n° 15 – 10 Aprile 2021  – RASSEGNA NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01-  SCIENZA*. Le api ci insegnano l’immunità di sciame.

02- Schirò (Pd)*: Brexit e sicurezza sociale: le nuove regole con qualche sorpresa.

03 – La Marca e Schirò *: Deputate Pd Estero: la direttrice per la cultura e la lingua italiana del Maeci risponde alle nostre sollecitazioni volte a tutelare gli enti gestori in questa fase di transizione.

04- Tonino Perna e Mimmo Pizzuti:* VENTI PAESI RESISTENTI SFIDANO IL G20.

05 – Will Hutton*:  Il coraggio inaspettato di Joe Biden “S ì, è audace, ma possiamo farcela”.

06- Giovanni De Mauro*: la settimana radicale la notte del 4 dicembre 1969 gli agenti della polizia di Chicago fanno irruzione nell’appartamento di Fred Hampton, leader delle pantere nere dell’Illinois, uccidendolo nel sonno.

07 – Marina Catucci- Stati Uniti. I millennial neri 17 volte più poveri di quelli bianchi. Lo studio della Reserve: le famiglie bianche dei nati negli anni ’80 gode di 88mila dollari l’anno, le afroamericane di 5mila. Tra le cause c’è lo sbalorditivo debito contratto per proseguire l’università, chiesto dall’87% degli studenti neri contro il 60% dei bianchi. Ed è maggiore, in media, di 7.400 dollari

08 – Tano Benedetti*: Messico BACALAR. Victoria come George Floyd. Un femminicidio di stato a Tulum. Donne vittime sia di criminali che della polizia, i dati del Paese restano da brivido.

09 – Francesco Bilotta*: America latina Gli indesiderabili del Brasile: il dissenso si auto-esilia. Attivisti, deputati, ricercatori e accademici nel mirino. Le storie di Larissa Mies Bombardi, Jean Wyllys, Anderson França, Debora Diniz, Marcia Tiburi, costretti a fuggire per continuare a difendere l’ambiente, le donne e i poveri

 


 

 

01 –  SCIENZA*. LE API CI INSEGNANO L’IMMUNITÀ DI SCIAME. RECITA UN VECCHIO ADAGIO CHE NON CI SIA NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE. MA ALCUNI POTREBBERO SORPRENDERSI SCOPRENDO CHE GLI ESSERE UMANI NON SONO LE UNICHE CREATURE AD AVER INVENTATO I VACCINI. Uno studio appena pubblicato sul Journal of Experimental Biology da Gyan Harwood dell’Università dell’Illinois, Urbana-Champaign, conferma che le api da miele ci sono arrivate prima di noi. Suggerisce inoltre che queste portino avanti operazioni analoghe ai programmi di vaccinazione dell’infanzia di tipo prime-boost (cioè “a doppia vaccinazione”, in cui la prima attiva la risposta immunitaria, la seconda la rafforza).

Essendo gregarie, le api da miele rischiano costantemente che nei loro alveari si diffondano delle malattie. La maggior parte degli animali che vivono in condizioni affollate possiede un robusto sistema immunitario. Per questo gli entomologi si sono a lungo interrogati sul perché lo stesso non accada alle api da miele, che effettivamente possiedono meno geni che modulano il sistema immunitario della maggior parte delle api solitarie.

L’ANTIGENE DELL’APE REGINA

Parte della risposta, emersa nel 2015, è che le api regine vaccinano le loro uova trasferendo in esse, prima che queste siano deposte, frammenti di proteine provenienti da agenti patogeni che causano malattie.

Queste proteine agiscono come antigeni che scatenano lo sviluppo di una risposta immunitaria protettiva negli esemplari in sviluppo. Ma questa osservazione ha portato a chiedersi come la regina riceva, tanto per cominciare, la sua fornitura di antigeni, poiché essa si ciba unicamente di pappa reale, una sostanza prodotta dalle api operaie che si trovano in una fase della loro vita (precedente al periodo che trascorrono volando in libertà per procurarsi nettare e polline) in cui nutrono le larve. Il dottor Harwood si è quindi chiesto se queste api nutrici incorporino, nella pappa reale che producono, frammenti degli agenti patogeni contenuti nelle provviste portate nell’alveare dalle api uscite a procurasi il nutrimento.

Per mettere alla prova la sua idea, si è associato a un gruppo dell’università di Helsinki, in Finlandia, guidato da Heli Salmela. Insieme hanno raccolto circa 150 api nutrici, dividendole in sei minialveari senza ape regina, in cui erano presenti covate di larve da accudire. Invece che il nettare, hanno dato alle api nutrici acqua e zucchero, e in tre di questi alveari hanno “corretto” questo sciroppo con Paenibacillus larvae, un bacillo che causa una malattia mortale per gli alveari, chiamata peste americana.

PROBABILE CHE LE API NUTRICI TRASMETTANO L’ANTIGENE ALL’APE REGINA ATTRAVERSO LA PAPPA REALE

In questo caso, per evitare un’infezione del genere, il dottor Harwood e la dottoressa Salmela hanno sottoposto preventivamente a calore, uccidendoli, gli agenti patogeni. Hanno anche applicato sui batteri morti una tintura fluorescente, perché fosse più facile tracciare i loro successivi destini. E, naturalmente, i microscopi fluorescenti hanno confermato che frammenti di Paenibacillus larvae entravano nella pappa reale, prodotti da quelle api che erano state alimentate con acqua e zucchero “corretti”. Inoltre, l’esame di questa pappa reale ha rivelato livelli elevati – rispetto a quella proveniente da api che non erano state nutrite con Paenibacillus larvae – di un peptide antimicrobico noto come defensin-1. Si ritiene che questa sostanza aiuti i sistemi immunitari a tenere a distanza le infezioni batteriche.

