Dati Eurispes. Questione meridionale oggi: la propaganda per l’autonomia differenziata smontata punto per punto

di Gilberto Trombetta

Grazie all’impressionante mole di dati e di citazioni (più di 1000 pagine) contenute nel 32esimo rapporto Eurispes, “Italia 2020”*, diventa facile dimostrare come le argomentazioni su cui si regge la propaganda a sostegno dell’autonomia regionale differenziata non solo siano completamente slegate dalla realtà dei fatti, ma spesso addirittura antitetiche a essa.

Tutta la narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge sul nulla più assoluto.

Anzi, a ben vedere è vero spesso l’esatto contrario.

Il Sud sottofinanziato dai tempi della Cassa del Mezzogiorno rispetto al Nord, ha visto inevitabilmente aumentare il divario col resto del Paese. Continuando però a pagare parte della ricchezza del Nord.

Se passasse l’autonomia regionale, i primi a subire danni enormi alla propria economia sarebbero proprio le Regioni del Nord. E quindi i loro cittadini.

I danni sarebbero enormi ovviamente anche per il Sud, che vedrebbe cristallizzata in eterno una evidente condizione strutturale di sottofinanziamento e quindi di arretratezza.

 

DAL GENERALE AL PARTICOLARE

«Una popolazione che si è adattata allo stato di perenne crisi ma che continua a “bruciare” ricchezza e risparmi» per usare le parole degli autori.

1 italiano su 3 (37,5%) ha riscontrato negli ultimi 12 mesi, economicamente parlando, un peggioramento netto o parziale. Nelle isole il numero sale a 7 persone su 10 (72%), un divario rispetto ad altre parti del Paese del 30/40%.

1 famiglia su 2 (47,7%) è costretta a utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese (+2,6% rispetto al 2019). Per 1 italiano su 3 (34,1%) saldare la rata del mutuo è un problema. Mentre 1 su 4 (22,3%) ha difficoltà nell’affrontare le spese mediche. Infatti 1 su 3 (32,5% degli italiani) ha rinunciato a effettuare controlli medici per motivi economici.1 italiano su 5 ha rinunciato a terapie e interventi medici (20%) o a sottoporsi a visite specialistiche per la cura di patologie specifiche (20,1%). Numero che raddoppia nelle isole dove la percentuale sale al 40%.

1 italiano su 4 (27%) probabilmente non riuscirà a risparmiare nei prossimi 12 mesi e un altro quarto (24,8%) ne è certo.

Un terzo degli italiani (33,3%) è stato aiutato dalla famiglia (cioè i famosi padri e nonni che ci rubano il futuro secondo la narrazione liberale) per far fronte alle difficoltà economiche. Più di 1 italiano su 10 (12,4%) è stato costretto a tornare a vivere nella casa della famiglia di origine per le difficoltà economiche.

1 italiano su 5 accetta lavori senza contratto (21,5%) pur di lavorare e quasi 1 u 4 (23,9%) svolge più lavori contemporaneamente (il famoso part time involontario, quando cioè ti pagano così poco da essere costretto a fare più lavori sottopagati per campare).

1 italiano su 10 (11,9%) è stato vittima dell’usura per colpa delle difficoltà di accesso al credito (erano il 7,8% nel 2018).

Quasi la metà dei cittadini (il 41,2% del campione) sostiene che qualcuno tra i propri familiari si è trasferito all’estero per migliorare la propria situazione economica/lavorativa:

Al Sud, nelle Isole e al Centro prevalgono i trasferimenti all’interno dei confini nazionali (rispettivamente 39,4%; 34,4% e 19%); mentre al Nord sono più frequenti i trasferimenti all’estero (27,3% Nord-Est e 15,3% Nord-Ovest) rispetto a quelli verso altre città italiane (15,3% Nord-Est; 12,2% Nord-Ovest).

Secondi lo Svimez tra il 2002 e il 2017, gli emigrati dal Mezzogiorno sono stati più di 2 milioni, di cui la metà sotto i 35 anni, con circa 200.000 laureati.

 

COSA CHIEDONO GLI ITALIANI

Dal campione risulta chiaro cosa chiedano i cittadini al Governo: più investimenti in ricerca e sviluppo (81%); aumento delle pensioni minime (80,6%); più meccanismi di redistribuzione (80%); nuove politiche di sostegno alle imprese (79%); diversi meccanismi di accesso al credito (70,7%; una diversa legge elettorale (63,3%).

