n° 48 – 3/12/2022. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Marca (Pd): «presentata un’interrogazione sulla carta d’identità elettronica».
02 – La Marca (Pd): «presentata un’interrogazione sulla interoperabilità dei dati Aire»
03 – Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Alex Sorokin *: OSSERVATORIO SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA – PNRR
04 – Alfiero Grandi*: Manovra, solo tante piccole bandierine. La legge di bilancio 2023 è diversa da quanto le destre avevano annunciato in campagna elettorale.
05 – Pierre Haski *: CINA: Cosa ci dicono le rivolte degli operai nella fabbrica cinese degli iPhone.
È una crisi sanitaria, certo, ma non solo. Le immagini degli scontri avvenuti in settimana nell’enorme fabbrica degli iPhone a Zhengzhou, nella Cina centrale, mostrano che la crisi è anche sociale e politica, oltre che un segno della trasformazione in atto nella globalizzazione.
06 – Claudio Bozza*: Chi ha finanziato i partiti alle elezioni? A Forza Italia mezzo milione dai figli di Berlusconi, a FdI l’aiuto dal Twiga, il flop del Pd. In 700 pagine il registro dei finanziatori delle forze politiche: il record della Lega, il balzo di Fratelli d’Italia (3,5 milioni) e il picco negativo del Pd. Facciamo i conti in tasca alla campagna elettorale più anomala della storia: chi e quanto ha finanziato.
07- Nicola Barone*: Manovra, sale a 60 euro limite di esenzione da obbligo Pos.
08 – Alessandro Calvi*: Quirinale, cattolici e stampa: i troppi fronti aperti dalla destra. Il governo Meloni in poche settimane ha già provocato incomprensioni con la chiesa, la presidenza della repubblica e i giornalisti.
09 – Louis Imbert* : Attraverso Gaza. Reportage dalla Striscia di Gaza. Per raccontare come vivono i suoi abitanti, schiacciati tra l’embargo israeliano e le imposizioni di Hamas, che controlla questa parte del territorio palestinese.
10 – Daniel Immerwahr*: L’apocalisse dimenticata. Ormai in pochi ricordano le conseguenze delle bombe atomiche sganciate nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki. In un mondo guidato da leader come Vladimir Putin, l’assenza di memoria fa crescere il rischio di un conflitto globale
11 – Sharon Lerner *: AMBIENTE L’Africa invasa dalla plastica

 

 

01 – LA MARCA (PD): «PRESENTATA UN’INTERROGAZIONE SULLA CARTA D’IDENTITÀ ELETTRONICA»
«La Carta d’Identità Elettronica (CIE) rappresenta oramai un essenziale ed utile strumento per avere accesso a molti servizi della Pubblica Amministrazione. È giunta l’ora che anche gli italiani residenti all’estero possano facilmente ottenerla.»
È questa la principale richiesta contenuta in un’interrogazione a risposta scritta depositata dalla Senatrice La Marca, eletta nella ripartizione estero America Settentrionale e Centrale, rivolta al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e al Ministro dell’Economia e delle Finanze.
«Trovo discriminatorio – sottolinea La Marca – che la CIE possa essere richiesta solo dai cittadini italiani residenti in alcuni paesi, come quelli appartenenti all’Unione Europea, mentre questa possibilità venga, a tutti gli effetti, negata a chi risiede in una circoscrizione consolare ubicata ad esempio in Nord e Centro America. Non possono esistere italiani di serie “A” e italiani di serie “B”, nemmeno tra i residenti all’estero. Tutti devono avere le stesse possibilità di accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione. Per questo ho chiesto – spiega La Marca – di pensare a soluzioni alternative, magari prevedendo un iniziale rilascio della CIE esclusivamente in formato digitale, per fare in modo che tutti i cittadini residenti all’estero iscritti all’A.I.R.E. (Anagrafe Italiana dei Residenti all’Estero) possano farne finalmente richiesta.»
«È compito della pubblica amministrazione, e di tutta la nostra rete consolare – conclude La Marca – essere vicina anche agli italiani residenti all’estero, pena la rottura del legame di questi nostri connazionali con la loro comunità d’origine. Uno degli obiettivi del mio mandato sarà proprio questo; assicurarmi che anche a tutti gli italiani residenti all’estero siano riservati diritti e possibilità garantiti ai loro connazionali in patria.»
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America – Palazzo Madama – 00186 Roma, Italia – Email – francesca.lamarca@senato.it )

 

02 – LA MARCA (PD): «PRESENTATA UN’INTERROGAZIONE SULLA INTEROPERABILITÀ DEI DATI AIRE»
«L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.) – sottolinea Francesca La Marca, Senatrice del Partito Democratico eletta nella ripartizione elettorale America Settentrionale e Centrale – svolge una funzione essenziale poiché permette di conoscere la popolazione italiana residente all’estero che ammonta a 5.8 milioni di persone. Un dato, purtroppo, sottostimato perché non tutti gli italiani residenti all’estero, per un periodo maggiore all’anno, decidono di iscriversi correttamente all’A.I.R.E.»
«Risulta anacronistico che possano accedere ai dati A.I.R.E. solo i funzionari del Ministero dell’Interno e non il personale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Per correggere questa situazione – spiega La Marca – ho rivolto subito un’interrogazione al Ministero dell’Interno.»
«Vorrei ricordare, ancora una volta, – spiega La Marca – l’importanza di iscriversi all’A.I.R.E. Un diritto-dovere del cittadino che costituisce il presupposto per usufruire di una serie di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per esercitare il diritto di voto, per poter ottenere il rilascio o il rinnovo di documenti di identità e di viaggio, nonché certificazioni, per la possibilità di rinnovare la patente di guida».
«Se è importante che il cittadino si iscriva all’A.I.R.E. – conclude La Marca – lo è altrettanto che le pubbliche amministrazioni italiane competenti in materia possano accedere agevolmente alle informazioni in essa contenute, al fine di semplificare e rendere più efficienti le operazioni burocratiche e la vita dei nostri connazionali all’estero.»
*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. – SENATO DELLA REPUBBLICA – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America – Palazzo Madama – 00186 Roma, Italia
Email – francesca.lamarca@senato.it )

 

03 – Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Alex Sorokin *: OSSERVATORIO SULLA TRANSIZIONE ECOLOGICA – PNRR – Il Governo deve scegliere le energie rinnovabili anziché quelle fossili
E’ passata sotto silenzio una notizia di grande importanza data da Terna, società pubblica che gestisce la rete elettrica italiana.
La notizia è che le richieste di allaccio alla rete nazionale di nuovi impianti di eolico galleggiante in mare sono pari a 95 GW, resi possibili dall’evoluzione tecnologica.
Queste sole richieste permetterebbero di realizzare più dei 70 GW di nuova capacità rinnovabile necessari per realizzare gli obiettivi previsti dal nuovo pacchetto legislativo europeo (Fit for 55) entro il 2030. Inoltre, le richieste sono per l’80 % nel Mezzogiorno e possono garantire approvvigionamento elettrico anzitutto a quel territorio oltre che al resto del Paese.
Terna ha dichiarato che entro la fine dell’anno completerà l’indicazione delle soluzioni tecniche di connessione per tutte le richieste (finora ne sono state indicate per 22 GW). Potrebbero quindi partire gli investimenti e l’Italia potrebbe arrivare all’obiettivo dei 70 GW prima del 2030, con una consistente autonomia nella produzione elettrica. Le richieste per l’eolico in mare, raddoppiate rispetto al 2021, fanno parte di un totale di 300 GW di fonti rinnovabili potenzialmente allacciabili in rete, di cui circa 100 GW di eolico.
In altre parole, la vera miniera dell’Italia è qui, non nella riattivazione delle estrazioni di gas fossile (stimata in 1,5 miliardi di metri cubi in più all’anno), che ha già creato i problemi di subsidenza a Venezia ricordati da Zaia e che, comunque, non è minimamente paragonabile alla potenza fornita dalle rinnovabili di cui Terna potrà disporre in rete se gli investimenti verranno effettuati.

Mentre sulle trivellazioni il Governo ha deciso con rapidità di consentire lo sfruttamento dei pozzi di estrazione, per le rinnovabili non ha ancora preso le decisioni che gli competono e sta ritardando gli investimenti.

In sostanza,una potenzialità accertata di investimenti per impianti da fonti rinnovabili non si realizzerebbe perché il governo non sta prendendo le decisioni necessarie per farli partire.

Anzitutto, occorre che il governo adotti rapidamente il piano “regolatore” dello spazio marittimo, indicando con chiarezza le aree di mare in cui gli impianti possono essere posizionati, ad una distanza di 25/30 Km dalla costa, come proposto a Civitavecchia, per evitare impatti sul paesaggio, sull’ambiente e sulla vita delle persone

Inoltre, occorre che il governo decida la separazione delle tariffe dell’energia elettrica prodotta da rinnovabili da quella proveniente da fossili. Del resto il governo ha già deciso che il gas fossile estratto in più andrà a prezzo calmierato alle imprese energivore: perché, allora, non procedere con la differenziazione di prezzo tra fonti rinnovabili e non, peraltro già indicate in ogni bolletta elettrica?

Il governo Meloni, in continuità con il precedente, continua ad inseguire il gas e non vede il potenziale enorme che ha sotto gli occhi per realizzare l’autonomia del nostro paese in materia energetica e così contribuire al contrasto al cambiamento climatico.

Esiste,ovviamente, il problema dell’accumulo di energia per le fasi di intermittente produzione: la soluzione sta sia nell’utilizzare subito le potenzialità dei pompaggi idroelettrici che valgono oltre 7 GW con cui Terna potrebbe garantire continuità di erogazione, sia nel predisporre sistemi innovativi e adeguati di accumulo come nel caso delle batterie, come in altri paesi.

La rapidità nell’approvazione dei progetti di installazione, rispondenti ai criteri del piano dello spazio marittimo, da approvare, e nel rispetto dei vincoli prescritti, con parere favorevole delle regioni e delle comunità locali, va assicurata con un sistema commissariale di approvazione pubblica, che adotti in tempi certi e rapidi le decisioni. La stessa cosa vale per il fotovoltaico, fino ad ora condizionato da ritardi inaccettabili.

I nuovi impianti da rinnovabili vanno non solo legati a un sistema tariffario autonomo, ma proiettati in un sistema tariffario di lungo periodo, che dia certezza di costi al sistema produttivo, ai consumatori e contrasti l’inflazione.

La realizzazione di gran parte di questi investimenti è anche garanzia di poter contare sull’idrogeno solo “verde” come accumulo e vettore dotato di flessibilità.

Da tutto questo deriva la possibilità di sviluppare investimenti e lavoro in settori di avanguardia e, insieme, rinnovare quelli dell’industria di base: basta pensare all’acciaio e al lavoro necessario per produrre, installare e mantenere in attività le nuove strutture energetiche.

Il governo deve rendersi conto che lo strabismo sulla produzione da fonti fossili è un errore, che nel tempo renderà l’Italia sempre meno competitiva, non solo rispetto alla Cina, ma anche rispetto a paesi europei più lungimiranti come Germania, Spagna, Gran-Bretagna, Portogallo, Danimarca.

Per questo occorre approvare prima possibile un nuovo piano energetico e per queste ragioni rinnoviamo la richiesta al Governo di convocare rapidamente una Conferenza Nazionale per individuare attraverso la massima partecipazione le linee di un nuovo piano energetico ambientale.
*(Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Alex Sorokin, Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Si’, Nostra )

 

04 – Alfiero Grandi*: MANOVRA, SOLO TANTE PICCOLE BANDIERINE. LA LEGGE DI BILANCIO 2023 È DIVERSA DA QUANTO LE DESTRE AVEVANO ANNUNCIATO IN CAMPAGNA ELETTORALE.
DA UN LATO È EVIDENTE IL TENTATIVO DELLA MAGGIORANZA DI AFFERMARE CHE IL GOVERNO VA AVANTI COME PROMESSO, SENZA PERÒ RIUSCIRCI PERCHÉ LA REALTÀ È DIVERSA DA QUELLA DELINEATA IN CAMPAGNA ELETTORALE.
Dall’altro, Giorgia Meloni si è resa conto che i margini di manovra economica sono limitati, che l’Europa terrà sotto controllo le scelte, e ha deciso di non strappare, anche se va ricordato che con la manovra ha aumentato il debito pubblico di un punto di Pil.
Il grosso della manovra economica è la conferma di provvedimenti già impostati dal governo Draghi, necessari per contrastare le difficoltà di disponibilità energetiche e l’aumento conseguente dell’inflazione. In pratica l’aumento del debito pubblico serve per finanziare misure già adottate da Draghi per contenere le conseguenze della crisi energetica dopo la guerra in Ucraina.

TANTE MISURE COME UN’INSALATA MISTA
È rimasta al Governo una disponibilità finanziaria limitata (circa 15 miliardi), che neppure l’attacco sguaiato al reddito di cittadinanza, la riduzione dello sgravio su benzina e diesel alla pompa, l’aumento al 35% della tassazione dei produttori di fossili e la riduzione della protezione dall’inflazione delle pensioni oltre quattro volte il minimo riescono ad allargare in modo significativo.
Le misure adottate sulla base di queste disponibilità sono un’insalata mista di rivendicazioni e bandierine dei partiti della maggioranza di destra, che per fortuna non hanno (per ora) la forza e l’incisività per cambiare in profondità i vari campi si è intervenuti. Sono, però, un assaggio da non sottovalutare. Tra le misure utili c’è la conferma della riduzione del 2% del cuneo fiscale a favore dei lavoratori dipendenti fino a 35.000 euro, che aumenta al 3 % fino a 20.000 euro. La fiscalizzazione del salario aziendale è in realtà un favore alle aziende. Lo sgravio fiscale per nuove assunzioni aggiuntive esistente può essere utile, anche se è da dimostrare che ci sarà offerta di nuova occupazione a tempo indeterminato, vista la probabile recessione che ci attende.

Tra le misure si capisce che l’impegno maggiore è stato per dare un contentino di bandiera ai partiti di maggioranza, in modo che ciascuno potesse dire che c’è il primo passo di un percorso, per tentare di giustificare la pochezza degli interventi effettivi. La Lega strappa un ulteriore colpo al principio della progressività fiscale, in nome di una flat tax che prefigura una gestione delle politiche fiscali corporativa e socialmente sfavorevole ai redditi bassi, come rivela l’insistenza sulla cancellazione delle cartelle non pagate, che avrebbe voluto ben più ampia, e che fa il paio con l’aumento del limite dei pagamenti in contanti. Sull’evasione i segnali sono chiari. Forza Italia ottiene qualcosina sulle pensioni minime e su altre bandierine da cui pensa di trarre consensi.

La maggioranza ha accettato bon gré mal gré questo testo per consentire l’approvazione della legge di bilancio e a Giorgia Meloni di presentarla come un grande passo avanti di discontinuità con il passato, che in realtà per ora è in gran parte una minaccia a futura memoria. Per questo l’insistenza sugli obiettivi da abbattere come il reddito di cittadinanza (sulle cui modifiche le idee latitano anche per la parte di interventi che il governo dichiara di voler mantenere) e la legge Fornero, tradizionale obiettivo della demagogia di Salvini, che del resto non ha tardato a rilanciare il ponte sullo stretto, di cui per ora viene solo resuscitata la costosa società, unica realtà materiale. Da queste premesse se ne ricava una destra abbarbicata al passato, con ben poche idee nuove.

Va detto che è auspicabile che le opposizioni parlamentari, in cerca di un terreno comune, trovino il modo di dire insieme un secco no allo stravolgimento del reddito di cittadinanza, novello saracino che le destre vogliono infilzare, perché l’Italia ha bisogno di uno strumento valido contro la povertà e l’emarginazione.
Certo la scelta di Calenda che propone alle opposizioni di concordare le posizioni e poi parte con la presentazione delle sue e chiede un incontro alla Meloni non fa ben sperare.
Attorno alla legge di bilancio si vedono volare idealmente altri obiettivi identitari, come la velleità di blocco dei migranti senza neppure accennare all’approvazione di un piano flussi regolari di cui abbiamo bisogno, riproposto da Riccardi in questi giorni.

UN GOVERNO TIMIDO SUGLI EXTRA PROFITTI
Il tutto ha un sapore acre di propaganda, spesso rilanciata ad arte come le nuove norme securitarie proposte dopo il rave di Modena, quando ormai era un problema risolto attuando le norme esistenti, senza inventare nuovi, improbabili reati. Vengono ingigantiti problemi in modo da giustificare atteggiamenti e scelte securitarie e d’ordine.

Non deve sfuggire che in materia di entrate il governo Meloni poteva con più coraggio proporre un aumento molto più consistente della tassazione degli extra profitti derivanti dalla speculazione sui prezzi dell’energia, riducendo il ricorso al debito o meglio ancora aumentando le misure di sostegno all’occupazione, ai redditi da lavoro, di contrasto alla povertà. Trattandosi di profitti immeritati, derivanti da speculazione, si poteva andare molto oltre, finanche al 100% perché in questi profitti non c’è merito ma solo lo sfruttamento di una rendita di posizione, quindi è speculazione. Così poteva essere affrontata una prima redistribuzione di reddito dall’alto verso il basso per finanziare misure per situazioni di emergenza sociale, per la sanità e la scuola che hanno bisogno di risorse non di tagli.
È sempre un errore intervenire sulle pensioni senza un disegno di insieme, sull’onda di un’esigenza di corto respiro, e in particolare quando c’è il sentiero stretto delle leggi di bilancio. Si rischia di intaccare pericolosamente i fondamenti di un sistema pensionistico che tiene dentro tutti perché è in grado di offrire una soluzione equilibrata a tutti.
Gli interventi proposti dal Governo sono più spot e una tantum che progetti, non si avvertono suggestioni a lungo termine ma un disperato tentativo di non aprire un contenzioso con l’Europa e nello stesso tempo con un elettorato a cui era stata raccontata una realtà diversa.

Ad esempio stride la contraddizione tra il bisogno di realizzare a passo di carica investimenti nelle energie rinnovabili per sostituire le fonti fossili (un’urgenza), in particolare il costosissimo e incerto gas e le richieste che Terna ha reso note di investimenti (teorici per ora) in eolico offshore e FTV, che sono molto rilevanti ma manca tuttora il quadro in cui rendere questi investimenti possibili e questo è un problema del governo, non di altri. Ad esempio per l’eolico off shore occorre il piano regolatore del mare e vanno indicate le condizioni da rispettare, ad esempio la distanza dalle coste (almeno 25 Km), nonché va decisa la separazione delle tariffe energetiche fossili da quelle rinnovabili e in generale va adottato un piano tariffario a lungo termine. Nessuna proposta è pervenuta, eppure la questione energetica è centrale (almeno così si afferma) nella legge di bilancio.

Occorre poi decidere politiche industriali per produrre le strumentazioni necessarie per le pale eoliche, le piattaforme galleggianti, i pannelli FTV non essendo sufficiente l’investimento dell’Enel a Catania per produrli. Sarebbe assurdo importare tutto dall’estero di fronte ad investimenti che potrebbero decollare in modo rilevante, quando si potrebbe produrre in Italia e creare il lavoro di cui c’è bisogno. Su questo non è venuto alcun segnale, infatti non sono previsti investimenti, eppure i lavoratori dell’ex Ilva sono mobilitati per i loro posti di lavoro e per segnalare le potenzialità produttive della loro azienda (oggi pubblica al 38%) che deve per di più trovare la compatibilità con l’ambiente e il territorio circostante.
Preoccupa che anche sull’inflazione non ci sia un tentativo di costruire una politica degna di questo nome.