Complessivamente queste scoperte suggeriscono che le api nutrici trasmettano effettivamente, tramite la loro pappa reale, gli antigeni all’ape regina che poi le inocula nelle sue uova. Questo significa inoltre – dal momento che anche le larve ricevono pappa reale nei primi giorni dopo essere uscite dalle uova – che le api nutrici inoculano anche le larve.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

Ogni ape neonata risulta quindi vaccinata due volte. Resta da capire se si tratti semplicemente di un approccio belt-and-braces (di una doppia precauzione), o sia in realtà l’equivalente della vaccinazione prime-boost per gli esseri umani, in cui la seconda vaccinazione moltiplica gli effetti della prima. Ma qualunque sia la verità, sembra offrire una protezione. Non tanto immunità di gregge, quanto di sciame.

(Traduzione di Federico Ferrone Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist)

 

02 – SCHIRÒ (PD) – BREXIT E SICUREZZA SOCIALE: LE NUOVE REGOLE CON QUALCHE SORPRESA. FINALMENTE L’INPS HA EMANATO LA CIRCOLARE CON LE PRIME ISTRUZIONI SUL PROTOCOLLO SUL COORDINAMENTO DELLA SICUREZZA SOCIALE CHE SI APPLICA TRA REGNO UNITO E ITALIA A SEGUITO DELL’ACCORDO SUGLI SCAMBI COMMERCIALI E LA COOPERAZIONE DEL 24 DICEMBRE SCORSO TRA REGNO UNITO E UNIONE EUROPEA. Roma, 9 aprile 2021

In una mia recente interrogazione avevo chiesto a Governo e Ministero del Lavoro di emanare atti esplicativi ed attuativi della nuova situazione che si è venuta a creare in relazione ai diritti sulla libera circolazione, sanitari e previdenziali dei nostri connazionali che si spostano (o già lo hanno fatto) dall’Italia in uno dei Paesi del Regno Unito e viceversa. Avevo sollecitato l’intervento chiarificatore delle autorità italiane competenti ed una prima risposta è arrivata dell’Inps per ciò che riguarda le problematiche previdenziali.

Avevo sottolineato che i Regolamenti comunitari (CE) 883/2004 e 987/2009 in materia di sicurezza sociale e in materia di assistenza sanitaria, dopo il periodo transitorio che è terminato il 31 dicembre 2020, non sono più applicabili ai rapporti tra Regno Unito e Unione Europea (e quindi Italia). Infatti con l’Accordo di recesso è stato introdotto un nuovo Protocollo sulla sicurezza sociale, allegato all’Accordo di partenariato, che si applica dal 1° gennaio 2021 alle persone che soggiornano legalmente in Italia (o in uno Stato UE) e nel Regno Unito (si applica quindi quando si instaura una situazione transfrontaliera) e che al pari del Regolamento n. 883 (applicabile ora a tutti gli Stati membri ma non al Regno Unito) si fonda sui seguenti principi generali: parità di trattamento, esportabilità delle prestazioni, totalizzazione dei periodi di contribuzione e assicurazione, unicità della legislazione applicabile.

L’Inps nella sua circolare (sintetizzo per ora, ma è necessario che le istituzioni competenti approfondiscano nel prossimo futuro numerosi aspetti del Protocollo ancora poco chiari) indica soprattutto che ai sensi del Protocollo, continueranno a trovare applicazione le disposizioni dell’Istituto in materia di totalizzazione internazionale per l’accertamento del diritto e il calcolo delle prestazioni, anche con riferimento a periodi assicurativi, fatti o situazioni successivi alla data del 31 dicembre 2020.

Quindi il meccanismo della totalizzazione potrà essere utilizzato ancora per ciò che riguarda l’acquisizione, il mantenimento, la durata o il recupero del diritto alle prestazioni e l’ammissione al beneficio di una legislazione. Ai fini della totalizzazione saranno presi in considerazione sia i periodi di assicurazione completati prima della fine del periodo di transizione (31 dicembre 2020) che quelli maturati successivamente e cioè a partire dal 1° gennaio 2021.

Le prestazioni che rientrano nel campo di applicazione del nuovo Protocollo sono praticamente le stesse previste dai Regolamenti comunitari di sicurezza sociale (ora non più applicabili tra le parti) con alcune eccezioni importanti tra le quali le prestazioni familiari che stranamente (ma l’Inps non ci spiega il perché) non sono più incluse e disciplinate.

Giova inoltre rimarcare che ora, in virtù di esplicite previsioni del Protocollo, alcune prestazioni precedentemente non esportabili dall’Italia in ambito UE – perché di carattere non contributivo – saranno invece esportabili nel Regno Unito, come ad esempio l’integrazione al minimo e le maggiorazioni sociali che, in base alla normativa italiana, non sono vincolate alla residenza in Italia del titolare, per cui possono beneficiarne, in presenza dei requisiti di legge, anche i residenti in altri Paesi extra UE, c.d. Paesi terzi come il Regno Unito, ma solo ai soggetti che si trasferiscono nel Regno Unito a far data dal 1° gennaio 2021, e che diventano successivamente titolari di prestazione pensionistica italiana.

Infine, vale la pena ricordare che l’Accordo sugli scambi commerciali e la cooperazione tra Regno Unito e UE deve ancora essere esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima che possa essere definitivamente ratificato: per questo motivo le parti hanno convenuto che l’Accordo (e quindi anche il Protocollo sulla sicurezza sociale che ne è parte integrante) sarà applicato per ora solo in via provvisoria fino al prossimo 30 aprile (ma è ovviamente prevedibile che la ratifica finale sarà stipulata prima di tale ultima data).

Angela Schirò

Deputata PD – Rip. Europa –

Camera dei Deputati

 

03 – La Marca e Spirò*: DEPUTATE PD ESTERO: LA DIRETTRICE PER LA CULTURA E LA LINGUA ITALIANA DEL MAECI RISPONDE ALLE NOSTRE SOLLECITAZIONI VOLTE A TUTELARE GLI ENTI GESTORI IN QUESTA FASE DI TRANSIZIONE. 9 APRILE 2021

Alla nostra sollecitazione di intervenire per superare le serie difficoltà che gli enti promotori della lingua e della cultura nel mondo stanno affrontando a seguito dell’applicazione della nuova Circolare 3 alle attività del settore, la Ministra Plenipotenziaria Cecilia Piccioni, Direttrice centrale per la promozione della cultura e della lingua italiana del MAECI, ha cortesemente risposto con dettagliate osservazioni, di cui le siamo grate.