Da alcune risposte risulta anche purtroppo evidente come decenni di narrazione abbiano clamorosamente falsato la percezione della realtà per quanto riguarda il divario tra Nord e Sud del Paese.

Come per l’insostenibilità del debito pubblico, o la percezione di vivere in uno dei Paesi più pigri, corrotti ed evasori del mondo, anche la percezione della questione meridionale è falsata da una narrazione palesemente sganciata dai fatti reali.

Capita così che quasi 2 italiani su 3 (63,7%) si dicano contrari a pagare le tasse allo Stato per i trasferimenti fiscali tra Regioni. Un numero simile infatti a coloro che si esprimono a favore dell’autonomia delle Regioni (57,6%).

 

LA QUESTIONE MERIDIONALE: PERCEZIONE E REALTÀ

Cominciamo dalla conclusione a scanso di equivoci. E cioè dal parere unanime di diversi studiosi.

«Se l’Italia dunque superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo».

E ricordiamo un piccolo dato storico: a differenza di molti luoghi comuni, la Cassa per il Mezzogiorno assorbiva appena lo 0,5% del PIL italiano (mai più dello 0,7%), mentre gli investimenti pubblici al Nord ammontavano a circa il 3,5% del PIL.

Questo dato da solo spiega in buona parte il divario di sviluppo mai colmato tra Nord e Sud del Paese. Non solo, spiega anche l’evidente aumento di tale divario.

Veniamo adesso al presente.

Nel 2017 lo Stato ha speso 15.297 euro pro capite al Centro-Nord contro i 11.939 al Meridione (grafico 1).

Ciascun cittadino del Sud ha ricevuto in media 3.358 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord.

Dal 2000 al 2017 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica (grafico 2) mentre le Regioni del Nord Italia si trovano costantemente nella parte alta.

Se si calcola quanto avrebbe dovuto ricevere il Sud in spesa pubblica rispetto alla sua popolazione sul totale, l‘ammanco rispetto a quanto effettivamente ricevuto è da capogiro: 840 miliardi di euro (circa 46,7 miliardi di euro l’anno dal 2000 al 2017).

Alla faccia di certa narrazione che vorrebbe il Sud “inondato” di una quantità immane di risorse pubbliche sottratte al Centro-Nord.

Anche i dati Svimez presentati alla Camera dei deputati lo scorso novembre conferano l’aumento del divario tra Sud e Centro-Nord.

Solo nel 2018 il gap occupazionale tra le due aree è stato di quasi 3 milioni di persone. Negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 gli occupati al Sud «sono calati di 107mila unità (-1,7%)», viceversa al Centro-Nord «sono cresciuti di 48mila unità (+0,3%)».

I dati Svimez evidenziano come il calo della crescita del Sud sia dovuto a una diminuzione della domanda interna, dovuta all’ulteriore crollo sia della capacità di spesa delle famiglie, sia dei fondi pubblici rispetto al Centro-Nord (solo negli ultimi 10 anni la spesa pubblica è stata ridotta al Sud dell’8,6% mentre è stata accresciuta dell’1,4% al Centro-Nord).

Una situazione accertata al di là di ogni ragionevole dubbio anche dalla Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale, nata proprio per appurare l’entità del presunto immane flusso di denaro giungente al Mezzogiorno dal Nord.

Peccato che il lavoro della commissione abbia dimostrato una situazione diametralmente opposta a quella che si riteneva sussistesse.

In quest’ottica è ancora più grave, eversiva addirittura, la proposta di legge sull’autonomia regionale differenziata che non tenendo conto delle sperequazioni esistenti a danno del Sud Italia – se attuata – cristallizzerebbe il presente come condizione “normale” e quindi perenne.

Questo perché la Commissione – nonostante le evidenze – ha stabilito i fabbisogni dei Comuni sulla base della loro spesa storica, cioè attribuendo somme pari a quelle da essi sempre ricevute.

Accade così che un numero enorme di Comuni del Sud Italia, nonostante vi risiedano numerosi bambini, non ha diritto alla presenza di nemmeno un asilo nido.

È il caso di Altamura che con 1.800 bambini riceve 0 euro per gli asili nido. O di Reggo Calabria con i suoi 3 asili. Mentre a Reggio Emilia ce ne sono 60.

Andiamo adesso a vedere le singole voci di spesa.