Continua l’inseguimento della crisi energetica, con costi rilevanti come dimostra lo sbilancio nei pagamenti del nostro paese, dovuto tutto all’aumento dei prezzi per l’energia, mentre si dovrebbe impostare una politica anti inflazionistica, fatta di provvedimenti di alleggerimento degli effetti ma anche di controlli adeguati e di iniziative per creare alternative, coinvolgendo imprese e sindacati. Altrimenti l’inflazione per ora aiuterà i conti pubblici ma taglierà duramente i redditi, soprattutto fissi, e di conseguenza i consumi e quindi presto la gallina dalle uova d’oro, che ha gonfiato le entrate, provocherà il suo contrario e cioè un appesantimento del debito pubblico e la crescita della (legittima e prevedibile) tensione sociale.
I segnali dati da Giorgia Meloni a nome della coalizione sono spot propagandistici che non daranno risultati, servono solo per mandare segnali all’elettorato, ma creeranno tensioni e ingiustizie pesanti e questo mentre il nostro paese avrebbe bisogno di un governo che cerca di affrontare i nodi di fondo. Quando Meloni dice che il programma si realizzerà in 5 anni non si rende conto che offre un quadro povero e desolante di proposte e di iniziative. Siamo ancora lontani da un progetto all’altezza della situazione, per ora è stato vuotato il baule dei vecchi arnesi della destra.

E’ IL MOMENTO CHE L’OPPOSIZIONE SI UNISCA
La destra ha conquistato la maggioranza del parlamento, grazie alla legge elettorale che ha moltiplicato i voti (44%) sui seggi (59 %). Se questa è l’impostazione arriveranno presto momenti difficili e il paese entrerà in sofferenza. È chiaro che è stato un errore rinviare nel periodo Draghi l’indicazione delle alternative alla destra, ora questo problema va risolto, prima che sia troppo tardi.
Le opposizioni, per ora non si può che chiamarle così, hanno il dovere di cercare un terreno comune e il reddito di cittadinanza è uno dei primi banchi di prova, con la speranza che sia un no corale, gettando alle spalle differenze e rimpianti del passato. Chi si chiama fuori verrà ricordato non solo per l’errore di non avere fatto fronte comune contro la resistibile vittoria della destra in nome della Costituzione, ma per continuare a sottovalutare i danni potenziali di questa situazione.
Le destre fanno il loro mestiere, le opposizioni debbono imparare a fare il loro, che non hanno saputo fare in vista del 25 settembre e se ora ripetessero lo stesso errore in Lombardia e Lazio sarebbe veramente diabolico.
Ancora una volta la Costituzione è un faro importante. Un programma alternativo alla destra dovrebbe basarsi, ad esempio, su una lettura attuale dell’articolo 3, su tutte le parti in cui afferma che vanno rimossi gli ostacoli per superare le disuguaglianze e con 6 milioni in povertà c’è molto lavoro da fare.
Occorre raccogliere i segnali di pace del 5 novembre, come le richieste dei sindacati che chiedono di essere ascoltati sui problemi dell’occupazione e della condizione di lavoro.
Le opposizioni debbono cercare di alzare presto le loro bandiere, impegnandosi a costruire movimenti, che in parte esistono già e chiedono rappresentanza politica, e la Costituzione è una fonte inesauribile di suggerimenti e di indicazioni. Altrimenti sarà un lungo e freddo inverno politico
*( Fonte: Striscia Rossa. Alfiero Grandi, Sindacalista, deputato, tre volte sottosegretario all’Economia.)

 

05 – Pierre Haski *: CINA .COSA CI DICONO LE RIVOLTE DEGLI OPERAI NELLA FABBRICA CINESE DEGLI IPHONE.
È UNA CRISI SANITARIA, CERTO, MA NON SOLO. LE IMMAGINI DEGLI SCONTRI AVVENUTI IN SETTIMANA NELL’ENORME FABBRICA DEGLI iPhone A ZHENGZHOU, NELLA CINA CENTRALE, MOSTRANO CHE LA CRISI È ANCHE SOCIALE E POLITICA, OLTRE CHE UN SEGNO DELLA TRASFORMAZIONE IN ATTO NELLA GLOBALIZZAZIONE.
Nella fabbrica della taiwanese Foxconn, in cui lavorano circa 200mila operai e che costituisce una sorta di città nella città, l’esplosione della collera è stata provocata dall’esasperazione per gli isolamenti a ripetizione e da una promessa di premi non mantenuta. Il 24 novembre la direzione della fabbrica ha parlato di “errore informatico” e ha promesso che i premi saranno versati. Ma il danno ormai era fatto.
Sempre il 24 novembre l’intera città di Zhengzhou, popolata da dieci milioni di persone, è stata isolata, e lo stesso è successo anche in alcune aree della capitale Pechino e di altre megalopoli cinesi. Centinaia di milioni di persone in stato di isolamento a fronte di 31mila contagi annunciati dal governo, il numero più elevato da due anni ma anche una condizione in cui altrove si vive quasi normalmente.
XI JINPING resta inflessibile in merito alla politica dello “zero covid” laddove il resto del mondo ha voltato pagina, compresi i paesi vicini che in precedenza avevano adottato la stessa politica della Cina, come la Corea del Sud o Taiwan. I cinesi sono costretti ad affrontare isolamenti massicci e inflessibili mentre decine di migliaia di persone si riuniscono negli stadi del Qatar per la coppa del mondo di calcio. Davvero è lo stesso pianeta?

L’AVVENTO DEI VACCINI HA CAMBIATO TUTTO, PERMETTENDO DI TORNARE A UNA QUASI-NORMALITÀ. NON IN CINA
La risposta è legata a una scelta politica. Dopo la prima ondata della pandemia a Wuhan, all’inizio del 2020, la Cina ha chiuso le frontiere. Questa strategia inflessibile funzionava nel 2020, quando tutti erano confinati. Ma l’avvento dei vaccini ha cambiato tutto, permettendo di tornare a una quasi-normalità. Non in Cina, però.
Il vaccino cinese, infatti, si è rivelato meno efficace, in particolare contro la variante omicron, e per orgoglio Pechino non ha voluto acquistare i vaccini occidentali. Il risultato è che la popolazione a rischio è meno protetta. Con un sistema sanitario insufficiente, la cancellazione delle restrizioni provocherebbe una catastrofe.
Il governo è pronto a pagare il prezzo economico e politico di questa scelta. La Cina vive già un forte rallentamento economico, mentre l’esasperazione è ormai palpabile dopo il brutale lockdown imposto a Shanghai in primavera. Il rischio, a questo punto, non è tanto un allargamento delle proteste (questo regime non ha paura di utilizzare la forza) ma la distruzione di un contratto sociale che ha funzionato per trent’anni.
La vicenda riguarda anche la globalizzazione, di cui la fabbrica Foxconn di Zhengzhou è il simbolo assoluto. I problemi per Apple accelereranno una tendenza sempre più netta negli ultimi anni: la Cina “fabbrica del mondo” perde il suo potere di attrazione mentre numerose multinazionali investono in altri paesi dell’Asia. Per la prima volta Apple ha cominciato a produrre i suoi iPhone anche in India, mentre Samsung ha trasferito l’attività in Vietnam.
La politica “zero covid” intransigente della Cina, abbinata alle tensioni geopolitiche tra Pechino e Washington, ha come effetto non tanto quello di “separare” totalmente le economie (sarebbe impossibile) ma di creare un distacco nel campo delle tecnologie più importanti, per evitare di essere dipendenti da un solo paese.
Gli operai di Zhengzhou, loro malgrado, ci mostrano la fine di una caratteristica fondamentale della globalizzazione per come l’avevamo conosciuta.
(Fonte Internazionale: Pierre Haski, France Inter, Francia Traduzione di Andrea Sparacino)

 

06 – Claudio Bozza*: CHI HA FINANZIATO I PARTITI ALLE ELEZIONI? A FORZA ITALIA MEZZO MILIONE DAI FIGLI DI BERLUSCONI, A FDI L’AIUTO DAL TWIGA, IL FLOP DEL PD. IN 700 PAGINE IL REGISTRO DEI FINANZIATORI DELLE FORZE POLITICHE: IL RECORD DELLA LEGA, IL BALZO DI FRATELLI D’ITALIA (3,5 MILIONI) E IL PICCO NEGATIVO DEL PD. FACCIAMO I CONTI IN TASCA ALLA CAMPAGNA ELETTORALE PIÙ ANOMALA DELLA STORIA: CHI E QUANTO HA FINANZIATO.

Nella cassaforte di Fratelli d’Italia, per sostenere la campagna elettorale che ha portato la prima donna a Palazzo Chigi, sono arrivati finanziamenti da aziende che operano nel settore militare e della Difesa, ma anche dal Twiga, il lussuoso bagno della Versilia della coppia Briatore-Santanchè, con la seconda poi diventata ministra del Turismo. Ci sono poi i conti di Forza Italia, salvati in buona parte dai 5 figli di Silvio Berlusconi con mezzo milione di euro. E poi la Lega, regina incontrastata con oltre 6 milioni raccolti, che tra le centinaia di sostenitori conta pure il sindacato dei gestori di slot machine e scommesse e un’azienda produttrice di sigarette elettroniche, spesso difese da Salvini (ex fumatore di tabacco “vero”). E c’è infine il Pd, le cui casse sono rimaste molto più vuote del solito perché, evidentemente, anche finanziatori e imprese storicamente amiche sono stati scoraggiati dai sondaggi. Un fund raising, quello del Nazareno, che è stato di fatto pareggiato anche dalla piccola federazione tra Azione e Italia viva. Analizzando le oltre 700 pagine del registro dei finanziatori dei partiti, depositato e aggiornato per legge presso la Camera, emerge un quadro assai interessante, che denota come i grandi finanziatori abbiano virato radicalmente le rispettive bussole avendo fiutato lo storico cambiamento politico al timone del Paese.

FRATELLI D’ITALIA
TRENTAMILA EURO DAI CANDIDATI IN COLLEGI, BLINDATI. E L’AIUTO DI SANTANCHÈ-BRIATORE
Al partito della premier Giorgia Meloni, che 10 anni fa conquistò l’1,96% e stavolta si è affermato primo partito con il 26%, non sono più arrivate le briciole degli esordi. In previsione di una grande vittoria, il forziere meloniano ha raccolto da inizio anno almeno 3,5 milioni. Una cifra importante, mai vista in Via della Scrofa, che dopo aver coperto le spese della campagna servirà anche per ampliare la sede e rafforzare l’organico del fu “partitino”, che ora poggia su una decina tra dipendenti e collaboratori: il Pd, per avere un paragone, ha circa 130 assunti. Una fetta importante del totale è stata versata da tutti i candidati che potevano contare su un seggio blindato: 30 mila euro a testa, oltre ai versamenti mensili. In cima alla lista dei finanziatori più curiosi c’è il tandem di Flavio Briatore e Daniela Santanchè, co-proprietari del Twiga: dalla società del bagno di Marina di Pietrasanta sono arrivati 26 mila euro nelle casse di FdI, partito decisamente contrario alla messa a bando per le concessioni balneari, come l’Ue impone da tempo secondo la legge Bolkestein. (Proprio nei giorni scorsi, Santanchè ha venduto le sue quote del Twiga suddividendole tra il suo compagno Dimitri D’Asburgo e il suo socio Briatore)
Santanchè è poi diventata ministro del Turismo e, però, subito incappata nel vortice di un’inchiesta della procura di Milano per il crollo di Visibilia, concessionaria pubblicitaria fondata proprio da Santanchè. Altri 40 mila euro sono arrivati da Paola Ferrari, ex conduttrice Rai de La Domenica sportiva e moglie di Marco De Benedetti. Poi ci sono i 10 mila donati dalla Red Lions srl, holding che controlla l’impero della pummarola Mutti, che ha sostenuto pure Azione di Carlo Calenda con 25 mila euro. Ben 100 mila euro sono arrivati da Giulia Cosenza, già deputata di An, e timoniere della Milano investimenti spa, società attiva nel campo delle costruzioni. Marco Rotelli, della famiglia che guida il gruppo ospedaliero privato San Donato, ha versato 30 mila euro non solo a Fratelli d’Italia, ma praticamente a tutti i partiti. Dalla Drass Galeazzi srl, azienda del settore della Difesa sono arrivati 10 mila euro; l’impresa con sede a Livorno, come evidenziato dal sito di fact checking Pagella Politica, è iscritta all’Aiad, sindacato del settore, costola di Confindustria, che fino a poco tempo fa era presieduto dall’esponente di FdI Guido Crosetto, poi nominato ministro della Difesa.

FORZA ITALIA
TRA LUGLIO E SETTEMBRE RACCOLTI 1,7 MILIONI.
DAL PARTITO-AZIENDA AL PARTITO-FAMIGLIA
Da inizio anno Forza Italia ha ricevuto almeno 3,2 milioni di finanziamenti. La fetta più ampia è arrivata tra luglio e settembre, dopo l’addio di Draghi: 1,7 milioni. Scorrendo l’elenco dei sostenitori saltano subito all’occhio cinque nomi: Eleonora, Luigi, Marina, Piersilvio e Barbara, i figli di Berlusconi che hanno versato 100 mila euro a testa nelle casse del partito fondato dal padre. Mentre Fininvest, la cassaforte di famiglia, ha donato 100 mila euro. Altri 93 mila arrivano da Adriano Galliani, senatore uscente, amministratore delegato del Monza e da sempre braccio destro di Berlusconi. Circa 26 mila sono stati versati da Renato Schifani, ex presidente del Senato e da poco eletto governatore della Sicilia. Una buona fetta del tesoretto azzurro arriva dai parlamentari: a quelli che avevano un seggio sicuro era stato intimato, con tanto di lettera ufficiale del tesoriere, di versare 30 mila euro a testa. Anche per Forza Italia, partito anti Bolkestein, ha rilevanza la questione balneare: da Paola Marucci, moglie del senatore (non rieletto) Massimi Mallegni e proprietaria di hotel e un bagno in Versilia, sono arrivati 15 mila euro.

LEGA
IL RECORD DI SALVINI: CI SONO I MILITANTI MA, ANCHE LE SIGARETTE ELETTRONICHE.
Il partito di Matteo Salvini, finito sotto al 9%, nonostante il deludente risultato alle Politiche del 25 settembre ha comunque attirato l’interesse dei finanziatori privati, evidentemente convinti che la Lega sarebbe stata il perno per spingere il centrodestra a Palazzo Chigi. Dall’inizio del 2022, il Carroccio ha incassato almeno 6,5 milioni, molti dei quali arrivati dai territori, specialmente al Nord, dove il partito denota ancora buon radicamento. I candidati nei collegi blindati, oltre ai 3 mila di contributo mensile durante la legislatura, hanno versato 20 mila euro a testa. Ma a qualcuno è andata male lo stesso: Mario Barbuto, presidente dell’Unione italiana ciechi, quei soldi li ha dati, ma poi ha perso nell’uninominale a Palermo. Analizzando la galassia dei sostenitori salviniani emerge il sostegno rilevante delle università private e telematiche.
Un nome su tutti: i 100 mila euro arrivati dal Monte Finanziario europeo srl, società riconducibile a Pietro Luigi e Martina Polidori, figli di Francesco, fondatore di Cepu. Altri 50 mila sono stati versati da Vaporart (furono 100 mila nel 2018), produttore di sigarette elettroniche. Basta una rapida ricerca su Google per ritrovare i video dello “Svapo day”, la protesta che Salvini organizzò contro il paventato aumento delle accise sulle e-cigarette. Altri 43 mila euro sono stati ricevuti da Asso trattenimento 2007, associazione che riunisce i gestori di slot machine e scommesse. Da annotare anche una curiosità in particolare: la Lega Nord (oggi soppiantata da Lega per Salvini premier dopo le vicissitudini giudiziarie) risulta ancora iscritta al registro dei partiti e continua a ricevere finanziamenti, come i 6 mila euro a testa dai ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.

PARTITO DEMOCRATICO
SPARITE LE GRANDI AZIENDE. PERÒ , C’È UN GENEROSO IMPRENDITORE
Il Pd era dato come “perdente” da tutti i sondaggi della vigilia; questo fattore ha condizionato in maniera pesante il fund raising del Nazareno, che storicamente riceveva finanziamenti massicci anche da molte grandi aziende. Aziende che, stavolta, sono sparite quasi del tutto. Il partito di Letta ha raccolto solo 1,2 milioni tra luglio e agosto, mentre il totale tra gennaio e settembre è di circa 3,5 milioni. La parte del leone l’hanno fatta i piccoli sostenitori a livello locale, oltre ai candidati nei collegi “blindati” che hanno versato 15 mila euro a testa. Tra gli aiuti più generosi salta all’occhio quello di Francesco Merloni, 97 anni, ex ministro della Dc con sette legislature alle spalle e amico personale di Enrico Letta. Merloni, oggi presidente onorario del colosso degli elettrodomestici Ariston Thermo, ha versato 100 mila euro nelle casse DEM. Molto curioso è invece il nome di Gianfranco Librandi, che tramite la Milano Krea design srl (azienda di mobili) ha donato 60 mila euro al Pd.
Librandi, parlamentare eletto con Scelta civica, poi passato al Pd e infine a Italia viva, è un imprenditore renziano doc, tanto da aver versato a Open, la fondazione dell’ex premier (oggi liquidata), la bellezza di 800 mila euro. Ma non è finita, perché alle ultime elezioni Librandi era candidato con +Europa, partito sostenuto con altri 100 mila euro. «Non ci vedo niente di male» spiega Librandi a 7. «Ho finanziato la politica sperando di dare all’Italia una situazione di stabilità». Tra i politici salta poi all’occhio Elly Schlein, ex vicepresidente dell’Emilia-Romagna e oggi deputata, che pur non essendo iscritta al Pd ha versato al Nazareno un totale di 12 mila euro divisi in due tranche. E ora sta preparando la sfida alla segreteria per il dopo Letta.