La Direttrice, prendendo atto delle problematiche che si sono manifestate, ha confermato l’impegno di costante indirizzo degli enti gestori nella fase di transizione e di diretta interlocuzione con ciascuno di loro, riconoscendone l’importante funzione nel panorama della formazione in italiano nel mondo. La Ministra Piccioni, inoltre, garantendo la massima flessibilità nell’applicazione del nuovo regolamento, assicura anche che in questa difficile fase sarà considerato con realismo il requisito della disponibilità di risorse proprie da parte degli enti.

Nello stesso tempo, la Direttrice Piccioni ribadisce che è nei propositi della Direzione generale Sistema Paese istituire un tavolo tecnico per studiare in dialogo con le parti coinvolte le eventuali modifiche, anche sostanziali, che si ritenga utile apportare alla Circolare 3. Questo, tuttavia, dopo che gli enti abbiano presentato i progetti relativi al nuovo anno scolastico, per avere un riferimento obiettivo nel confronto da intraprendere.

Prendiamo atto dell’apertura con la quale le nostre considerazioni sono state accolte e, in particolare, salutiamo come un atto di realismo e di buon senso l’istituzione di un tavolo tecnico nel quale si possa pervenire, se necessario, alle modifiche della circolare che l’esperienza e il senso di responsabilità possano suggerire.

Per quanto ci riguarda, avremmo preferito una moratoria di alcuni mesi nell’applicazione della nuova regolamentazione, in modo da affrontare meglio anche le difficoltà di preparazione dei nuovi progetti, ma confidiamo che con uno sforzo comune di dialogo e con spirito pragmatico, che fortemente auspichiamo, si possa pervenire agli stessi risultati.

In questo campo, l’Italia ha nelle mani un patrimonio inestimabile e in questa difficile congiuntura ogni sforzo deve essere fatto affinché non solo non si faccia alcun passo indietro, ma questo potenziale sia pienamente investito nel quadro della promozione integrata del Sistema Paese nel mondo.

(Per la ripartizione Nord e Centro America: Francesca La Marca*  – Per la ripartizione Europa: Angela Schirò*)

 

04 – Tonino Perna e Mimmo Pizzuti:* VENTI PAESI RESISTENTI SFIDANO IL G20.  Non sono poveri ma impoveriti da conflitti etnici, guerre e sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali, MALAWI, ETIOPIA, GAMBIA, GUINEA, LIBERIA YEMEN, GUINEA BISSAU, RD CONGO, MOZAMBICO, SIERRA LEONE, BURKINA FASO, ERITREA, MALI, BURUNDI, SUD SUDAN, CIAD, REPUBBLICA, CENTROAFRICANA, NIGER, LIBANO, HAITI, sono gli ultimi Paesi della terra per qualità della vita, condizioni socio-sanitarie, reddito e così via.

Non poveri ma impoveriti da conflitti etnici, guerre, sfruttamento senza limiti delle loro risorse umane e naturali. Questi Paesi, di cui si parla solo e per qualche giorno in occasione di disastri climatici ed ambientali, epidemie de-vastanti, sanguinose guerre etniche, tribali o religiose, genocidi, sono il contraltare dei 20 grandi Paesi dominatori del mondo (che spesso sono gli sponsor delle guerre di cui sopra). Quei cosiddetti G20 che si incontreranno il 30-31 ottobre prossimi, sotto la presidenza italiana, a conclusione di una vasta serie di confronti ed iniziative tematiche. Come si vede, i Paesi impoveriti sono quasi tutti africa-

ni e certamente l’anno di pandemia non ha aiutato risolvere le loro crisi ma è bene precisare subito che questo discorso non vale per tutto il continente.

L’Africa infatti si conosce e si studia poco. E spesso si pensa di poterne parlare come di un unicum, dalla Tunisia al Sud Africa in forme stereotipate.

Ma così non è. La diversità, culturale, politica, religiosa è una caratteristica che attraversa da Sud a Nord questo vastissimo territorio, e al loro interno ciascuno dei 54 Stati che ne fanno parte. Non si può non partire da questa considerazione quando si vuole comprendere e studiare ad esempio la natura dei vari conflitti. Va pur detto che sicuramente le problematiche ambientali legate alla crisi climatica non conoscono invece confini e la conseguente insicurezza che si determina non può che incidere sulle diffuse tensioni sociali. Sta qui un fattore comune a tutti i conflitti che si lega a filo doppio alle guerre per il controllo delle risorse e per il potere. Tutto ciò è poi alimentato e ampliato dalle questioni etniche e religiose, come è sempre accaduto ed accade ovunque. Sahel, Corno d’Africa, Repubblica democratica del Congo e tanti dei Paesi L20 si trovano a fronteggiare da tempo sia profondi mutamenti climatici di lungo periodo, sia eventi estremi sempre più frequenti, che mettono a dura prova l’economia di sussistenza,

di molte di queste zone e uno stato di guerra e violenza permanente per il controllo delle risorse e la conquista del potere.

Gli stessi aiuti internazionali spesso sono condizionati dalla messa in atto di dure politiche securitarie esercitate dai governi e dalle numerose milizie variamente collegate alla competizione economica e geopolitica globale. Senza mai dimenticare che una parte rilevante dei fondi per la cooperazione finiscono in sostegno finanziario alla vendita di armi o allo sfruttamento selvaggio di risorse naturali. Se si aggiungono a questi elementi le epidemie ricorrenti ed oggi quella di Sars-Cov-2, abbiamo i tratti di un quadro devastante.

Da qui le dimensioni e la natura del fenomeno migratorio, oggetto di una vera e propria guerra anche per il controllo delle rotte, e affrontato, come noto, in maniera assolutamente inadeguata, per usare un eufemismo, dagli organismi internazionali e dai G20.

