n° 31 del 31 Luglio 2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Schirò (Pd) – le criticità della legge sull’assegno unico per gli italiani all’estero: il mio appello al ministro ORLANDO..

02 – Massimo Villone*: quella norma-manifesto che sa di vendetta 30 anni dopo tangentopoli. Giustizia. C’è ancora un residuo spazio di riflessione per cancellare la norma incostituzionale che mette il PM sotto tutela di chi detiene il potere politico pro-tempore.

03 – Andrea Capocci*:  Profitti per le aziende e vaccini ai paesi ricchi. Vaccini. La vera dittatura sanitaria nei numeri del report di People Vaccine Alliance.

04 – Adriana Pollice *:  «Il virus circola più di quanto rilevato, è iniziata la quarta ondata»

Il report della fondazione Gimbe. I contagi sono cresciuti del 64,8% in una settimana, i decessi del 46,1%

05 – Luigi Pandolfi*: Il grande bluff del Pnrr sugli investimenti Mezzogiorno. Chi pensa che il governo abbia deciso di fare investimenti pubblici al sud per un valore di oltre 80 miliardi è fuori strada. E c’è un paradosso. Per ogni miliardo speso al sud, poco meno della metà, comunque, rimbalzerà al nord, per l’acquisto di semilavorati, attrezzature, dispositivi vari.

06 – Marta Gatti*: «DIRITTI UMANI E CIBO, UN NESSO INSCINDIBILE» Intervista. Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, voce critica e per questo invitato al controsummit della società civile.

07 –  Massimo Villone *: Vaccini e green pass. Liberi di non vaccinarsi non di contagiare gli altri

Opinioni. La Costituzione non dice sì o no ai vaccini obbligatori. Li consente. Il se, quanto e come, è scelta politica del potere legislativo. Con tre principi: precauzione, necessità, proporzionalità

08 – Alfiero Grandi*: comunque la si giri la stella polare restano i valori costituzionali.

09 – Che cos’è il Next generation Eu.*: Il Next generation Eu è uno strumento europeo volto a aiutare, attraverso investimenti, i paesi membri a seguito delle perdite dovute dalla crisi sanitaria. I settori principalmente interessati sono l’ecologia, la sanità e la parità.

10 – Alberto Magnani*: G20, accordo su clima ed energia. Ma salta l’intesa su due punti chiave

Centrata l’intesa dopo ore di trattative. Superata l’opposizione dell’India al «comunicato» finale, più ambizioso su contrasto al cambiamento climatico

11 – Jacopo Giliberto*:  Perché il rame sta diventando il nuovo petrolio

12 – Marica Di Pierri*: La montagna ha partorito un topolino. Dopo quattro giorni di lavori, di cui due alla presenza dei Ministri dell’Ambiente dei Paesi del G20, si è concluso a Napoli il Summit Ambiente, Clima e Energia.

13 – Internazionale*: Brevi dal mondo: Venezuela, Cuba, Tibet. Maduro pronto al dialogo con l’opposizione venezuelana con la mediazione della Norvegia. La carica dei «100» intellettuali contro le sanzioni Usa al governo cubano. Xi Jinping in Tibet, prima visita di un leader cinese in 30 anni.

14 – Salvo Torre*: La produzione di nuovi margini e di inedite alleanze. Scaffale. «La terra dentro il capitale», un saggio di Maura Benegiamo per Orthotes. A proposito di conflitti, crisi ecologica e sviluppo nel delta del Senegal

 

 

 

01 – Schirò (Pd) – LE CRITICITÀ DELLA LEGGE SULL’ASSEGNO UNICO PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO: IL MIO APPELLO AL MINISTRO ORLANDO.. A POCHI GIORNI DALLA CHIUSURA ESTIVA DELLE CAMERE E NELLE MORE DELLA ELABORAZIONE DEI DECRETI ATTUATIVI DELLA LEGGE DELEGA SULL’ASSEGNO UNICO – LEGGE CHE POTREBBE COMPROMETTERE  (COME HO GIÀ SEGNALATO PIÙ VOLTE) I DIRITTI PREVIDENZIALI E FISCALI DEI NOSTRI CONNAZIONALI ALL’ESTERO MA ANCHE DEI SOGGETTI RESIDENTI IN ITALIA CON NUCLEO FAMILIARE RESIDENTE  ALL’ESTERO – HO INVIATO UNA LETTERA AL MINISTRO DEL LAVORO, ANDREA ORLANDO, PER INFORMARE E SENSIBILIZZARE IL GOVERNO SULLA ALLARMANTE PROBLEMATICA E PER CHIEDERE DELLE MISURE CORRETTIVE ATTE A TUTELARE I DIRITTI ACQUISITI DEI NOSTRI LAVORATORI E PENSIONATI ALL’ESTERO. 28 LUGLIO 2021

Nella lettera, molto circostanziata ma che riassumo sinteticamente, ho ricordato al Ministro che la nuova legge sull’Assegno unico, che dovrebbe entrare a regime il prossimo 1° gennaio 2022, subordina la fruizione dell’Assegno alla residenza o al domicilio in Italia e stabilisce il graduale superamento o soppressione delle detrazioni fiscali per i figli a carico  e dell’Assegno per il nucleo familiare (ANF).

Il problema è che sia le detrazioni fiscali per i figli a carico sia l’ANF sono attualmente erogati anche ai nostri connazionali aventi diritto residenti all’estero (le detrazioni sono concesse ai cosiddetti “non residenti Schumacker”, cioè coloro che producono più del 75% del reddito in Italia  – tra questi i contrattisti della nostra rete diplomatica – mentre le prestazioni familiari sono concesse, a determinate condizioni, anche ai pensionati residenti all’estero i quali hanno ottenuto la pensione in virtù di una convenzione internazionale di sicurezza sociale che contempli le prestazioni familiari  nel proprio campo di applicazione “ratione materiae”).

Ho sottolineato che se da una parte l’abolizione, appunto prevista dalla nuova legge, delle detrazioni per figli a carico e dell’assegno per il nucleo  familiare (ANF) non comporta particolare nocumento per i residenti in Italia che in sostituzione si vedranno riconosciuto l’Assegno unico universale, dall’altra parte invece le pratiche conseguenze potrebbero essere pesanti per gli italiani residenti all’estero ai quali non potrà essere riconosciuto l’Assegno Unico – che richiede la residenza o il domicilio in Italia – e i quali inoltre potrebbero perdere in un prossimo futuro anche gli attuali benefici previdenziali e fiscali (ANF e detrazioni familiari).

Ho voluto infine rimarcare nella mia lettera che la legge potrebbe inoltre compromettere l’accesso alle prestazioni familiari e alle detrazioni per carichi familiari ai lavoratori e pensionati italiani, comunitari ed extracomunitari residenti in Italia che attualmente percepiscono tali benefici ed hanno il nucleo familiare residente all’estero, perché essa prevede che il beneficiario dell’Assegno unico deve “essere residente e domiciliato con i figli a carico in Italia per la durata del beneficio”.

Si presume quindi, da una testuale lettura della norma,  che per avere diritto all’Assegno unico anche i figli dei beneficiari debbano essere residenti e domiciliati in Italia. Questa interpretazione escluderebbe dalla possibilità di percepire l’Assegno unico i soggetti che lavorano in Italia, soggetti al pagamento dell’imposta sul reddito in Italia e cittadini italiani, comunitari od extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, ma che hanno il nucleo familiare residente all’estero. Ho pertanto ritenuto utile ricordare al Ministro che la legge, così come formulata, potrebbe entrare in collisione normativa e giuridica con le disposizioni comunitarie ed in particolare con le varie sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea che in passato aveva affermato che uno Stato membro, come l’Italia, non possa rifiutare l’assegno familiare al soggiornante di lungo periodo (o al titolare di un permesso unico), adducendo, come motivazione, che suoi familiari risiedono in un Paese terzo.

Auspico che i miei interventi possano risultare utili ad indurre il Governo a modificare la normativa al fine di tutelare i diritti acquisiti dei lavoratori migranti ed in particolare dei nostri connazionali residenti all’estero.

*(Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA Tel. 06 6760 3193

Email: schiro_a@camera.it ­ angela-schiro.com)

 

02 – Massimo Villone*: QUELLA NORMA-MANIFESTO CHE SA DI VENDETTA 30 ANNI DOPO TANGENTOPOLI. GIUSTIZIA. C’È ANCORA UN RESIDUO SPAZIO DI RIFLESSIONE PER CANCELLARE LA NORMA INCOSTITUZIONALE CHE METTE IL PM SOTTO TUTELA DI CHI DETIENE IL POTERE POLITICO PRO-TEMPORE.

 

Il New York Times del 29 luglio celebra l’accordo sulla riforma della giustizia con un articolo dal titolo emblematico: “Italy’s Mr. Fix-It Tries to Fix the Country’s Troubled Justice System — and Its Politics, Too”. Che possiamo tradurre come “IL SIGNOR AGGIUSTATUTTO D’ITALIA TENTA DI AGGIUSTARE IL DISASTRATO SISTEMA GIUDIZIARIO DEL PAESE, ED ANCHE LA POLITICA”. Per quel giornale è la riforma di Draghi, che mette in gioco la sua funzione di premier.

La lettura è – nella sostanza – giusta, perché la riforma Cartabia diventa ogni giorno di più la riforma Draghi. La ministra non avrebbe avuto la forza di scriverla, presentarla, sostenerla nella battaglia politica. Ma i problemi rimangono, quale che sia la firma sulle carte.

