UMILIARE I POVERI

di Vittorio Stano

Un aspetto accomuna fascismo e capitalismo: l’omaggio servile nei confronti dei potenti.

Oggi prendersela con i deboli e lasciar stare i forti caratterizza il fascismo da operetta del nuovo duce in gonnella. C’è da chiedersi: che cosa hanno fatto i poveri alla destra di governo ? E al banchiere Draghi ?

La continuità, il feeling esistente tra il governo Draghi e quello della Meloni è il naturale estrinsecarsi delle dinamiche che legano questa destra, ala dura e coerentemente neoliberale, alla borghesia italiana. Questa borghesia ha operato (…e opera!) in continuità con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni: smantellamento dello stato sociale, attacco ai salari e all’occupazione, privatizzazioni, sottomissione ai vincoli feudali della NATO e a una UE allineata (contro i suoi interessi) ai desiderata di Washington.

La Meloni ha dismesso la manfrina “sovranista” e, incorporato il pilota automatico al suo governo, segue e sviluppa l’opera intrapresa dal banchiere che l’ha preceduta al governo. Infatti, si appresta a ratificare il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Questo è un marchingegno volto a ribadire la totale subalternità di ogni scelta di politica economica e di bilancio ai diktat dell’EU, la totale e sciagurata condivisione della NATO di continuare ad oltranza la guerra sulla pelle del popolo ucraino, contro la Russia, rasentando giorno dopo giorno il baratro della terza guerra mondiale, facendo rischiare all’Italia di caderci dentro.

È evidente l’intento di questo governo: umiliare i poveri. Questi da vittime diventano capri espiatori dell’attuale difficile situazione che attanaglia il Paese. …Cosa hanno fatto di male i poveri a Giorgia Meloni ? Lei che retoricamente gridava ai quattro venti nei meeting preelettorali : <<…Sono Giorgia, sono una mamma, sono cristiana, sono… ecc. >>?

Con lei nel Belpaese i lavoratori continuano a venir privati dei loro diritti, sospinti sempre di più nella palude del precariato, i salari continuano ad essere i più bassi dell’OCSE e a perdere potere d’acquisto. Inoltre, è alle porte la secessione dei ricchi. L’attuazione del disegno di legge proposto dal ministro per gli Affari regionali Calderoli, ddl già entrato nella legge di Bilancio 2023 (comma 791-805), sono già previsti i fondi per avviare il percorso che in pochi mesi (21?) può diventare legge. Si attuerebbe quello che Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari, ha definito la secessione dei ricchi, ovvero creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A o B a seconda delle regioni in cui vivono.

Una volta i leghisti prima maniera si erano messi in testa di separare l’Italia in due. Dicevano: il Nord ricco e produttivo non poteva più farsi carico dei parenti poveri del Sud. Dove finisse il Nord e iniziasse il Sud da cui separarsi nessuno l’aveva saputo dire. La secessione di Bossi e della sua Lega non si concretizzò mai. Oggi la sedicente nuova Lega, guidata dagli stessi personaggi di sempre, propone su iniziativa del ministro Calderoli l’autonomia differenziata. Il titolo del ddl Calderoli recita: “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione”. Questa formula riduce il tutto a una pura questione burocratica di decentramento amministrativo, in ottemperanza all’art. 5 della Costituzione che riconosce e promuove le autonomie locali. Ma non è così. E’, invece, una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani (Viesti).

Il ddl Calderoli ha come fine ultimo l’accaparramento delle risorse dello Stato da parte delle regioni tradizionalmente più produttive e ricche del Nord (1) a danno di quelle più povere del Sud. Nei fatti è un trasferimento di risorse che impoverirebbe sempre di più il Meridione, creando di fatto la secessione dei ricchi, che si accompagnerebbe alla pretesa di trasferire competenze su materie riservate (ad es.: scuola, sanità, trasporti) dalla Costituzione, al legislatore nazionale.

Questo piano non è solo farina del sacco di un malefico dentista lombardo, ma di una classe dirigente che vuole spaccar il Paese. Questo avverrebbe così: le regioni possiedono un gettito fiscale, entrate economiche derivanti dalla riscossione dei tributi (es. Irap e addizionale Irpef). Questo gettito viene utilizzato per finanziare i servizi pubblici (sanità, asili nido, scuole, trasporti, centri per l’impiego, ecc.). se il gettito fiscale è maggiore della spesa per i servizi, rimane un avanzo in cassa, chiamato sovra-gettito. Questo avviene di norma nelle regioni più produttive: Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, che riscuotono – a titolo d’esempio – 200 e di questi ne spendono 100. Le regioni meno produttive come Puglia e Sicilia, solitamente finiscono con un saldo in negativo perché spendono sempre 100 ma riscuotono 50 e non hanno abbastanza soldi per poter finanziare tutti i servizi necessari.