AZIONE-ITALIA VIVA
LA MODA SI MOBILITA. MA ANCHE , LE ACCIAIERIE E I GRANDI POLI DELLA SANITÀ
Il tandem degli “amici per forza” formato da Carlo Calenda e Matteo Renzi, viste le istanze rappresentate, grazie a molti imprenditori generosi ha raccolto circa 3 milioni da inizio anno. Partiamo dai sostenitori del leader di Azione. In testa c’è Pier Luigi Loro Piana con 75 mila euro, mentre altri 20 mila sono arrivati sempre dalla moda (gruppo Zegna) e 10 mila da Renzo Rosso di Diesel. Il patron di Prada Patrizio Bertelli ha versato 50 mila euro, mentre da Luciano Cimmino (gruppo Yamamay-Carpisa) 20 mila. Dal patron di Ferrarelle Carlo Pontecorvo sono arrivati 10 mila euro; 30 mila da Cremonini, colosso delle carni. Tremila da Marco Tronchetti Provera e 30 mila da Guido Maria Brera, il finanziere scrittore milanese. Le acciaierie Arvedi hanno versato ad Azione 50 mila euro, e sempre dall’acciaio sono arrivati 30 mila euro da Antonio Marcegaglia; mentre un totale di 80 mila da Gianfelice Rocca del gruppo Humanitas e vertice di Techint. C’è infine Alberto Bombassei, già ai vertici di Confindustria e oggi presidente onorario di Brembo, che ha fatto un bonifico di 50 mila euro.
Molto serrata, specie nella parte finale della campagna, la raccolta fondi di Italia viva, che ha incassato quasi un milione in 20 giorni a settembre. Al partito di Renzi, in attesa che il Terzo polo nasca formalmente, sono arrivati 25 mila euro da finanziatori storici come Davide Serra, finanziere e fondatore di Algebris. È di 50 mila euro il bonifico di Giovanni Tamburi, finanziere con partecipazioni Amplifon, Alpitour, Moncler, Hugo Boss. Daniele Ferrero, “mago” del cioccolato con il marchio Venchi (ma nemmeno parente dei Ferrero di Alba), ha finanziato Renzi con 30 mila euro, oltre ai 100 mila del passato. Il patron di Diesel Renzo Rosso ha dato 10 mila euro, come a Calenda. Ben 100 mila euro è invece il finanziamento di Lupo Rattazzi, presidente di Neos air e figlio di Susanna Agnelli. Dall’acciaio sono poi annotati 30 mila euro da Emma Marcegaglia. E infine sono rilevanti i 100 mila euro bonificati dal monegasco Manfredi Lefevre D’Ovidio, fondatore della Silversea cruises e re (quasi) assoluto delle crociere di lusso.

MOVIMENTO 5 STELLE
LA REGOLA: NIENTE SOLDI DA PRIVATI. – L’EX LUIGI DI MAIO HA RACCOLTO 300 MILA EURO
Da statuto il M5S non accetta finanziamenti da imprenditori e aziende private. Sono ammessi sono sostegni contenuti, raccolti grazie a donazioni online, oltre ai versamenti da mille euro mensili versati da tutti gli eletti nell’arco della legislatura. Il partito di Giuseppe Conte da inizio anno ha raccolto meno di un milione di euro e, vista la bocciatura a livello burocratico, non ha potuto incassare nemmeno il 2 per mille, voce che per gli altri partiti è molto importante per il bilancio. Lo scissionista grillino Luigi Di Maio, ex ministro degli Esteri, con Impegno civico è riuscito a raggranellare circa 300 mila euro da aziende varie. Un mini tesoretto che però, a fronte dello 0,6% incassato alle elezioni, è servito per fare eleggere un solo parlamentare: Bruno Tabacci, per di più di un altro partito.
*(Claudio Bozza. Giornalista per caso. Il caso più bello possa capitare.)

 

07 – Nicola Barone*: MANOVRA, SALE A 60 EURO LIMITE DI ESENZIONE DA OBBLIGO POS.
SALE DA 30 A 60 EURO IL LIMITE OLTRE IL QUALE I COMMERCIANTI SONO ESENTATI DALL’OBBLIGO DI CONSENTIRE IL PAGAMENTO CON CARTE E BANCOMAT.
Un nuovo pacchetto sull’ambiente ma anche il finanziamento di una serie di opere infrastrutturali come il terzo lotto Tav, l’alta velocità Torino-Lione. Lievita a 155 articoli l’ultima bozza della manovra: tra le nuove misure spunta anche l’esenzione dall’Imu per i proprietari di immobili occupati che abbiano presentato regolare denuncia. Definite alcune norme che nella prima bozza avevano solo il titolo come il mese in più di congedo per le mamme, l’assegno unico rafforzato, opzione donna che compare però con l’ipotesi di età di uscita legata al numeri di figli che sarebbe però in fase di valutazione nelle ultime ore. Martedì nel tardo pomeriggio, dopo l’annuncio in Aula dell’arrivo della manovra (domani) a Montecitorio, si terrà una riunione dei capigruppo di maggioranza della commissione Bilancio per fare un primo punto sul provvedimento.

STRETTA SU VENDITE ONLINE, OBBLIGO DI FATTURA
Obbligo di fattura e stretta fiscale per le vendite online a partire dal primo luglio 2023. Nella bozza è previsto per i soggetti passivi Iva che facilitano le vendite nei confronti di un cessionario non soggetto passivo l’obbligo di trasmettere all’agenzia delle Entrate i dati relativi ai fornitori e alle operazioni effettuate. In caso di mancata trasmissione lo stesso soggetto passivo è considerato responsabile in solido per l’assorbimento dell’Iva. I beni che rientrano nella misura saranno individuati con un decreto del Mef. Dalle nuove regole sono esentate le cessioni effettuate da fornitori che hanno requisiti di affidabilità o che prestano idonea garanzia, così come individuati dall’agenzia delle Entrate in un provvedimento da emanare entro 3 mesi. Le vendite per corrispondenza vengono inoltre eliminate da quelle per le quali l’emissione della fattura non è obbligatoria se non richiesta dal cliente.

CONTRO “APRI E CHIUDI” ARRIVA FIDEIUSSIONE 50MILA EURO
Una fideiussione di 50mila euro per la riapertura della partita Iva qualora l’agenzia delle Entrate l’abbia chiusa. È una delle misure anti ditte “apri e chiudi” previste in un articolo secondo cui, se valuta possibili illeciti, l’agenzia può effettuare «specifiche analisi del rischio connesso al rilascio di nuove partite Iva, ad esito delle quali l’ufficio invita il contribuente a presentarsi in ufficio» per esibire la documentazione necessaria e per dimostrare, «sulla base di documentazione idonea, l’assenza dei profili di rischio individuati». In caso di mancata presentazione in ufficio del contribuente, «ovvero di esito negativo dei riscontri operati sui documenti eventualmente esibiti, l’ufficio emana provvedimento di cessazione della partita Iva. Questa «può essere successivamente richiesta dal medesimo soggetto, come imprenditore individuale, lavoratore autonomo o rappresentante legale di società, associazione od ente, con o senza personalità giuridica, costituite successivamente al provvedimento di cessazione della partita Iva, solo previo rilascio di polizza fideiussoria o fideiussione bancaria per la durata di tre anni dalla data del rilascio e per un importo non inferiore a 50mile euro. In caso di eventuali violazioni fiscali commesse antecedentemente all’emanazione del provvedimento di chiusura, l’importo della fideiussione deve essere pari alle somme, se superiori a 50mila euro, dovute a seguito di dette violazioni fiscali, sempreché non sia intervenuto il versamento delle stesse».

PER ASSEGNO A NUCLEI NUMEROSI TETTO ISEE A 40MILA
Tetto Isee all’incremento del 50% dell’assegno unico per i nuclei familiari con tre o più figli. Stando all’ultima versione della legge di Bilancio l’aumento dell’assegno unico familiare per i nuclei numerosi avviene infatti «per livelli i Isee fino a 40.000 euro». L’incremento del 50% dell’assegno unico per i nuclei familiari numerosi prevede oltre al limite dell’Isee a 40mila euro anche una soglia temporale e cioè «per ciascun figlio di età compresa tra uno e tre anni».

L’autorizzazione di spesa per il trasporto pubblico locale «è incrementata di 100 milioni di euro per l’anno 2023 e di 100 milioni di euro per l’anno 2024 al fine di contribuire alla compensazione della riduzione dei ricavi tariffari relativi ai passeggeri subita, nel periodo dal 1° gennaio 2021 al 31 marzo 2022, e conseguente alle limitazioni alla capienza massima dei mezzi adibiti ai servizi di trasporto pubblico imposte in relazione all’emergenza sanitaria da Covid-19». Tali risorse sono ripartite sulla base dei criteri stabiliti «tenendo conto, per le compensazioni relative all’anno 2021, dei contributi già assegnati a titolo di anticipazione e assicurando una compensazione percentualmente uniforme ai soggetti ivi previsti».

SCOMPARE CONTRIBUTO SOLIDARIETÀ, EXTRAPROFITTI “VUOTI”
Mancano ancora, nell’ultima bozza della legge di bilancio datata 25 novembre, i dettagli sugli extraprofitti. L’articolo che contiene il «contributo straordinario contro il caro bollette» risulta infatti vuoto, come nella versione provvisoria della legge di bilancio circolata nei giorni scorsi. Scompare invece dall’articolato la norma immediatamente successiva (anch’essa vuota nella prima versione ma almeno titolata) sul «contributo di solidarietà temporaneo».

800 MLN A FONDO GARANZIA PMI, NORMA «IN VALUTAZIONE»
Le funzioni del Fondo di garanzia per le Pmi vengono prorogate per tutto il 2023, così come previste dalla legge di bilancio del 2021 ed anche per quanto riguarda il sostegno speciale e temporaneo per il contrasto agli effetti della crisi ucraina. Lo si legge nell’ultima bozza della manovra, in cui accanto all’articolo compare però la dicitura “in valutazione”. Lo stanziamento previsto è di 800 milioni (contro la cifra di 1 miliardo circolata dopo l’approvazione della legge in Consiglio dei ministri).

UN MESE IN PIÙ DI CONGEDO MATERNITÀ FINO A 6 ANNI
Il congedo parentale «per la madre lavoratrice» è elevato di un mese «fino al sesto anno di vita del bambino, alla misura dell’80 per cento della retribuzione». Nella bozza precedente il contenuto della misura era prevista.

AUTONOMIA, CABINA DI REGIA SU LIVELLI ESSENZIALI
Arriva una cabina di regia per i Lep. Per la «completa attuazione dell’articolo 116 della Costituzione» e il superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni, l’articolo «disciplina la determinazione dei livelli essenziali» su «diritti civili e sociali». La cabina di regia è presieduta dal ministro degli Affari Regionali (Calderoli), e partecipano quelli per gli Affari Europei (Fitto), Riforme (Casellati), Economia (Giorgetti), ministri «competenti per le materie dell’articolo 116», più i presidenti di Conferenza delle Regioni, Upi, e Anci.

PROROGA SCONTI SU ACQUISTO MATERIALI RICICLATI
Prorogato con una dotazione di 10 milioni di euro per il 2023 il credito di imposta previsto al 36% per l’acquisto di materiali riciclati provenienti dalla raccolta differenziata. Lo prevede l’ampio pacchetto ambiente in manovra. L’obiettivo – si legge – è «incrementare il riciclaggio delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale e della lavorazione di selezione e di recupero dei rifiuti solidi urbani». Del pacchetto ambiente fa parte anche la proroga del “programma speciale Mangiaplastica”, ma anche una dotazione di 110 milioni in 4 anni per il Commissario alla Depurazione per la «realizzazione degli interventi sui sistemi fognari e depurativi volti a dare esecuzione alle sentenze di condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea sul trattamento delle acque reflue urbane». Spazio poi a un Fondo per il contrasto al consumo di suolo con un contributo di 160 milioni fino al 2027. Infine 12 milioni in due anni per la realizzazione del Nuovo Polo Laboratoriale per l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).
Il punto. La guerra dei Pos
Entro 31 marzo via libera Cipess a terzo lotto Tav
«Entro il 31 marzo 2023, con deliberazione del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, è autorizzato l’avvio della realizzazione del terzo lotto costruttivo dell’intervento “Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, sezione internazionale – parte comune italo-francese – sezione transfrontaliera”. Il ministero delle Infrastrutture, per l’assegnazione delle risorse, presenta una relazione concernente i contributi versati dall’Unione europea alla società Tunnel Euralpin Lyon Turin-TELT s.a.s.. per l’intervento».

C’È PROROGA STATO EMERGENZA PER SOCCORSO UCRAINI
«Lo stato di emergenza relativo all’esigenza di assicurare soccorso ed assistenza, sul territorio nazionale, alla popolazione ucraina in conseguenza della grave crisi internazionale in atto, è prorogato al 3 marzo 2023, termine di vigenza degli effetti della decisione del Consiglio dell’Unione Europea del 4 marzo 2022». Fino ad allora «è autorizzata, sulla base delle effettive esigenze e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente, la prosecuzione delle attività e delle misure emergenziali nazionali di assistenza ed accoglienza coordinate dal Dipartimento della protezione civile, dai Commissari delegati e dai Presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano».

SI ACCELERA SU PONTE STRETTO, STOP CONTENZIOSI
Si accelera sul Ponte sullo Stretto nell’ultima bozza della manovra con la prevista riattivazione della società Ponte Stretto Spa e la possibilità di Rfi e Anas di aumento di capitale fino a 50 milioni complessivi per la partecipazione alla società. Sospesi, tra l’atro, i contenziosi in corso. Dall’entrata in vigore della legge, infatti, “sono sospesi i giudizi civili pendenti con il contraente generale e gli altri soggetti affidatari dei servizi connessi alla realizzazione dell’opera. Entro 30 giorni la Società Stretto di Messina sottoscrive l’integrale rinuncia al contenzioso “a completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”.

SPUNTA UN NUOVO BALZELLO SULLE ASSICURAZIONI
Come forma di copertura della manovra spunta nell’ultima bozza un nuovo balzello sulle assicurazioni. L’imposta sulle riserve matematiche dei rami vita introdotta nel 2002, inizialmente allo 0,20% e modificata negli anni per arrivare fino allo 0,45% attuale, salirà allo 0,50%. Si tratta di un’anticipazione, effettuata dalle imprese, del prelievo sui rendimenti delle polizze che alla fine del contratto ricade sugli assicurati.

MEF, LUNEDÌ LA MANOVRA IN PARLAMENTO
Il ministero dell’Economia ha comunicato che la manovra arriverà in Parlamento entro lunedì. Lunedì, quindi, se non ci saranno nuovi rinvii, la manovra dovrebbe avviare il suo esame parlamentare alla Camera in tempi eccezionalmente stretti. La premier Giorgia Meloni si prepara alla corsa contro il tempo per il doppio test della legge di Bilancio e del Piano di ripresa e resilienza su cui sa che sono puntati gli occhi non solo di partiti e investitori ma anche della Commissione europea. Tutto si dovrà consumare in poco più di un mese: la deadline per ottenere la terza tranche di fondi europei da 21 miliardi è il 31 di dicembre, la stessa data entro la quale il Parlamento deve licenziare la manovra per scongiurare l’esercizio provvisorio.
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08 – Alessandro Calvi*: QUIRINALE, CATTOLICI E STAMPA: I TROPPI FRONTI APERTI DALLA DESTRA. IL GOVERNO MELONI IN POCHE SETTIMANE HA GIÀ PROVOCATO INCOMPRENSIONI CON LA CHIESA, LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA E I GIORNALISTI. TROPPE TENSIONI INUTILI, CHE MOSTRANO UN ATTEGGIAMENTO REVANSCISTA E POCO ISTITUZIONALE.
“SCARICATI 660MILA POVERI” è il titolo con cui Avvenire – quotidiano della Conferenza episcopale italiana (Cei) – ha aperto l’edizione del 22 novembre per raccontare l’approvazione in consiglio dei ministri della manovra economica 2023. Quel titolo racconta anche un certo nervosismo nei rapporti tra la destra e il mondo cattolico, che in queste prime settimane trascorse dalle elezioni del 25 settembre è emerso di fronte ad alcune questioni importanti. La lotta alla povertà, in questo caso. Ma anche l’accoglienza dei migranti.

Il governo Meloni a inizio mandato era stato accolto dalle aperture di credito da parte sia del segretario di stato vaticano Pietro Parolin sia del presidente della Cei Matteo Zuppi. Ma già a fine ottobre sono cominciate le tensioni, quando l’esecutivo si è trovato decidere sulla sorte di alcune navi che avevano salvato in mare centinaia di persone in cerca di asilo e protezione umanitaria. In quei giorni le autorità hanno provato a imporre il divieto di ingresso nelle acque territoriali a quelle navi, nonostante le condizioni drammatiche delle persone a bordo. Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi si è spinto fino a definire “resto del carico che dovesse residuare” la parte dei migranti che sarebbe dovuta rimanere a bordo delle navi, poiché non autorizzata a scendere sul suolo italiano. In quelle stesse ore il cardinale Matteo Zuppi, presidente dei vescovi italiani, ha invece affermato: “C’è un grido che sale dal Mediterraneo che non dobbiamo dimenticare, un grido che dice: salvami! La pace comincia nel salvare la vita e la speranza”.

LE PAROLE DI LA RUSSA SULLA TELEFONATA DI MATTARELLA A MACRON SONO APPARSE COME UNA SCONFESSIONE.

A inizio ottobre, molto più duro sulla sorte dei migranti era stato papa Francesco. Intervenendo a braccio durante la messa per la canonizzazione di Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti, aveva infatti affermato: “L’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale”. Successivamente il pontefice ha bacchettato però anche l’Unione europea, sostenendo che “non può lasciare a Cipro, alla Grecia, all’Italia e alla Spagna la responsabilità di tutti i migranti che arrivano alle spiagge”.

Diversità di vedute tra la destra e il mondo cattolico ci sono state anche sulla guerra in Ucraina. E, più in generale, è accaduto attorno a molte delle questioni che stanno a cuore alla destra stessa. Ne sono un esempio le preoccupazioni espresse dai vescovi all’inizio di settembre sull’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario, su cui si era al lavoro nella scorsa legislatura.

Un discorso più serio va fatto invece per quello che riguarda le relazioni tra la destra e il Quirinale. Ed è questo il secondo fronte aperto nelle poche settimane trascorse da quando la destra è al governo. Se infatti le frizioni con il mondo cattolico derivano da una legittima diversità di vedute di natura politica e lì si fermano, in almeno un caso con la presidenza della repubblica si è sfiorato un incidente istituzionale.

Ci si riferisce a una dichiarazione rilasciata dal presidente del senato Ignazio La Russa sulla telefonata tra il presidente Sergio Mattarella e il presidente francese Emmanuel Macron avvenuta per ricucire lo strappo con la Francia sui migranti. La crisi si era aperta a causa dell’atteggiamento del governo italiano sull’accoglienza. E la telefonata sembrava aver prodotto il risultato atteso.

È a quel punto che La Russa ha affermato: “L’opera del presidente della repubblica è sempre utile ma credo anche che la fermezza del nostro governo possa e debba essere condivisa”. In quel contesto, le sue parole sono apparse a molti come una sconfessione della presidenza della repubblica, fatto inaudito e inquietante anche perché La Russa rappresenta la seconda carica dello stato. Lo stesso La Russa di recente era già stato oggetto di critiche per il modo con cui sta interpretando il suo ruolo, e per certi interventi di natura politica che non ci si aspetterebbero da un presidente del senato.

LA SINDROME DEL FORTINO ASSEDIATO
La sensazione è che alcuni esponenti della destra stentino ancora a comprendere la responsabilità alla quale il voto degli italiani li ha chiamati, e preferiscano continuare a comportarsi come se ancora rappresentassero soltanto quella piccola comunità di camerati che per anni ha vissuto ai margini delle istituzioni. “I richiami della foresta, anzi di Colle Oppio, sono continui”, ha scritto il Foglio, alludendo a una storica sezione di partito dell’estrema destra romana. In quella condizione di marginalità, l’aver coltivato l’idea di essere politicamente accerchiati poteva apparire comprensibile. Lo è molto meno ora che la destra detiene il potere. Così come è incomprensibile l’uso di un linguaggio dai toni aspri, spesso recriminatori o comunque vittimistici, che con il tempo rischia anche di trasformarsi in un tratto caricaturale di quella stessa destra.