Bisognerà aspettare testi definitivi. La camera dei deputati è convocata domani, 1° agosto, per l’esame dell’AC 2435 (proposta Bonafede). Secondo le ultime notizie, in commissione i relatori hanno presentato un subemendamento agli emendamenti del governo già depositati, riproduttivo dell’accordo di maggioranza. Quali sono gli scenari al momento probabili? Il governo porrà la fiducia sul testo approvato in commissione, se questa giungerà a votare. In caso contrario, in aula arriverà il testo originario Bonafede, e il governo porrà la fiducia su un maxi-emendamento onnicomprensivo di tutte le modifiche che si vogliono introdurre. Rimarrebbe in ogni caso aperta la via per ulteriori emendamenti in aula. Mentre è probabile che la fiducia sia posta comunque, per far cadere gli emendamenti delle (residue) opposizioni.

Fino al voto dell’aula rimane uno spazio di riflessione. Il Consiglio superiore della magistratura ha censurato nel suo parere il nodo prescrizione-improcedibilità, ma anche l’indicazione parlamentare ex lege al Pm di priorità per l’azione penale. Si sussurra anche di dubbi da parte del Quirinale. È una palese incostituzionalità, che potrebbe domani spostare l’asse del potere punitivo dello Stato avvicinandolo pericolosamente alle mani di chi detiene il potere pro tempore. Va sottolineato che nella formulazione fin qui nota non si tratta della mera approvazione di una relazione del ministro al parlamento, ma di un atto che entra nella gerarchia delle fonti con il rango legislativo. È difficile pensare che non vi siano conseguenze. Qui bisogna intendersi: il riferimento alla legge sarà contenuto o no nella formulazione definitiva?

Apprendiamo dalla stampa che nella convulsa e confusa trattativa la soppressione degli indirizzi parlamentari era chiesta da M5S. È stato opposto un diniego, vogliamo supporre da Draghi, perché preferiamo non imputarlo alla Cartabia, costituzionalista ed ex corte costituzionale. In ogni caso, ci chiediamo perché, visto che la norma sarebbe superflua o inutile (solo relazione), o con certezza incostituzionale (approvazione con legge). Norma manifesto, o eversione? E che fa il Pd, incapace come spesso accade di una parola identitaria? Non vorremmo che l’ultima rappresentazione fosse quella di una vendetta della politica sulla magistratura per Tangentopoli, trent’anni dopo.

Siamo ottimisti.

Ci aspettiamo che gli indirizzi parlamentari al Pm scompaiano. Auspichiamo poi un affinamento sull’ufficio del processo. Affidarlo a giovani inesperti, da formare e per di più precari assunti a tempo determinato, ci dice che nel tempo dato faranno qualche ricerca di giurisprudenza e poco altro. Dubitiamo assai che ci diano la palingenesi. Meglio rafforzare l’investimento sul radicale ampliamento degli organici dei magistrati e del personale di supporto, sull’aggiornamento tecnologico e nella digitalizzazione, sul miglioramento della qualificazione e della capacità investigativa della polizia giudiziaria.

Nessuno nega l’importanza per il paese di una giustizia più rapida, efficiente, efficace, ma ci sono vie giuste e vie sbagliate, ed anche i dettagli contano. Oltre ai dubbi sulla improcedibilità e sulla tagliola del 1° gennaio 2020, un esempio. Oggi è consentita la rinuncia alla prescrizione, strumento a difesa dell’onore dell’imputato che si ritiene innocente. L’opinione pubblica vede, e valuta. Domani il giudizio sarà congelato dalla improcedibilità. L’opzione oggi disponibile per l’imputato sembrerebbe preclusa. È possibile ripristinarla? Diversamente, ci sentiremmo dire dal cattivo di turno, in specie se personaggio eminente come un Berlusconi, “avrei tanto voluto giungere a sentenza, ma purtroppo la legge me lo ha impedito”.

Bisogna orientare al meglio l’emendamento – o emendamenti – del governo, contrastando l’ennesima emarginazione del parlamento. L’esito misurerà la cifra degli occupanti di Palazzo Chigi, più e meglio del New York Times. E se andasse male, il caro estinto – per dirla con Renzi – non sarebbe la riforma Bonafede, ma la speranza di una giustizia giusta.

*(Massimo Villone è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II)

 

03 – Andrea Capocci*:  PROFITTI PER LE AZIENDE E VACCINI AI PAESI RICCHI. VACCINI. LA VERA DITTATURA SANITARIA NEI NUMERI DEL REPORT DI PEOPLE VACCINE ALLIANCE.

LA GIGANTESCA DIMENSIONE ECONOMICA DEI VACCINI ANTI-COVID È FINORA PASSATA IN SECONDO PIANO RISPETTO ALL’URGENZA DI DISTRIBUIRNE IL PIÙ POSSIBILE ALLA POPOLAZIONE. Ci pensa ora un rapporto della «People Vaccine Alliance» (Pva), una rete internazionale di Ong, attivisti e premi Nobel, a fare i conti in tasca alle aziende farmaceutiche. L’analisi, intitolata «La grande rapina dei vaccini», rivela che le case produttrici dei vaccini hanno incassato cifre da capogiro grazie al monopolio garantito dai brevetti. Una maggiore competizione avrebbe permesso verosimilmente di garantire vaccini a tutto il mondo. L’Imperial College di Londra ha calcolato che produrre una dose del vaccino Pfizer costa circa un euro, e 2,4 per Moderna. A fronte di costi irrisori, il monopolio brevettuale ha permesso di vendere le dosi a prezzi elevatissimi, 14 euro a dose per Pfizer in media, anche 16-20 per Moderna. Un vero e proprio apartheid: i paesi ricchi hanno accumulato il 90% delle dosi e in quelli a basso reddito nemmeno l’1% della popolazione è vaccinata.

L’utile incassato dalle aziende ammonterebbe a 34 miliardi di euro. 26 dei quali dalla sola Ue (un quinto del bilancio europeo). I profitti sono stati girati agli azionisti (22 miliardi di euro in un anno per Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca) o ai 9 nuovi miliardari censiti dalla rivista Forbes. Se fossero stati reinvestiti sarebbe stato possibile fornire un vaccino a ogni abitante della terra. Produrre altre otto miliardi di dosi Pfizer sarebbe costato meno di otto miliardi di euro: la stessa cifra spesa dal programma Covax, la partnership tra Oms, Unicef e fondazioni private per fornire vaccini nei paesi a basso reddito. Solo che Covax coprirà solo il 23% della popolazione dei paesi a basso e medio reddito.

Per il fallimento del programma umanitario, la Pva non fa sconti alla Alleanza globale per la vaccinazione (Gavi) e alla Coalizione per la preparazione contro le epidemie (Cepi), fondazioni influenzate da magnati come Bill Gates e membri-chiave di Covax. «Sono stati troppo vicini alle aziende», scrivono gli analisti. «Hanno preferito gli accordi segreti piuttosto che chiedere alle aziende di fornire a Covax vaccini rapidamente e a prezzi di costo o quasi».

Costi così iniqui si spiegano con il sostanziale monopolio. Romperlo diventa dunque cruciale, come insegna la storia della lotta all’Aids. «La competizione – scrive il rapporto – abbatté i costi dei trattamenti contro l’Hiv del 99%, portandoli da 10.000 dollari l’anno a paziente a soli 67 dollari» all’inizio degli anni 2000. Nelle conclusioni, il rapporto torna a chiedere che per la lotta al Covid si abbandonino brevetti e segreti industriali e si trasferisca ad altre aziende il know how per allargare la produzione dei vaccini il più velocemente possibile

*( Andrea Capocci, giornalista )

 

04 – Adriana Pollice *:  «IL VIRUS CIRCOLA PIÙ DI QUANTO RILEVATO, È INIZIATA LA QUARTA ONDATA» IL REPORT DELLA FONDAZIONE GIMBE. I CONTAGI SONO CRESCIUTI DEL 64,8% IN UNA SETTIMANA, I DECESSI DEL 46,1%

Il 66% della popolazione vaccinabile ha avuto la prima dose, il 58% anche la seconda, nella fascia 12-19 anni il 30% ha avuto la prima somministrazione e il 15% ha completato il ciclo: sono i numeri forniti ieri dal ministro della Salute, Roberto Speranza, durante il question time in Senato. «Il quadro europeo vede un aumento dei contagi, la variante Delta diventerà dominante entro agosto – ha proseguito -. Anche tra i 12-17 anni la vaccinazione protegge, perché anche in questa fascia ci sono casi gravi, e riduce la circolazione del virus».

Sulle polemiche della Lega, contraria all’immunizzazione dei più giovani: «La comunità scientifica nazionale ha espresso un’opinione in favore. Lo ha fatto il Cts, che ha dentro il presidente del Css e dell’Iss, anche la Società italiana di Pediatria è a favore». E sul green pass: «Il governo ritiene che sia un pezzo essenziale della strategia di gestione di questa fase epidemica. Può aiutarci a rendere più sicuri i luoghi che frequentiamo».

Alla Camera, intanto, Fratelli d’Italia scatenava l’offensiva. Era in discussione ieri la pregiudiziale di incostituzionalità presentate da FdI relativa alla conversione in legge del dl Covid della scorsa settimana, quello con il certificato verde e la proroga dello stato d’emergenza. Il partito di Meloni ha chiesto il voto a scrutinio segreto, richiesta respinta due volte. La reazione è stata l’occupazione dell’aula per un’ora e cartelli «No green pass» a favore di telecamera.