A fronte di tutto ciò la società civile organizzata (C20) si è messa in moto per inviare ai rappresentanti dei Paesi più ricchi e potenti della terra (G20) diverse proposte in merito alla questione ambientale, sanitaria, di lotta alla fame e contrasto alla siccità, ecc. Ne è nato un ricco laboratorio che non sappiamo quanta influenza avrà sui G20, ma sicuramente potrà disegnare linee guida su cui impegnarsi nel prossimo futuro. Noi pensiamo però che non sia sufficiente. Crediamo che per affrontare adeguatamente le grandi sfi-

de del nostro tempo si debba partire dagli “ultimi” della Terra. Perché se non partiamo da loro, dai loro drammi, non riusciremo a risolvere nemmeno i nostri (si pensi solo alle pandemie o ai flussi migratori). Pertanto abbiamo ritenuto importante dare vita ad una presenza organizzata degli L20 per dire che

“Ci siamo anche noi”, quelli su cui si scarica il più pesante impatto negativo di questo modello di sviluppo. Portando una testimonianza inconfutabile dell’aggravamento delle inuguaglianze e dei fossati tra i Paesi a livello mondiale e tra i gruppi sociali ed i territori all’interno di ciascun Paese, nonché della crescente incapacità da parte della comunità internazionale di concepire e mettere in opera una politica comune di risposta alle crisi strutturali, non ultime quelle emerse dalla lotta contro la pandemia.

In quest’ottica L20 è una iniziativa che partirà emblematicamente dall’ultima Regione del nostro Paese, la Calabria, e sarà articolata per temi e territori avendo come protagonisti principali esperti e testimoni di diverse nazionalità e le comunità delle diaspore degli L20 che vivono in Italia ed in Europa, oltre che rappresentanti di Ong impegnate in quei Paesi.

Il nostro scopo è dunque far sentire la loro voce, aprire uno spazio mediatico e mettere in rilievo esperienze e modelli positivi di cambiamento dando la nostra risposta a quelli che sono gli

Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Òss) dell’agenda Onu 2020. In particolare: Povertà zero; Fame zero zero; Salute e benessere; Riduzione delle diseguaglianze; Agire per il clima e per la qualità della vita sulla terra; Cooperazione tra i popoli.

Attraverso questa iniziativa desideriamo infine diffondere anche una immagine  positiva dei Paesi L20, per lo più ignorata dai mass media. Voglia-mo mettere in rilievo la loro cultura, le loro proposte positive; proposte che vanno oltre la realtà dei singoli Paesi, ma che potranno sicuramente rappresentare  le istanze dei Sud del mondo.

(L20 è una iniziativa interazionale che partirà emblematicamente dall’ultima Regione del nostro Paese, la

*Tonino Perna è economista e sociologo ed è vice sindaco di Reggio Calabria dal 29 ottobre 2020. *Mimmo Rizzuti è attivista di Agorà abitanti della Terra ed ex insegnante – (da LEFT)

 

05 – Will Hutton*:  IL CORAGGIO INASPETTATO DI JOE BIDEN “S Ì, È AUDACE, MA POSSIAMO FARCELA”.  COSÌ HA DICHIARATO IL PRESIDENTE JOE BIDEN, LANCIANDO IL SUO PIANO DA DUEMILA MILIARDI DI DOLLARI PER MODERNIZZARE LE INFRASTRUTTURE DEGLI STATI UNITI, CON MISURE CHE VANNO DALLA RIPARAZIONE DELLE STRADE AL RESTAURO DI PONTI, PORTI E SISTEMI IDRICI FINO ALLA CARE ECONOMY, L’ECONOMIA INFORMALE LEGATA ALLA CURA DELLE PERSONE IN CASA, E AL TAGLIO DELLE EMISSIONI. Altri duemila miliardi dovrebbero essere investiti per l’assistenza ai bambini, l’istruzione e la sanità, tutti sulla scia del piano di aiuti da 1.900 miliardi di dollari approvato poche settimane fa.

La portata di queste misure fa girare la testa. Storici e politici stanno già paragonando il piano al new deal di Roosevelt o alla Grande società di Lyndon Johnson. I democratici di sinistra sono increduli. Bernie Sanders ha dichiarato che questo piano è “il provvedimento legislativo più significativo per i lavoratori approvato da decenni”. Robert Kuttner, uno dei fondatori della rivista progressista American Prospect, ha scritto che “i democratici hanno ritrovato la loro anima”.

A lasciare sbalorditi il partito e gli osservatori esterni è l’improvvisa audacia di un moderato di 78 anni come Biden. Dopotutto l’attuale presidente aveva appoggiato la terza via di Bill Clinton ed era stato un sostenitore della responsabilità di bilancio sia sotto Clinton sia sotto Obama, quando il debito nazionale era due terzi di quello odierno. Ma oggi il debito non può più essere un ostacolo ad ambiziosi progetti economici e sociali. Se Trump e i repubblicani possono disinteressarsene per ridurre le tasse dei ricchi, i democratici possono disinteressarsene per dare a ogni bambino statunitense tremila dollari all’anno.

Non è, in realtà, totale disinteresse. Grazie alle pressioni dei democratici più moderati, i lavori alle infrastrutture dei prossimi anni dovrebbero essere pagati con un aumento delle tasse, anche se in una prima fase saranno finanziati prendendo denaro in prestito. Le tasse alle aziende saranno alzate fino al 28 per cento; un’aliquota minima sarà applicata a tutti i profitti aziendali nel mondo, e a queste misure si affiancherà una caccia ai paradisi fiscali. Se altri hanno idee migliori, dice Biden, si facciano avanti, ma non devono esserci altre tasse sui cittadini con un reddito inferiore ai 400mila dollari all’anno. Una definizione generosa della classe media, riflesso dell’ampiezza della coalizione che il presidente sta costruendo. Ma dieci anni fa i democratici avrebbero rigettato un aumento delle tasse di queste proporzioni. Si tratta comunque di un grosso rischio, soprattutto vista la maggioranza risicata che i democratici hanno alla camera e al senato. Di fronte all’opposizione repubblicana, ai democratici serve un’unità che Biden sta orchestrando in maniera brillante. Gli anni passati a Washington gli hanno insegnato come fare accordi. Il presidente ha elogiato con lungimiranza Sanders, a sinistra, per aver “gettato le fondamenta” del programma, e ha lusingato un centrista come Joe Manchin. Ora la cosa difficile sarà trasformare il programma in legge. Resta comunque la domanda: perché?