Sono peraltro gli stessi toni con cui, durante la conferenza stampa di presentazione della manovra economica del 22 novembre, Giorgia Meloni da presidente del consiglio si è rivolta ai giornalisti che le chiedevano più tempo per fare le domande. Il botta e risposta polemico ha avuto un seguito nelle cronache del giorno dopo. Quello con l’informazione è il terzo fronte aperto in poche settimane dalla destra al governo. Il quarto, considerando anche il piano internazionale e le tensioni con la Francia. Sono troppi. Il rischio è di danneggiare il paese.
*(Alessandro Calvi – È un giornalista italiano. Ha scritto per il Riformista e il Messaggero)

 

09 – Louis Imbert* : ATTRAVERSO GAZA. REPORTAGE DALLA STRISCIA DI GAZA. PER RACCONTARE COME VIVONO I SUOI ABITANTI, SCHIACCIATI TRA L’EMBARGO ISRAELIANO E LE IMPOSIZIONI DI HAMAS, CHE CONTROLLA QUESTA PARTE DEL TERRITORIO PALESTINESE.
AL VALICO DI FRONTIERA DI EREZ I VIAGGIATORI ENTRANO A GAZA SEGUENDO UNA SERIE DI FRECCE DISEGNATE CON UN PENNARELLO BLU SU FOGLI FORMATO A4. Una mano anonima li ha incollati sulle pareti di questo immenso hangar di vetro e metallo, quasi deserto. Appollaiati sopra di noi al piano superiore, su una passerella vetrata, alcuni soldati israeliani dominano il nostro andirivieni. Comandano le aperture e chiusure delle porte quando un impiegato arabo gli comunica, con ampi gesti e grida, un imprevisto.

Sotto, i militari sono quasi assenti e le telecamere onnipresenti. La maggior parte degli scambi è con il personale ausiliario palestinese del “terminal”. Questo riduce gli “attriti” con i circa 17mila gazawi che hanno un permesso di transito. Sono operai e imprenditori, per lo più padri di famiglia, oppure malati che devono andare negli ospedali di Gerusalemme Est, dei “privilegiati”. Intorno a Erez si estende il muro israeliano: una vasta costruzione di cemento e recinzioni dotata di telecamere e sensori, che cinge la città di Gaza e il suo entroterra. Ma una “terra”, a dire il vero, non c’è. Gaza è una lingua di sabbia striminzita sulle rive del mar Mediterraneo, lunga appena quaranta chilometri e larga dai sei ai dodici.

Ci vivono più di due milioni di palestinesi, sottoposti a un blocco israeliano dal 2007, l’anno in cui il movimento islamista Hamas prese il controllo dell’enclave cacciando l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Per renderci conto delle dimensioni di questo recinto, io, il fotografo Lucien Lung e il giornalista gazawi Hassan Jaber l’abbiamo attraversato a piedi, da nord a sud, all’inizio di ottobre. Per sei giorni abbiamo camminato la mattina presto e il tardo pomeriggio in questo spazio in cui la resistenza dei corpi e delle anime sfida ogni immaginazione.

A CIELO APERTO
Oltre il muro il viaggio comincia con un vasto terrapieno recintato a cielo aperto, che si estende per quasi due chilometri. Salutiamo i doganieri, tanto cordiali quanto inutili, le ultime vestigia dell’Anp, poi superiamo il checkpoint di Hamas. Risaliamo verso nord, passiamo per un villaggio di legno e lamiera, e dei campi di mais. Una telecamera di Hamas, sospesa su un albero, e una guardia nella sua garitta ci scrutano. Svoltiamo a est, sotto l’occhio di un pallone aerostatico di sorveglianza israeliano, bianco e tondo. Improvvisamente, dietro una breve salita, il terreno diventa pianeggiante e ospita un sito industriale a cielo aperto. Da una piramide di ghiaia spunta Ahmad al Kafarneh, con il volto ricoperto di polvere bianca.

Al Kafarneh, 27 anni, recupera le macerie causate dai bombardamenti che Israele ha condotto nell’enclave ad agosto, le frantuma e ne fa blocchi di cemento. Gli attacchi aerei contro la Jihad islamica palestinese, un piccolo movimento vicino ad Hamas, l’hanno deluso. “Prego per un’altra guerra”, scherza. “Quella del 2021 era stata migliore”, dice riferendosi alla crisi tra Israele e Hamas durata undici giorni, che ha provocato 260 morti palestinesi e tredici israeliani. “Quella del 2014, walla! Ottimi affari!”. In quell’occasione l’esercito israeliano inviò a Gaza carri armati e fanteria (non succedeva dall’operazione del 2008-2009).

Ahmad al Kafarneh non è da compatire. Possiede una casetta sotto gli ulivi di suo padre, che è a capo del più grande clan familiare dei dintorni (ne fanno parte 2.500 persone). La casa è arroccata su una piccola scogliera calcarea che taglia i campi, a due chilometri da Erez, verso l’entroterra. La vista si estende lontano fino a Israele. Al Kafarneh ha dei cugini laggiù: uno è ingegnere, l’altro imprenditore. “Sono dolci e belli, come te. Sono i soldi che fanno questo effetto”, afferma spolverandosi gli avambracci. Ci offre frutti di guaiava. Tra dieci giorni raccoglierà le olive. Qui tra i suoi alberi, sembra isolato dal resto del mondo. Ma non è così: “I ragazzi di Hamas passano in continuazione. Inseguono chi cerca di lasciare Gaza. C’è un punto debole nel muro. Temono che i fuggitivi diventino informatori degli israeliani. Due settimane fa ne hanno catturato uno di tredici anni”, racconta.

Camminiamo fino a sera su strade sterrate. Alcuni contadini innaffiano piccoli appezzamenti di patate e cipolle, nella zona più sorvegliata dell’enclave, che è larga qualche centinaio di metri, tra una linea di guardiole di Hamas e il muro israeliano. La Striscia di Gaza produce solo il 10 per cento di quello che mangia. Adagiata su un’altura, la città di Beit Hanun domina questa regione agricola, angusta e bucolica. Stasera la famiglia Al Kafarneh festeggia un matrimonio. Lo sposo gira per le strade sbucando dal tetto aperto di un’auto, vicino a sua madre e seguito da un corteo di vuvuzelas. Almeno tremila persone lo aspettano su un campo, sotto tendoni multicolori. Il giorno dopo gli Al Masri, che hanno la loro roccaforte nella strada principale del villaggio, festeggiano un altro matrimonio delle stesse proporzioni.

Hamas mantiene la pace tra queste due famiglie rivali, che per anni si sono massacrate a vicenda. L’ultima volta, nel 2004, la causa fu un incidente stradale tra due giovani dei due clan, degenerato in una battaglia campale: tre mesi di combattimenti, nove morti e circa trecento feriti.

Due strade attraversano Gaza da nord a sud. Una lungo la costa, l’altra segue il tracciato di un’antica via romana. Corre dritta come una “i” attraverso un tessuto di piccole fabbriche. Qui si passa impercettibilmente dalle campagne ai sobborghi, costeggiando Jabalia, dove nel 1987 scoppiò la prima intifada, poi ci s’immerge nella città di Gaza.

Alcuni camion sollevano la polvere. La nostra piccola squadra suscita la simpatia di quasi tutti, talvolta anche l’ilarità. Colpi di clacson, campanelli di biciclette, chiacchiere. Ovunque, le strade sterrate si snodano tra i frutteti e incappano nel filo spinato, in fichi d’India inestricabili o in recinzioni. I proprietari delimitano così le loro terre. Gaza è una serie di vicoli ciechi. Niente è più contestato del catasto, che non è mai stato davvero istituito, in questo paese di rifugiati in cui si applicano ancora il diritto fondiario ottomano e quello del mandato britannico (1922-1948).

Celebrazioni per l’anniversario della nascita della Jihad islamica palestinese. Gaza, 6 ottobre 2022 – Lucien LungCelebrazioni per l’anniversario della nascita della Jihad islamica palestinese. Gaza, 6 ottobre 2022 (Lucien Lung)
La città di Gaza è cresciuta sotto la pressione delle circa 200mila persone costrette a sistemarsi qui nel 1948 durante la nakba, la “catastrofe”, l’esodo dei palestinesi quando nacque lo stato di Israele. La crescita urbana ha modificato le correnti sulla costa: ai piedi del campo profughi di Al Shati il mare ha portato via la spiaggia. Su un pendio di pietre e cemento alcuni pescatori puliscono piccoli granchi autunnali dal ventre blu. Alle loro spalle il giorno filtra a malapena attraverso i vicoli così stretti che è difficile farci passare perfino una bara.

IL PORTO CHE NON C’È
A parte Al Shati, la città di Gaza non manca di fascino. La pianta dei quartieri nuovi è regolare, il vento del mare spazza i marciapiedi larghi e ombreggiati da eucalipti, palme, alberi di fuoco, boschetti cresciuti in modo disordinato. Sui viali affollati del centro incrociamo ragazze senza velo, molte guidano nel caos. La polizia morale di Hamas ha altre gatte da pelare. In una strada tranquilla del centro passiamo davanti al caffè Mazazik e alla bancarella di giocattoli di Al Alami (salvagenti e mitragliette di plastica) e incontriamo la guida del giorno, Ziad Obaid. Il direttore generale del porto di Gaza è un escursionista. Ogni mattina all’alba cammina da solo lungo i margini della città. Sua moglie, malata di cancro, ha smesso di accompagnarlo. Obaid dirige da vent’anni un porto che non esiste, se non nei suoi sogni. Le banchine erano state promesse nel primo accordo di pace di Oslo del 1993, ma non sono mai state costruite. Nell’inverno del 1999 fu avviato un cantiere, subito interrotto dalla seconda intifada (2000-2005).

“Quando ho visto gli elicotteri Apache israeliani bombardare il quartier generale della polizia a Gaza mi sono detto che i problemi sarebbero durati a lungo”. Obaid ci porta tre chilometri a sud della città, su un lembo di terra in riva al mare dove avrebbe dovuto essere sistemata la barriera frangiflutti del suo porto. Alcuni contadini ci coltivano peperoni. “Mi chiedo chi li abbia autorizzati. È una terra dello stato”, si stupisce. “Dopo la guerra del 2014 abbiamo smesso di negoziare la costruzione con Israele. Non ci crede più nessuno”. Quell’anno il padre di Obaid è morto. “Mia moglie m’incoraggia ancora. Dice: ‘Lo troverai, il tuo porto, bisogna mantenere la speranza’. Ma anche sognare diventa doloroso”.

Obaid è stato mandato a innumerevoli vertici europei dall’Anp, che voleva dimostrare la sua esistenza. Ha visto i porti di Marsiglia, Tolone, Genova, Napoli, Barcellona, Amburgo, Atene, e quelli di Istanbul, Dubai e dell’Oman. “Ora l’Autorità sta pensando di mandarci in pensione”, si preoccupa Obaid, che è dipendente del ministero dei trasporti. “Noi, i ventimila funzionari che abitano a Gaza”, dove Hamas detta legge.

Gaza, 3 ottobre 2022 – Lucien LungGaza, 3 ottobre 2022 (Lucien Lung)
Si è fatto un’amara risata quando a fine settembre gli islamisti hanno celebrato la creazione di un “corridoio marittimo” sul piccolo porto di pescatori della città: una presunta apertura verso il mondo esterno. “Non significa nulla”, sospira. “Un corridoio per andare dove? Con cosa? È uno scherzo di cattivo gusto fatto alle persone semplici che non capiscono niente”.

Verso l’interno si estende una strada, da est a ovest, che era riservata agli israeliani della colonia di Netzarim. Nel 2005 fu smantellata dall’esercito, come tutti gli insediamenti di Gaza. Alti palazzi amministrativi, un tribunale, un’università, un ospedale, costruiti grazie agli aiuti della Turchia o del Qatar, da allora sovrastano un grande spazio indefinito: campi, case e terreni abbandonati.

STUPORE E CONTROLLO
Sotto le mura di un campo di addestramento militare due agenti dei servizi segreti di Hamas fermano bruscamente il loro pick-up accanto a noi. Pantaloni morbidi da jogging, ciabatte, un volto austero l’uno, sorridente l’altro. Gli escursionisti a Gaza sono rari. Ovunque il nostro passaggio sorprende, poi suscita sospetto, infine il controllo.

Solo un’ora prima abbiamo aspettato mezz’ora per avere l’autorizzazione a passare un posto di blocco. È stata un’occasione per conversare con tre combattenti delle brigate Al Qassam, il braccio armato di Hamas, sui meriti delle nostre scarpe, tutte di fabbricazione cinese. Si lamentavano perché dovevano pagare le uniformi di tasca propria.

Un militare si unisce ai due agenti. Poi arriva il loro capo. Infine, tre ufficiali in borghese di Hamas fermano il loro suv vicino a noi. Un ronzio ci fa alzare gli occhi al cielo: la croce bianca di un drone di osservazione israeliano staziona esattamente sopra di noi. Sono onnipresenti. L’esercito israeliano in tempi “normali” registra quattromila ore di volo al mese sopra Gaza: l’equivalente di cinque droni sempre in volo. A un certo punto si sente un boato lungo e sordo, dietro la recinzione del campo militare. Si solleva una nuvola di fumo grigiastro. È un razzo appena decollato verso il Mediterraneo. Hamas testa le sue piattaforme di lancio. I nostri inquisitori sorridono. Fanno finta di non aver sentito nulla e ci augurano una buona passeggiata.

IL SUO È UN MESTIERE NUOVO E REDDITIZIO. LA CONCORRENZA STA AUMENTANDO. LA BENZINA È MOLTO CARA E L’INVENTIVA DEI GAZAWI È SENZA LIMITI

Al terzo giorno abbiamo già percorso quasi la metà di Gaza, procedendo a zigzag. All’alba raggiungiamo un altopiano sabbioso ombreggiato che domina l’unico fiume della Striscia, nei pressi del muro israeliano. I giunchi proliferano tra le baracche dei beduini. Fadel al Utol ci offre il caffè. Il giorno prima questo archeologo con un cappello di paglia in testa ha aperto un cantiere. Sta scavando intorno a dei mosaici bizantini che sono appena stati portati alla luce in questa zona misera e remota, salvata dalle pressioni immobiliari.

In fondo a due ampie buche luccicano intrecci geometrici e medaglioni raffiguranti uccelli (un’anatra, dei trampolieri), una capra, altri animali e grandi felini. “È strano”, osserva Fadel, “il pavimento è orientato verso est: è tipico di una chiesa”. Potrebbe trattarsi anche di una villa. Ritrovamenti simili non sono rari a Gaza, ma questo è eccezionale. Fadel lo data tra il quinto e il settimo secolo.

Il proprietario del terreno, Salman al Nabahin, strofina i frammenti con una spugna umida per farci apprezzare la sfumatura dei colori e la finezza del disegno. Ha conficcato tre bandiere palestinesi intorno al cantiere, per renderlo solenne. Al Nabahin, un poliziotto in pensione, ha scoperto i reperti sette mesi fa, piantando un ulivo con suo figlio.

A 42 anni, Fadel al Utol vive “come un pesce nel mare” immerso tra vecchie pietre. A volte alza lo sguardo e constata che “Gaza è come un uomo che piange e non vuole dirlo. Ogni volta che prende uno schiaffo dagli israeliani dice ‘è l’ultimo’ e poi si fa spaccare la faccia di nuovo”. Al Utol insegna agli studenti che la loro terra non è stata sempre un doloroso vicolo cieco, ma lo sbocco delle rotte dell’Arabia e dell’estremo oriente che qui raggiungevano il mondo mediterraneo. Il suo cantiere-scuola è il monastero di Sant’Ilarione. Il più antico della Terra santa. Per dimensioni è paragonabile solo a quello di San Simeone, nel nord della Siria. Ilarione lo fondò con i suoi discepoli nel quarto secolo, un chilometro a sud del fiume.

Lungo la strada tra Deir al Balah e Khan Yunis, il 4 ottobre 2022 – Lucien LungLungo la strada tra Deir al Balah e Khan Yunis, il 4 ottobre 2022 (Lucien Lung)
Al Utol è un archeologo di guerra, come ci sono medici al fronte. Dal 2018 forma una squadra di specialisti gazawi con il patrocinio della Scuola biblica di Gerusalemme e i fondi raccolti dall’organizzazione francese Première urgence. Insieme hanno restaurato intorno alla tomba di Ilarione gli sfavillanti mosaici di una chiesa, diversi battisteri e cappelle, una foresteria e dei bagni, dove fino al nono secolo i viaggiatori di tutte le confessioni si lavavano della polvere delle strade.

Fadel al Utol è nato nel campo profughi di Al Shati. A 14 anni chiese timidamente lavoro al frate domenicano Jean-Baptiste Humbert, un archeologo che stava conducendo degli scavi sotto le sue finestre, sull’antico porto di Anthedon. Lui gli diede una spugna, poi un piccone. “Ero a malapena andato a scuola durante la prima intifada. Gaza stava diventando un paradiso”, ricorda Al Utol. “Yasser Arafat era appena tornato dall’esilio” per far nascere a Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese, nel 1994. “Con lui arrivarono tanti stranieri e palestinesi d’Israele. Sembrava di stare a Parigi!”.

Al Utol si è formato al Louvre e a Saint-Denis, ad Arles, a Châtel-sur-Mo­selle per la lavorazione della pietra, a Epinal, a Nancy, a Ginevra. Da quasi dieci anni un dio greco occupa giorno e notte il suo animo: l’Apollo di Gaza. Questa antica statua di bronzo a misura d’uomo, meravigliosamente conservata, fu scoperta nell’enclave nel 2013 da una famiglia di pescatori. È un tesoro per la storia dell’arte, paragonabile ai pezzi dei grandi musei europei. Hamas ci ha messo le mani sopra. Lo tiene nascosto, forse in uno dei tunnel in cui si rifugiano i suoi ufficiali. “Credono che gli israeliani lo stiano cercando”, dice Al Utol. Nel 2021 l’archeologo è riuscito a incontrare un alto funzionario di Hamas. “Sanno che ho contatti al Louvre. Volevano vendere l’Apollo ai francesi per 50 milioni di dollari, oppure affittarglielo. Il funzionario mi ha detto: ‘Tu mi dai il denaro e io ti porto al valico di Erez con lui’”.

Il funzionario ha detto a Fadel al Utol che l’Apollo è rovinato in molte delle sue parti più fragili: le ginocchia, le braccia, le articolazioni dei piedi e il collo. A quanto pare, gli effetti di un bombardamento israeliano. “Io ho risposto al militare: ‘Non lo prendo neanche a 2 shekel (pari a 50 centesimi di euro). È per Gaza! È vietato venderlo’”. Al Utol sa che se è esposto all’aria l’Apollo si corrode. “Lo troveremo ridotto in polvere”. L’archeologo ha pazientemente spiegato tutto questo al funzionario di Hamas, prima di fargli una proposta. “Gli ho detto: ‘Tu me lo dai, io lo studio, passo Erez con lui e lo porto ai francesi per farglielo restaurare. Penso a tutto io, faccio i documenti, e tu stai a guardare. Quando è finita lo esponiamo al museo archeologico di Gaza’. Il tipo mi ha guardato in modo strano. Se non parli di soldi, nessuno capisce”.