I lavori poi sono ripresi e la pregiudiziale è stata bocciata (288 a 51, un astenuto). Ma per il governo si è aperto un altro fronte. Federazioni e leghe sportive in subbuglio per la decisione (contenuta proprio nel dl in via di conversione) di limitare al 25% la capienza degli impianti al chiuso. Dopo la Figc (che chiede 100% di capienza negli stadi con il green pass), ieri hanno protestato Legavolley e Federbasket. Dalla pallacanestro l’indicazione di portare i palazzetti almeno al 50%, dalla pallavolo la richiesta è eliminare i limiti per i vaccinati con mascherina.

In virtù dello stesso decreto, che fissa nuovi criteri, l’Italia è tutta in zona bianca ma il Centro europeo per il controllo delle malattie ieri ha messo in fascia rossa Sicilia e Sardegna. In verde (la nostra zona bianca) restano solo Piemonte, Valle d’Aosta, Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. Le altre regioni in giallo. Sono stati 6.171 (più 475 rispetto a mercoledì) i nuovi casi Covid in Italia su 224.790 test. Il tasso di positività è salito al 2,7%, 19 i decessi.

Salgono i ricoveri in area medica (più 45), 1.730 in totale; in terapia intensiva più 11, 194 in tutto. Sono 76.560 le persone in isolamento domiciliare. La regione con più casi è stata il Lazio (780) seguito da Toscana (748), Veneto (737), Sicilia (719) e Lombardia (661). Il totale delle dosi di vaccino somministrate, a ieri pomeriggio, era di 67.223.679; hanno completato il ciclo in 31.558.471 (pari al 58,43% della popolazione over 12).

«Il virus circola più di quanto documentato dai nuovi casi identificati, di fatto siamo nella quarta ondata»: è la posizione di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. «I casi sono sottostimati – avverte – dall’insufficiente attività di testing e dalla mancata ripresa del tracciamento dei contatti». Infatti, spiega il report settimanale Gimbe, a fronte ad un’impennata del rapporto positivi-persone testate dall’1,8% (30 giugno-6 luglio) al 9,1% dei 7 giorni successivi, la media mobile dei nuovi casi ha subito una flessione nell’ultima settimana.

Dal 21 al 27 luglio, rispetto al periodo precedente, i decessi sono aumentati del 46,1%; i ricoveri in terapia intensiva del 14,5%; ricoverati con sintomi del 34,9%; in isolamento domiciliare più 42,9%; i nuovi casi più 64,8%; gli attualmente positivi più 42,6%. In 40 province l’incidenza supera i 50 casi per 100mila abitanti; in tre si va oltre i 150 casi per 100mila abitanti (Caltanissetta 272, Cagliari 257 e Ragusa 193). Degli oltre 4,5 milioni di persone tra i 12 e i 19 anni, poco più di 670 mila (14,7%) hanno completato il ciclo vaccinale anti Covid e quasi 765 mila (16,8%) hanno ricevuto solo la prima dose.

«La quantità di vaccini a mRna non è sufficiente per ampliare massivamente a breve termine la platea dei vaccinandi in vista del rientro a scuola. Quasi 3,2 milioni di over 60 non hanno completato il ciclo vaccinale: 2,06 milioni non hanno ricevuto nemmeno una dose con rilevanti differenze regionali (dal 19,9% della Sicilia al 6,4% della Puglia) e 1,11 milioni sono in attesa della seconda dose».

*( Adriana Pollice giornalista da Il Manifesto)

 

05 – Luigi Pandolfi*: IL GRANDE BLUFF DEL PNRR SUGLI INVESTIMENTI MEZZOGIORNO. CHI PENSA CHE IL GOVERNO ABBIA DECISO DI FARE INVESTIMENTI PUBBLICI AL SUD PER UN VALORE DI OLTRE 80 MILIARDI È FUORI STRADA. E C’È UN PARADOSSO. PER OGNI MILIARDO SPESO AL SUD, POCO MENO DELLA METÀ, COMUNQUE, RIMBALZERÀ AL NORD, PER L’ACQUISTO DI SEMILAVORATI, ATTREZZATURE, DISPOSITIVI VARI.

 

Quanti sono i soldi che il Pnrr destina al Mezzogiorno? È uno dei tormentoni di questa caldissima estate. Ufficialmente dovrebbero essere il 40% del totale (82 miliardi), ma c’è chi sostiene che non arriveranno nemmeno al 10%. Eppure parliamo di numeri, dovrebbero essere certi. Ma, a quanto pare, non è proprio così. Gianfranco Viesti, ad esempio, spulciando tra gli interventi previsti dal Piano è giunto alla conclusione che i miliardi spesi al sud non saranno più di 22. Esagerazione? Beh, le risorse del Dispositivo di Ripresa e Resilienza non si tradurranno direttamente in investimenti pubblici (la quota dispersa in bonus, incentivi, mance alle imprese, è notevole).

E poi, c’è tutta la partita dei bandi. Anche per l’assegnazione dei fondi per investimenti varrà il criterio della concorrenza e della competizione. Tra nord e sud, tra le varie regioni. Il governo su questo punto ha provato a tranquillizzare, dicendo che anche per i bandi varrà la clausola del 40%. Nondimeno, anche se così fosse, l’incertezza legata ad una selezione pubblica non sarebbe eliminata. Insomma, chi pensa che il governo abbia deciso di fare investimenti pubblici al sud per un valore di oltre 80 miliardi è fuori strada. E c’è un paradosso. Per ogni miliardo speso al sud, poco meno della metà, comunque, rimbalzerà al nord, per l’acquisto di semilavorati, attrezzature, dispositivi vari.

Ma non è finita qui. Il Piano non finanzierà solo nuovi progetti. Per ogni missione, è previsto che con queste nuove risorse si andranno a finanziare anche «progetti già in essere», per i quali già esiste la copertura finanziaria. Parliamo di 53,1 miliardi su 191,5. Quanti sono i «progetti già in essere» nelle regioni del sud? Quali di questi erano già finanziati con risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione già spettanti al Mezzogiorno, in quanto «area sottoutilizzata»? Per non parlare del fatto che alcuni di questi elaborati, giacenti da anni in cassetti polverosi di regioni e ministeri, ormai non hanno nessuna aderenza con la realtà socio-economica dei territori cui afferiscono e rischiano di rivelarsi irrealizzabili.

La verità è che alla base del Pnrr c’è una filosofia ben precisa riguardo alla ripartenza del Paese dopo la pandemia, per quanto sbagliata: il differenziale di crescita con le economie più forti dell’Unione europea potrà essere colmato soltanto dando ossigeno e sciogliendo le briglie all’economia del nord.

Non è il momento di pensare (o ripensare) alla «questione meridionale». Quindi, da un lato soldi pubblici alle imprese e investimenti diretti in infrastrutture materiali e immateriali prevalentemente al nord, dall’altra riforme che «promuovano la concorrenza nel mercato dei servizi e dei prodotti» e «iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro». Ora le chiamano «riforme di contesto».

Lo Stato che apparecchia la tavola alle imprese, investendo quasi tutte le fiches sulle virtù taumaturgiche del mercato, che, lasciato libero di operare, creerà le condizioni per il benessere di tutti. «Gli effetti della concorrenza sono idonei a favorire una più consistente eguaglianza sostanziale e una più solida coesione sociale», si legge nel Piano. Vecchio cavallo di battaglia dei liberisti. E a nulla vale la lezione della storia. L’importante è che l’equilibrio economico si realizzi sugli assi cartesiani. Coerenza liberista delle «riforme» e incoerenza degli interventi, insomma.

Un doppio problema: il sud abbandonato a se stesso e un modello di sviluppo neoliberista calibrato per il motore economico del Paese. Ma non ci guadagna né il sud né il nord. O meglio: non ci guadagnano i nuovi proletari italiani, da nord a sud. È un modello che accentua le disuguaglianze territoriali e non interviene sull’esplosione e sulla frantumazione delle disuguaglianze sociali prodotta dalla crisi e dal disfacimento del compromesso fordista. Cosa servirebbe? Un’altra filosofia, un altro Piano. O, che sarebbe meglio, una nuova stagione di programmazione economica. Una strategia per coniugare crescita economica e riequilibrio territoriale, accumulazione del capitale e produttività da un lato e benessere diffuso e coesione sociale dall’altro. Si potrebbe fare, ma è una questione di rapporti di forza. Intanto, le piazze si riempiono solo per dire no al green pass.

*( Luigi Pandolfi. Giornalista economico e saggista. Giornalista pubblicista, scrive di economia e politica su vari giornali, riviste e web magazine.)

 

06 – Marta Gatti*: «DIRITTI UMANI E CIBO, UN NESSO INSCINDIBILE» INTERVISTA. MICHAEL FAKHRI, RELATORE SPECIALE DELLE NAZIONI UNITE PER IL DIRITTO AL CIBO, VOCE CRITICA E PER QUESTO INVITATO AL CONTROSUMMIT DELLA SOCIETÀ CIVILE.

Michael Fakhri è relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo dal primo maggio 2020; è professore universitario alla University of Oregon School of Law e si prende cura del suo giardino perché vorrebbe fare anche un po’ il contadino.

Come relatore speciale si è trovato in una posizione unica: partecipare al UN Food System Summit, come voce critica, ed essere invitato alla mobilitazione della società civile «Food System 4 People».

