Governo Italiano e Commissione Europea mortificano gli agricoltori!

di Maurizio Acerbo

Da giorni, in molti paesi Europei, vi sono mobilitazioni importanti da parte degli agricoltori. Ho assistito a Bruxelles alla protesta più eclatante.

Gli agricoltori di Francia, Germania, Belgio, Olanda sostenuti dalle più importanti organizzazioni di rappresentanza agricola stanno mettendo a dura prova i governi nazionali e le stesse politiche comunitarie.

In Italia, complice una strutturale subalternità delle organizzazioni agricole al Governo di destra, le mobilitazioni restano ancora nel campo dello spontaneismo con le maggiori organizzazioni di rappresentanza che provano addirittura a frenare le manifestazioni in corso.

Il governo con il ministro Lollobrigida – più in generale tutte le destre in Italia e in Europa – tentano di dirottare il malcontento contro la Commissione Europea e la transizione ecologica.
Si tratta di una presa in giro.

La famigerata e cattiva UE, nemica del Governo italiano, è guidata come presidente della Commissione da URSULA von Der Lyen, dello stesso partito del vice presidente del consiglio Italiano Antonio Tajani, cosi come la presidente del Parlamento Europeo Metsola, e come perla, il commissario europeo all’agricoltura è il polacco Janus Wojciechosky del PIS polacco, ovvero del partito dei conservatori di cui Giorgio Meloni è presidente europeo. La stessa polemica con i “socialisti” nasconde la circostanza che da decenni le politiche agricole nazionali e comunitarie sono bipartisan come la governance europea.

Nonostante le pur ancora ingenti risorse pubbliche, gli agricoltori europei, in larga parte attraversano una situazione di grande difficoltà. Tra le cause maggiori, l’aumento dei costi di produzione arrivati a prezzi esorbitanti, a partire dai fertilizzanti legati al prezzo del gas, (l’anno scorso hanno visto aumenti del 40%), i cambiamenti climatici (alla faccia dei negazionisti) pesano sempre di più sulle rese e le qualità dei prodotti, poi certo non aiutano i bassi prezzi pagati agli agricoltori da parte dall’agroindustria e della grande distribuzione organizzata.
Nelle filiere agroalimentari, la parte che resta agli agricoltori italiani è sempre più bassa, nonostante produzioni di assoluta qualità.

Alcuni esempi: le mele golden vengono pagate agli agricoltori ( quando va bene) 0,43 euro al kg per poi essere rivendute a 2,33 euro con un aumento del tutto ingiustificato del 442%, le melanzane, vengono pagate 0,86 Euro al kg per poi trovarle sullo scaffale 3,43 euro con un aumento del 300%, esempi che potrebbero essere riportati per tutte le filiere agricole e trovare gli stessi risultati, come per esempio prodotti di grande consumo come pane e pasta, con prezzi all’origine del grano duro che non supera i 30 cent al kg e ritrovarsi poi la pasta a 3 euro al kg, o il grano tenero pagato 20 centesimi al kg e ritrovarsi il pane poi a 5 euro.

In Italia, paese dell’agricoltura di eccellenza, con il record di prodotti di qualità certificati da marchi DOP e IGP, l’agricoltura e gli agricoltori vivono una situazione di enorme difficoltà e purtroppo non sono rare le situazioni in cui si cerca di scaricare sul lavoro margini di competitività. In Italia il 95% delle aziende agricole continua ad essere a conduzione familiare, con indici di sfruttamento spesso elevati all’interno della stessa famiglia agricola mentre per il lavoro dipendente vi è in agricoltura il più alto tasso di lavoro irregolare con circa il 25% fino ad arrivare a livelli di sfruttamento vergognoso con condizioni di vera e propria schiavitù.

Nel non certo lontano 1982 in Italia vi erano 3,1 milioni di aziende agricole, diventate nel 2000, 2,4 milioni e l’ultimo censimento del 2020 portava le aziende agricole ad appena 1,1 milioni.

Insomma in pochi anni abbiamo perso il 63% delle aziende agricole quasi senza alcuna riflessione, eppure il grosso delle aziende che han chiuso son quelle più piccole, magari nelle aree interne, marginali, che davano e continuano a dare un contributo straordinario in termini di occupazione, presidio del territorio, lotta al dissesto idrogeologico, valorizzazione del paesaggio. Da segnalare come appena il 13% delle aziende agricole italiane è condotta da giovani sotto i 45 anni.

Pesa inevitabilmente la concorrenza spietata con produzioni che arrivano da altre zone del mondo grazie anche alle continue aree di libero scambio tanto care alla Commissione Europea e che danneggiano non poco l’agricoltura italiana considerati gli alti costi di produzione.

Le politiche comunitarie, pur con risorse ancora importanti, (nonostante i forti tagli degli ultimi anni) continuano ad essere cervellotiche, l’80% dei contributi continuano ad essere erogati al 20% delle aziende con modalità assai discutibili, le stesse politiche di riconversione ambientale sembrano essere scritte a volte quasi per punire gli agricoltori.