La risposta sta nell’uomo, nelle persone che lo circondano e, più di tutto, nel momento storico. Le radici di Biden affondano nella classe operaia.

Le sue politiche, segnate da tragedie personali e impregnate del suo cattolicesimo, sono animate dall’empatia verso le persone comuni. È vero che si è circondato di economisti straordinari come la segretaria al tesoro Janet Yellen, ma Biden è influenzato allo stesso modo dalla politica sociale sempre più radicale della chiesa cattolica.

A far funzionare la sua diplomazia così bene è anche l’eredità di Trump, capace di compattare i democratici e al tempo stesso di dividere i repubblicani. Biden è consapevole dei pericoli delle elezioni di metà mandato del 2022, avendo visto i suoi predecessori perdere il controllo della camera o del senato. La sua scommessa è che il piano – dimostrando che è nell’interesse della maggioranza degli statunitensi avere un governo interventista – terrà i repubblicani a distanza di sicurezza. Ma a trainare il cambiamento è stata soprattutto la pandemia, che ha mostrato quanto è precaria la vita degli statunitensi e ha ridato legittimità all’idea stessa di governo: è la Casa Bianca a essersi procurata i vaccini ed è sempre lei a sostenere il reddito dei cittadini.

Negli Stati Uniti il capitalismo senza freni era diventato troppo monopolistico. Da politico astuto, Joe Biden ha letto i segni dei tempi, e ha azzerato tutto.

Aspettiamoci altre riforme in materia di commercio, aziende e finanza, e un rafforzamento dei sindacati.

C’è la possibilità concreta che il presidente riesca a far approvare i suoi programmi, e che questi funzionino. Gli esponenti più incendiari della sinistra possono anche far presa su quelli più leali al partito. Ma serve un Biden per vincere le elezioni e portare risultati concreti.

(WILL HUTTON* è un giornalista britannico. Ha diretto il settimanale The Observer, di cui oggi

è columnist. In Italia ha pubblicato Il drago dai piedi d’argilla. La Cina e l’Occidente nel

XXI secolo . Fazi 2007).

 

06 – Giovanni De Mauro*: LA NOTTE DEL 4 DICEMBRE 1969 GLI AGENTI DELLA POLIZIA DI CHICAGO FANNO IRRUZIONE NELL’APPARTAMENTO DI FRED HAMPTON, LEADER DELLE PANTERE NERE DELL’ILLINOIS, UCCIDENDOLO NEL SONNO.

“Ora è bello che morto”, commentano i poliziotti portando via Akua Njeri, la fidanzata di Hampton, incinta. Anni dopo, un’indagine del senato accerterà che il raid fu parte di una più vasta operazione dell’Fbi per neutralizzare i movimenti di opposizione. J. Edgar Hoover, all’epoca direttore dell’Fbi, aveva definito le Pantere nere “la più grande minaccia alla sicurezza interna del paese”. Nate nel 1966 a Oakland, in California, le Pantere nere sostenevano che la lotta contro il razzismo doveva essere collegata a quella contro il capitalismo. Avevano un forte radicamento nelle comunità locali, con progetti educativi e di sostegno ai più poveri (arrivarono a distribuire pasti gratuiti a diecimila bambine e bambini al giorno). Furono coinvolte nei movimenti internazionali contro la guerra e aprirono sezioni in Algeria e nel Regno Unito. Furono la più importante organizzazione politica afroamericana della fine degli anni sessanta. Quando Hampton fu ucciso aveva 21 anni. Era un grande oratore, era molto amato e aveva uno straordinario intuito politico. Nell’aprile del 1969 aveva dato vita a un’alleanza, la Rainbow coalition, in cui alle Pantere nere si erano unite organizzazioni di militanti portoricani, di bianchi di sinistra e poi gruppi sino-americani, messicani e nativi, il tutto sulla base di un programma antirazzista e soprattutto anticapitalista.

Fu questo, probabilmente, che spaventò il governo statunitense. Il 9 aprile esce in Italia, sulle principali piattaforme di streaming, Judas and the black messiah, il film di Shaka King su Fred Hampton. Un film importante sia per la storia che racconta sia perché nel raccontarla non banalizza la forza del progetto di Hampton. Sul New York Times il critico Lawrence Ware ha fatto notare che era da Malcolm X di Spike Lee, uscito nel 1992, che non si vedeva un film di Hollywood “così profondamente nero e radicale”.

(Giovanni De Mauro*: da Internazionale)

 

07 – Marina Catucci*- STATI UNITI. I MILLENNIAL NERI 17 VOLTE PIÙ POVERI DI QUELLI BIANCHI. LO STUDIO DELLA RESERVE: LE FAMIGLIE BIANCHE DEI NATI NEGLI ANNI ’80 GODE DI 88MILA DOLLARI L’ANNO, LE AFROAMERICANE DI 5MILA. TRA LE CAUSE C’È LO SBALORDITIVO DEBITO CONTRATTO PER PROSEGUIRE L’UNIVERSITÀ, CHIESTO DALL’87% DEGLI STUDENTI NERI CONTRO IL 60% DEI BIANCHI. ED È MAGGIORE, IN MEDIA, DI 7.400 DOLLARI

 

La Federal Reserve ha pubblicato un’analisi riguardante i divari di ricchezza tra i millennial più anziani, nati negli anni ’80: se il bilancio complessivo sembrerebbe essere positivo perché si registra un restringimento del gap economico tra questa generazione e quella precedente, il rapporto mostra anche che nel 2019 le famiglie millennial bianche potevano contare su una ricchezza media di 88mila dollari, quattro volte quella delle famiglie ispaniche (22mila dollari) e più di 17 volte la ricchezza media delle famiglie millennial nere (5mila dollari).