È interessante notare come entrambe queste manifestazioni siano frutto di un processo interno alle Nazioni Unite. La contro-mobilitazione è nata in seno al Meccanismo della società civile e dei popoli indigeni (CSM), un soggetto autonomo ma parte del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Il Food System Summit, d’altro canto, è stata un’iniziativa del Segretario Generale, del suo ufficio e della sua rete. Due eventi, nati in seno all’Onu, su traiettorie completamente diverse.

 

OVVERO?

Il Food System Summit è stato concepito da esperti, molti dei quali vicini alle grandi aziende del settore alimentare, e da scienziati che non rappresentano in alcun modo i saperi tradizionali e indigeni. Questo gruppo ha dato forma alle idee e poi le ha presentate ai governi e alla società civile. La contro-mobilitazione, all’opposto, è nata dalle relazioni, dalle alleanze, dalla solidarietà. La comunità ha dato vita alle idee da portare avanti.

 

I DIRITTI UMANI SONO STATI INSERITI NELL’AGENDA SOLO MOLTO TARDI, COME SI È SVOLTO QUESTO PROCESSO?

Sono stato coinvolto nei lavori del Summit un anno e mezzo fa. Ci è voluto quasi un anno solo per spiegare l’importanza dei diritti umani! Un anno per vederli inseriti nell’agenda. Grazie alla pressione, interna ed esterna, ci siamo riusciti. Purtroppo, però, sono entrati a gara cominciata, un anno più tardi. Il problema rimane. Vengono considerati una scelta tra le tante, da prendere in considerazione o meno. Solo durante il Pre-summit, per la prima volta, abbiamo parlato a fondo del significato dei diritti umani nel contesto del sistema alimentare. Ma ormai è tardissimo.

 

NON È STATO COSÌ PER L’INIZIATIVA DELLA SOCIETÀ CIVILE E DEI POPOLI INDIGENI. I DIRITTI UMANI SONO STATI CONSIDERATI FONDANTI SIN DAL PRINCIPIO. LA BASE DA CUI PARTIRE. COSA C’È IN BALLO NEL UN FOOD SYSTEM SUMMIT?

Ha a che fare con i soldi e con il futuro della governance. Governi, investitori, enti di beneficenza vogliono sapere dove dirigere i loro fondi per cambiare il sistema alimentare. Il Food System Summit è stato pensato per dare ai governi e alle aziende un piano di allocazione delle risorse.

 

IL SUMMIT HA IL POTENZIALE DI INFLUENZARE QUALE TIPO DI RICERCA E QUALI CONOSCENZE VERRANNO SVILUPPATE IN FUTURO. INVESTIRE NELLA DIGITALIZZAZIONE O NELL’AGROECOLOGIA?

Investire nei processi comunitari o in nuove app per agricoltori? La vera sfida è creare un piano in grado di fare da cornice ad ogni sistema alimentare e che, al tempo stesso, tenga in considerazione il fatto che siamo ecologicamente interconnessi gli uni agli altri. In ballo, poi, c’è la gestione dei fondi e delle regole del gioco: chi le decide? Chi deve essere al tavolo? Chi organizza il tavolo?

 

QUALI SONO LE PROSPETTIVE DEL SISTEMA ALIMENTARE?

La mia maggiore preoccupazione è che, per via del Covid e della crisi alimentare, non solo assistiamo ad un aumento della fame e della malnutrizione ma anche a una violenza crescente che attraversa tutto il sistema alimentare. La violenza familiare, contro le ragazze e le donne, le violenze contro i difensori dei diritti umani, le violenze contro le comunità che stanno perdendo la loro terra, l’incremento di conflitti all’interno degli stati e tra stati. Queste sono le sfide che dovremmo affrontare e che il Summit non prende in considerazione.

 

SCORRENDO IL PROGRAMMA DEL SUMMIT EMERGONO NOMI DI MULTINAZIONALI DELL’ATTUALE SISTEMA ALIMENTARE ACCUSATE DI VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI O DI DANNI AMBIENTALI…

La leadership che sta dietro al Summit crede che le corporation siano parte della soluzione. Non si tratta di semplici imprese ma di grandi multinazionali. La verità è che le corporation sono parte del problema.

 

COM’È POSSIBILE CHE SIANO STATE INVITATE, SE SONO PARTE DEL PROBLEMA?

Quando ho posto questa domanda ad una parte della leadership del vertice la loro risposta è stata: «Anche i governi sono parte del problema e dobbiamo lavorare con loro». In sostanza: meglio non farsi domande sulle cause della crisi alimentare e sui responsabili, lavoriamo con le strutture di potere esistenti. Ma non si possono mettere sullo stesso piano le corporation e i governi! Fame e malnutrizione sono certamente causate da fallimenti politici, ma la differenza è che i governi devono fare i conti con la popolazione mentre le corporation perseguono il profitto. Le multinazionali dovrebbero, per lo meno, essere messe davanti alle loro colpe. I governi sono parte del problema, è vero, ma devono essere parte della soluzione.

 

ANCHE L’AGROECOLOGIA È ENTRATA NELL’AGENDA…

È stata una lotta. In una lettera alla dottoressa Agnes Kalibata (Inviata speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il 2021 Food System Summit, ndr) ho sottolineato come l’agroecologia sia la base per garantire alle persone il diritto al cibo e il rispetto dei diritti umani. All’inizio ho incontrato una forte resistenza. Ci è voluto un grande lavoro di advocacy e di pressione. Il fatto che l’agroecologia sia stata inserita nell’agenda è un segno del successo raggiunto. Adesso tutti adorano l’agroecologia. Ora la lotta è mostrarne il significato nel contesto del sistema alimentare. La sua forza è non considerare separatamente ecologia e giustizia sociale. Il modo in cui trattiamo la terra, l’acqua e il nostro ambiente riflette come ci trattiamo l’un l’altro, e viceversa. Se sfruttiamo i lavoratori, siamo portati a sfruttare gli animali nel nostro sistema alimentare; se sfruttiamo gli animali siamo portati a sfruttare la terra, se estraiamo risorse dal suolo estrarremo benessere dalle comunità.

 

CON QUESTO VERTICE SI È CONSUMATA UNA ROTTURA INTERNA ALLE NAZIONI UNITE. È UN PRECEDENTE PREOCCUPANTE?

In un certo senso potrebbe essere un precedente pericoloso per i prossimi summit e per tutto il sistema delle nazioni unite. È la paura che tutti hanno. Se torniamo indietro nel tempo, però, vediamo anche che il dibattito è servito a far progredire il diritto al cibo. Nel 1996, in occasione del World Food Summit, per la prima volta, la società civile ebbe uno spazio autonomo di discussione. Quell’occasione di autonomia diede uno slancio internazionale alla sovranità alimentare e al diritto al cibo.

 

SOVRANITÀ ALIMENTARE, DIRITTO ALLE SEMENTI ED ECONOMIA FEMMINISTA SONO ALCUNI DEI TEMI AFFRONTATI NEL CONTRO-VERTICE, ASSENTI NEL SUMMIT. CONCORDA CON LA LORO IMPORTANZA?

Assolutamente sì. Penso che la sovranità alimentare sia un’idea dinamica che mette in evidenza il tema del controllo nei sistemi alimentari.

CHI DETIENE GLI ELEMENTI CENTRALI, COME I SEMI? CHI CONTROLLA LA TERRA, L’ACQUA, LE RISORSE E IL LAVORO DELLE PERSONE?

Sono domande fondamentali. I movimenti per la sovranità alimentare sostengono che chiunque sia essenziale nel nostro sistema alimentare, chiunque produca ciò che mangiamo dovrebbe averne il controllo. E quando si parla di economia femminista è in sostanza l’economia della cura: dobbiamo prenderci cura di noi stessi, della Terra. È quello che anche il Covid ci ha insegnato.

 

QUALI SARANNO LE PROSSIME PRIORITÀ COME SPECIAL RAPPORTEUR?

Il prossimo rapporto che presenterò all’Assemblea Generale Onu e al Consiglio per i diritti umani sarà proprio sul Food System Summit e sul sistema alimentare, in generale. I successivi saranno sui diritti dei contadini, semi e proprietà intellettuale, violenze conflitti e crisi. Dovrei fare delle visite sul campo ma per via del Covid non è ancora possibile e non so quando lo sarà. Ho ancora due anni davanti a me ma non so se rinnoverò il mandato per altri tre, perché è molto difficile rivestire questo ruolo in piena pandemia.

*(Marta Gatti. Giornalista. Genovese nell’anima e milanese d’adozione sono una collaboratrice di Radio Popolare di Milano e da più di due anni curo una)

 

07 –  Massimo Villone *: VACCINI E GREEN PASS. LIBERI DI NON VACCINARSI NON DI CONTAGIARE GLI ALTRI OPINIONI. LA COSTITUZIONE NON DICE SÌ O NO AI VACCINI OBBLIGATORI. LI CONSENTE. IL SE, QUANTO E COME, È SCELTA POLITICA DEL POTERE LEGISLATIVO. CON TRE PRINCIPI: PRECAUZIONE, NECESSITÀ, PROPORZIONALITÀ.

Ha ragione Liliana Segre che giudica esecrabile accostare il green pass alla Shoah. Ha ragione Draghi quando si scaglia contro l’appello a non vaccinarsi. Sono ipocriti la Meloni e soprattutto il doppiogiochista Salvini, che attaccano l’obbligo e il green pass e poi si vaccinano. Fanno senso i no di chi si appella alla Costituzione non avendola nel proprio Dna. Si è aperto un maleodorante vaso di Pandora.