Secondo il sistema attuale, in questo momento scatta la redistribuzione delle risorse: lo Stato centrale riscuote i soldi in eccedenza delle regioni più ricche e li destina alle regioni più povere. Grazie a questi soldi le regioni più povere riescono a coprire la spesa per il finanziamento dei servizi ai cittadini. Questo fa si che si riequilibrino le diseguaglianze economiche tra il ricco Nord e il povero Sud e si provveda a un livellamento verso l’alto della qualità dei servizi forniti dagli Enti locali ai cittadini. È la Costituzione che prevede il meccanismo di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato centrale, attraverso l’istituzione di un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante (art. 119 della Costituzione).

Il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata vuole cancellare il meccanismo di redistribuzione e permettere alle regioni più ricche di trattenere il sovra-gettito fiscale. Questo verrebbe a minare il principio costituzionale di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 , Costituzione). Il ddl Calderoli è palesemente anticostituzionale. Solidarietà politica, economica e sociale sono pietre angolari dell’unità della Repubblica.

Le conseguenze pratiche in termini economici per le regioni più povere sarebbero drammatiche: non avrebbero più soldi sufficienti per finanziare i servizi o per mantenerli ad un livello di qualità accettabile. Inoltre, non potendo più coprire il disavanzo con la redistribuzione, dovrebbero aumentare le tasse, per cui i cittadini pugliesi e siciliani (ad es.) si troverebbero paradossalmente a pagare tasse più alte rispetto ai cittadini del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, senza avere servizi migliori o senza averli del tutto.

Ma c’è di più! Il ddl vorrebbe far intendere che ogni Regione, con il decentramento amministrativo, può godere di una maggiore autonomia economica riguardante strutture e fondi. Si permetterebbe, ad esempio, la regionalizzazione delle scuole. Se ciò avvenisse l’Italia non sarebbe più uno Stato unitario e neppure federale. Ogni regione pretenderebbe di legiferare su materie legate alla centralità dello Stato. Inoltre, le risorse finanziarie sarebbero determinate nei termini di spesa storica (2).

Questo è un meccanismo perverso per cui lo Stato sosterrebbe le risorse delle regioni secondo quanto stanno spendendo, quindi se una regione spende di più perché più ricca, continuerà ad avere tanto, ma se è più povera e spende meno continuerà ad avere meno e non potrà mai più riprendere terreno e mettersi alla pari delle altre. Le ricadute sui servizi per i cittadini meridionali sarebbero catastrofali. Basti pensare allo stato degli asili e delle scuole, della sanità e della pubblica amministrazione, chi ha speso meno riceverà sempre meno. Si avrebbero regioni come Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, le prime sostenitrici del ddl, con scuole e sanità in situazione migliore e una forte carenza delle stesse nelle regioni del Sud. In questo caso il divario tra Nord e Sud sul piano economico e culturale sarebbe irreversibile. Avremmo così cittadini di serie A e di serie B in base alla regione di residenza. L’affermazione del ddl Calderoli sarebbe una pietra tombale sulla tenuta del sistema Paese. Calderoli la prospetta come una semplice questione amministrativa, burocratica… mentre scardina la nostra bella Costituzione e l’unità della Repubblica.

È necessaria la massiccia mobilitazione di tutti i cittadini che hanno a cuore il futuro di questo Paese.

La democrazia è in pericolo ?

Questo governo sembra avere i numeri per far passare norme inique che nel passato sono state bocciate attraverso l’opposizione in Parlamento e le dimostrazioni di massa nel Paese. È necessario che l’opposizione si organizzi in Parlamento perché quando le piazze inizieranno a infuocarsi di contestazioni, questa destra senza qualità, inadeguata a governare, inizierà a prendersela con la democrazia. Diranno che troppa democrazia blocca la “bontà” delle loro decisioni e riduce l’efficienza delle stesse. Daranno la colpa all’inefficienza della democrazia.

Questa destra ha la testa voltata al secolo scorso. C’è tanto fascistume in azione che tiene l’orologio della storia fermo. C’è poca qualità in questa classe politica e i governanti di turno sono parecchio scarsi: sanno solo tutelare, e non del tutto, la loro area elettorale di riferimento.

La Meloni dietro slogan retorici è inconsapevole degli effetti della sua azione. Apparentemente sembra tosta e tonica ma è incapace e sprovveduta. È inconsapevole di quello che si può e non si può fare. Il PNRR da grande chance per un nuovo inizio dell’Italia sarà la trappola per i topi per questa classe dirigente. Il governo è imballato, l’apparato statale inadeguato, gli altri livelli politici, Regioni e Comuni, irresponsabili. Se questo è vero, ed è vero, l’Italia non riuscirà a spendere i soldi del PNRR. Hanno denari in cassa ma appalti zero. L’UE si farà sentire a breve e tirerà cazzotti sul muso dell’Italia. Quando questo avverrà Meloni se la prenderà con chi protesta. La democrazia è in pericolo ? L’opposizione si svegli !

 

Note:

1 …regioni più produttive e ricche del nord: Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Tra le prime 10 regioni in Europa per livello di valore aggiunto industriale ben 3 sono italiane. La Lombardia è prima, il Veneto è sesto e l’Emilia Romagna è ottava.

2 spesa storica: è l’ammontare effettivamente speso dal comune in un anno per l’offerta di servizi ai cittadini ricalcolato con l’ausilio delle informazioni raccolte attraverso i questionari.

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