 

PREVIDENZA

Nel 2017, il settore della Previdenza ha assorbito il 34,6% della spesa pubblica totale. Al Centro-Nord il valore è stato di 5.439 euro per abitante, mentre al Mezzogiorno di 3.860.

Un valore che per tutto il periodo esaminato, dal 2000 al 2017, è sempre stato diverso il favore del Nord (grafico 3).

 

SANITÀ

La Sanità è il settore che assorbe la maggiore quantità di risorse pubbliche dopo quello di Previdenza e Integrazioni Salariali.

Anche qui la sproporzione tra la spesa pubblica per il Centro-Nord e quella per il Mezzogiorno è notevole. Nel 2010 e nel 2014 la differenza ha raggiunto, rispettivamente, i 438 e 439 euro pro capite, mentre nel 2011 lo scarto ha addirittura sfiorato i 500 euro (grafico 4).

Bisogna poi considerare che la minore spesa pubblica per la sanità alimenta la cosiddetta mobilità sanitaria, il fenomeno dei malati che dal Sud vanno a farsi curare al Nord.

Solo nel 2017 oltre 937.000 pazienti fra ricoveri ospedalieri e day hospital, più i familiari che in molti casi sono costretti ad abbandonare il proprio lavoro). Un fenomeno che sottrae ulteriori risorse al Sud andando ancora una volta ad arricchire il Nord: 4,6 miliardi di euro solo nel 2017.

Un fenomeno in costante crescita che costringe tantissime famiglie meridionali, sotto la soglia minima di povertà, a indebitarsi.

 

AMMINISTRAZIONI LOCALI

Questo settore comprende tutte le spese per il funzionamento delle strutture amministrative dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni e di ogni altro Ente pubblico, in ogni loro aspetto (sia in termini di beni e attrezzature che di personale lavoratore). SI tratta del terzo comparto per quantità di risorse pubbliche assorbite

Anche qui, davanti ai freddi dati crolla un’altra leggenda metropolitana.

Al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro il 1.227.000 del Sud e delle Isole.

Nel Nord-Est ci sono 4,9 dipendenti pubblici ogni 100 abitanti contro i 4,5 del Sud (la media nazionale è 4,6).

Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto a ridurlo di 14.000.

Una forbice aumentata progressivamente nel corso degli ultimi 20 anni (grafico 5).

 

TRASFERIMENTI FISCALI E MERCATO INTERNO

Smontiamo adesso un altro mito della narrazione liberal-secessionista.

Il PIL del Nord Italia dipende molto meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e molto di più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud.

La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia, tutta a vantaggio del Settentrione, è resa possibile proprio da quei tanto discussi trasferimenti fiscali dal Nord a Sud.

Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.

Altro che Nord libero di prosperare senza la palla al piede del Sud Italia.

Anche perché come dimostra inequivocabilmente uno studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno.

Miliardi che diventano 70,5 all’anno se si aggiungono anche i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra.

A essere pignoli ci sarebbe da considerare come un vero e proprio costo – anzi un trasferimento fiscale occulto dal Sud al Nord – anche quello della formazione dei giovani meridionali laureati che emigrano poi al Nord per lavorare.

 

UNA E INDIVISIBILE (L’UNIONE FA LA FORZA)

È importante evidenziare come, sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del PIL al Sud produca una crescita di 40 centesimi del PIL al Centro-Nord.

Mentre non accade il contrario. L’aumento del PIL di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi.

Insomma, investire sulla crescita del Sud piuttosto che su quella del Centro-Nord comporterebbe un guadagno per l’intero Paese quattro volte maggiore.

Inoltre un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro).

I dati non lasciano spazio alla vuota retorica e smontano decenni di narrazione contro il Sud del Paese.

«Se si puntasse sullo sviluppo produttivo del Sud (anche seguendo delle eccellenze produttive in esso già esistenti), l’economa italiana potrebbe superare quella di Francia e Germania.

A tale proposito, sarebbe fondamentale l’integrazione tra agricoltura, industria, turismo, logistica e infrastrutture, tenendo presente, fra l’altro, il ruolo strategico del Sud Italia come centro del Mediterraneo (soprattutto in vista dell’instaurarsi delle nuove rotte commerciali, quali quella della nuova “Via della Seta” con la Cina).

Secondo molti studiosi, se l’Italia dunque superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo».

[* Italia 2020 https://eurispes.eu/ricerca-rapporto/rapporto-italia-2020/]

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/

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