Ognuno è libero di pensare ciò che vuole sui vaccini, e di manifestare in piazza osservando le regole. Ma libertà non significa che ognuno può fare quel che gli pare, quando e come gli pare. Per Costituzione, la libertà è uno spazio definito di scelta individuale nel quale il potere pubblico può entrare solo in modi e limiti predeterminati.

Partiamo dall’art. 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Ma come e quando il legislatore potrà intervenire? Lo dice lo stesso articolo 32. La salute non è solo un “fondamentale diritto dell’individuo” , ma anche un “interesse della collettività” . Ed è appunto in vista di tale contrapposto interesse che la legge – e solo la legge – può imporre un obbligo vaccinale, come è accaduto più volte in passato.

Un esempio. Sarebbe incostituzionale la legge che obbligasse il malato di Sla a un trattamento sanitario anche salvavita, come il sondino per l’alimentazione artificiale. È invece conforme a Costituzione la legge che impone la vaccinazione anti-Covid. Perché la differenza? Perché nel primo caso il rifiuto di trattamento ricade solo sul malato, libero di voler morire. Nel secondo il rifiuto mette a rischio non solo la vita propria, ma anche quella di altri. È questo non è parte di qualsivoglia libertà.

La Costituzione non è pro o contro i vaccini obbligatori. Li consente. Se prevederli, in quale misura e modalità, è scelta politica del titolare del potere legislativo. Dovrà essere fatta osservando tre principi: precauzione, necessità, proporzionalità. La precauzione si volge a valutare i rischi da fronteggiare. Necessità e proporzionalità implicano che l’intervento deciso non abbia alternative meno intrusive o limitative per diritti e libertà, e sia commisurato nei tempi e nei modi agli obiettivi da realizzare. Sono queste le linee essenziali che si traggono dalla giurisprudenza della corte costituzionale (tra altre, sent. 5/2018, in specie punto 8.2 del considerato in diritto).

Il rischio è alto, e si contrasta efficacemente solo con i vaccini. Questo dicono – con poche eccezioni – la ricerca e la scienza medica, suffragate dallo svolgersi della pandemia. In Italia lo attestano quasi 130000 bare, e il complottismo non cambia questa realtà. Precauzione, necessità e proporzionalità sono pienamente osservate dall’obbligo ex lege per categorie determinate, come è stato per i medici e gli operatori sanitari, e come potrebbe essere per docenti e studenti in vista della riapertura delle scuole.

Lo stesso vale per un green pass per legge come condizione per svolgere determinate attività, accedere a certi luoghi, usufruire di servizi pubblici. Ognuno rimarrebbe libero di non vaccinarsi, essendogli però preclusa l’occasione di contagiare altri. Il che è consentito anche dalle specifiche norme costituzionali su libertà e diritti: circolazione, riunione, istruzione, iniziativa economica privata.

Una considerazione conclusiva. L’ondata anti-Covid è nata e cresciuta nella rete. Internet è strumento di libertà, ma può anche essere palestra di irrazionalità collettiva. La vicenda in atto prova che non si governa un paese con la rete e per la rete.

Bisogna ritrovare la via della partecipazione democratica attraverso soggetti politici strutturati e radicati, come l’art. 49 della Costituzione chiaramente indica. Per questo, ci vorrà una rinascita politica e culturale, non facile né breve. Nella specie, potremmo trarre spunto dal capitolo XXXI dei Promessi sposi sulla peste del 1630 a Milano, in cui troviamo la fotografia dei no-vax e dei no-pass di oggi. Ne consigliamo la lettura a quegli eredi di Stefano Rodotà che pare vogliano – in chiave di libertà – rifiutare il green pass “modello francese”.

Non sarà facile diradare le minacciose nuvole nere richiamate da Revelli su queste pagine. Si addensano su un mantra di nuovo conio per cui resistere alla presunta sopraffazione vaccinale non è di destra, e nemmeno di sinistra. È falso, e nelle manifestazioni si vede. La libertà individuale di contagio è di destra, la difesa della collettività dal contagio è di sinistra

 

 

08 – Alfiero Grandi*: COMUNQUE LA SI GIRI LA STELLA POLARE RESTANO I VALORI COSTITUZIONALI. SIAMO ALLE SOGLIE DEL SEMESTRE “BIANCO” DURANTE IL QUALE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NON PUÒ SCIOGLIERE IN ANTICIPO LE CAMERE. LE ELEZIONI ANTICIPATE SONO UN DETERRENTE NELLE MANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER RICONDURRE A RAGIONEVOLEZZA I PARTITI RIOTTOSI E FAR PREVALERE IL SENSO DI RESPONSABILITÀ. F

orse per questo il Presidente Mattarella ha chiarito che comunque può esercitare altri poteri come rinviare alle Camere decreti legge che durante la conversione hanno subito rigonfiamenti esagerati, fino a raddoppiare il numero degli articoli e aumentare a dismisura le materie in essi contenute. Tuttavia il Presidente ha inevitabilmente aperto una riflessione ben più consistente.

Anzitutto sul rapporto tra governo e parlamento. È un fatto che i decreti legge sono raddoppiati dal febbraio 2020 se confrontati con il periodo precedente e che i voti di fiducia sono la normale modalità con cui arrivano all’approvazione in parlamento, inoltre il voto di fiducia porta con sé i maxiemendamenti. Questo significa che il rapporto tra governo e parlamento è rovesciato. Il parlamento è chiamato ad approvare gli atti del governo che di fatto ne dettano l’agenda e i tempi, mentre non ha di fatto lo spazio (purtroppo spesso neppure le condizioni politiche) per esaminare ed approvare proposte di legge essenzialmente parlamentari. Emblematicamente questa è la situazione in cui si è trovato il ddl Zan che è stato rinviato con la motivazione che c’erano decreti da approvare con urgenza entro i termini, altrimenti sarebbero decaduti. Probabilmente questa motivazione è stata utile ad alcune posizioni politiche che non volevano votare prima della pausa di agosto, ma resta il fatto che è stata spiegata con l’urgenza di altri provvedimenti, guarda caso del governo, confermando così che il parlamento sempre più è chiamato ad un ruolo di ratifica delle decisioni e delle mediazioni trovate a livello di governo. Mentre il parlamento è l’asse del nostro sistema costituzionale.

Altro episodio illuminante è l’approvazione del decreto governance/semplificazioni alla Camera. Ora il decreto passa al Senato dove verrà approvato in velocità senza alcuna reale possibilità di modifica perché la Camera ha usato il tempo disponibile e ora la decadenza incombe. Di fatto i decreti vengono discussi nel primo ramo del parlamento, l’altro si limita ad approvare quanto arriva già confezionato dall’altra Camera. Quindi è di fatto rovesciato il rapporto tra governo e parlamento ma anche il rapporto tra le due camere si sta avvicinando al monocameralismo di fatto. Del resto la sovrapposizione del corpo elettorale fa venire meno una ragione non banale del bicameralismo visto che da qualche settimana potranno votare per il Senato anche i maggiori di 18 anni. Il parlamento poi non riesce ad intervenire con autorevolezza sui provvedimenti. Riprendo l’esempio del decreto governance/semplificazioni. Il PNRR è un documento non soddisfacente, non traspare il coraggio di una scelta radicale sulla svolta ambientalista. Del resto il governo Draghi è apparso frenare anche sui provvedimenti Fit for 55 della Commissione europea che hanno cercato di indicare ulteriori sponde per spingere l’Europa a procedere verso la riduzione del 55% di CO2 al 2030. Era scontata la resistenza dei paesi di Visegrad, ma se la resistenza viene da paesi come Francia, Italia, Spagna che dovrebbero essere trainanti il problema si fa molto serio. Il decreto governance/semplificazioni in sostanza definisce le modalità con cui si deciderà e il parlamento non è riuscito a introdurre modifiche nei percorsi individuati tali da consentire un controllo adeguato dell’applicazione dei bandi.

Il presidente del Consiglio è il vero pivot, con il corredo dei ministri da lui scelti (economia, ambiente, mobilità, innovazione digitale) che di fatto saranno insieme il nucleo politico decisionale. Gli altri aspetti su cui pure si è molto discusso: mezzogiorno, lavoro, giovani e donne restano obiettivi sulla carta ma i ministri che dovrebbero garantire i risultati non saranno presenti in modo permanente, una sottovalutazione non da poco. Non è nemmeno chiarito come e se verranno informati dei provvedimenti. Eppure è chiaro che un Sì al PNRR non è automaticamente un consenso ai singoli provvedimenti, che ovviamente possono essere discussi. Anzi il singolo provvedimento, di conseguenza il singolo bando, rischia di essere deciso contro la volontà di tanti. Il governo così pensa di avere ragione non solo dei tempi lunghi ma anche del consenso ai singoli provvedimenti, imponendo di fatto la decisione. In tanti casi potrebbe essere condivisibile, ma in altri no. Il parlamento doveva individuare un percorso in cui esprimere un consenso o un dissenso prima della decisione del Consiglio dei Ministri. Un metodo che taglia con la spada i nodi gordiani rischia di creare come unica alternativa ribellioni tipo Val Susa. Imporre ha delle conseguenze, comporta delle reazioni.