MENTRE LE FAMIGLIE bianche e ispaniche hanno visto un miglioramento nella produzione di ricchezza e nello stile di vita, lo studio afferma che le famiglie nere hanno sperimentato il contrario: sono scese ulteriormente al di sotto delle aspettative di ricchezza tra il 2007 e il 2019.

La Fed di St. Louis ha evidenziato che tutti e tre i gruppi avevano livelli di reddito in linea con le aspettative, indicando che i guadagni non stavano impedendo l’accumulo di ricchezza.

Quello che il rapporto suggerisce è che uno dei motivi per cui i millennial neri più anziani stanno scendendo sempre di più al di sotto delle aspettative di ricchezza è il loro sbalorditivo debito contratto da studenti per poter terminare gli studi universitari: circa l’87% degli studenti neri chiede un prestito per poter proseguire gli studi a un livello superiore, mentre solo il 60% degli studenti bianchi si vede costretto a farlo. Rispetto ai loro coetanei bianchi, inoltre, il debito degli studenti neri dopo la laurea è ancora maggiore, in media, di circa 7.400 dollari.

SECONDO LA FEDERAL RESERVE i mutuatari neri di età inferiore ai quaranta anni hanno anche maggiori probabilità di essere in ritardo sui pagamenti rispetto ai mutuatari bianchi o ispanici e i laureati neri hanno quasi cinque volte più probabilità di insolvenza rispetto ai loro coetanei bianchi.

Il divario di ricchezza razziale è uno dei motivi per cui alcuni politici e legislatori stanno spingendo l’amministrazione Biden verso la cancellazione del debito studentesco.

Diversi esperti hanno già mostrato dati che sostengono la tesi per cui le comunità di colore sarebbero uno dei gruppi che trarrebbe il massimo dei vantaggi da un eventuale piano di cancellazione del debito studentesco.

IN QUESTO MOMENTO, sembra che questo divario socioeconomico non sia vicino alla sua «spontanea» riduzione. Come hanno scritto gli autori del rapporto della Fed di St. Louis, Ana Hernández Kent e Lowell Ricketts, «dato il grande deficit di ricchezza e la tendenza negativa, le disparità tra i millennial neri più anziani sono destinati a persistere con l’invecchiamento di queste famiglie, inibendo la loro piena partecipazione all’economia». Come a dire che anche a fronte di un avanzamento culturale e lavorativo il divario economico razziale permarrebbe.

Dei passi avanti si iniziano fortunatamente a fare: dopo aver annunciato ulteriori misure di riduzione del prestito studentesco, i senatori democratici hanno chiesto alla nuova amministrazione di cancellare 50mila dollari di debito del prestito studentesco. Inoltre è stato annullato il debito per 41mila studenti con disabilità ed è stato rimosso l’obbligo di presentare la documentazione del reddito per oltre 230mila mutuatari.

«ABBIAMO ULTERIORI ottime notizie per molte persone che hanno il carico del debito studentesco sulle loro spalle», ha poi annunciato il leader della maggioranza Dem al Senato Chuck Schumer, parlando a fianco dei senatori Elizabeth Warren e Bob Menendez.

Sono gli autori di un emendamento al disegno di legge di stimolo economico da 1.900 miliardi del presidente Joe Biden che ha fatto in modo che i prestiti studenteschi non debbano essere inclusi nella dichiarazione dei redditi.

(Marina Catucci)*- Il Manifesto

 

08 – Tano Benedetti*: MESSICO BACALAR. VICTORIA COME GEORGE FLOYD. UN FEMMINICIDIO DI STATO A TULUM. DONNE VITTIME SIA DI CRIMINALI CHE DELLA POLIZIA, I DATI DEL PAESE RESTANO DA BRIVIDO. USO ECCESSIVO DELLA FORZA, DETENZIONI ILLEGALI E ABUSI DI GENERE CONTRO CHI PROTESTA: FORZE DI SICUREZZA SOTTO ACCUSA ANCHE DA PARTE DI AMNESTY. IL 99% DEI CRIMINI RESTA IMPUNITO, MA STAVOLTA QUATTRO AGENTI MUNICIPALI SONO FINITI IN CARCERE UNA PROTESTA PER L’OMICIDIO DELLA 36ENNE SALVADOREGNA VICTORIA SALAZAR, UCCISA DALLA POLIZIA MUNICIPALE DI TULUM

Mentre tutto lo stato di Quintana Roo aspettava l’inizio della settimana santa e l’arrivo di migliaia di turisti, l’ultimo weekend del mese in cui si festeggia la Giornata mondiale della donna è stato segnato da 4 femminicidi, uno per mano della polizia.

Secondo le statistiche Onu in Messico vengono uccise più di 10 donne al giorno. Sabato 27 marzo 4 di loro sono state assassinate nello stato di Quintana Roo, in allerta di genere dal 2017 e dove lo scorso novembre la polizia di Cancún ha sparato sulla manifestazione che chiedeva giustizia per Alexis, un’altra vittima di femminicidio.

A ISLA HOLBOX, una donna di 29 anni di Progreso, Yucatán, tassista, identificata come Karla M. e madre di un bambino, è stata assassinata in modo estremamente violento e ritrovata all’interno del suo veicolo. Il primo femminicidio registrato nella storia dell’isola. A Cancún una donna è stata portata in un luogo disabitato, dove è stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco alla testa e altri due al petto. Un’altra giovane donna è stata bruciata, ma la famiglia non ha voluto fornire ulteriori informazioni.

