n°52 – 25 Dicembre  2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 -Schirò (Pd): il nuovo regime fiscale  per i frontalieri approvato dal governo. Il Consiglio dei Ministri ha recentemente approvato il Disegno di legge che recepisce i contenuti della nuova intesa tra Italia e Svizzera in materia di eliminazione delle doppie tassazioni per i lavoratori frontalieri

02 – Schirò (Pd): bene i fondi aggiuntivi, decisi al senato, per i corsi di lingua e cultura nel 2022. Stabilizzare ora la spesa storica per i prossimi anni

03 – La Marca (Pd): triplicato il sostegno finanziario ai consolati onorari. Raggiunto un concreto risultato del mio lungo impegno

04 – Alfiero Grandi*:.basta con le forzature sulla costituzione, va rispettata e attuata.

05 – Elena Basso*: «Nessun male dura 100 anni», la piazza celebra la scomparsa di lady Pinochet. Cile. Lucía Hiriart partecipò attivamente alla dittatura: spinse il marito a realizzare il golpe contro Allende e lo aiutò a sottrarre nove miliardi di dollari allo Stato. E ora in Plaza Italia si festeggia

06 – Marco Bersani*: Non siamo sulla stessa barca di Draghi. Nuova Finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza pubblica.

07 – Aldo Garzia*:Una sinistra meticcia per vivere meglio. La lezione del Cile. Gabriel Boric presidente. Ecologismo, femminismo, socialismo e tracce di neocomunismo, oltre all’orizzonte dei diritti sociali e civili, nel Frente Amplio che ha portato alla vittoria il 35enne ex leader studentesco contro il candidato dell’estrema destra

08 –  Massimo Villone *:Al nonno delle istituzioni servono idee fresche. Tra capo e Colle. Le forze politiche sono chiamate in causa. Il non detto è che una elezione contrastata e una conseguente tempesta sulla maggioranza potrebbe suggerire anche a Draghi stesso di abbandonare il campo. Forse la lettura ultima è: o mi prendete per il Colle o non mi avete affatto. Una diffida quirinalizia

 

 

01 -SCHIRÒ (PD): IL NUOVO REGIME FISCALE  PER I FRONTALIERI APPROVATO DAL GOVERNO. Il Consiglio dei Ministri ha recentemente approvato il Disegno di legge che recepisce i contenuti della nuova intesa tra Italia e Svizzera in materia di eliminazione delle doppie tassazioni per i lavoratori frontalieri. 20 DICEMBRE 2021

Si ricorderà che l’ennesimo e ultimo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione contro le doppie imposizioni tra i due Paesi (inclusivo di uno scambio di lettere) era stato firmato a Roma il 23 dicembre 2020 ed aveva modificato la normativa vigente in maniera sostanziale.

Infatti il Governo ha comunicato che il nuovo accordo definisce ora il quadro giuridico volto a eliminare le doppie imposizioni sui salari, gli stipendi e le altre remunerazioni analoghe ricevuti dai lavoratori frontalieri, con la previsione del principio di reciprocità, a differenza del precedente accordo del 1974, che regola unicamente il trattamento dei lavoratori frontalieri italiani che lavorano in Svizzera.

Il Governo ha inoltre ribadito che l’Accordo stabilisce per i “nuovi frontalieri” un nuovo metodo di tassazione concorrente, che attribuisce i diritti di imposizione sia allo Stato di residenza del lavoratore frontaliero sia allo Stato della fonte del reddito da lavoro dipendente. In particolare, i salari sono imponibili nel Paese di svolgimento dell’attività lavorativa, ma entro il limite dell’80% di quanto dovuto nello stesso Paese in base alla normativa sulle imposte sui redditi delle persone fisiche (incluse le imposte locali). Lo Stato di residenza applica poi le proprie imposte sui redditi ed elimina la doppia imposizione relativamente alle imposte prelevate nell’altro Stato.

Il testo fornisce anche una definizione di aree di frontiera, nonché una definizione di lavoratori frontalieri (che include i lavoratori che risiedono entro 20 km dalla frontiera e che, in linea di massima, rientrano ogni giorno al loro domicilio. Essa si applica a tutti i frontalieri – nuovi e attuali – a partire dall’entrata in vigore dell’accordo) e prevede alcune disposizioni transitorie relative agli attuali lavoratori frontalieri residenti in Italia che lavorano in Svizzera, ai quali si applica il regime di tassazione esclusiva in Svizzera.

Tuttavia oltre a quanto già previsto nell’accordo in termini di tutela degli attuali frontalieri che continueranno ad essere tassati solo in Svizzera, vengono previsti:

1) l’innalzamento della franchigia a 10.000 euro per i frontalieri che pagano o pagheranno le tasse in Italia; 2) la deducibilità dei contributi obbligatori per i prepensionamenti dei lavoratori frontalieri; 3) la non imponibilità degli assegni familiari erogati in Svizzera; 4) il mantenimento anche in futuro delle stesse risorse ai Comuni garantite oggi dal sistema dei ristorni; e soprattutto 5) l’istituzione di un Fondo per lo sviluppo economico e il potenziamento delle infrastrutture nelle zone di confine Italo-elvetiche, alimentato con risorse provenienti dal nuovo sistema fiscale.