I partiti hanno valutato adeguatamente questi aspetti? Non sembra. Nel decreto governance/semplificazioni ci sono molti aspetti che sono stati approvati senza una adeguata riflessione, eppure cambiano in modo sostanziale il funzionamento concreto della democrazia del nostro paese. Del resto se qualcuno non avesse chiara la situazione basta che rifletta sugli emendamenti che la ministra Cartabia ha portato in Consiglio dei Ministri sulla prescrizione e sul parlamento chiamato a decidere annualmente linee guida sul lavoro della magistratura, a detta di molti incostituzionale. Eppure il governo ha deciso di dare mandato alla Ministra di chiedere il voto di fiducia su questi testi. Salvo modifiche dei prossimi giorni, potremmo trovarci nella curiosa situazione che l’ex presidente della Corte costituzionale diventata ministra fa approvare un provvedimento con molte probabilità incostituzionale, che inevitabilmente i magistrati prima o poi porteranno al giudizio della Corte attuale.

Forse è giunto il momento di fermarsi e di riflettere.

In particolare la riflessione deve riprendere dalla Costituzione, dai suoi valori, dai suoi presupposti democratici, dalla sua natura antifascista, dalla sua attuazione. Nei fatti aspetti importanti vengono cambiati ma non sono coerenti con il dettato costituzionale, ad esempio con la netta definizione di autonomia della magistratura dal potere politico ed esecutivo e questo è importante per chiunque governi, oggi una parte, domani l’altra. Dalla crisi delle coalizioni prima di centro sinistra (2008) e dopo di centro destra (2011) l’Italia non ha ancora trovato una chiara definizione del terreno che unisce e di ciò che invece – nell’ambito di regole condivise – è materia propria di alternative politiche.  A costo di andare contro corrente, non sembra che il governo Draghi sia in grado di dare garanzie sul futuro perché il problema è di fondo, riguarda contenuti essenziali. Le difficoltà italiane non sono tanto nella difficoltà a fare quanto in un chiaro confronto sulle prospettive e su un mandato elettorale che indichi con chiarezza la direzione di marcia e questo lo può fare solo un appuntamento elettorale come le prossime elezioni, nel quale realizzare le condizioni essenziali di rappresentanza politica e il rinvio continuo della nuova legge elettorale non è di buon auspicio.

Prendere tempo non serve, la legge elettorale deve approvarla questo parlamento e una battaglia esplicita per il proporzionale è necessaria insieme alla possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti da parte dei cittadini e resta la condizione di base per rilanciare in questa fase la democrazia italiana, altrimenti l’impoverimento politico continuerà e la società italiana sarà sempre più spaccata tra chi ha il potere di decidere e chi ha come ruolo solo quello di prendere atto o di ribellarsi. Esattamente il contrario di una società inclusiva e partecipata. Cerchiamo di non rimpiangere l’impianto costituzionale quando sarà troppo tardi.

*( Alfiero Grandi da Job News)

 

09 – CHE COS’È IL NEXT GENERATION EU.*: IL NEXT GENERATION EU È UNO STRUMENTO EUROPEO VOLTO A AIUTARE, ATTRAVERSO INVESTIMENTI, I PAESI MEMBRI A SEGUITO DELLE PERDITE DOVUTE DALLA CRISI SANITARIA. I SETTORI PRINCIPALMENTE INTERESSATI SONO L’ECOLOGIA, LA SANITÀ E LA PARITÀ.

DEFINIZIONE

È uno strumento temporaneo di ripresa e rilancio economico europeo volto a risanare le perdite causate dalla pandemia. Si tratta di oltre 800 miliardi di euro che sono stati inseriti all’interno del bilancio europeo 2021-2027 ed è destinato a tutti gli stati membri.

Il 21 luglio 2020, in risposta alla crisi sanitaria che tutti i paesi europei stavano affrontando, il consiglio europeo delibera l’istituzione del Next generation Eu (NgEu). A seguito di questo si sono tenute varie discussioni per affinare lo strumento.

 

SI SONO SUSSEGUITI VARI STEP:

la ratifica della decisione sulle risorse proprie da parte degli stati membri;

l’approvazione delle modalità di utilizzo dei vari fondi europei presenti nel NgEu;

la presentazione entro il 30 aprile 2021 e l’approvazione, entro tre mesi da quella data, dei piani nazionali di resistenza e resilienza dei paesi Ue.

Successivamente all’approvazione del Pnrr da parte della commissione, verrà versato a ciascun paese il 70% di fondi nazionali entro il 2022. Il restante 30% sarà erogato entro il 2030 e sarà possibile spenderlo fino al 2026. Nel caso in cui la prima quota di finanziamenti non venga spesa entro la data stabilita, l’accesso ai fondi potrebbe essere sospeso.

 

ATTRAVERSO IL NGEU, LA COMMISSIONE EUROPEA SI FOCALIZZA PRINCIPALMENTE SU 4 PRIORITÀ:

transizione ecologica: raggiungere la neutralità climatica e mettere in pratica misure per la lotta al cambiamento;

transizione digitale: aumentare le zone raggiunte da una buona connessione internet e, dove possibile, da una connessione 5g, investire nella formazione delle conoscenze digitali i cittadini;

stabilità macroeconomica: investire nei giovani, creando opportunità di lavoro e di educazione;

equità: promuovere azioni e misure volte a contrastare ogni forma di odio e promuovere iniziative per l’uguaglianza e tolleranza di genere e della comunità Lgbtqi+.

Queste priorità si traducono poi nella diversa composizione dei fondi europei del NgEu e nelle differenti quote di spesa in base alla voce interessata.

 

DATI

Al suo interno il Next generation riunisce diversi finanziamenti, ciascuno con delle specifiche.

Destinazione   Somma (mld €)

Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza     723.8

di cui prestiti   385.8

di cui sovvenzioni        338

React-EU         50.6

Orizzonte Europa        5.4

Fondo InvestEu           6.1

Sviluppo rurale           8.1

Fondo per una transizione giusta (JTF)         10.9

RescEu 2

…………………………………………………Totale        806.9

 

Per quasi il 90% il Next generation finanzia il piano nazionale per la ripresa e la resilienza, con 723,8 miliardi di euro. L’obiettivo principale è quello di mitigare l’impatto economico e sociale generato dalla crisi sanitaria.

Il Pnrr si compone di sei missioni, ossia traguardi da raggiungere attraverso i finanziamenti, che richiamano in parte quelle già presenti nel Next generation Eu.

 

MISSIONE 1: la digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura. Ogni piano nazionale dovrà includere il 20% di spesa per il settore digitale;

MISSIONE 2: rivoluzione verde e transizione ecologica, a cui deve essere dedicato almeno il 37% del fondo;

MISSIONE 3: infrastrutture per una mobilità sostenibile;

MISSIONE 4: istruzione e ricerca;

MISSIONE 5: inclusione e coesione;

MISSIONE 6: salute.

Queste a loro volta si suddividono in componenti, ambiti di intervento e investimenti.

 

Vedi Che cos’è il PNRR.

Oltre al Pnrr, ci sono altri fondi che verranno finanziati attraverso il Next generation Eu. Tra questi il React-Eu, un fondo al quale sono dedicati 50,6 miliardi di euro. Questo ammontare serve a finanziare una nuova iniziativa che porta avanti e amplia le misure di risposta alla crisi e quelle per il superamento degli effetti della crisi attuate mediante, ossia Crii e Crii+

 

Leggi anche Che cosa sono i pacchetti Crii e Crii+.

Inoltre, 10,9 miliardi di euro saranno indirizzati verso il fondo per una transizione giusta (Jtf). Una misura volta ad aiutare le zone al raggiungimento della neutralità climatica. Infatti, la transizione ecologica è una delle priorità principali del NgEu. In seguito, il fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) riceverà 8,1 miliardi di euro, con l’obiettivo di raggiungere la coesione economica e sociale tra le regioni degli stati membri.

 

Il fondo investEu (6,1 miliardi €), riunendo in sé una serie di misure europee, ha come finalità quella di aumentare gli investimenti in Europa, sostenere la ripresa e preparare l’economia per il futuro. Segue, con 5,1 miliardi di euro il progetto Orizzonte Europa, definito dalla commissione europea come il nuovo programma quadro di ricerca e innovazione dell’Unione europea incluso nel budget per il quinquennio 2021-2027.

Infine, 2 mld sono indirizzati a RescEu. Si tratta di un fondo di aiuti per le persone vittime di emergenze e a rischio di disastri sia di natura sanitaria, ma anche biologica, chimica, nucleare e oltre che per le conseguenze del cambiamento climatico.

 

ANALISI

L’Italia riceverà oltre 210 miliardi di euro delle risorse del programma Next generation Eu. A questi si aggiungono 80,1 mld derivanti dalla pianificazione europea del nuovo bilancio quinquennale.

La programmazione attuata dal governo italiano si basa, in particolar modo su tre priorità in linea anche con quelle dettate dall’Ue, ossia digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale.

Il Pnrr costituisce la maggiore destinazione dei fondi del NgEu, pari a 191,5 mld di euro, di cui quasi 50 miliardi saranno destinati alla transizione ecologica.

L’iniziativa di Orizzonte Europa riceverà 497 milioni di euro, mentre al ReactEu saranno destinati più di 13 milioni. Al Feasr, per lo sviluppo rurale, saranno indirizzati 846 milioni di euro e il fondo per una transizione giusta ne riceverà 535 milioni. Infine, 236 milioni di euro saranno indirizzati alla misura RescEu.