A Tulum nel pomeriggio di sabato 27, Victoria Salazar, una donna di 36 anni di origine salvadoregna, madre single di 2 figlie e con un permesso di soggiorno umanitario, si trovava nel centro della città, dove alcuni testimoni l’hanno vista mentre «provava a chiamare un taxi e fermava tutte le macchine, guardava sempre dietro di sé come se qualcuno la stesse inseguendo». Alle 18:30 è arrivata la pattuglia 9276 della polizia municipale, dalla quale sono scesi quattro agenti. L’hanno afferrata, ammanettata e sbattuta a terra, mettendole un ginocchio sul collo e fratturandole la base del cranio, provocando la sua morte.

La Commissione nazionale per la prevenzione e l’eliminazione della violenza contro le donne ha rilasciato una dichiarazione in cui si chiede che i responsabili siano puniti e la Commissione per i diritti umani (Cndh) dello stato ha sporto denuncia d’ufficio contro gli agenti implicati.

Secondo i dati della Cndh statale, dall’inizio di quest’anno sono state effettuate 335 denunce contro la polizia municipale, la maggior parte delle quali per detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani durante l’arresto. A livello federale, secondo il rapporto di Human Rights Watch del 2021, è normale che le vittime di crimini violenti e violazioni dei diritti umani non ottengano giustizia dal sistema giuridico messicano e i dati della ong Impunidad Cero evidenziano che solo l’1,3% dei crimini commessi in Messico viene risolto. Questo è dovuto a vari motivi, tra cui corruzione, mancanza di formazione e risorse insufficienti, senza considerare la complicità degli agenti e degli avvocati d’ufficio con criminali e alti funzionari.

Cercando forse di migliorare queste vergognose percentuali, il procuratore generale dello stato di Quintana Roo ha dichiarato che sarà inflessibile nell’indagine, e di fatto la tempestività con cui è stato licenziato il capo della polizia di Tulum è da sottolineare. Il giorno stesso i quattro agenti che hanno ucciso Victoria, tra cui una donna, da lunedì sono reclusi nel carcere di Playa del Carmen con l’accusa di omicidio.

Sicuramente la rinnovata sensibilità con cui negli ultimi tempi vengono affrontati i casi di violenza di genere nei media nazionali ed internazionali, insieme alle pressioni del governo salvadoregno e alle parole usate dal presidente messicano nel commentare il caso («Ci riempie di tristezza, dolore e vergogna») hanno fatto pressione sulla magistratura di Quintana Roo. Anche la reazione dei cittadini non si è fatta attendere. A Tulum, poche ore dopo l’assassinio, centinaia di persone sono scese in piazza chiedendo giustizia. Le manifestazioni sono poi dilagate nelle principali città della regione con striscioni e slogan come «Polizia femminicida», «Non un’assassinata in più», «Non è morta, è stata uccisa» e «La polizia non si prende cura di me, le mie amiche si prendono cura di me». Gli stessi slogan con cui negli ultimi anni milioni di donne sono scese in piazza in tutto il mondo.

L’incapacità, gli abusi e la violenza fisica, verbale o psicologica degli agenti non sono una novità per nessuno che abbia avuto l’opportunità di relazionarsi con uno di loro. Per quelli che non hanno provato questa esperienza daremo alcuni dati. I primi sono di Amnesty International, che ha appena pubblicato un rapporto intitolato Messico: l’era delle donne. Stigma e violenza contro le donne che protestano in cui si legge che «le autorità rispondono alle proteste delle donne e contro la violenza di genere, con un uso eccessivo e non necessario della forza, con detenzioni illegali e arbitrarie, con abusi verbali e fisici basati sul genere e violenza sessuale». Lo stesso rapporto sottolinea come sia costante la pratica di inibire il diritto di riunione pacifica, attraverso «arresti o sequestri preventivi».

Secondo il procuratore generale dello stato «la manovra di sottomissione utilizzata è stata effettuata in maniera sproporzionata e con un alto rischio per la vita». Ma c’è anche chi dice semplicemente che «la situazione è sfuggita di mano agli agenti». I dati però restituiscono una realtà profondamente diversa. È la stessa tecnica che gli agenti di polizia di Minneapolis hanno usato su George Floyd, causando la sua morte e l’esplosione di rabbia del movimento Black Lives Matters. Molte forze di polizia hanno vietato questa manovra a causa degli alti rischi per la vita o l’hanno limitata a casi di estrema minaccia verso gli agenti, situazione in cui la polizia ovviamente non si trovava nei casi di Floyd e di Victoria.

Violenze inutili e immotivate, forse per l’incapacità di valutare il rischio secondo le direttive del Manuale per l’uso della forza redatto dal Segob (l’equivalente messicano del ministero degli Interni), a causa della scarsa o nulla formazione in materia di diritti umani della polizia, come dichiarato da una ex poliziotta municipale di Tulum e come confermano dai dati. In Quintana Roo, il 20% degli agenti non possiede la Certificazione unica di polizia (Cup), che garantisce la preparazione e la professionalità necessaria per ricoprire le proprie mansioni; peggio ancora a Tulum: il 54% degli agenti di polizia ne è privo, malgrado sia un requisito obbligatorio in tutto il territorio nazionale. Si parla di omicidio colposo, un errore, come se l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia fosse stato uno sbaglio, il fallimento di alcune mele marce ma ancora una volta, i dati ci danno un quadro diverso della realtà.

Perché così tante persone (il 70% della popolazione messicana secondo i dati) non si fidano della polizia? I report internazionali e le cronache nazionali abbondano di casi di violenza perpetrata dalla polizia e dall’esercito. Dipingono un paese in cui la violenza è usata regolarmente e sistematicamente dallo stato. Secondo i dati del rapporto 2021 di Human Rights Watch, la tortura è ampiamente utilizzata in Messico per carpire prove o confessioni durante gli interrogatori, malgrado una legge del 2017 ne impedisca l’uso durante il processo. Secondo il Cndh le indagini istituzionali sui casi di tortura sono state 13 nel 2006 per poi passare a più di 7.000 nel 2019. Il Comitato delle Nazioni unite contro la tortura ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che pochissimi di questi casi si traducono in procedimenti giudiziari o arresti: dei 3.214 casi di tortura registrati nel 2016 solo 8 hanno portato all’arresto e al relativo procedimento penale. L’uso della violenza è comune anche durante l’arresto: secondo statistiche nazionali, il 64% della popolazione carceraria ha subito percosse, scosse elettriche e altre forme di tortura al momento dell’arresto.

