Il genocidio culturale in Canada

di Gino Bucchino (*)

 

I bambini che vivono nelle riserve sono selvaggi e devono essere portati via dalle famiglie e messi in scuole residenziali di apprendistato dove acquisteranno abitudini e modi degli uomini bianchi. Sono queste le parole pronunciate nel 1879 in Parlamento non da un politico qualunque ma da Sir John Macdonald, il Primo Ministro Canadese, autore della politica che istituiva le scuole residenziali e portabandiera del pensiero di allora, largamente condiviso, che lo scopo di convertire e assimilare i giovani indigeni nella società canadese poteva essere raggiunto solo “killing the Indian in the child” (uccidere l’indiano nel bambino).  “Quando la scuola è nella riserva – sono ancora parole del Primo Ministro – il bambino vive con i suoi genitori, che sono dei selvaggi, e anche se apprende a leggere e scrivere il suo modo di pensare e le sue abitudini sono indiane. È semplicemente un selvaggio che sa leggere e scrivere”.

Velocemente e con convinto e condiviso orgoglio furono istituite in tutto il Canada scuole residenziali, gestite dalle chiese canadesi cristiane (il 60% dalla chiesa cattolica).  Un sistema andato avanti fino al recente 1970, quando quello che era ritenuto il metodo migliore per civilizzare la popolazione indigena è stato riconosciuto dalla Truth and Reconciliation Commission come genocidio culturale. E questi sono i numeri: più di 150 mila bambini indigeni portati via dalle loro famiglie e internati in scuole residenziali. I bambini sono stati forzati a tagliare i loro lunghi capelli ed è stato proibito di parlare nella loro lingua. Tanti, troppi,  hanno subito abusi sessuali. Si stima che almeno 6 mila bambini sono morti in queste scuole dal 1879 al 1970. Tanti sono stati sepolti in bare senza nome.

Dopo le  proteste per la scoperta nel 2020 di oltre mille sepolture senza nome sono in corso in tutto il Canada ricerche nei terreni di queste scuole residenziali. Una percentuale così alta di decessi  che non era passata inosservata al vice Sovrintendente Generale per gli Affari Indiani  Duncan Campbell Scott, incaricato del lavoro sul campo, dal 1913 al 1932, della politica repressiva nei confronti della popolazione indigena: “è ben noto che i bambini indiani vivendo a così stretto contatto in queste scuole, perdono la loro naturale resistenza alla malattie e che muoiono con una percentuale molto più alta che nei loro villaggi, ma questo da solo non giustifica un cambio della politica di questo Dipartimento orientata senza esitazione alla soluzione finale del nostro problema indiano”. Non è ben chiaro cosa intendesse con “soluzione finale” ma fanno riflettere le parole del Governo nel 1914 che “il 50 per cento di questi bambini non hanno vissuto per beneficiare dell’educazione che hanno ricevuto”.

Un mandato di genocidio culturale condiviso con i cugini americani. Integrazione, interazione, condivisione e arricchimento culturale reciproco sono state da sempre parole sconosciute ai coloni del continente americano che hanno scelto violenza e coercizione perché  i nativi americani abbandonassero le loro tradizioni, la loro cultura, la loro lingua, le loro abitudini e la loro terra,  costringendoli a vivere nelle riserve. Negli Stati Uniti la prima scuola residenziale, the Carlisle Indian Industrial School, fu aperta nel 1879, seguita da altre 359 negli anni successivi alla approvazione della legge del 1891 che obbligava i bambini indiani ad attendere queste scuole residenziali. Apripista in Canada, furono le scuole delle missioni cattoliche dei gesuiti nella regione del New France nel 17mo secolo. La prima vera scuola residenziale, governata dalla Chiesa Anglicana e rimasta operativa fino agli anni ’70  del secolo scorso, è stata il  Mohawk Institute Residential School nella regione del Six Nation of the Grand River vicino a Brantford, cittadina non lontana da Toronto. L’ultima scuola residenziale, Kivalliq Hall, a Rankin Inlet, Nunavut, è stata chiusa nel 1997.  L’11 Giungo 2008 il Primo Ministro Stephen Harper ha presentato al popolo aborigeno le pubbliche scuse del Canada riconoscendo il ruolo del governo nella istituzione e gestione delle scuole residenziali.

Nello scorso mese di luglio Papa Francesco ha visitato il Canada, in un pellegrinaggio di penitenza,  mantenendo  l’impegno che aveva preso pochi mesi prima  a Roma, davanti alla delegazione di nativi canadesi.   Ricordando la tragedia dei bambini che hanno sofferto abusi fisici, psicologici e morte a mano della Chiesa Cattolica ha chiesto il suo personale perdono “Io sono venuto alla vostra terra natia per dirvi del mio dolore e per implorare il perdono di Dio e per la cura e riconciliazione e per esprimere la mia vicinanza e pregare con voi e per voi”.

