Per una giornata in ricordo delle vittime dello schiavismo e del colonialismo europeo

di Fabio Alberti

Sull’abbattimento di alcune statue durante le manifestazioni seguite all’omicidio di George Floyd si è sviluppato un dibattito, che ha riproposto un confronto tra “iconoclasti” e “conservazionisti” già più volte visto in passato. Non è la prima volta infatti che monumenti simbolo del colonialismo sono presi di mira. Da anni attivisti anticolonialisti chiedono la rimozione delle statue di Leopoldo II (comunque tutte abbattute in Congo, insieme a quelle dell’esploratore Stanley, all’indomani dell’indipendenza), e nativi americani di quelle di Cristoforo Colombo, per restare solo ai personaggi più noti. Alcune città sia in Europa che negli Stati Uniti hanno anche cominciato a rimuoverle.

L’occasione dovrebbe essere colta per indagare su quello che questi atti vogliono significare o ricordare. Perché l’uccisione di un nero a Minneapolis porta all’abbattimento di un statua di Cristoforo Colombo da parte di un gruppo di nativi americani? Cosa lega queste due cose? E perché desta tutto questo scalpore? La difficoltà ad accettarlo svela quanto la cultura razzista, o se si preferisce la presunzione di superiorità dell’Occidente, sia profondamente inserita nella cultura europea, e il fatto che l’Europa non abbia ancora fatto i conti con il colonialismo, frettolosamente archiviato come una cosa del passato.

Il razzismo viene presentato come una deviazione della cultura europea, che sarebbe invece per sua natura tollerante, e il colonialismo come una parentesi nella sua storia. Ci sono invece abbondanti indizi che indicano come il razzismo sia un pensiero fondante dell’idea stessa di Occidente, e sia stata una ideologia funzionale all’espansione coloniale e quindi al suo decollo economico. Il razzismo forse è così duro a morire perché senza il razzismo noi non saremmo esistiti.

Senza tornare alle crociate, a partire dall’occupazione del continente americano la politica espansionista europea è stata descritta come missione civilizzatrice. Tali erano anche le missioni commerciali delle varie compagnie delle indie in Asia. Tale la premessa della conferenza di Berlino del 1884, convocata da Leopoldo II per la spartizione delle terre d’Africa. Anche i protettorati e gli stati fantoccio imposti sui territori dell’ex impero Ottomano, piuttosto che la resistenza all’indipendenza dell’India, sono stati giustificati dal fatto che le popolazioni “non erano mature”. E perfino le guerre dell’oppio, con le quali le potenze europee, guidate dalla Gran Bretagna, scardinarono l’accesso al mercato cinese erano ammantate da civilizzazione. Per non parlare della tratta degli schiavi, nella quale la presunzione di inferiorità è premessa per trasformare le persone in merce, o dell’occupazione della Palestina.

Alla fine del secondo conflitto mondiale l’86% di tutte le terre emerse erano sottomesse all’uomo europeo. E non c’è bisogno di ricordare che questa civilizzazione è costata milioni di morti, massacri e genocidi. I massacri di Amritsar, Addis Abeba, Setif, il genocidio degli Herero o dei nativi americani, lo sterminio degli abitanti del Congo, sono solo alcuni dei numerosissimi episodi che la storiografia ufficiale ha nascosto o tentato di fare. Ogni statua abbattuta in questo periodo racconta di più di uno di questi crimini.

Il colonialismo non è stato quindi una parentesi, ma è coinciso con la formazione dell’Europa e dell’Occidente capitalistico. La subordinazione delle popolazioni non europee e la loro distruzione è stata, per 500 anni, la modalità principale di relazione con l’altro dell’Europa e della sua appendice americana: la ricchezza europea è stata fondata sul sangue e giustificata da una pretesa di superiorità, a volte condivisa da tutte le classi sociali. Nell’800 anche parte dei movimenti socialisti furono favorevoli alle imprese coloniali.

Lo stesso compromesso sociale che ha dato luogo alla nascita del welfare state europeo non sarebbe forse stato possibile senza il “dividendo coloniale”. E non si è trattato solo della distribuzione di ricchezze economiche ma anche delle risorse naturali e dei servizi ambientali. Le economie dell’Europa e del Nord America sono responsabili di oltre la metà di tutti i gas serra immessi in atmosfera, con una popolazione di appena un settimo del pianeta.

Quindi il nesso da indagare non è quello, fin troppo scontato, tra razzismo e colonialismo, ma tra razzismo e ricchezza europea. Riconoscerlo non serve a fare la morale alla storia, ma a ammettere l’esistenza di un debito e a tenerne conto, ad esempio, nei trattati commerciali o nelle politiche sulle migrazioni.

Ma dato che gli atti simbolici contano, altrimenti non ci sarebbe stata né la costruzione delle statue, né il loro abbattimento, un buon modo per cominciare a fare i conti davvero con il razzismo sarebbe la istituzione di una giornata in ricordo delle vittime del colonialismo europeo. Una giornata che sarebbe occasione per cominciare a conoscere, e poi a prendere coscienza e introdurre nel discorso pubblico, un pezzo di storia che manca.

 

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