Sperando che l’assassinio di Victoria venga chiarito, c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se la donna fosse stata di pelle chiara o di un paese europeo? Cosa sarebbe successo se negli ultimi anni le donne non fossero scese in piazza mettendo all’angolo chi governa, costringendolo a dare risposte rapide ed efficaci alla violenza di genere?

 

09 – Francesco Bilotta*: AMERICA LATINA GLI INDESIDERABILI DEL BRASILE: IL DISSENSO SI AUTO-ESILIA. ATTIVISTI, DEPUTATI, RICERCATORI E ACCADEMICI NEL MIRINO. LE STORIE DI LARISSA MIES BOMBARDI, JEAN WYLLYS, ANDERSON FRANÇA, DEBORA DINIZ, MARCIA TIBURI, COSTRETTI A FUGGIRE PER CONTINUARE A DIFENDERE L’AMBIENTE, LE DONNE E I POVERI

 

In Brasile gli «indesiderabili» sono sottoposti a una sistematica opera di delegittimazione e persecuzione da parte di gruppi dell’estrema destra, ma anche di settori istituzionali. In alcuni casi difensori dei diritti umani, intellettuali, ricercatori, ambientalisti devono lasciare il paese per sfuggire alle aggressioni e alle minacce di morte, rivolgendo allo Stato brasiliano l’accusa di non mettere in atto le necessarie misure di protezione. Pochi giorni fa è stata Larissa Mies Bombardi, ricercatrice di geografia umana all’Università di San Paolo, a lasciare il Brasile.

È stata presa di mira dai settori legati all’agrobusiness per le sue ricerche sugli agrotossici e gli effetti che stanno producendo sulla salute umana e sull’ambiente. Secondo la ricercatrice, negli ultimi dieci anni il Brasile è diventato il centro mondiale per la quantità di pesticidi utilizzati e l’impiego più massiccio si registra nelle aree amazzoniche di recente deforestazione. Nel gennaio 2020 aveva rivolto un appello al parlamento europeo per l’introduzione di norme in grado di impedire la produzione e la vendita all’estero dei pesticidi fuorilegge in Europa.

Dopo che la maggiore rete di supermercati di alimenti organici di Svezia e Norvegia aveva deciso di boicottare i prodotti brasiliani, le minacce nei confronti della ricercatrice si erano intensificate, costringendola a sospendere la partecipazione a iniziative pubbliche.

Quando le minacce si sono estese ai suoi figli e dopo un’intrusione nella sua abitazione, con il furto del computer e di documenti in cui erano raccolti i dati delle sue ricerche, Larissa comprende di essere in grave pericolo: è necessario proteggere la sua famiglia. In una lettera aperta spiega la decisione di lasciare il Brasile e accettare una borsa di studio dell’Università libera di Bruxelles per continuare gli studi sugli agrotossici.

«Preservare la vita minacciata è anche una strategia di lotta per tempi migliori», aveva scritto nel 2019 Jean Wyllys, deputato del Psol, dopo aver rinunciato al seggio in parlamento. Difensore dei diritti umani, attaccato personalmente da Bolsonaro, minacciato quotidianamente di morte sulle reti sociali, Wyllys comprende, dopo l’assassinio di Marielle Franco, la dimensione del pericolo che correva.

Le 17 denunce presentate alla polizia non erano bastate a garantirgli una protezione adeguata. Ha lasciato il paese denunciando il clima di odio verso i difensori dei diritti umani e i rapporti tra la famiglia Bolsonaro e i miliziani di Rio de Janeiro. Ora vive a Barcellona dove svolge un dottorato sulle fake news e i discorsi di odio.

Anche lo scrittore e attivista Anderson França, cresciuto in una favela di Rio, ha lasciato il paese per il Portogallo. Era sottoposto a continue minacce di morte per aver denunciato sia le violenze della polizia nei quartieri poveri della città che il processo di militarizzazione in atto in Brasile.

I dati forniti in questi giorni dal Gruppo di studio sulle illegalità dell’Università mostrano quanto fossero fondate le prese di posizione di Anderson: dal marzo 2020, inizio dell’isolamento sociale, al febbraio 2021 nell’area metropolitana di Rio si sono registrati 193 morti e 132 feriti durante operazioni di polizia.

Debora Diniz, invece, faceva la ricercatrice nel campo delle scienze sociali all’Università di Brasilia. In una udienza davanti al Supremo Tribunale federale si era espressa contro la criminalizzazione dell’aborto, invocando una legge più permissiva anche a tutela delle donne più vulnerabili. La campagna di insulti e minacce dei gruppi neofascisti, con attacchi rivolti alla sua famiglia e agli studenti che seguivano le sue lezioni, l’hanno costretta a trasferirsi negli Stati uniti dove sta portando avanti le sue ricerche.

Il discorso di odio che attraversa il Brasile e che mira a silenziare i difensori dei diritti umani ha coinvolto anche Marcia Tiburi, filosofa e scrittrice che denuncia con forza la violenza del potere, attribuendo alle donne e alle cosiddette «minoranze» politiche e sociali un ruolo importante nella costruzione di una democrazia radicale.

Sottoposta ad attacchi quotidiani in modo organizzato, dopo essersi rifugiata negli Stati uniti, lavora attualmente in un’università di Parigi. Tutti hanno lasciato con sofferenza le loro comunità, ricevendo solidarietà dagli ambienti democratici e dalle organizzazioni umanitarie, ma in ognuno è forte il desiderio di tornare in Brasile, quando sarà rientrata l’emergenza democratica che sta vivend.

(Francesco Bilotta:* Ricercatore di Diritto privato all’Università di Udine, per Mimesis ha curato i volumi: Le unioni tra persone dello stesso sesso (2008) e Amore civile. Dal diritto della tradizione al diritto della ragione, con B. de Filippis, 2009)

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