I sussidi della PAC vanno redistribuiti per sostenere la transizione verso un’agricoltura in grado di affrontare le sfide della crisi climatica e della biodiversità. Tutti gli agricoltori già impegnati e che vogliono impegnarsi in processi di transizione verso un modello agroecologico devono essere sostenuti e accompagnati nel lungo periodo. È inaccettabile che nell’attuale PAC la minoranza di aziende agricole più grandi monopolizzi gli aiuti pubblici, mentre la maggioranza degli agricoltori europei non riceve alcun aiuto, o solo le briciole.

L’agricoltura europea ed italiana, hanno bisogno di cambiamenti epocali ma che non possono passare sulla testa degli agricoltori, va avviato un grande percorso di partecipazione a partire dalla discussione della prossima politica agricola comunitaria.

Non c’è futuro per l’agricoltura italiana ed europea senza una profonda transizione ecologica e sociale ma i cambiamenti anche profondi vanno affrontati in un contesto di partecipazione con gli agricoltori e non contro gli agricoltori.

Nell’immediato, il Governo Italiano a trazione sovranista da operetta, continua a penalizzare gli agricoltori, nella legge di bilancio è stata reintrodotta l’IRPEF sui terreni agricoli (248 milioni di tasse) e sono state cancellate le agevolazioni per giovani agricoltori a partire dall’esonero dei contributi previdenziali.

Tra le cose che potrebbero essere fatte subito togliere l’irpef sui terreni agricoli, reinserire le agevolazioni dei giovani, copiare provvedimenti già adottati ad esempio dal governo di sinistra spagnolo (comunistə al governo servono!) per contrastare in maniera stringente le pratiche commerciali sleali a partire dall’obbligo scritto dei contratti tra agricoltori ed industria con il riconoscimento agli agricoltori di almeno i costi di produzione certificati. Chiediamo l’effettiva attuazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali e il divieto a livello europeo di vendere al di sotto dei costi di produzione, come già fatto in Spagna.
Nessuno deve lavorare in perdita!!

La situazione che ha generato la protesta degli agricoltori è conseguenza delle politiche neoliberiste che l’Unione Europea ha perseguito negli ultimi decenni e a cui noi del Partito della Rifondazione Comunista con i movimenti e il coordinamento #StopTTIP ci siamo opposti inascoltati e oscurati dall’informazione mainstream. Le campagne che abbiamo portato avanti contro i trattati di libero scambio si sono dimostrate più che fondate. Per questo chiediamo, con Via Campesina, di interrompere i negoziati sull’accordo di libero scambio con il Mercosur e una moratoria su tutti gli altri accordi di libero scambio attualmente in fase di negoziazione.

I redditi degli agricoltori dipendono dai prezzi agricoli ma sono soggetti alle speculazioni finanziarie perché i governi e l’Unione Europea non vogliono una politica agricola basata sulla regolamentazione del mercato, con prezzi che coprano i costi di produzione e la gestione di scorte pubbliche di derrate.

Come ha denunciato Altragricoltura, oggi ci ritroviamo nella terribile condizione per cui nei brand commerciali dei tanto decantati prodotti del made in italy c’è sempre meno il frutto del lavoro dei nostri contadini, allevatori, pescatori e trasformatori artigianali ridotti ad essere “cottimisti e conferitori” per multinazionali, commercianti e speculatori senza scrupoli.

Va ribadito che il nemico è il neoliberismo dei governi e dell’Unione Europea non l’ecologia.

La destra strumentalizza queste proteste cercando di imporre la sua agenda reazionaria che distrae dalle questioni strutturali. Il negazionismo climatico e la richiesta di standard ambientali più bassi non risolvono problemi che hanno radici nelle logiche del capitalismo neoliberista che favorisce l’agrobusiness e massacra il mondo agricolo. Non sono politiche decise da fantomatici burocrati, come racconta la vulgata della destra. Sono frutto di decisioni politiche dei governi e dell’Unione Europea.

Noi di Rifondazione Comunista siamo dalla parte di chi vive del proprio lavoro. Ricordiamo che nella filiera agricola e agroalimentare lavorano anche tantissimi braccianti, e in particolare lavoratrici e lavoratori migranti, che subiscono le conseguenze di queste politiche antipopolari. Gli agricoltori che manifestano con i trattori da 150.000 euro l’uno sono quelli che spesso scaricano sui braccianti l’aumento dei costi, essendo l’unica voce sulla quale possono intervenire.

Non lasciamo questo malcontento nelle mani della destra e della sua demagogia insulsa con operazioni che abbiamo già visto all’opera con i “forconi”.

Come Rifondazione Comunista e Unione Popolare dobbiamo lavorare per l’unità tra agricoltori e movimenti ambientalisti rifiutando la polarizzazione che vogliono creare i politicanti neoliberisti al servizio dell’agrobusiness.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, coordinamento di Unione Popolare

P.S.: dopo aver scritto questa nota è arrivata la notizia del successo del presidio dei ribelli di Altragricoltura

 

 

FONTE: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=55527

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