pensava quanto esso fosse stato in futuro decisivo per la politica mondiale e per i popoli.
Che sia questa una palla messa a disposizione per poter rotolare e cambiare la realtà. La realtà politica anche dell’Italia e perché no partendo dall’emigrazione.
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Manifesto dell'emigrato definitivo
Salve! Sono un insegnante di filosofia italo-brasiliano di 46 anni. Sono nato e vivo in Brasile; amo questo Paese e amo le mie origini italiane. Nonostante la distanza geografica, ho sempre sentito un legame profondo con l’Italia: con la sua cultura, la sua lingua e la sua storia. Oggi osservo con profonda tristezza il movimento che mira a rifiutare gli italiani della diaspora. È come se una madre disconoscesse il proprio figlio semplicemente perché si è trasferito altrove in cerca di opportunità migliori. È un’ingiustizia che ferisce gli italiani nati fuori dall’Italia, così come coloro che, molto tempo fa e con grande dolore, hanno lasciato la propria terra d’origine alla ricerca di quelle stesse opportunità.
Caro Luis, so cosa intendi. Io sono nata a Crotone a due anni ho raggiunto i miei che si erano trasferiti a Torino. Ho avuto ” l’onore” di vivere sia il razzismo verso i meridionali che quello verso gli italiani ( a 12 anni in Germania) . Tutto ciò ci ha resi anche più forti. Siamo noi che dobbiamo esserne coscienti e dobbiamo lottare anche a livello politico per ottenere finalmente equità e rispetto. Ci riusciremo ne sono sicura.
Come una persona che ama profondamente l’Italia, la sua storia, la sua cultura e tutto ciò che questo Paese rappresenta per milioni di discendenti in tutto il mondo, guardo il Decreto Tajani con grande tristezza.
Per molte famiglie, il legame con l’Italia non è soltanto un documento o un passaporto. È una storia tramandata di generazione in generazione, è la memoria dei nostri antenati che hanno lasciato la loro terra alla ricerca di una nuova vita, ma non hanno mai dimenticato le proprie radici.
Credo che misure che rendono più difficile questo riconoscimento finiscano per allontanare persone che portano nel cuore amore, rispetto e orgoglio per l’Italia. I discendenti italiani nel mondo sono sempre stati un’estensione della storia italiana stessa e un ponte tra culture.
L’Italia è grande anche grazie ai suoi figli e ai loro discendenti sparsi nel mondo. Spero che questo legame venga sempre valorizzato e preservato. 🇮🇹
Concordo pienamente e grazie per aver preso posizione.
Documento lucido e di eccezionale interesse che sperò lasci traccia in tutti,autorità e nella pubblica opinione.
Grazie lo spero anch’io. Lavoriamo perché possa realizzarsi questo cambiamento.