SONO POCHE LE PERSONE CHE PASSEGGIANO A GAZA PER PIACERE. PERÒ IN CISGIORDANIA ESISTE UNA TRADIZIONE PALESTINESE DELL’ESCURSIONISMO

CONTRO OGNI EVIDENZA
A due passi dal suo nuovo cantiere, Al Utol ci accompagna verso le rive del Wadi Gaza. Il fiume, largo circa cinque metri e poco profondo, gorgoglia nero, sotto un ripido pendio dove la spazzatura scende fino alle sponde erbose. Oltre questo crinale si erge la torre di un impianto di depurazione inaugurato nel dicembre 2020, che ha ridato vita al fiume versandoci le sue acque trattate.

Due anni fa il Wadi Gaza scorreva solo d’inverno, quando Israele apriva le sue dighe a monte. Le sponde sono state rinforzate. Al sole l’acqua attraversa tutte le sfumature dell’arancione. Il suo odore di fogna si fa dimenticare, ma risale alla gola più avanti, dove una fabbrica o delle abitazioni scaricano le loro acque reflue.

Passando sotto il ponte della strada di Saladino, la valle si allarga. A giugno dei bulldozer hanno ripulito una vecchia discarica. Su questo terrapieno dove il fiume scompare sotto una massa impenetrabile di rovi, la famiglia Tatah ha celebrato il matrimonio del figlio più giovane, Youssef. “Avevo vinto una borsa per studiare in Germania”, sussurra lui. “Ma mio padre ha voluto tenermi vicino a sé”. A mezzogiorno il loro vicino Ahmad Abu Naim si mette in attività sulla riva del fiume, nella polvere. Le braccia e il viso sono anneriti da uno spesso strato di grasso.

Abu Naim è un industriale. Recupera vecchie plastiche, le fonde in immensi serbatoi all’aperto, sistemati per terra. Le fa passare dallo stato gassoso a quello liquido in una sorta di alambicco. Ricava gasolio, che è adatto solo ai mezzi agricoli, e benzina per trabiccoli resistenti. Il suo è un mestiere nuovo e redditizio. La concorrenza sta aumentando. La benzina è molto cara ai distributori, e l’inventiva degli abitanti di Gaza è senza limiti. Oggi Abu Naim sta cercando di montare una sorta di grande ventilatore sulle ciminiere del suo impianto. “Niente fumo, niente odori!”, afferma, contro ogni evidenza.

Da bravo petroliere, prova a darsi un’etichetta “verde”, ecologica. Deve convincere un comitato, formato dai cinque municipi che condividono il corso del fiume, che la sua impresa non è inquinante. Il fatto è che altre menti creative hanno convinto il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) a raccogliere 67 milioni di euro per creare una riserva naturale intorno al Wadi Gaza.


Ma chi si occuperà di cacciare i militari? Come qualunque spazio “vuoto” nell’enclave, il fiume è il loro terreno di gioco. A est, vicino al muro israeliano, è pieno di guardiole dei militari. A ovest della strada di Saladino le mura dei campi di addestramento si estendono ovunque, nel letto del fiume e sulle sue sponde. Per attraversare queste zone sensibili, onnipresenti a Gaza, alla fine ci siamo inventati una soluzione. Hassan Jaber, il nostro collaboratore di Gaza, ci segue in un’auto.

Quando si annuncia un posto di controllo saliamo a bordo. Ci sediamo dietro, senza farci notare. Poi fermiamo l’auto e proseguiamo a piedi. È fuori discussione abbandonare Jaber e la Mercedes gialla antidiluviana. Camminando da soli, senza guida, ci prenderebbero sicuramente per spie israeliane.

Sono poche le persone che passeggiano a Gaza per piacere. Però in Cisgiordania esiste una tradizione palestinese dell’escursionismo chiamata sarha. Per un popolo montanaro è l’arte di mandare al diavolo il mondo e perdersi senza meta attraverso le colline. Solo che a Gaza il girovagare è un’attività immobile: si pratica preferibilmente seduti e di fronte al mare. Cinque chilometri a sud della foce del Wadi Gaza, nei sobborghi di Deir al Balah, i nostri passi ci conducono sul punto panoramico più bello della Striscia.

Un promontorio arroccato qualche decina di metri sopra la spiaggia. In questa mattina già rovente, si aggiunge il fumo dei cassonetti della spazzatura incendiati durante la notte. Alcuni giovani del clan Al Agra si tengono ai due lati della strada, all’ombra, minacciosi. Il giorno prima i poliziotti di Hamas hanno ucciso due componenti di questa famiglia, Kamal e Nasser. Secondo Hamas, Kamal era un trafficante di droga; ad agosto aveva sparato a un poliziotto, che aveva perso un occhio. Svoltiamo prudentemente verso l’entroterra, nel centro di Deir al Balah. I miliziani della Jihad islamica sfilano su tappeti di fiori, alla vigilia del trentacinquesimo compleanno dell’organizzazione.

Dopo una decina di chilometri si apre la grande città del sud, Khan Yunis, che alla fine degli anni ottanta era chiamata “Repubblica islamica”. I suoi clan, proprietari agricoli, sono ancora potenti. Sulla piazza centrale un mendicante ci chiama “ebrei” urlando a squarciagola.

FIGLIA DELLA FRONTIERA
Il giorno successivo percorriamo i nostri ultimi chilometri sulla strada litoranea. Alte reti catturano uccelli esausti, migranti dall’Europa, che non toccheranno mai la Terra santa. Mohammed Zohrab, 23 anni, bagnino in uniforme rossa stile Baywatch, dipendente del comune, salta giù dalla sua cabina per mostrarci tre quaglie. “Sono femmine: guarda la gola biancastra”. Grandi come un pugno, si agitano in una gabbia. “Ne prendiamo anche cinque al giorno da un mese”, dice suo cugino Hani, disoccupato come oltre il 60 per cento dei giovani a Gaza. “Una coppia la vendo al mercato per 25 shekel”, sette euro. “È il mio unico reddito. Si mangiano come il pollo, grigliate o ripiene di riso e spezie”.

Sei chilometri più avanti due torri di vedetta si profilano all’orizzonte: una palestinese, l’altra egiziana, così vicine che ci si potrebbe stendere il bucato nel mezzo. Qui si trova Rafah, città costruita a ridosso del confine. Il mercato è in fermento. È giorno di paga e di compere. Una folla di povera gente si accalca davanti ai banchi. Riceve degli aiuti che l’Anp distribuisce per la prima volta da quasi due anni. Rafah è un muro. Nel 1948 una massa di rifugiati finì in questa città. “Siamo venuti da tutta la Palestina: così è nato un germe di società civile a Rafah”, osserva Samira Abdel Alim, coordinatrice a Gaza dell’Unione dei comitati delle donne palestinesi. Israele di recente ha classificato la sua organizzazione femminista come “terrorista” e la reprime, ma senza dissuadere i suoi donatori europei.

Abdel Alim è una figlia della frontiera. “Avevo otto anni quando i soldati israeliani distrussero la nostra casa con un bull­dozer per creare una zona cuscinetto nel sud di Rafah”, ricorda. Era il 1981, Israele si era appena ritirato dal vicino Sinai egiziano, che occupava dal 1967. “Vivevamo a due metri dalla nuova frontiera. Mia madre rifiutò di andarsene quando gli israeliani vennero per distruggere la nostra casa. I soldati murarono le finestre. Poi si stabilirono all’interno. Mia madre cedette solo quando cominciarono ad arrestare alcuni vicini. Ma rifiutò il denaro che offrivano come risarcimento”.

Samira Abdel Alim non ha conosciuto suo padre. La madre era una “militante di sinistra” di spicco a Rafah. “Laica e fumatrice, aiutava i combattenti del Fronte popolare di liberazione della Palestina”, l’Fplp, nato dal nazionalismo arabo e dal marxismo. Come lei, Abdel Alim si definisce marxista-leninista. Anche se è religiosa e porta il velo. “La religione è per Dio e la patria per tutti”, afferma.

È stata a lungo esponente del consiglio politico di Gaza dell’Fplp, considerato un’organizzazione terroristica dall’Unione europea. Fin dagli anni novanta ha lottato con gli attivisti di Hamas per conquistare gli abitanti di Rafah, che è stata per molto tempo una delle cittadine più povere della Striscia.
Tutto è cambiato a cavallo degli anni 2010. Tunnel clandestini scavati sotto il confine egiziano hanno arricchito una borghesia locale con traffici di ogni genere. A due passi dalla casa di Samira Abdel Alim, al centro di Rafah, si trova il valico di frontiera per l’Egitto. In fondo alla strada di Saladino, questa è l’unica porta – costosa e difficile – verso il mondo esterno di cui dispongono i gazawi che non possono passare per Israele. L’antica via romana corre dritta in mezzo al nulla, attraverso il deserto del Sinai. Ma oggi pomeriggio il valico è chiuso. Il vento solleva mucchi di sabbia sotto il suo vecchio arco di alluminio.

DA SAPERE. SENZA TREGUA
2005 Israele sgombra gli insediamenti e si ritira dalla Striscia di Gaza.
2007 Il movimento islamista Hamas prende il controllo della Striscia dopo aver vinto le elezioni e aver cacciato Al Fatah, che governa in Cisgiordania.
Dicembre 2008 Israele lancia un’offensiva di 22 giorni a Gaza dopo che alcuni razzi hanno colpito la città meridionale di Sderot. Muoiono 1.400 palestinesi e tredici israeliani.
Novembre 2012 Israele compie un’operazione di otto giorni, che comincia con l’uccisione di Ahmed Jabari, comandante militare di Hamas.
Luglio-agosto 2014 Hamas rapisce e uccide tre adolescenti israeliani scatenando una guerra di sette giorni, in cui muoiono 2.100 palestinesi a Gaza e 73 israeliani, di cui 67 soldati.
Marzo 2018 I palestinesi cominciano una protesta alla barriera di separazione con Israele. Nei mesi successivi sono uccise 170 persone.
Maggio 2021 Dopo settimane di tensione in Cisgiordania, Hamas lancia dei razzi verso Israele. Tel Aviv risponde con undici giorni di raid aerei. A Gaza muoiono 260 persone, in Israele tredici.
Agosto 2022 Israele conduce nuovi attacchi aerei contro la Jihad islamica palestinese, uccidendo circa trenta persone. Al Jazeera.
*( Louis Imbert, Le Monde, Francia – Gaza, 6 ottobre 2022 – Lucien Lung)

 

10 – Daniel Immerwahr*: L’APOCALISSE DIMENTICATA. ORMAI IN POCHI RICORDANO LE CONSEGUENZE DELLE BOMBE ATOMICHE SGANCIATE NEL 1945 SU HIROSHIMA E NAGASAKI. IN UN MONDO GUIDATO DA LEADER COME VLADIMIR PUTIN, L’ASSENZA DI MEMORIA FA CRESCERE IL RISCHIO DI UN CONFLITTO GLOBALE

Una mattina di agosto del 1945 un piccolo sole comparve per qualche secondo sopra la città giapponese di Hiroshima, a seicento metri dal suolo. In pochi ricordano un suono, ma il lampo incenerì le persone nell’area dell’esplosione, lasciando delle ombre per terra, e rase al suolo i palazzi. La detonazione – duemila volte più forte di quella della bomba più potente usata fino a quel momento – annunciava non solo l’introduzione di una nuova arma ma anche l’inizio di una nuova era. Era una grande vittoria militare per gli Stati Uniti. Ma l’esultanza, osservò il giornalista americano Edward R. Murrow, fu frenata “dall’incertezza e dalla paura”. Bastava riflettere un attimo sull’esistenza di quella bomba per capirne le conseguenze mostruose: quello che era successo a Hiroshima, e tre giorni dopo a Nagasaki, poteva succedere ovunque.

Era un pensiero difficile da allontanare, soprattutto quando nei mesi seguenti al bombardamento atomico cominciarono a diffondersi i racconti delle conseguenze: corpi che si coprivano di bolle, danni irreversibili agli occhi, una malattia orribile che colpiva perfino chi aveva evitato l’esplosione. “Tutti gli scienziati hanno paura per la loro vita”, disse nel 1946 un chimico che aveva vinto il Nobel. Gli scienziati speravano che quelle armi sarebbero state messe al bando, ma nei decenni successivi proliferarono. Ordigni sempre più potenti furono testati in varie zone del mondo.

Oggi è difficile capire la paura – costante, pervasiva – che affliggeva le persone durante la guerra fredda. A essere terrorizzati non erano solo gli impotenti abitanti delle città. Anche i leader politici erano sconvolti.

Era “folle”, sosteneva il presidente statunitense John Kennedy, che “due uomini seduti ai lati opposti del mondo fossero in grado di decidere di mettere fine alla civiltà”. Eppure tutti convissero consapevolmente con quella follia per decenni. Sembrava che “la bomba”, scrisse lo storico Paul Boyer, fosse “una di quelle categorie dell’essere, come lo spazio e il tempo, che secondo Kant sono iscritte nella struttura stessa della nostra mente, dando sostanza e significato a tutte le nostre percezioni”.

Boyer ricordava la notizia sconvolgente del bombardamento di Hiroshima, che avvenne nella settimana del suo decimo compleanno e influenzò tutto il resto della sua infanzia. Oggi una persona che ricordi bene quell’evento dovrebbe avere almeno 86 anni. La memoria della guerra nucleare, un tempo vivida, sta lentamente svanendo.

Gran parte della popolazione mondiale non ricorda nemmeno un test nucleare di superficie (l’ultimo risale al 1980). Fino a qualche mese fa la maggior parte di noi pensava solo raramente alla guerra nucleare. Eravamo tentati di considerarla una sorta di flagello del passato, come la poliomielite.

Ma ora il presidente russo Vladimir Putin ricorda al mondo che quella minaccia non è scomparsa. La Russia ha il più grande arsenale nucleare al mondo, e Putin ha minacciato di “usarlo, se necessario”. Le probabilità che lo faccia continuano ad aumentare man mano che i paesi della Nato vanno verso uno scontro diretto con Mosca.

Un governo mondiale
Le norme sull’uso di armi nucleari si stanno indebolendo dovunque. Nove paesi hanno in totale circa diecimila testate nucleari, e sei di loro stanno ampliando gli arsenali. Leader in carica (come il nordcoreano Kim Jong-un e l’indiano Narendra Modi) ed ex presidenti (tra cui Donald Trump) hanno parlato senza pudore della possibilità di usare armi atomiche. Nel 2017, quando la Corea del Nord disse di volersi vendicare per le sanzioni contro il suo programma nucleare, Trump minacciò un attacco preventivo, promettendo di scatenare “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto”.
I leader politici hanno usato toni duri anche in passato, ma i discorsi di oggi sembrano meno legati alla realtà. Viviamo nel primo decennio in cui nemmeno un capo di stato ricorda la bomba di Hiroshima. Abbiamo visto in altri contesti cosa succede quando diminuisce la nostra esperienza legata a un rischio. Nei paesi ricchi il ricordo di malattie che si possono prevenire si è affievolito, e questo ha alimentato il recente movimento contro i vaccini.
Corriamo lo stesso pericolo con la guerra nucleare. Leggendo vecchi documenti governativi che sono stati declassificati di recente, gli storici hanno capito quanto l’umanità sia stata più volte vicina a una guerra con armi atomiche. In quei momenti terribili, una comprensione profonda di cosa significasse combattere una guerra nucleare contribuì a impedire che fosse dato l’ordine di attaccare. Oggi questa consapevolezza manca. Stiamo entrando in un’epoca in cui esistono le armi atomiche ma non c’è la memoria del loro uso. Senza accorgercene, potremmo aver perso le barriere che servono a scongiurare la catastrofe.

L’era atomica è cominciata alle 8.15 del 6 agosto 1945, quando un B-29 statunitense sganciò una bomba da 4,4 tonnellate su Hiroshima, in Giappone. Quarantatré secondi dopo, un’enorme esplosione rase al suolo la città.

Un sopravvissuto alla bomba di Hiroshima, nel 1951 – Werner Bischof, Magnum/ContrastoUn sopravvissuto alla bomba di Hiroshima, nel 1951 (Werner Bischof, Magnum/Contrasto)
Il fatto che tanta distruzione potesse essere provocata in così poco tempo era noto solo a una ristretta cerchia di scienziati e militari. “Si sentono tremare le fondamenta dell’universo”, scrisse un giornale di New York.

Cosa significava quella bomba? Gli scienziati, che avevano avuto tempo di riflettere sulla questione, si precipitarono a dare spiegazioni.

L’importante non era che la bomba atomica potesse incenerire le città, visto che potevano farlo anche le armi convenzionali. La differenza era che rendeva la distruzione particolarmente facile, osservò Robert Oppenheimer, che aveva contribuito a sviluppare l’ordigno. Quelle armi “trasformavano profondamente il precario equilibrio” tra attacco e difesa che fino a quel momento aveva governato la guerra, aggiunse Oppenheimer. Un solo aeroplano, una sola carica esplosiva, e nessuna città era più al sicuro.

Per gli scienziati le implicazioni erano terrificanti. Nel 1939 Albert Einstein aveva suggerito al governo statunitense di sviluppare le armi atomiche, in modo che Adolf Hitler non fosse il primo ad averle. Ma subito dopo l’inizio della seconda guerra mondiale era preoccupato all’idea che qualsiasi paese potesse esserne in possesso.

Come altri scienziati, arrivò alla conclusione che bisognasse creare un governo internazionale, sovrano rispetto a quello dei singoli paesi, che avrebbe controllato l’arsenale nucleare mondiale, applicato la legge e impedito le guerre.

Nell’estate del 1946 si levarono altre voci contro gli armamenti nucleari. In Giappone le autorità statunitensi di occupazione avevano censurato i dettagli sulle conseguenze della bomba atomica. Ma il giornalista americano John Hersey pubblicò sul New Yorker il crudo resoconto del bombardamento, uno dei più importanti articoli mai scritti.

Figlio di missionari protestanti in Cina, Hersey provava un’insolita empatia nei confronti degli asiatici. Nell’articolo raccontava la storia di sei sopravvissuti. Per la prima volta molti lettori si resero conto che Hiroshima non era una “base dell’esercito giapponese”, come l’aveva definita il presidente Harry Truman, ma una città abitata da civili che avevano visto morire i loro cari. Molte di quelle persone non erano morte senza sofferenze, dissolti nello sbuffo di una nuvola a forma di fungo. Hersey raccontava di un pastore metodista, Kiyoshi Tanimoto, che si era precipitato ad aiutare i suoi vicini sofferenti ma ancora vivi e coscienti. Mentre afferrava una donna, “enormi pezzi di pelle scivolarono via come un guanto”. Tanimoto “si sentì così nauseato che dovette sedersi per un minuto”, scriveva Hersey. “Doveva continuare a ripetersi: ‘Questi sono esseri umani’”.

I lettori capirono l’importanza dell’articolo di Hersey. La rivista andò esaurita e la casa editrice Knopf ristampò il reportage in un libro che vendette milioni di copie. Il testo fu tradotto sui giornali di vari paesi, tra cui Francia, Cina, Paesi Bassi e Bolivia. “Nessun’altra pubblicazione negli Stati Uniti del novecento ha avuto una diffusione così grande”, ha scritto la storica del giornalismo Kathy Roberts Forde. Tanimoto, diventato famoso grazie al reportage di Hersey, girò gli Stati Uniti per tenere conferenze. Come Einstein, chiedeva un governo mondiale.

