DRAGHI: se ne sentiva la mancanza

Di Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99535285

Se ne sentiva davvero la mancanza. E Mario Draghi è finalmente ricomparso, al Mit di Boston dove ha tenuto una delle sue apprezzate conferenze su come va e come dovrebbe andare il mondo. Occasioni che si addicono solo a quei pochi in grado di supportare, con le loro apicali competenze, la cupola.

Nel suo stile sintetico che ha fatto scuola, Draghi ha riproposto uno dei punti centrali della sua indimenticabile agenda che ebbe numerosi fans – tra i quali si distinse Enrico Letta – e che resse le sorti dell’Italia fino all’autunno scorso, quando la trasferì intatta alla prima donna presidente del Consiglio, che, con gratitudine, l’ha integralmente acquisita.

Si tratta dell’equazione rimodulata e rivista sulla Pace in Ucraina, la quale doveva essere giusta e corrispondere solo ai desiderata del paese aggredito: di qui l’invio massiccio di armi necessario a far competere sul campo le forze armate di Zelensky. Ricordiamo i richiami al popolo (nostrano) preoccupato in quel momento dall’esplodere dell’inflazione dall’innalzamento delle bollette del gas: “Volete la libertà o volete solo stare caldi d’inverno e freschi d’estate ?”

Stavolta l’equazione viene sviluppata e chiarita; se ne avverte una serrata esigenza, visto che, sul campo, la controffensiva non produce i risultati attesi: “Kiev deve vincere, o per l’UE sarà fatale” titola l’Ansa. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica”, ed è “per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati, se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra”. Non è ovviamente accettabile una vittoria russa, ma neanche “un pareggio confuso”, dice Draghi.

(Bisogna forse riscrivere anche le regole del calcio, del pugilato, di tutte le discipline che prevedono il pareggio ? Non si sa; è probabile.)

Si tratta dunque di una chiamata definitiva, non alla pace giusta, che non può più darsi, ma alla vittoria finale: Vincere, e vinceremo!

Gli fa eco, dalle pagine del Guardian l’ex segretario Nato, Anders Rasmussen, già consigliere di Zelensky, il quale ammonisce che se a luglio, a Vilnius, la Nato tergiverserà sull’ingresso dell’Ucraina, è probabile che un gruppo di “paesi volenterosi” opti per la scesa diretta sul campo di battaglia: Polonia e Paesi baltici. Per vincere, c’è bisogno che “le forze Nato scendano direttamente in campo”.

Come si vede, strada facendo, si delineano sempre più chiaramente le prospettive che ci sono di fronte. I calcoli errati di una caduta repentina della Russia o di una sostituzione di Putin al Cremlino che erano stati formulati all’inizio, rendono ora obbligata la via della vittoria ad ogni modo e ad ogni costo.

Emerge con altrettanta evidenza la cultura che impregna le teste calde di questi consiglieri della cupola: tutt’altro che rigorosi analisti e programmatori di strategie vincenti, sono costretti, loro malgrado, a convertirsi in novelli dottor Stranamore; a tentare di ricondurre forzosamente gli eventi e i fatti alla loro rappresentazione, che è una rappresentazione binaria, senza possibilità di mediazioni, forgiata sul concetto implacabile di competizione che prevede solo due possibilità, senza alcuna sfumatura.

Si tratta del perfetto contrario dell’apparato valoriale a cui dicono di richiamarsi e di voler tutelare, quello occidentale, democratico, che riconosce e prevede il pluralismo di analisi, di approcci, di opinioni, di interessi, perfino il riconoscimento del conflitto, entro un perimetro condiviso che, sul piano internazionale, è perfettamente coerente con l’idea di multipolarismo, interculturalità, cooperazione e, se va male, di trattativa e di ricomposizione.

Valori che se fossero stati applicati con gli accordi di Minsk avrebbero consentito molti anni fa di evitare qualsiasi escalation, riconoscendo i diritti della minoranza russofona in Ucraina che è maggioranza ad est del fiume Dniepr.

La risposta al perché ciò non sia avvenuto è tuttavia scritta nei documenti strategici Usa e Nato pubblicati tra fine ‘22 e inizio ‘23, accolti pienamente dal Parlamento Europeo, con poche eccezioni: c’è un solo centro, assoluto, che va preservato da ogni tentativo di condivisione. Con ogni mezzo. La vittoria è dunque obbligata.

La domanda è se a questo modo di ragionare e di procedere debba essere riconosciuta cittadinanza nell’Europa nel 2023, a distanza di quasi 80 anni dalla sua sconfitta storica e di 480 anni dalla morte di Niccolò Copernico.

E anche se, in vigenza di un’Europa che si riconfiguri su queste posizioni, non sia preferibile – e auspicabile – la sua ennesima liberazione e l’evidenza di nuovi orbitali che anche Draghi vede, ma comprensibilmente, insieme a tutta la casta reggente, si rifiuta di accettare.

 

R.R.

 

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