Il Next generation Eu è uno strumento che si basa su un notevole lavoro di programmazione, richiesta che arriva anche dalla stessa Unione europea. Infatti, il 30% degli investimenti saranno erogati agli stati solo nel caso in cui la prima parte, il 70%, è stato correttamente speso in base al piano e secondo i tempi di stabiliti.

Questa è dunque un’opportunità per l’Italia per riuscire a riprendersi a seguito della crisi sanitaria e investire in quei settori, come innovazione, uguaglianza e ecologia, in cui ci sono ancora importanti lacune. Gli obiettivi sono sia di riuscire a superare la media europea in quelle tematiche in cui l’Italia rimane ancora fortemente indietro, ma anche di ridurre le disuguaglianze che ancora sussistono tra le regioni italiane

*( Chi: Commissione europea, Commissione Von der Leyen – Cosa: Coronavirus, Next generation Eu, Pnrr – Dove: Unione Europea)

 

10 – Alberto Magnani*: G20, ACCORDO SU CLIMA ED ENERGIA. MA SALTA L’INTESA SU DUE PUNTI CHIAVE, CENTRATA L’INTESA DOPO ORE DI TRATTATIVE. SUPERATA L’OPPOSIZIONE DELL’INDIA AL «COMUNICATO» FINALE, PIÙ AMBIZIOSO SU CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, 23 luglio 2021

 

Raggiunto l’accordo sul clima al G20 di Napoli, ma saltano due punti chiave: il contenimento dell’aumento di temperatura entro 1,5 gradi e l’eliminazione del carbone dalla produzione energetica entro il 2025. È l’esito delle ore di trattative che si sono consumate nella seconda giornata dal G20 Ambiente, Clima ed Energia di Napoli.

Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, si è comuqnue detto soddisfato del risultato. «È stata una negoziazione particolarmente complessa – ha detto – durata dopo 2 notti e 2 giorni, con i team che lavorano sulle linee guida. Questa notte non c’era molto ottimismo poi invece siamo riusciti a trovare un accordo sul comunicato: proposto 60 articoli, ne sono stati condivisi 58».

La principale opposizione era arrivata dall’India, insieme alla Cina il paese più ostile ai target di contrasto al cambiamento climatico auspicati dalla presidenza italiana. Solo alla fine Pechino ha ceduto e dato l’ok allo scoglio che aveva bloccato le trattative, l’inserimento di un riferimento alla neutralità carbonica. Ora il communiqué finale svelerà entro che scadenza è stato previsto l’obiettivo, sempre che ne sia stata decisa una. Le bozze e i rumor circolati in giornata avevano seminato dubbi sulla sostanza del documento, soprattutto sul fronte degli impegni finanziari e dei vincoli che dovrebbero impegnare sul fronte climatico le economie più ricche del pianeta.

 

L’ASSE FRA KERRY E L’ITALIA

L’ok al Comunicato sul Clima arriva il giorno dopo al via libera a quello sull’Ambiente, in entrambi i casi sotto la regia della presidenza italiana. Il testo sull’Ambiente era già uscito da ore di negoziati e con parecchie limature rispetto agli obiettivi originari. Quello sul Clima ha vissuto un iter anche più travagliato, con mediazioni in corso anche dopo l’annuncio finale dell’intesa. L’inviato Usa sul clima John Kerry e il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, hanno lavorato insieme alla bozza del negoziato che poi è finita sul tavolo dei ministri nel pomeriggio del 23 luglio. Il testo ha cercato di mediare fra i vari ministri presenti al summit di Napoli, per assicurarsi un comunicato condiviso entro il pomeriggio.

A metà giornata i paesi restavano spaccati su almeno «due, tre punti», hanno riferito fonti presenti a Napoli, confermando il clima di tensione nella giornata dedicata al binomio energia e clima. I due argomenti più scivolosi per il club delle 20 economie più ricche, diviso al suo interno sulle strategie di contrasto del cambiamento climatico e taglio delle emissioni.

*( inviato sole24ore Alberto Magnani)

 

11 – Jacopo Giliberto*:  PERCHÉ IL RAME STA DIVENTANDO IL NUOVO PETROLIO

Ieri i ministri avevano strappato all’ultimo un’intesa sul tema dell’Ambiente, con un comunicato finale che fissa 10 «linee guida» in vista della COP26 di Glasgow. Oggi sembra più complicato arrivare a una sintesi, viste le divergenze che separano i paesi dal G7 da colossi come India e Cina.

Cingolani incontra personalmente le delegazioni. I negoziati erano arrivati a un punto morto in tarda mattinata, con trattative in stallo su uno dei target più ambiziosi della due giorni: la formalizzazione di un obiettivo di neutralità carbonica entro il 2050. Il G20, come era emerso già alla vigilia, sconta una frattura fra paesi più o meno «ambiziosi» sulle proprie politiche climatiche, con la spinta del G7 per un’accelerazione delle misure, e il freno opposto da economia come Cina, India, Arabia Saudita, Brasile, Russia. È stata soprattutto l’India a tenere il punto fino al termine dei negoziati, rivelandosi un interlocutore anche più ostico rispetto a Pechino.

*( Jacopo Giliberto, inviato sole24ore)

 

12 – Marica Di Pierri*: LA MONTAGNA HA PARTORITO UN TOPOLINO. DOPO QUATTRO GIORNI DI LAVORI, DI CUI DUE ALLA PRESENZA DEI MINISTRI DELL’AMBIENTE DEI PAESI DEL G20, SI È CONCLUSO A NAPOLI IL SUMMIT AMBIENTE, CLIMA E ENERGIA.

Chiusi nelle stanze del Palazzo Reale o connessi dagli uffici lontani decine di migliaia di km, gli sherpa e i rappresentanti delle venti economie più industrializzate non hanno perso occasione per fornire, in questa estate funestata da disastri climatici, l’ennesima dimostrazione di una cecità il cui costo, salatissimo, si calcola in termini di vite umane, diritti e devastazioni ambientali.

FIERI DI AVER APPROVATO GIOVEDÌ una prima intesa sull’ambiente, salutata da Cingolani con tripudio, perchè «per la prima volta il G20 ha riconosciuto l’interconnessione tra clima, ambiente, energia e povertà» – segno che ci si accontenta davvero di poco – la seconda giornata, quella dedicata a clima e energia, è stata segnata dalla distanza delle posizioni sul processo di decarbonizzazione. Alla fine di intense negoziazioni, secondo quanto dichiarato da Cingolani nella conferenza stampa conclusiva, si è riusciti a concertare un documento di intesa generale (il cui testo sarà reso noto soltanto nella giornata di oggi), rinunciando però all’accordo su due questioni fondamentali. I punti chiave infatti, sia il riferimento all’obiettivo degli 1,5°C – da tradurre in un grande sforzo concentrato nel decennio appena iniziato – che la data per il phase out dal carbone sono stati stralciati e la discussione in merito ulteriormente rimandata. Senza questi punti di minima lo sforzo diplomatico assume l’aspetto farsesco di un mero esercizio di stile; dell’ennesima occasione in cui la montagna partorisce il topolino.

LA DISCRASIA TRA PAROLA E AZIONE contraddistingue la governance climatica da oltre trent’anni. Trent’anni ormai persi, nella lotta contro il tempo per arginare la peggior emergenza che abbia mai minacciato i destini di tutti i paesi e i popoli del pianeta. I paesi del G20 rappresentano più dell’80% del Pil mondiale, il 60% della popolazione del pianeta e circa il 75% delle emissioni globali di gas serra. Sono anche, tutti, firmatari dell’Accordo di Parigi, attraverso cui si sono impegnati a contenere il global warming a fine secolo “ben al di sotto dei 2°C”, giurando che avrebbero fatto il possibile per non superare la soglia di +1,5°C, limite da non valicare per scongiurare punti di non ritorno dalla traiettoria ad oggi imprevedibile. Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo enormi interessi economici – difesi in prima linea dalle mayor dell’energia fossile – e l’azione infaticabile dei loro fedeli watchdog: i governi.  In ambito climatico i paesi del G20 sono chiamati a svolgere un ruolo di guida; tuttavia continuano a preferire un’inaccettabile drammaturgia: stracciarsi le vesti con dichiarazioni ufficiali degne di Greta Thumberg mentre rimandano nei fatti ogni azione significativa. Il risultato è che a quasi sei anni dalla sigla dell’Accordo, gli obiettivi di riduzione stabiliti dai singoli Paesi proiettano ancora il futuro del pianeta oltre i +3° al 2100.

NEL FRATTEMPO LA GERMANIA, la provincia di Henan in Cina, ampie zone della Nuova Zelanda, dell’Iran e della Nigeria sono sott’acqua per le inondazioni, il Canada brucia, le estati sono sempre più torride, le stime dei decessi prematuri dovuti a caldo e freddo estremo toccano l’impressionante cifra di 5 milioni l’anno. Per questo, nei giorni del G20 di Napoli movimenti e organizzazioni per la giustizia climatica hanno ribadito l’ipocrisia che emerge dai tavoli negoziali e la necessità di una rivoluzione – economica, energetica, sociale – che non può più attendere. Dalle mobilitazioni che hanno sfilato in una città blindata, all’EcoSocial forum che ha chiamato a raccolta attivisti da tutta Italia e oltre, fino alle azioni di pressione e denuncia indirizzate alla stampa e ai governi riuniti. Tra esse, la lettera aperta diffusa e indirizzata ai Ministri del G20 da una folta rete di realtà europee impegnate a difendere la giustizia climatica anche nei tribunali, trascinando alla sbarra i governi accusati di inazione climatica e di violazione dei diritti umani.

