Francia: la guerra dei 30 anni sulle pensioni

di Sandro de Toni

Tentò per primo il governo Juppé nel 1995, ma dovette rinunciare dopo la più imponente mobilitazione nel paese dal maggio 1968. Il governo Fillon riuscì invece nel 2010 ad innalzare l’età pensionabile da 60 a 62 anni, malgrado estese proteste in tutta la Francia. Macron ha voluto insistere nel 2019 proponendo la pensione a 65 anni, ma di fronte agli scioperi (quello dei ferrovieri durò 37 giorni, il più lungo nella storia della categoria) e poi alla crisi del Covid, nel marzo 2020 ritirò la sua proposta. Ora il presidente ci riprova con il progetto Borne che norma l’età pensionabile a 64 anni, e fissa in 43 anni di contributi il montante per un assegno previdenziale pieno.

Nove giorni dopo la presentazione del progetto di riforma, due milioni di francesi sono scesi in piazza il 19 gennaio scorso in più di 200 città ed anche nei territori d’oltremare, con scioperi partecipati di tutte le categorie. Il paese reale coagula in questa lotta tutta la sua rabbia sociale (sul carovita, i tagli all’indennità di disoccupazione, le controriforme della scuola e dell’università), con le battaglie femministe e persino con quelle contro il cambiamento climatico.

Calcolando l’assegno previdenziale sull’insieme della carriera lavorativa e non più sugli ultimi 25 anni, molte lavoratrici vedranno la loro pensione diminuire a causa di lavori precari, interrotti o a part-time. Liceali e universitari hanno partecipato in massa anche per dare continuità alla lotta ai cambiamenti climatici: “Il mondo ha il tempo di bruciare due volte prima che raggiungiamo l’età della pensione”. La riforma vede contrari il 70% dei cittadini.

Non convincono le solite motivazioni sulla tenuta dei conti: il futuro deficit della previdenza non è dovuto ai costi relativamente stabili ma al calo delle risorse. Un calo dovuto soprattutto al taglio per legge dei contributi alle casse previdenziali (quasi 32 miliardi in meno) non compensato dall’erario, all’austerità salariale in particolare nella funzione pubblica, alla disuguaglianza delle retribuzioni per le donne, alla soppressione dell’imposta di solidarietà sulla ricchezza, alla flat tax sui redditi finanziari. Non è dunque una questione di costi, ma di scelte politiche a favore dei più ricchi e che danneggiano i salariati.

Questa volta il fronte sindacale è unito. Otto sigle hanno chiamato alla mobilitazione: come se da noi lo sciopero fosse proclamato unitariamente oltre che da Cgil Cisl e Uil anche dai sindacati di base e da quelli autonomi. La convergenza delle lotte tante volte auspicata è stata così realizzata, suo malgrado, dall’iniziativa di Macron. I sindacati non sono certo disponibili a fermarsi, e un’altra giornata di scioperi e mobilitazioni è stata indetta per il 31 gennaio.

Sabato 21 gennaio scorso un’altra imponente manifestazione ha percorso di nuovo le strade di Parigi, a seguito dell’appello di una ventina di organizzazioni giovanili al quale ha dato il suo sostegno la ‘France insoumise’, il partito di Jean-Luc Mélenchon. È evidente la posta politica. La presidente del partito dei Verdi, Marine Tondelier, lo ha sottolineato: “E’ l’inizio della fine del macronismo”. Qualcuno tra i manifestanti va ancora più lontano: “Ci siamo, è il 1936!”. Ma forse il richiamo al Fronte popolare è prematuro, la battaglia non è ancora vinta. Adesso comincia una corsa contro il tempo tra l’iter parlamentare della legge e la piazza.

Macron ha dichiarato di non volere mollare il suo progetto “equo e responsabile” che porterà avanti con determinazione. All’Assemblea nazionale il governo minoritario potrà probabilmente contare sull’appoggio della destra gollista, in caso contrario o di ostruzionismo efficace delle opposizioni è probabile che farà una forzatura procedurale, invocando l’articolo 49.3 della Costituzione che consente al governo di adottare un provvedimento senza il voto del Parlamento. Il trucco sta nel presentare la controriforma previdenziale come rettifica della legge di bilancio. Questa forzatura, l’approvazione di una riforma così importante senza un reale confronto parlamentare, rappresenta un grande rischio democratico.

I sindacati dispongono comunque di una ‘force de frappe’: i loro iscritti nei settori strategici come le centrali elettriche, le raffinerie (che nell’ottobre 2022 avevano già paralizzato mezzo paese), il trasporto ferroviario e quello locale parigino, i lavoratori portuali. È probabile che il governo, come nella sua dura repressione dei ‘gilets jaunes’, ricorrerà alle provocazioni per creare scontri e disordini.

 

 

 

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