Oggi sembra un’utopia folle. Eppure un incredibile numero di persone responsabili e misurate pensava che fosse l’unico modo per scongiurare una nuova Hiroshima. Winston Churchill e Clement Attlee, entrambi primi ministri del Regno Unito, sostenevano questa proposta. In Francia erano d’accordo gli intellettuali Jean-Paul Sartre e Albert Camus. La costituzione francese del dopoguerra prevedeva “limitazioni di sovranità” che un futuro governo mondiale avrebbe potuto richiedere. E anche la costituzione italiana.

Perfino negli Stati Uniti, che stavano per perdere il monopolio nucleare e la loro supremazia globale, una quota compresa tra un terzo e la metà della popolazione era favorevole a un governo mondiale. Durante la campagna elettorale del 1948 fu chiesto ai candidati al congresso se fossero favorevoli a un governo mondiale, con giurisdizione diretta sui cittadini dei vari paesi e dotato di forze per il mantenimento della pace: il 57 per cento rispose di sì, compresi John Kennedy e Richard Nixon.

Ma questo sostegno contava poco davanti alla geopolitica, e le crescenti tensioni tra Washington e Mosca cancellarono la possibilità di un governo mondiale. Ma non cambiarono il fatto che i più influenti pensatori occidentali consideravano le armi nucleari così pericolose da imporre, per usare le parole di Churchill, un rimodellamento “dei rapporti di tutti gli uomini di tutte le nazioni”, affinché “organismi internazionali dotati dell’autorità suprema possano garantire pace sulla terra e giustizia tra gli uomini”.

Alla fine il governo mondiale non è arrivato, e nemmeno la guerra nucleare. Uno dei fatti più importanti e sorprendenti della storia moderna è passato sotto silenzio: nei 77 anni trascorsi da Hiroshima e Nagasaki, neanche una singola bomba atomica è stata fatta detonare per attaccare un altro paese.

Con le altre armi le cose sono andate diversamente. I gas tossici sono tra le poche tecnologie militari a essere state bandite, nonostante la loro efficacia: nella prima guerra mondiale furono molto usati, nella seconda quasi mai. Ma perfino le armi chimiche sono state usate qualche volta, per esempio negli anni ottanta in Iraq e nel 2013 in Siria. Al contrario, il numero di armi nucleari usate dopo il 1945 è pari a zero.
La spiegazione convenzionale consiste nella teoria della deterrenza. La principale paura di Oppenheimer – il fatto che le armi nucleari rendessero facile l’attacco e quasi impossibile la difesa – implicava che se un paese avesse colpito con ordigni atomici un altro dotato delle stesse armi, sarebbe stato attaccato a sua volta.

Eisenhower si rifiutò di ascoltare chi chiedeva un attacco preventivo
“Visto che l’esito è facile da immaginare, i capi di stato si rifiuteranno di colpire per primi”, sosteneva il politologo Kenneth Waltz. Questa logica lo spinse a dire che la proliferazione nucleare poteva essere positiva. Il punto non è solo che le armi atomiche sono un deterrente contro se stesse, ma che lo sono contro le grandi guerre in generale, perché il rischio diventa eccessivo. Maggiore è il numero di potenze nucleari, minore è la probabilità di assistere a una violenza paragonabile a quella delle due guerre mondiali. In effetti dopo il 1945 i conflitti sono diventati più circoscritti. E nonostante qualche schermaglia di frontiera tra stati nucleari – Cina e Urss nel 1969, India e Pakistan più recentemente – non ci sono state vere e proprie guerre.

La bomba “ha dato la pace all’Europa”, sosteneva il fisico nucleare Abdul Qadeer Khan. Khan guidò il programma nucleare pachistano a partire dagli anni settanta e poi trasmise le tecnologie atomiche a Iran, Corea del Nord e Libia negli anni ottanta e novanta. È stato molto criticato per il suo ruolo nella proliferazione nucleare, ma Khan pensava che lo sviluppo di quelle armi avesse salvato il Pakistan “da molte guerre”. Secondo questa macabra concezione, dovremmo rallegrarci che quasi metà del genere umano viva in paesi dotati di armi atomiche, e criticare la decisione dell’Ucraina di smantellare o cedere le proprie testate, negli anni novanta.

Il mostro si risveglia
Ma l’elemento centrale della teoria di Waltz era che “gli esiti catastrofici” di una guerra nucleare erano “facili da immaginare”. Waltz, che aveva lavorato in Giappone subito dopo la seconda guerra mondiale, non doveva fare uno sforzo d’immaginazione. Altri invece andavano aiutati. Per questo l’articolo di John Hersey su Hiroshima e le conferenze di Kiyoshi Tanimoto furono importanti: trasformarono la guerra nucleare da astrazione a realtà.
Era una realtà con cui molti convivevano quotidianamente. Oggi sembrerebbe bizzarro dire a degli studenti di ripararsi sotto il banco durante un attacco con una bomba all’idrogeno. Ma al di là dei traumi che provocarono, questo tipo di esercitazioni crearono una consapevolezza condivisa sul nucleare. Per le persone era normale immaginarsi nella condizione dei sopravvissuti di Hiroshima, anche per via dei tanti film che raccontavano i potenziali effetti di una guerra nucleare.

Negli anni ottanta lo psichiatra Robert Lifton valutò “il costo psichico” del terrore nucleare. Secondo lui Hiroshima e Nagasaki non erano solo eventi storici ma anche psicologici, e questo comportava conseguenze a catena. Vivere con la minaccia dell’annientamento metteva in questione “tutti i rapporti umani”. Come potevano i bambini avere fiducia nella capacità dei genitori di tenerli al sicuro, o le chiese dare conforto spirituale? Secondo Lifton, “l’assoluta mancanza di futuro” aveva contribuito all’aumento dei divorzi, al fondamentalismo e all’estremismo.

John Kennedy (a destra) durante la crisi dei missili di Cuba, ottobre 1962 – Charles Phelps Cushing, ClassicStock/Getty ImagesJohn Kennedy (a destra) durante la crisi dei missili di Cuba, ottobre 1962 (Charles Phelps Cushing, ClassicStock/Getty Images)
Si poteva pensare che i rifugi antiatomici fossero ridicoli e che i film esagerassero. Ma c’erano anche i test atomici, grandi eruzioni di radioattività che prefiguravano i pericoli delle armi nucleari. Nel 1980 le potenze nucleari avevano già condotto 528 test nell’atmosfera, sollevando nuvole a forma di fungo dovunque, dalla Christmas island nel Pacifico al deserto del Gobi, tra Cina e Mongolia. Uno studio condotto analizzando 61mila denti da latte raccolti a St. Louis, negli Stati Uniti, mostrava che i bambini nati dopo i test delle prime bombe all’idrogeno avevano livelli più alti di stronzio-90, un elemento cancerogeno rilasciato durante i test, anche se erano a circa 1.500 chilometri di distanza dal più vicino sito atomico.

Com’era prevedibile, nacque una campagna contro i test nucleari. Nel 1954 agli Stati Uniti ne sfuggì di mano uno sull’atollo di Bikini, nel Pacifico. Le radiazioni raggiunsero l’atollo abitato di Rongelap e un peschereccio giapponese. Quando l’equipaggio dell’imbarcazione tornò in Giappone in cattive condizioni di salute, scoppiò un pandemonio. Alcune petizioni, che definivano il Giappone “tre volte vittima delle bombe nucleari” e chiedevano di vietare le armi atomiche, raccolsero decine di milioni di firme. Ishirō Honda, un regista che aveva visto di persona i danni di Hiroshima, girò un film di enorme successo su un mostro, Gojira, risvegliato dai test atomici. Emettendo “alti livelli di radiazione dovuti alla bomba H”, Gojira attacca un peschereccio e sputa fuoco su una città giapponese.

Gojira – conosciuto come Godzilla nel mondo occidentale – non fu il solo a risvegliarsi dopo le bombe sull’atollo di Bikini del 1954. Il test fece tornare alla ribalta Hiroshima e i suoi superstiti. E con il dilagare del movimento antinucleare, la bomba sganciata nel 1945 divenne non tanto un tragico momento della storia giapponese quanto un evento quasi sacro di quella mondiale, commemorato da persone di diverse nazionalità. Tanimoto promosse “la giornata di Hiroshima”, e nei primi anni sessanta in quella data si svolsero proteste e celebrazioni in tutto il mondo. Nel 1963 nella sola Danimarca ci furono manifestazioni in 45 città.

Nella memoria pubblica Hiroshima ormai occupava uno spazio paragonabile a quello di Auschwitz, l’altro simbolo dell’indicibile. La somiglianza era profonda. Entrambi i nomi descrivevano eventi precisi nel contesto della più generale violenza della seconda guerra mondiale e li caratterizzavano in modo diverso dal punto di vista morale. Sia Hiroshima sia Auschwitz erano stati luoghi di un “olocausto” (all’inizio gli scrittori usavano questo termine più per descrivere la guerra atomica che il genocidio europeo). Ed entrambi facevano emergere una nuova figura: il “sopravvissuto”, un individuo santificato che era stato testimone di un orrore unico nella storia.

Tanimoto fece per la visibilità dei sopravvissuti giapponesi quello che Elie Wiesel fece per quelli ai campi di sterminio. Nelle loro mani, Hiroshima e Auschwitz lanciavano lo stesso messaggio: mai dimenticare, non deve più succedere. Ma l’analogia era imperfetta. L’olocausto europeo fu prodotto da molte persone. Le uccisioni di massa, ordinate dall’alto, dovevano essere eseguite da tanti e volenterosi carnefici che strappavano le vittime dalle loro case, le stipavano nei treni, le tenevano nei lager, le fucilavano, le uccidevano nelle camere a gas e ne eliminavano i corpi. Al contrario, l’apparato nucleare poteva essere messo in moto da una manciata di esseri umani nel giro di pochi minuti.

Davanti alla tv per guardare un test nucleare, il 22 aprile 1952, a Los Angeles – Los Angeles Examiner/Usc Libraries/Corbis/Getty ImagesDavanti alla tv per guardare un test nucleare, il 22 aprile 1952, a Los Angeles (Los Angeles Examiner/Usc Libraries/Corbis/Getty Images)
Come il mondo capì presto, questo significava anche che un’altra Hiroshima poteva capitare per errore. Lo sterminio degli ebrei d’Europa non era stato accidentale. Nelle situazioni di stallo nucleare un incidente aereo, un guasto del sistema o una minaccia mal calibrata potrebbero scatenare l’annientamento.

Fino all’orlo
Le crisi nucleari sono di per sè pericolose. Bisogna andare contro l’avversario e spaventarlo in modo che sia lui a cambiare strada per primo. “Riempite il bicchiere nucleare fino all’orlo”, consigliava ai colleghi il leader sovietico Nikita Chruščëv, “ma state attenti a non versare l’ultima goccia”. La politica del rischio calcolato impone ai leader di reprimere i dubbi, possibilmente per convincersi che sono disposti a vedere l’acqua uscire dal bicchiere. Alcuni forse sono davvero convinti. “L’idea di fondo è uccidere i bastardi”, disse il generale statunitense Thomas Power nel 1960, quando gli presentarono un piano per un attacco nucleare elaborato per minimizzare la perdita di vite umane. “Se alla fine della guerra ci sono due statunitensi e un russo, vuol dire che abbiamo vinto”. Power guidava il comando aereo strategico degli Stati Uniti – responsabile delle armi nucleari – durante la crisi dei missili di Cuba. I generali come lui, quelli incaricati di vincere le guerre, facevano spesso pressioni per un attacco preventivo. Fortunatamente non furono ascoltati. In parte per via della deterrenza nucleare, ma anche grazie alla memoria. Nei momenti cruciali, chi prendeva le decisioni immaginava cosa sarebbe successo se avesse usato quelle armi.

Perfino Truman, che inizialmente aveva considerato il bombardamento di Hiroshima “il più grande evento della storia”, con il tempo diventò più moderato. Durante la guerra di Corea, quando le forze delle Nazioni Unite si trovarono in una situazione di stallo, il comandante Douglas MacArthur richiese la “capacità atomica”, spiegando in seguito che avrebbe voluto sganciare “tra le trenta e le cinquanta bombe”. Anche se ordinò che le armi nucleari fossero pronte, Truman licenziò MacArthur e si rifiutò di usarle.

Ripensando a quel periodo, Truman si lamentò del fatto che i suoi generali non riuscivano a capire che un attacco con armi nucleari avrebbe significato la distruzione di città abitate da milioni di “donne, bambini e civili innocenti”. Il successore di Truman, Dwight Eisenhower, la pensava allo stesso modo. Rafforzò l’arsenale nucleare statunitense, ma si rifiutò di ascoltare i consiglieri che chiedevano un attacco preventivo contro l’Unione Sovietica. Aveva visto la guerra e non faceva fatica a immaginare un conflitto nucleare.

Il ricordo degli orrori della guerra fu essenziale durante la crisi di Cuba del 1962. Il dispiegamento di missili nucleari statunitensi in Turchia, seguito dal posizionamento di quelli sovietici a Cuba, portò le due potenze molto vicine alla guerra. Ma dopo una serie di minacce Chruščëv cambiò tono: “Ho partecipato a due conflitti e so che la guerra finisce quando ha travolto città e villaggi, seminando ovunque morte e distruzione”, scrisse. Aggiunse che Kennedy, anche lui con un passato nell’esercito, avrebbe “capito perfettamente quali forze terribili” potevano essere scatenate. Kennedy capì e prese le distanze da quello che chiamava “il fallimento definitivo”. Eppure, proprio mentre il leader statunitense e quello sovietico disinnescavano la crisi dei missili di Cuba, in mare si veniva a creare una situazione “molto più pericolosa”, come disse lo storico Martin Sherwin. Il modo in cui la catastrofe fu evitata ci fa capire quanto la conoscenza e l’esperienza diretta siano importanti. Il problema riguardava un sottomarino sovietico diretto a Cuba che trasportava una testata nucleare con la stessa potenza della bomba di Hiroshima. Il sommergibile, da giorni senza contatti radio, non era al corrente degli scambi diplomatici tra Kennedy e Chruščëv. E così, quando si trovò sotto una nave da guerra statunitense, il capitano del sottomarino si rifiutò di salire in superficie in risposta alle richieste e rimase sott’acqua mentre i marinai statunitensi continuavano a lanciare segnali sempre più aggressivi. Un comandante tentò la tattica non autorizzata e imprudente di lanciare granate contro il sommergibile.

Le esplosioni furono spaventose. Il capitano sovietico pensò, comprensibilmente, che la guerra fosse cominciata. Ordinò di preparare il siluro. In un momento così delicato, l’attacco russo avrebbe quasi sicuramente scatenato una ritorsione nucleare. “Non fu solo il momento più pericoloso della guerra fredda”, pensava Arthur Schlesinger Jr., storico e assistente di Kennedy: “Fu il momento più pericoloso della storia umana”.

La tragedia fu scongiurata dall’ufficiale sovietico Vasilij Archipov, che per caso era stato assegnato su quel sommergibile. Quindici mesi prima aveva prestato servizio a bordo di un sottomarino a propulsione nucleare, ma il sistema di raffreddamento del reattore aveva avuto un guasto, esponendo l’equipaggio alle radiazioni e uccidendo ventidue dei suoi 138 compagni. Di fronte alla probabilità di una guerra, Archipov riuscì a calmare il capitano furibondo e a fargli cambiare idea. Fu una fortuna straordinaria: il sottomarino che stava per dare inizio a una guerra atomica aveva casualmente a bordo una delle poche persone viventi con un’esperienza recente di disastro nucleare. La capacità di ricordare e di immaginare le conseguenze di una guerra atomica era stata, ancora una volta, essenziale per scongiurarla. Nel 1985 John Hersey tornò a Hiroshima per il 40° anniversario del bombardamento. In quell’occasione si accorse che il ricordo stava svanendo. L’età media dei sopravvissuti era di 62 anni. Due delle sei persone che il giornalista aveva intervistato per il suo articolo erano morte. Tanimoto si era ritirato a vita privata. “La sua memoria, come quella del mondo, stava diventando lacunosa”, scrisse Hersey.

I test nucleari di superficie erano stati interrotti, grazie a decenni di attivismo e ai trattati antinucleari. I film apocalittici c’erano ma non parlavano più della bomba. L’eco di Hiroshima si stava spegnendo. Oggi la conoscenza dell’olocausto è tenuta in vita da più di cento musei e memoriali in tutto il mondo, compresi Cuba, Indonesia e Taiwan. Ma fuori del Giappone non c’è un’industria della memoria che ricordi la guerra nucleare.

La conseguenza è una profonda frattura generazionale, evidente in quasi tutte le famiglie dei paesi dotati di armi atomiche. Mio padre, nato un mese dopo la bomba di Hiroshima, ricorda di essere andato a un concerto durante la crisi di Cuba. “Mi chiedevo se sarei sopravvissuto fino alla fine dello spettacolo”, mi ha detto. Io invece sono nato nell’anno in cui si interruppero i test nell’atmosfera e non ho mai avuto quei pensieri. La mia consapevolezza nucleare si limitava alle ore che trascorrevo giocando a un videogioco che si chiamava Duke Nukem, uscito nel 1991, l’anno in cui la guerra fredda finì e Michail Gorbačëv disse che “il rischio di una guerra nucleare mondiale è praticamente scomparso”.

Dovremmo sentirci sollevati, ma la scomparsa della paura rende difficile per molte persone prendere sul serio le armi nucleari. “Sento la gente parlare di armi atomiche”, mi ha detto qualche tempo fa Jeffrey Lewis, esperto di controllo degli armamenti, “e noto un distacco dalla realtà”. Sono diventate “metafore morte”, che non hanno abbastanza concretezza per disturbare i nostri pensieri o moderare i nostri comportamenti. Con la minaccia nucleare lontana dalla nostra mente, gli elettori sembrano più tolleranti nei confronti dei politici irresponsabili. Trump si è vantato della propria “imprevedibilità” sulle armi atomiche e ha suggerito di usarle contro gli uragani. Nonostante questo, nelle discussioni sul rischio che nel 2024 Trump torni alla presidenza, la questione nucleare sembra secondaria.

E non si tratta solo di Trump. I nove paesi con armi atomiche sono guidati o lo sono stati di recente da politici inclini a violare le norme come Putin, Narendra Modi, Kim Jong-un e Benjamin Netanyahu. È plausibile che persone così inaffidabili possano essere spinte a violare la norma suprema di non cominciare una guerra nucleare. Oggi la cautela scarseggia. Dopo aver invaso l’Ucraina, la Russia ha trasformato Černobyl in un campo di battaglia e ha bombardato la centrale nucleare di Zaporižžja. Era “la prima volta nella storia” che un impianto di questo tipo veniva attaccato, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. “Se c’è un’esplosione, è la fine di tutto”. Ma quanto contano questi timori per i leader mondiali? Negli ultimi anni gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare con l’Iran e da due dei principali trattati che limitano la corsa agli armamenti con la Russia. Nel frattempo la Cina ha sviluppato nuove armi. Nel 2019 l’India ha condotto un’incursione aerea in Pakistan. Era la prima volta che i suoi aerei superavano la frontiera militare del Kashmir – nota come “linea di controllo” – da quando entrambi gli stati si sono dotati di armi nucleari. L’India ha “smesso di farsi spaventare dalle minacce pachistane”, ha detto il primo ministro Modi. Abbiamo la “madre delle bombe nucleari”.