LA LETTERA DENUNCIA l’inadeguatezza delle politiche varate dai paesi riuniti a Napoli, chiede misure radicali e un pacchetto post-pandemia improntato all’azione climatica e avverte che in mancanza di azione adeguata la battaglia continuerà non solo nelle piazze ma anche di fronte ai giudici. Tra le firmatarie vi sono A Sud e Friday for Future italia, tre le realtà promotrici della causa climatica italiana e della Campagna Giudizio Universale, assieme a Urgenda Foundation, Notre Affaire à Tous e Climate Case Ireland (che hanno vinto rispettivamente le storiche cause in Olanda, Francia e Irlanda), all’organizzazione internazionale ClientEarth e ad altre Ong di UK, Irlanda, Repubblica Ceca e Austria.

SE È SICURO CHE LE VAGHE dichiarazioni conclusive rese dai governi al termine del G20 verranno riprese da gran parte dei media e raccontate come “storico” risultato del summit partenopeo – mostrando propensione ad un uso piuttosto leggero dell’aggettivo – altrettanto sicuro è che i movimenti per la giustizia climatica di certo non mangeranno la foglia. Il cammino che porterà all’attesa COP26 di Glasgow di novembre si annuncia pieno di occasioni che – in un modo o nell’altro – rimetteranno il clima al centro. Dall’appuntamento di fine settembre a Milano con la COP giovani e la pre-Cop, al Vertice dei Capi di Stato e di Governo del G20 a Roma a fine ottobre, l’attenzione sarà tutta puntata sulla necessità, irrimandabile, di rispondere con efficacia e urgenza alla sfida del secolo.

*( L’autrice Marica Di Pierri fa parte di A Sud)

 

13 – Internazionale*: BREVI DAL MONDO: VENEZUELA, CUBA, TIBET. MADURO PRONTO AL DIALOGO CON L’OPPOSIZIONE VENEZUELANA CON LA MEDIAZIONE DELLA NORVEGIA. LA CARICA DEI «100» INTELLETTUALI CONTRO LE SANZIONI USA AL GOVERNO CUBANO. XI JINPING IN TIBET, PRIMA VISITA DI UN LEADER CINESE IN 30 ANNI.

 

VENEZUELA, MADURO PRONTO AL DIALOGO CON L’OPPOSIZIONE

L’opera di mediazione della Norvegia dà i suoi primi frutti, complice anche la volontà delle opposizioni venezuelane di partecipare stavolta alle prossime elezioni amministrative, previste il 21 novembre. Il presidente Maduro si dice pronto a partecipare a una fase avanzata del dialogo diretto con le opposizioni, da tenersi in Messico, per discutere «una agenda realistica, oggettiva, realmente venezuelana, per cercare di arrivare ad accordi parziali per la pace e la sovranità del Venezuela» e affinché siano «rimosse tutte le sanzioni».

 

CUBA, LA CARICA DEI «100» CONTRO LE SANZIONI USA

Il ministro della Difesa cubano, Alvaro Lopez Miera, e la Brigata speciale del ministero dell’Interno cubano (Snb) sono i bersagli delle nuove sanzioni decise dall’Amministrazione Biden in risposta alla «repressione delle proteste pacifiche iniziate l’11 luglio» sull’isola. Lo precisa Il dipartimento del Tesoro Usa, che «continuerà ad applicare le sue sanzioni relative a Cuba, comprese quelle imposte per sostenere il popolo cubano nella sua ricerca di democrazia e sollievo dal regime».

Quelle decise contro il ministro Lopez Mieira sono tra l’altro le prime sanzioni individuali varate dagli Stati uniti per presunte violazioni dei diritti umani a Cuba. Intanto 100 intellettuali e personalità internazionali si rivolgono direttamente a Biden attraverso un’intera pagina del New York Times, pubblicata ieri a pagamento per chiedere una svolta nelle politiche di Washington nei confronti dell’isola e la fine delle sanzioni economiche che da oltre 50 anni strangolano Cuba. Tra i firmatari Noam Chomsky, Jane Fonda, Oliver Stone, Varoufakis, Jeremy Corbyn e l’ex presidente brasiliano Lula.

 

XI IN TIBET, PRIMA VISITA DI UN LEADER CINESE IN 30 ANNI

Il presidente cinese Xi Jinping ha concluso ieri la visita ufficiale in Tibet iniziata mercoledì, ma lo ha reso noto solo a missione compiuta. È la prima volta in trent’anni (l’ultimo era stato Jiang Zemin nel 1990) che un presidente cinese arriva ufficialmente nella regione a maggioranza buddista sottoposta alla dura repressione di Pechino e alla sua occupazione politica ed economica, oltre che culturale. La tv di Stato Cctv ha mostrato Xi all’aeroporto, accolto da una folla festante e dalle bandiere cinesi, immagini in contrasto con le denunce dell’International Campaign for Tibet che ha parlato di speciali attività di sorveglianza e controllo sulla popolazione locale. A Lhasa Xi ha visitato il Potala Palace, residenza del leader spirituale tibetano Dalai Lama.

*(red. Esteri Internazionale)

 

14 – Salvo Torre*: LA PRODUZIONE DI NUOVI MARGINI E DI INEDITE ALLEANZE. SCAFFALE. «LA TERRA DENTRO IL CAPITALE», UN SAGGIO DI MAURA BENEGIAMO PER ORTHOTES. A PROPOSITO DI CONFLITTI, CRISI ECOLOGICA E SVILUPPO NEL DELTA DEL SENEGAL

 

Ci stiamo interrogando da qualche secolo sulla natura più intima del capitalismo, semmai si potesse sintetizzare in un solo aspetto, diverso dal fallimento epocale per l’umanità, questo sistema bulimico che inghiotte vite e territori. Dentro questa riflessione si trova parte del discorso sul mutamento, sulla natura patriarcale e coloniale della nostra esperienza, delle nostre culture, dell’idea di dominio.

DOPO UN VENTENNIO di dibattito sul land grabbing, si può iniziare a inquadrare ciò che è successo in termini storici, si è trattato di un processo di accumulazione su scala planetaria, di un’enorme sottrazione di spazi liberi, paragonabile per dimensioni solo a quelle dell’inizio della modernità. Un’ulteriore fetta del pianeta è diventata privata. A ogni crisi il capitale reagisce accelerando i suoi processi e aumentando la pressione sulla base del sistema, la terra e la biosfera, a ogni crisi riduce gli spazi di libertà.

Il volume che Maura Benegiamo ha costruito sul suo lavoro di ricerca, La terra dentro il capitale. Conflitti, crisi ecologica e sviluppo nel delta del Senegal (Orthotes, pp. 166, euro 20) condotto con una piccola comunità in lotta in Senegal, racconta una storia di resistenza che nasce dentro una marginalità di alcuni secoli, ci porta dentro le riflessioni di un gruppo nomade che si oppone all’esclusione, all’idea inaudita della chiusura della terra.

La storia da cui nasce questo libro è una vicenda periferica dei processi globali, un’azienda italiana partecipa a un progetto di produzione di olio di semi e all’acquisto di alcune decine di migliaia di ettari di terra, per poi ritirarsi qualche anno dopo per l’insostenibilità economica del piano. Nel frattempo si susseguono investitori, programmi istituzionali, dibattiti, interventi, nuove acquisizioni, il tutto riassumibile con una delle ideologie che hanno condizionato il pianeta: lo sviluppo. Una categoria che rappresenta un progetto politico di conquista, che l’autrice considera, ripartendo dalle riflessioni di Sanyal, uno spazio conteso, in cui si articola un conflitto politico e si inventano le nuove povertà.

LA PICCOLA COMUNITÀ peul è invece abituata a riconoscere lo sviluppo come quel progetto di sottrazione di libertà che la insegue da secoli, quella costruzione ideologica che la relega nello spazio del nomadismo arcaico e povero contrapposto alla ricchezza prodotta dalla monocoltura e dalle imprese estrattive.

È una ricerca condotta da Sud, offre lo sguardo di chi entra in conflitto e risponde usando i canali che trova, impara a vivere sul margine. Le dinamiche sociali sono descritte dall’interno di secoli di colonizzazione, in cui essere marginali significa sopravvivere dentro grandi mediazioni e cercare spesso l’invisibilità. È l’esatto opposto della lettura coloniale, quella per cui il capitalismo arriva per la prima volta e porta ricchezza. La produzione di nuovi margini è il modo con cui si trasformano i processi di accumulazione in un continente le cui ricchezze hanno contribuito a costruire il sistema attuale sin dalla sua origine. Proprio questo aspetto rende il testo, oltre che un caso applicato di ricerca nel campo dell’ecologia politica, un tentativo di tradurre una narrazione sulla natura del capitalismo, su un mondo plurale in cui esistono molte forme di opposizione, conflitti e margini abitati in modo diverso.

Lo sguardo che ci offre la comunità dei pastori nomadi è prezioso, è anche qualcosa che progressivamente si sta estendendo e moltiplicando tra le maglie dell’appropriazione assoluta del mondo, è il processo dentro cui stiamo vivendo in forme differenti e a cui un enorme numero di comunità si oppone ogni giorno.

*(Salvo Torre è ricercatore di Geografia presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania, docente di Geografia)

 

 

 

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