Calo demografico e lavoro: effetti «indesiderati». Uno studio della Fondazione Di Vittorio

L’Istat ci dice che il tasso di occupazione in Italia è tornato al 59%. Ma il dato va interpretato correttamente: il risultato è influenzato dal fatto che diminuisce la popolazione in età da lavoro. In realtà, dunque, non c’è stato alcun recupero occupazionale. Servono interventi immediati

di Fulvio Fammoni (Fondazione Di Vittorio)

Il tasso di occupazione italiano è tornato al 59%. È solo parzialmente una buona notizia: l’aumento non è legato esclusivamente ad una ripresa degli occupati, ma vi concorre anche un forte calo demografico nella popolazione in età da lavoro, accentuato dai fenomeni migratori. L’attuale tasso di occupazione italiano rimane di circa 9 punti percentuali più basso della media Ue; l’incremento fra i lavoratori dipendenti – rispetto al periodo pre-pandemico – è quasi totalmente precario, mentre i tempi indeterminati calano e l’occupazione invecchia.

Questo è lo stato di fatto. Il calo demografico produce già oggi molteplici effetti, fra cui ovviamente anche il calo dell’intera popolazione in età lavorativa (15-64 anni), pari a -514 mila unità a dicembre 2021 rispetto a febbraio 2020. Generando il paradosso che, anche senza alcun recupero occupazionale, il tasso di occupazione sarebbe aumentato comunque dal 56,6% di giugno 2020 (il punto più basso nel periodo pandemico) al 57,2% di dicembre 2021 (+0,6 punti percentuali). Questi dati non tengono ovviamente conto degli effetti del decremento demografico nei prossimi anni, fondato sul calo delle nascite, saldo naturale negativo, migrazioni in entrata e uscita. Insomma, un paese che continua ad invecchiare mentre, dopo molto tempo, cala l’aspettativa di vita a causa del covid. L’Istat stima, a situazione invariata, un calo della popolazione in età da lavoro di circa 2 milioni di persone al 2030.

Per invertire queste tendenze sarebbe importante agire su più fattori, in particolare la natalità che segna sempre picchi particolarmente negativi in occasioni di periodi di crisi come gli attuali. Sono interventi da attuare subito, ma che prevedono tempi non brevi per produrre effetti. La buona occupazione è uno degli aspetti fondamentali su cui rapidamente si può intervenire, sia in termini quantitativi che qualitativi. Per il forte impatto che determina nella fiducia sul futuro, la precarizzazione invece peggiora notevolmente questo quadro. Così come le politiche migratorie in tutta Europa vengono elaborate e implementate anche per rispondere a questi problemi, da noi non solo esistono leggi vessatorie e xenofobe, ma le attuali tendenze, sia in entrata che in uscita, non porteranno a mutamenti positivi dello scenario descritto.

Continuano infatti flussi importanti di cittadini italiani che spostano la propria residenza all’estero, anche durante il periodo pandemico; nel 2020 sono 120 mila, come nella media degli anni precedenti. Mentre l’immigrazione, che invece ha risentito delle restrizioni imposte dalla pandemia, è fortemente calata (192 mila gli iscritti dall’estero nel 2020), rispetto alla media molto più alta del decennio precedente. Non solo, anche gli ultimi provvedimenti adottati, come da recente Decreto flussi, per quanto rimettano in agenda il tema degli ingressi regolari per lavoro nel paese non solo non tengono contro dello scenario demografico, ma continuano ad incentivare i caratteri di dualismo e segmentazione del mercato del lavoro degli stranieri in Italia. Su un massimo di 69,7 mila ingressi, 42 mila vengono concentrati sul lavoro stagionale e gli altri in settori di lavoro a bassa qualificazione.

Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio

 

Scarica lo studio integrale a cura della Fondazione di Vittorio

 

 

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