Il costo delle norme calpestate e dei trattati cancellati potrebbe essere pagato in Ucraina. Dopo la guerra fredda la Russia ha investito nel suo arsenale atomico, che ora è il più grande al mondo. Mentre il conflitto si aggrava, Putin potrebbe essere tentato di ricorrere a un’arma nucleare tattica per mostrare che fa sul serio. Mosca ha già minacciato la guerra atomica molte volte, ma i paesi della Nato aumentano i loro aiuti all’Ucraina. “L’attuale generazione di politici della Nato”, ha dichiarato l’ambasciatore russo a Washing­ton, “non prende sul serio la minaccia”. È possibile che sia così. Hiroshima ormai è fuori dalla memoria collettiva. Il più anziano dei trenta leader della Nato, Joe Biden, aveva due anni nell’agosto 1945.

Con il passare del tempo i traumi svaniscono, per nostra fortuna. È un’immensa conquista che dal 1945 nessuna guerra nucleare abbia rinfrescato la nostra memoria. Dovremmo anche rallegrarci che la paura delle passate generazioni sia svanita. Vogliamo che la bomba atomica sia proprio questo: un fatto arcaico definitivamente relegato nel passato. Ma non raggiungeremo questo obiettivo ignorando la possibilità della guerra nucleare. Dobbiamo smantellare gli arsenali, rafforzare i trattati e consolidare le norme contro la proliferazione. In questo momento stiamo facendo il contrario. E lo stiamo facendo proprio quando chi ha assistito agli orrori della guerra atomica si avvicina ai novant’anni o li ha superati. La nostra coscienza nucleare si è atrofizzata. Ci rimane un mondo pieno di armi atomiche che però si sta svuotando delle persone consapevoli delle possibili conseguenze.
*(Daniel Immerwahr, 42 anni, è professore di storia alla Northwestern university, negli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato L’impero nascosto Einaudi 2020).

 

11 – Sharon Lerner *: AMBIENTE L’Africa invasa dalla plastica
Rosemary Nyambura trascorre i suoi fine settimana con la zia Miriam a raccogliere plastica nella discarica di Dandora a Nairobi, la capitale del Kenya. Il lavoro è lungo, e anche rischioso, perché in mezzo alle bottiglie che poi rivenderanno ad altri commercianti ci sono siringhe usate, vetri rotti, escrementi, pezzi di custodie per cellulari, telecomandi, suole di scarpe, giocattoli, sacchetti, conchiglie e innumerevoli frammenti di involucri, indistinguibili tra loro. Rosemary, 11 anni, spera che i suoi sforzi un giorno saranno ripagati. Quasi tutti i suoi sei cugini, con cui vive da quando la madre è morta, hanno dovuto lasciare la scuola superiore perché la zia non poteva permettersi di pagare la retta. Rosemary giura che, se riuscirà a frequentare le elementari, le medie, le superiori e infine la facoltà di medicina, tornerà a Dandora. “QUI LE PERSONE SI AMMALANO SPESSO”, mi ha detto dalla cima di un mucchio di spazzatura maleodorante. “Se diventerò medica, li aiuterò gratis”. Rosemary dovrà lavorare a lungo per guadagnare la somma necessaria a pagare le rette scolastiche. Nella discarica di Dandora, che occupa più di dodici ettari nella parte est di Nairobi, tutto quello che vale qualcosa diventa oggetto di contesa. Gruppi di imprenditori locali controllano chi raccoglie e rivende i rifiuti, e a volte fanno perfino pagare una tassa per accedere ad alcune aree. Uccelli, mucche e capre si sono ricavate i loro spazi per razzolare e pascolare in cima alle collinette di spazzatura. I raccoglitori di rifiuti litigano tra loro per i pezzi migliori. Al centro degli scontri più feroci ci sono i pasti scartati dei voli di linea: chi la spunta divora fino all’ultima briciola di vecchi panini rinsecchiti, carne congelata e pasta molliccia, perfino il contenuto della minuscola vaschetta di burro. Poi getta il contenitore di plastica in un mucchio.

Lungo il perimetro della discarica siedono i rivenditori di plastica usata, che acquistano bottiglie in polietilene tereftalato (pet) come quelle che Miriam raccoglie sette giorni su sette, per meno di cinque centesimi di dollaro al chilo (un po’ di più delle scatole di cartone, ma molto meno delle lattine di metallo). Possono volerci ore, se non giorni, per raccogliere un chilo di bottiglie di plastica. Le buste dove vengono messe, chiamate diblas, sono così grandi che i bambini non riescono a trasportarle.

L’organizzazione Dandora HipHop City ha trovato un modo per permettere ai bambini che vivono vicino alla discarica – e non hanno la forza o il tempo di raccogliere un intero chilo di plastica – di ricevere un aiuto in cambio dei rifiuti. Alla “banca” dell’organizzazione, un negozietto a un isolato dalla discarica, i bambini guadagnano dei “punti” portando anche solo una bottiglia, punti che poi possono scambiare con olio da cucina, farina, verdura e altre cose da mangiare. L’organizzazione, fondata da un cantante hip-hop cresciuto nella zona, offre anche dei corsi. In un edificio ai margini della discarica, con le pareti decorate a mano e ammobiliato con pezzi recuperati dalla spazzatura, i bambini imparano a comporre musica su vecchi computer o a scrivere, giocano tra loro o semplicemente passano del tempo insieme.

La piccola somma che l’organizzazione ottiene in cambio della plastica raccolta non basta a coprire i costi dei generi alimentari distribuiti, quindi Dandora HipHop City ha bisogno delle donazioni di dipendenti e amici. Il gruppo ha cercato di ottenere una sovvenzione dalla Coca-Cola, che sulla carta è lo sponsor perfetto. L’Africa è “uno dei principali motori di crescita per il futuro dell’azienda”, ha affermato recentemente James Quincey, l’amministratore delegato della multinazionale da 200 miliardi di dollari. Inoltre i bambini di Dandora, che soffrono la fame, l’abbandono e una serie di problemi di salute legati alla discarica, passano il tempo a raccogliere molte delle sue bottiglie, invece di andare a scuola.

UN FRIGORIFERO PIENO DI BOTTIGLIE
Nel settembre del 2018 la Coca-Cola ha mandato una delegazione a Dandora per incontrare i ragazzi. Dopo l’incontro Charles Lukania, che organizza i corsi a Dandora HipHop City, ha inviato una proposta e un preventivo di spesa ad alcuni responsabili del marketing che aveva conosciuto in quell’occasione, mettendo bene in evidenza che la multinazionale avrebbe potuto sostenere il progetto della banca della plastica. Ma la visita e la proposta non hanno dato i frutti sperati. Invece, dice Lukania, “si sono offerti di mandarci un frigorifero pieno di bottigliette di Coca-Cola da vendere ai bambini”. La maggior parte di loro, però, non può permettersele. “I pochi soldi che hanno gli servono per mangiare”, spiega Lukania. Poche settimane dopo la multinazionale ha collaborato con Dandora HipHop City ad alcune giornate di raccolta dei rifiuti, ma senza dare un sostegno finanziario diretto. Ha contributo con i suoi prodotti: i volontari hanno ricevuto delle bibite per dissetarsi dopo le ore passate a raccogliere rifiuti sotto il sole cocente. “Ed erano in bottiglie di plastica”, fa notare Lukania.

Camilla Osborne, responsabile della comunicazione della Coca-Cola per l’Africa meridionale e orientale, precisa in un’email che “il nostro partner per l’imbottigliamento, Coca-Cola Beverages Africa in Kenya, ha fornito bevande per rinfrescarsi e bidoni per il riciclo” a Dandora HipHop City. Secondo Osborne, “l’azienda e i suoi partner in Kenya non sono a conoscenza di richieste di donazioni”. E aggiunge: “Nessuna organizzazione da sola può risolvere il problema della plastica nel mondo”.

La Coca-Cola è solo una delle tante aziende che hanno scaricato sui comuni cittadini l’onere di ripulire l’ambiente dai suoi prodotti e dai suoi imballaggi. Questa multinazionale è la principale fonte di rifiuti plastici nel mondo – lo dice uno studio del 2019 sui marchi più inquinanti – ma non è l’unica: tutte le aziende produttrici o che impiegano la plastica per gli imballaggi scaricano sui consumatori i costi dei danni causati dai loro prodotti.

Negli Stati Uniti (e in altri paesi) questa esternalizzazione dei costi aziendali ha costretto le amministrazioni comunali a farsi carico delle spese legate alla raccolta, al trasporto e al trattamento dei rifiuti plastici. Un fardello nascosto per decenni dal fatto che circa il 70 per cento di questa spazzatura veniva esportato in Cina. Ma nel 2018 Pechino ha chiuso le porte a gran parte della plastica statunitense, e alcune città americane hanno scoperto di non avere i soldi per riciclarla. Così hanno rinunciato a farlo.

Nei paesi poveri, che subiscono in modo sproporzionato gli effetti dell’emergenza globale legata all’inquinamento da plastica, il discorso è diverso. Mentre in occidente l’indignazione per i danni ambientali ha spinto i governi a limitarne l’uso, in Africa e nei paesi in via di sviluppo l’impiego della plastica, anche per confezionare i prodotti, non ha ancora raggiunto l’apice. E, da quando la Cina ha cambiato politica, gli Stati Uniti, l’Australia e molti paesi europei esportano la loro plastica in paesi che non hanno la capacità di gestirli. In mancanza di impianti di trattamento, alcuni paesi in via di sviluppo sono sommersi dalla plastica, che intasa i corsi d’acqua, le strade e i campi e finisce perfino nel mangime per gli animali. Non è un materiale biodegradabile, quindi i suoi minuscoli frammenti rimangono nell’acqua, nel suolo e nell’aria per secoli.
In Kenya, dove circa 18 milioni di persone vivono con meno di 1,90 dollari al giorno, la responsabilità di riciclare ricade – invece che sulle spalle di alcune delle aziende più ricche del mondo – su persone come Rosemary e sua zia. Ed è solo uno delle decine di paesi in via di sviluppo dove la plastica minaccia indirettamente i diritti umani e incoraggia il lavoro minorile.

PROCEDIMENTI TROPPO COSTOSI
Anche nel migliore dei casi il riciclo della plastica non funziona in modo ottimale. A differenza del vetro, che può essere riutilizzato all’infinito, la plastica si deteriora notevolmente già al primo passaggio. “Ogni fase del trattamento degrada la qualità funzionale del polimero”, spiega Kenneth Geiser, docente dell’università del Massachusetts a Lowell, parlando delle molecole che compongono le varie materie plastiche. “I polimeri perdono forza, stabilità e plasmabilità nel corso delle diverse fasi”.
I paesi ricchi non riescono a riciclare la maggior parte della loro produzione, un processo che prevede la pulizia, lo smistamento, la triturazione, quindi la trasformazione della plastica macinata in pezzettini chiamati flakes (fiocchi) e infine la conversione dei flakes in nuovi prodotti. Negli Stati Uniti la plastica riciclata ha raggiunto un picco del 9,5 per cento nel 2014. Nei paesi in via di sviluppo, dove mancano le infrastrutture, il processo è più laborioso ed è difficile trovare i soldi per finanziarlo. Ovunque il valore della plastica riciclata è inferiore a quello della plastica “vergine”, che costa poco sia perché le sovvenzioni statali mantengono basso il prezzo dei combustibili fossili necessari a produrla sia perché il prezzo di partenza non comprende i costi del riciclaggio.
In Nigeria un chilo di lattine di metallo rende tra le 10 e le 15 volte di più della plastica da riciclare. In Zambia “nessuno la compra”, afferma Michael Musenga, direttore della Children’s environmental health foundation di Lusaka. “Le persone spostano semplicemente i rifiuti da una parte all’altra, o li bruciano”.
In India, dove gli incentivi a recuperare questo materiale sono scarsi, i rifiuti si accumulano rapidamente. Ad Ahmedabad, nell’ovest del paese, vicino a una scuola c’è una collina alta 22 metri formata da rifiuti organici e plastica. La chiamano monte Pirana. Ogni giorno si aggiungono alla discarica quattromila tonnellate di nuovi rifiuti e, secondo Mahesh Pandya, un attivista per l’ambiente e i diritti umani, i bambini che vivono nella zona soffrono di mal di testa, nevralgie, problemi respiratori e tumori. Il 26 settembre in questa discarica una bambina di dodici anni è morta quando le è franato addosso un cumulo di rifiuti.

DUE VISIONI OPPOSTE
Su un pezzo di terra vicino a Samit road, nella capitale etiope Addis Abeba, Hala Debeba vive insieme a un gruppo di amici con i magri guadagni che ottengono dalla vendita di plastica da riciclare. Mentre le auto passano di corsa e le capre sonnecchiano nell’aiuola spartitraffico, i commercianti acquistano bottiglie di plastica dalle raccoglitrici di rifiuti, che trasportano sacchi giganteschi in equilibrio sulla schiena o sulla testa. Debeba e il suo gruppo mettono le bottiglie in sacchi ancora più grandi e le vendono ad altri commercianti, che portano il materiale agli impianti di riciclaggio con i camion. In ogni fase di questa attività, il margine di profitto è di pochi centesimi al chilo. Lavorando almeno dieci ore al giorno, sette giorni alla settimana, i giovani rivenditori di plastica – che hanno chiamato la loro attività gwadenyochi (“amici”, in amarico) – guadagnano quanto basta per affittare una stanza, dove vanno a dormire tra un turno e l’altro.

Ma anche qui i profitti stanno calando. Perfino la resina più preziosa – una plastica grossa e trasparente chiamata “Obama” – sta perdendo valore. Nei giorni buoni questo materiale, conservato in uno speciale sacco rosso, arriva a costare più di un dollaro al chilo. Come l’ex presidente statunitense, che in Etiopia è molto amato per essere riuscito a tenere insieme persone di etnie diverse, l’Obama – generalmente usata per tenere insieme le confezioni da sei bottiglie – è vista come qualcosa che unifica. Ma negli Stati Uniti la plastica è al centro di un dibattito: chi dev’essere ritenuto responsabile dell’inquinamento causato dalle materie plastiche?

Kawangware, un quartiere di Nairobi, 15 febbraio 2020. – Khadija M. FarahKawangware, un quartiere di Nairobi, 15 febbraio 2020. (Khadija M. Farah)
Due disegni di legge presentati quest’anno al congresso riflettono punti di vista nettamente contrastanti su come va gestita la crisi. Il primo è il Save our
seas 2.0 (salviamo i nostri mari 2.0), che vorrebbe usare i soldi dei contribuenti per migliorare l’attuale sistema di riciclaggio e per trovare nuovi modi di usare questi rifiuti. La proposta è stata approvata dal senato a gennaio ed è sostenuta dall’American chemistry council, l’organizzazione che rappresenta le grandi aziende produttrici di plastica.

Il secondo disegno di legge si chiama Break free from plastic pollution (liberiamoci dell’inquinamento da plastica) ed è stato presentato al senato a febbraio. Affronta il problema da una prospettiva opposta. Partendo dal presupposto che “la via d’uscita da questa crisi non è il riciclaggio”, i democratici promotori della proposta vorrebbero spostare la responsabilità sulle aziende produttrici, creando un programma nazionale di vuoti a rendere, sospendendo temporaneamente la costruzione di nuovi impianti per la produzione di plastica ed eliminando alcuni “prodotti monouso non necessari” a partire dal 2022. Questo disegno di legge include una serie di misure per verificare che la plastica statunitense non sia spedita in altri paesi. Anche prima della pandemia la proposta aveva davanti a sé una strada tutta in salita. Oggi le possibilità che sia approvata sono ancora più scarse.

Nei primi mesi della pandemia la Plastics industry association, l’associazione statunitense che rappresenta le aziende del settore, è passata all’attacco. Matt Sea-holm, direttore di una divisione il cui compito è impedire nuovi divieti dell’uso della plastica, ha cominciato a rilanciare su Twitter tutti gli articoli in cui si sosteneva che le borse della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio per il covid-19. Il New York Post era arrivato a definirle “covi di germi”. La maggior parte di questi articoli citava gli studi di un unico ricercatore, Ryan Sinclair, autore di tre studi sull’argomento. Il primo, uscito nel 2011, è stato finanziato dall’American chemistry council. Gli altri due, del 2015 e del 2018, sono stati sponsorizzati da un oscuro gruppo con sede in California chiamato Environmental safety alliance, il cui segretario è un ex lobbista delle armi convinto che le leggi dovrebbero basarsi sulla Bibbia. In realtà lo studio del 2018 arriva alla conclusione che qualsiasi rischio di contagio legato alle borse della spesa riutilizzabili può essere contrastato lavandosi le mani e spiegando alle persone che bisogna lavare i sacchetti. Questo non ha impedito all’industria della plastica di usare lo studio per sostenere la necessità di revocare i divieti riguardanti l’uso di sacchetti di plastica.

Anche in Europa l’industria è passata all’offensiva. Lo scorso aprile un’associazione di categoria di produttori di materie plastiche ha scritto una lettera alla Commissione europea per chiedere di sospendere tutti i divieti riguardanti le plastiche monouso e di rinviare l’entrata in vigore, prevista per il luglio del 2021, della messa al bando di una grande varietà di materie plastiche in tutto il continente. Richieste simili sono arrivate dalle aziende del settore in Turchia, Germania e Italia. Tuttavia questi tentativi non hanno mandato all’aria i piani per vietare la plastica monouso in Europa.
E l’opportunismo degli industriali della plastica non è riuscito a invertire la tendenza che ha spinto almeno 127 paesi in tutto il mondo ad adottare leggi per limitarne il consumo e la produzione. Tutti si aspettano che il colpo di grazia alla domanda mondiale arriverà dalla Cina, che a gennaio ha vietato l’uso dei sacchetti non biodegradabili. La legge dovrebbe entrare in vigore gradualmente nelle grandi città cinesi entro la fine del 2020.

SULLE BARRICATE
L’Africa è il continente dove è stato approvato il maggior numero di divieti. Il 20 aprile il Senegal ha messo al bando l’acqua in sacchetti di plastica e le tazze di plastica monouso (la misura, però, è stata sospesa fino alla fine della pandemia di covid-19). In Kenya un divieto simile è in vigore dal 2017, ed è considerato un successo: i sacchetti che in precedenza volavano ovunque per le strade, intasavano i corsi d’acqua e rimanevano appesi agli alberi sono quasi scomparsi.

Il governo di Nairobi ha anche vietato la plastica monouso, comprese le bottiglie, nei parchi nazionali e nelle aree protette, che però rappresentano solo l’11 per cento del territorio nazionale. Secondo il fotografo e attivista keniano James Wakibia, sarà difficile che il divieto venga esteso ad aree più ampie del paese. Per quattro anni Wakibia ha condotto una campagna contro l’uso dei sacchetti di plastica senza incontrare grandi ostacoli, ma pensa che un divieto nazionale sulle bottiglie susciterebbe una forte reazione delle aziende produttrici di bevande. “Il commercio di bevande imbottigliate nella plastica è un’attività fiorente in Kenya. Pochissime aziende ormai usano il vetro”, spiega Wakibia. “Farebbero qualsiasi cosa per fermare queste iniziative: ricorsi in tribunale, concorrenza sleale, campagne di marketing per convincerci della sostenibilità dei loro prodotti”.