Anche il Papa è un essere umano, era un bambino mentre altri bambini morivano soffrendo nelle scuole residenziali” è stata la rispettosa risposta del Grande Capo George Arcand Jr.  che ha però ha aggiunto con determinazione rivolgendosi alle autorità canadesi “we want to walk together”, ma come possiamo fare assieme questo cammino se la Chiesa e la burocrazia del governo non lo vogliono? Per la Chiesa e per il Governo la guarigione è il prossimo passo da compiere. Solo allora il nostro popolo potrà sentirsi sicuro per essere quello che siamo. Non vogliamo più sentirci dire “No, your way is the wrong way”. Parole riprese ma distorte e appesantite da molti media, giornali e TV canadesi, che non hanno risparmiato critiche all’indirizzo del Papa dicendo che le scuse non erano sufficienti e soprattutto voci critiche per ciò che il Sommo Pontefice non ha detto ma che avrebbe dovuto dire, omettendo di pronunciare la parola genocidio per descrivere la tragedia delle scuole residenziali. Gli stessi media che non si sono risparmiati invece nell’elogiare il Primo Ministro Justin Trudeau per aver ricordato al Papa gli orrori delle scuole residenziali e per avere sollecitato la Santa Sede a fare le scuse ai sopravvissuti per il ruolo che la chiesa cattolica ha avuto negli abusi ai residenti delle scuole. Un intervento questo del Primo Ministro a dir poco singolare, teso probabilmente a caccia di consensi tra i nativi, che non ha accennato alle responsabilità dei governi canadesi e quindi anche del suo governo.

Anche i giornalisti al seguito del Papa, durante i viaggio di  ritorno in aereo hanno chiesto a Papa Francesco come mai non avesse pronunciato la parola “genocidio”. La risposta del papa è stata semplice “è vero, non l’ho usata perché non mi è venuta in mente. Ma ho descritto che è un genocidio”.  Un’ammissione sincera ma che allo stesso tempo deve pesare come un macigno nella mente del Papa ben consapevole della responsabilità della Chiesa che aveva offerto su un vassoio di argento la giustificazione non solo spirituale ma anche politica e legale per la colonizzazione e il sequestro di terre non abitate da cristiani.  Solo recentemente, a partire dagli ’70 del secolo scorso, si è iniziato a mettere in discussione una colonizzazione che forte della convinzione che le terre fossero terra nullius non ha mai rispettato a partire dalla scoperta dell’America, i nuovi  territori “scoperti”, stravolgendo usi e tradizioni delle popolazione locali, e imponendo, anche con il genocidio delle popolazione native, quella che ha preso il nome di “discovery doctrine”.

Già molto prima del pellegrinaggio di penitenza del papa del luglio 2022, il leader indigeni e organizzazioni laiche religiose avevano chiesto al Pontefice di dare seguito al rapporto finale della Commissione per la Verità  e Riconciliazione del 2015 revocando la Dottrina della Scoperta. Era stato un suo predecessore,  Papa Alexander VI, con la Bolla Inter Caetera del 1493 a dare carta bianca alla Spagna  per espandere il suo regno e la cristianità. Non è un caso che proprio l’anno prima Colombo fosse arrivato nelle Americhe e che il Papa fosse spagnolo.

La bolla papale stabiliva non solo che la Spagna aveva l’esclusivo diritto sui territori ad Ovest delle Isole Azzorre ma dettava anche il preciso mandato di assicurarsi che la fede cattolica e la religione cristiana  fossero “esaltate diffuse e aumentate per la conversione e la salvezza delle anime delle popolazioni barbare”. Le parole conclusive della bolla affermavano che ogni luogo non già occupato dai cristiani fosse da considerarsi libero di essere preso dai cristiani europei indipendentemente dagli abitanti del luogo, del loro numero e del livello di civilizzazione raggiunto. Parole che hanno offerto la base legale per la corsa alla colonizzazione e l’annientamento delle culture indigene in nome della cristianità. Una dottrina usata per giustificare qualsiasi cosa, compreso ogni atteggiamento coercitivo dei missionari, e mai abbandonata. Nel 1573 Papa Paolo III emise la bolla papale “Sublimis Deus”, che denunciava l’idea che i nativi americani “dovevano essere trattati come animali irrazionali e usati esclusivamente per il nostro profitto e il nostro servizio“, e Papa Urbano VIII (1623-1644) scomunicò formalmente chi stesse ancora tenendo schiavi indiani. A questo punto, tuttavia, la Dottrina della Scoperta era profondamente radicata e condusse comunque alla conquista di terre e persone non cristiane in ogni angolo del mondo.

Una dottrina che non è mai stata ufficialmente revocata e che ha offerto ispirazione e giustificazione anche  paesi non cattolici, Inghilterra compresa. Singolare è l’interpretazione che gli indigeni semplicemente “occupavano” piuttosto che essere proprietari della terra. Nel 1823 negli Stati Uniti, la Suprema Corte, citando la dottrina della scoperta,  interveniva in Illinois su una disputa su una parcella di terra decidendo che i nativi americani non avevano nessun diritto sulla terra:  “The religion and character of Native Americans, was inferior to Europeans’ “superior genius.” Negli stessi anni delle scuole residenziali canadesi, anche negli Stati Uniti migliaia di bambini nativi americani furono forzatamente “arruolati” in più di 300 simili scuole.

La dottrina della scoperta non è stata mai revocata ma le scuse e la richiesta di perdono sono forse più importanti  della revoca della bolla papale, un mero gesto simbolico che non potrebbe cancellare gli effetti che la dottrina ha causato fomentando secoli di colonizzazione selvaggia.

 

Gino Bucchino, medico, vive e lavora a Toronto (Canada)

 

 

FONTE: https://www.saluteinternazionale.info/2022/09/francesco-e-il-genocidio-culturale-in-canada/

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