È successo nel 2018, dopo che le autorità keniane avevano accennato alla possibilità di vietare le bottiglie di plastica in tutto il paese. Quell’anno la Coca-Cola, la Unilever e la Kenya association of manufacturers hanno creato la Petco, una società che dovrebbe dimostrare lo sforzo dell’industria locale della plastica di “autoregolamentarsi”. La Petco ha un logo verde che riprende il triangolo di frecce diventato il simbolo della sostenibilità. Ma non è un’organizzazione ambientalista. I suoi uffici si trovano presso la sede della Coca-Cola a Nairobi. E anche se la sua nascita sembra aver placato per ora le richieste di mettere al bando le bottiglie di plastica, chiaramente non ha risolto il problema. Le bottiglie in pet che un tempo contenevano la Coca-Cola e altre bevande sono ancora disseminate ovunque e le aziende che dovrebbero usare il pet riciclato dichiarano di non avere abbastanza materia prima a disposizione. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che nel 2019 la Petco ha erogato appena 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclaggio della plastica: troppo poco per rendere redditizia la raccolta e il trattamento, anche per i keniani più poveri.

Joyce Wanjiru, manager della Petco, afferma che la società ha “dato un aiuto importante alle aziende che riciclano, consentendogli di produrre i flakes e i pellet che rendono i loro prodotti competitivi a livello internazionale”. Wanjiru osserva anche che durante la pandemia alcune aziende associate alla Petco hanno fornito mascherine, disinfettante per le mani e buoni alimentari ai raccoglitori di rifiuti keniani, che lei chiama wastepreneurs, imprenditori della spazzatura.

La scelta di presentare la Petco come una paladina dell’ambiente è coerente con la strategia adottata dall’industria della plastica a livello globale. Nel 2019 le principali aziende produttrici, dalla Basf alla Exxon Mobil, hanno formato l’Alliance to end plastic waste, che si è impegnata a investire 1,5 miliardi di dollari per impedire che i rifiuti di plastica si accumulino nell’ambiente. Sembra una somma considerevole, ma corrisponde ad appena l’1 per cento dei 150 miliardi di dollari che si stima siano necessari a ripulire i mari dalla plastica.

E quei 150 miliardi di dollari basterebbero appena per pulire gli oceani. In aggiunta agli oltre 8,3 miliardi di tonnellate di plastica già prodotti, l’industria continua a sfornarne 380 milioni di tonnellate all’anno – all’incirca il peso di tutta l’umanità – che finiscono nei corsi d’acqua, oltre che nell’aria, nel suolo e nei corpi umani. In media ogni settimana una persona ingerisce circa duemila frammenti di microplastica, l’equivalente di una carta di credito.
La scorsa primavera la Coca-Cola, la Nestlé, la Unilever e la Diageo hanno fondato l’Africa plastics recycling alliance, che mira a “trasformare il problema dei rifiuti di plastica nell’Africa subsahariana in un’opportunità per creare posti di lavoro e attività commerciali, migliorando la raccolta e il riciclaggio”. Il potere economico di questi colossi è schiacciante rispetto a quello dei gruppi ambientalisti locali e, a volte, anche a quello dei paesi in cui operano. Il valore della Coca-Cola e della Nestlé, i due pesi massimi dell’alleanza, è di gran lunga superiore al bilancio di qualunque stato africano.
Chi si batte per eliminare la plastica trova ridicoli i contributi offerti dall’industria per ripulire l’ambiente. “Sono soldi investiti per poter continuare a inquinare”, dice David Azoulay, che dirige il programma di salute ambientale del Center for international environmental law a Ginevra. “Cosa pensereste se qualcuno vi dicesse: ‘Ti do una moneta per pulire il tuo giardino e in cambio spenderò 250 dollari per metterci della spazzatura’? Nessuno accetterebbe”.

MINACCE
Betterman Simidi Musasia, 39 anni, un operaio che vive in una piccola città a 60 chilometri da Nairobi, sa di avere ben poche possibilità di contrastare le multinazionali responsabili dell’inquinamento da plastica. “Quando ti metti contro aziende come la Coca-Cola, parti in svantaggio”, dice Musasia, che nel 2015 ha fondato un’organizzazione chiamata Clean up Kenya. Non riceve soldi in cambio del suo impegno a favore dell’ambiente, scaturito dal disgusto per “l’inimmaginabile” quantità di rifiuti di plastica nella sua città. Musasia finanzia l’organizzazione con i modesti guadagni della sua attività. In media lavora più di sessanta ore alla settimana.

Oltre a organizzare giornate di pulizia e a insegnare ai bambini come gestire in modo responsabile i rifiuti, Clean up Kenya ha chiesto a gran voce di vietare la vendita di bottiglie di plastica, definendo l’industria dell’acqua in bottiglia “una truffa” e denunciando l’ingiustizia di aprire discariche nei quartieri poveri. Vorrebbe che le aziende si assumessero la responsabilità di smaltire i rifiuti, una rivendicazione che si è dimostrata particolarmente provocatoria. In un incontro con i rappresentanti di alcune aziende produttrici di bevande, Musasia e i suoi colleghi hanno proposto un sistema nazionale basato sul pagamento di una cauzione per le bottiglie di plastica. Ma molti dei loro interlocutori hanno respinto l’idea. Alcuni hanno addirittura risposto con minacce. “Ci hanno detto che, per il nostro bene, dovevamo interrompere la campagna”, racconta Musasia. “Ma più persone ne verranno a conoscenza in tutto il mondo più la Coca-Cola e le altre aziende saranno costrette ad agire in modo responsabile”.

Lo scorso febbraio, a una conferenza sulla sostenibilità a Bruxelles, un responsabile della catena di forniture della Coca-Cola, Bruno Van Gompel, ha promesso che l’azienda avrebbe ritirato il 100 per cento delle bottiglie vuote in Europa occidentale, ma l’azienda non si è ancora impegnata a fare lo stesso nei paesi in via di sviluppo.
Anche se la Coca-Cola si era sempre opposta a queste iniziative, Van Gompel ha affermato che sosterrà “i progetti basati sulla restituzione, nei casi in cui non esista un’alternativa”. Ma l’azienda si è opposta all’adozione di misure simili in Kenya e in qualsiasi altra parte dell’Africa. Per email la responsabile per il continente, Camilla Osborne conferma che l’azienda giudica il sistema non appropriato per il Kenya.

In realtà, la Coca-Cola ha appoggiato malvolentieri le leggi che impongono alle aziende produttrici di bevande di applicare una maggiorazione sul prezzo delle bottiglie, da rimborsare dopo la restituzione. Nel 2017 la Coca-Cola ha adottato la politica del vuoto a rendere in Scozia, ma solo dopo che Greenpeace aveva pubblicato un documento che dimostrava come l’azienda l’avesse contrastata per anni.
Nel suo intervento a Bruxelles Van Gompel ha promesso che la Coca-Cola avrebbe presto cominciato a “esplorare” l’opzione della ricarica delle bottiglie vuote. In realtà l’azienda conosce già bene questo sistema, che ha sperimentato in varie zone rurali dei paesi in via di sviluppo, dove sono ancora in circolazione le vecchie bottiglie di vetro. Secondo Osborne le ricariche di bottiglie rappresentano già la metà delle vendite in più di 25 paesi, sebbene siano incluse in questa percentuale anche le bottiglie di plastica riutilizzabili, come quelle che l’azienda ha recentemente introdotto in Sudafrica.

DIECI FIUMI
L’ondata d’indignazione globale per il problema della plastica è stata così grande che l’anno scorso perfino l’amministrazione Trump, nota per la sua tendenza a dare la priorità agli affari più che all’ambiente, ha dovuto occuparsene. A novembre, nel suo ultimo giorno da segretario dell’energia, Rick Perry ha annunciato un’iniziativa per affrontare la questione dei rifiuti di plastica. “Nel mondo otto fiumi portano quasi il 90 per cento dei rifiuti plastici negli oceani”, ha detto Perry ai giornalisti. “Nessuno è americano”.
Perry stava citando uno studio del 2017 che è diventato uno dei preferiti dell’industria della plastica. Pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, lo studio ha effettivamente dimostrato che appena dieci fiumi – otto in Asia e due in Africa – trasportano un carico globale di plastica che corrisponde a una cifra compresa tra l’88 e il 95 per cento del totale.

QUELLO CHE PERRY HA EVITATO DI DIRE È CHE GRAN PARTE DELLA PLASTICA IN QUESTI FIUMI VIENE DAGLI STATI UNITI E DALL’EUROPA. SECONDO UNO STUDIO PUBBLICATO NEL 2019 SU ENVIRONMENTAL SCIENCES EUROPE, TRA IL 1990 E IL 2017 SONO STATE IMPORTATE IN 33 PAESI AFRICANI CIRCA 172 MILIONI DI TONNELLATE DI PLASTICA, PER UN VALORE DI 285 MILIARDI DI DOLLARI. E ALCUNE RICERCHE INDUSTRIALI HANNO PIÙ VOLTE INDIVIDUATO LA COCA-COLA E LA PEPSI, DUE ETICHETTE STATUNITENSI PER ECCELLENZA, COME LE AZIENDE PIÙ INQUINANTI.

SECONDO CHRISTIAN SCHMIDT, L’AUTORE TEDESCO DELLO STUDIO CITATO DA PERRY,
i risultati della sua ricerca non assolvono i produttori di plastica. “Le grandi aziende non sono affatto fuori dai guai”, dice. Anche se è emerso un gigantesco inquinamento da plastica in dieci fiumi africani e asiatici, tra cui il Mekong, l’Indo, lo Yang-tze, il fiume Giallo, il Nilo e il Niger, “le origini del problema non sono locali”.
Secondo il dipartimento dell’energia statunitense, invece, il fatto che la plastica sia finita in fiumi, oceani e discariche è addirittura un’opportunità per le aziende americane. A febbraio il dipartimento ha annunciato che avrebbe collaborato con l’American chemistry council a un programma per stimolare l’innovazione nel recupero della plastica e per ridurre i rifiuti trovando nuovi modi di usarli. Per gli osservatori della crisi globale della plastica, c’è un’amara ironia nel definire i paesi poveri come causa della crisi della plastica e gli Stati Uniti come salvatori. “Gli mandiamo tutta questa spazzatura e poi diciamo: ‘Guardate, questa gente non sa neanche gestire la sua plastica’”, commenta Azoulay del Center for international environmental law. “Ora gli statunitensi sembrano voler dire ai governi dei paesi in via di sviluppo: ‘Hai un problema? Permettici di darti la soluzione tecnologica che abbiamo a disposizione. Peccato che l’abbiamo brevettata, perciò dovrai indebitarti se vorrai ottenerla’”.

SMALTIMENTO TOSSICO
Mentre gli Stati Uniti e l’American chemistry council insistono sull’importanza del riciclaggio, i paesi in via di sviluppo hanno trovato dei modi per usare i rifiuti di plastica. Purtroppo sono a volte molto pericolosi. Secondo Gilbert Kuepouo, coordinatore del gruppo ambientalista Centre de recherche et d’éducation pour le développement, in Camerun i rifiuti di plastica vengono sciolti e la fanghiglia che ne risulta viene poi mescolata alla sabbia e usata per pavimentare le strade. Anche se il ministero dell’ambiente del Camerun sostiene che questa pratica rispetta l’ambiente, Kuepouo fa notare che la plastica viene fusa “all’aria aperta”, producendo gas serra e sostanze chimiche tossiche.
L’attivista ambientalista indonesiana Yuyun Ismawati, della Nexus3 foundation, ha le stesse preoccupazioni per come viene trattata la plastica in Indonesia. Ismawati ha visitato alcuni impianti di riciclaggio vicino alla discarica di Bantar Gebang, a Jakarta, ed è preoccupata: “Ci sono persone che lavorano con protezioni minime, se si considera la quantità di sostanze chimiche prodotte. Alcune donne lamentano frequenti mal di testa e mestruazioni irregolari. C’erano tanti fumi in quelle fabbriche che mi bruciavano gli occhi e la gola”.

IN MOLTI PAESI LA COMBUSTIONE DELLA PLASTICA, ANCORA PIÙ PERICOLOSA DELLA FUSIONE, È IL PRINCIPALE METODO DI SMALTIMENTO. SE IN TUTTO IL MONDO LA PERCENTUALE DEI RIFIUTI PLASTICI BRUCIATI È DEL 41 PER CENTO, IN ALCUNE CITTÀ AFRICANE SI RAGGIUNGE IL 75 PER CENTO.

Alcuni test condotti ad Agbogbloshie, una discarica nella capitale ghaneana Accra, danno un’idea della facilità con cui le sostanze chimiche prodotte dalla combustione della plastica possono penetrare negli alimenti. Ad Agbogbloshie finisce buona parte dei 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che si stima siano prodotti ogni anno nel mondo. Nella discarica, che sorge su una laguna poco distante dal centro della città, i commercianti trovano il modo di riutilizzare computer, tv e altri dispositivi elettronici considerati obsoleti dai consumatori occidentali. Cavi, fili e altri pezzi di plastica, però, vengono bruciati. Secondo l’International pollutants elimination network, che ha eseguito una serie di analisi l’anno scorso, le uova deposte dai polli che razzolano nei dintorni contengono il secondo livello più alto di diossine bromurate che la rete abbia mai rilevato. Queste sostanze chimiche possono danneggiare i feti, compromettere il funzionamento del sistema immunitario ed endocrino, e causare il cancro. Nelle uova di Agbogbloshie sono stati rilevati anche livelli elevati di ritardanti di fiamma Hbcd e Pbde. Le stesse sostanze chimiche sono state trovate nelle uova di galline che vivono nei pressi di inceneritori di rifiuti sanitari ad Accra e a Yaoundé, la capitale del Camerun.

CARICHI INDESIDERATI
Mentre i paesi in via di sviluppo hanno difficoltà a smaltire la spazzatura, gli Stati Uniti li sovraccaricano riversando sul loro territorio enormi quantità di rifiuti di plastica che non possono essere smaltiti correttamente. Nel 2019 gli esportatori statunitensi hanno spedito 680mila tonnellate di rifiuti di plastica in 96 paesi. Più di 6omila tonnellate sono finite in Malaysia; 27mila in Thailandia; 37mila in Messico. Ghana, Uganda, Tanzania, Sudafrica, Etiopia, Senegal e Kenya sono tra i paesi africani che hanno accolto i rifiuti plastici statunitensi, in gran parte materiali difficili da riciclare e di poco valore. Gli Stati Uniti classificano questa plastica esportata come “riciclata”, anche se numerosi rapporti e le indagini svolte sul posto hanno dimostrato che la maggior parte finisce nelle discariche o viene bruciata.

La spedizione di rifiuti di plastica dai paesi ricchi a quelli poveri è chiamata “commercio globale dei rifiuti”, ma del commercio ha ben poco. Il valore della plastica di scarto è bassissimo, tanto che oggi molte aziende sono pagate per riceverla. Alcuni governi, seguendo l’esempio della Cina, hanno cercato di arginare la marea di rifiuti. A settembre del 2019 la Cambogia ha restituito 83 container pieni di rifiuti agli Stati Uniti e al Canada con un messaggio del primo ministro Hun Sen: “La Cambogia non è una pattumiera”. Poche settimane prima la Malaysia aveva rispedito quasi quattromila tonnellate di rifiuti di plastica negli Stati Uniti e in altri dodici paesi ricchi. Un funzionario della dogana indonesiano l’anno scorso ha annunciato che centinaia di container, molti dei quali erano stati etichettati in modo errato per mascherare il fatto che contenevano rifiuti di plastica, sarebbero stati rispediti nei “paesi di origine”.

Ma restituire la spazzatura al mittente è incredibilmente difficile. Secondo un rapporto della Nexus3 foundation, l’ong di Ismawati, molti dei container partiti dall’Indonesia, invece di tornare negli Stati Uniti, sono finiti in altri paesi poveri, tra cui l’India, la Thailandia e il Vietnam. Ismawati sostiene inoltre che più di mille container sequestrati sono fermi nel porto di Jakarta. Tutti questi rifiuti smentiscono l’idea che riciclare sia la soluzione a tutti i problemi. “Se il riciclaggio funziona così bene e non danneggia l’ambiente, perché i paesi ricchi non lo fanno a casa loro?”.

La plastica sta già causando una guerra globale della spazzatura, ma la vera battaglia deve ancora arrivare, afferma Jim Puckett, direttore esecutivo del Basel action network, un’ong che vigila sul rispetto della convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi. “È un palloncino che sta per scoppiare”, dice riferendosi alle tensioni internazionali causate dalla plastica. “Tutti stanno cercando il prossimo paese disposto ad accettare quella roba”.

Nel 2019 i rappresentanti di 187 paesi si sono riuniti a Ginevra per discutere di una modifica della convenzione di Basilea. Gli Stati Uniti non l’hanno sottoscritta, ma una delegazione statunitense ha comunque partecipato alla riunione insieme ai rappresentanti dell’American chemistry council. All’ordine del giorno c’era un importante emendamento, che avrebbe limitato la capacità di esportare rifiuti di plastica nei paesi firmatari. Quando il presidente della conferenza, Abraham Zivayi Matiza, ha annunciato l’approvazione unanime dell’emendamento dopo giorni di negoziati quasi ininterrotti, “nella sala è scoppiato un fragoroso applauso”, dice Joe DiGangi, un consulente scientifico dell’International pollutants elimination network che ha partecipato all’incontro.

Sebbene non sia ancora chiaro a quali sanzioni andranno incontro le aziende statunitensi se continueranno a inviare i loro rifiuti all’estero, la rapida approvazione dell’emendamento di Basilea indica che si è aperta una nuova fase della guerra internazionale della plastica, e che la maggior parte dei paesi sente la necessità di un intervento urgente.

Il senso di urgenza che ha portato alla modifica del trattato si sta ora combinando con gli effetti economici della pandemia. Secondo Carroll Muffett, presidente del Center for international environmental law, neanche il tentativo di promuovere l’uso della plastica come strumento per combattere le infezioni impedirà l’inevitabile contrazione del settore.
È presto per sapere se ha ragione. E, in ogni caso, se così fosse, il declino dell’industria della plastica avverrà nel corso degli anni, se non dei decenni. Nel frattempo l’Africa ha dovuto combattere con la pandemia di covid-19 che, come la crisi della plastica, ha colpito il continente in modo diverso rispetto al resto del mondo.

Nella discarica di Dandora uomini, donne e bambini continuano a smistare i rifiuti a mani nude sulle cataste di immondizia. Molti di loro non indossano le mascherine, anche se obbligatorie. Forse non sono riusciti a trovarle o forse non possono permettersele. Sono disposti a correre il rischio di essere arrestati o contagiati pur di guadagnare qualcosa per vivere.

*( Sharon Lerner, The Intercept, Stati Uniti – Traduzione di Bruna Tortorella – Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 2020 nel numero 1379 di Internazionale.)

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