Nel merito dell’accordo sono quindi in molti a sostenere che finalmente si mettono in sicurezza gli equilibri della nostra economia di frontiera, si mette fine ad una tensione diplomatica ed economica che si protraeva da troppo tempo e vedeva i nostri lavoratori frontalieri e le finanze dei Comuni di frontiera esposti ogni anno ad iniziative e campagne politiche oltre confine, spesso a sfondo xenofobo. Si mettono inoltre al sicuro il percorso lavorativo degli attuali frontalieri e i servizi erogati dai Comuni ai cittadini grazie al nuovo sistema dei ristori e si costruisce un sistema fiscale di favore per i futuri frontalieri.

L’intesa dovrebbe essere sottoposta a riesame ogni cinque anni. Inoltre, una clausola dispone che siano previste consultazioni ed eventuali adeguamenti periodici in materia di telelavoro.

Ora la fase finale spetta al Parlamento a partire dai primi mesi del nuovo anno.

*(Angela Schirò_Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati )

 

02 – SCHIRÒ (PD): BENE I FONDI AGGIUNTIVI, DECISI AL SENATO, PER I CORSI DI LINGUA E CULTURA NEL 2022. STABILIZZARE ORA LA SPESA STORICA PER I PROSSIMI ANNI

È sicuramente una buona notizia quella dell’emendamento approvato al Senato, per iniziativa del gruppo del Partito Democratico, con il quale si assicurano finanziamenti aggiuntivi per l’adeguamento retributivo del personale a contratto, per il sostegno ai consolati onorari e, nella misura di 600.000 euro per il 2022, per i corsi di lingua e cultura italiana all’estero. 21 dicembre 2021

Ringrazio i colleghi senatori Giacobbe e Alfieri, primi firmatari dell’emendamento, che hanno insistito su una giusta esigenza, e la Presidente del gruppo Malpezzi, che ha reso possibile tutto questo.

Poiché nel lavoro di squadra che come eletti all’estero del PD abbiamo fatto, insieme al responsabile del PD per gli italiani all’estero, Luciano Vecchi, mi sono ancora una volta spesa per un intervento a sostegno dei corsi di lingua e cultura italiana, mi preme sottolineare che la somma aggiuntiva di 600.000 euro per il 2022 è un positivo passo in avanti per il settore, che in un momento di transizione, può beneficiare dunque di un respiro ulteriore.

Si tratterà ora di continuare a lavorare nella stessa direzione affinché anche negli anni successivi – 2023 e 2024 – non sia messa in discussione la spesa storica in questo settore, una spesa che negli ultimi anni si è attestata costantemente oltre i 14 milioni di euro.

Fino al 2022 questo livello è stato assicurato in virtù di un mio emendamento triennale che ha permesso un’integrazione di circa 2,2 milioni di euro. Si tratterà ora di garantire una prospettiva rassicurante per questo intervento strategico per l’Italia che sta attraversando una delicata transizione organizzativa e normativa dalla quale, con avvedutezza e senso di responsabilità, bisognerà fare scaturire un nuovo equilibrio che rassicuri famiglie, studenti, operatori ed enti promotori.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

03 – On. Francesca La Marca: LA MARCA (PD): TRIPLICATO IL SOSTEGNO FINANZIARIO AI CONSOLATI ONORARI. RAGGIUNTO UN CONCRETO RISULTATO DEL MIO LUNGO IMPEGNO

Il sostegno previsto per il funzionamento dei consolati onorari, a partire dal 2022, sarà triplicato rispetto alla dotazione attuale. Infatti, in un emendamento approvato al Senato per iniziativa del gruppo del PD si prevede il passaggio da circa 200.000 euro a 600.000.

Poiché è stato da tempo uno dei miei cavalli di battaglia nel quadro dell’impegno volto a migliorare i servizi consolari per i connazionali, sono particolarmente soddisfatta di questo risultato, non scontato, e per questo ringrazio i colleghi senatori Giacobbe ed Alfieri per aver accolto il mio emendamento ed aiutato a portarlo a buon fine.

La cosa è tanto più positiva per il fatto che nello stesso emendamento si prevedono 800.000 euro per l’adeguamento delle retribuzioni del personale a contratto, che rappresenta una leva insostituibile dell’offerta dei servizi agli italiani all’estero.

Dopo le mie risoluzioni, approvate nella Commissione Esteri della Camera, sui consolati onorari e sul miglioramento dei servizi consolari, si stanno facendo concreti passi in avanti nella giusta direzione. Confido che altri se ne faranno già nei provvedimenti all’esame della Camera, a iniziare dalla legge di bilancio per il prossimo triennio.

Il cammino non sarà breve e presenterà delle difficoltà perché le esigenze che il Paese deve affrontare sono tante, soprattutto con la pandemia in corso, e le risorse purtroppo limitate. Ma i diritti di cittadinanza degli italiani all’estero non possono subire pause.

Per questo, nel tempo che resta di questa legislatura, sarà necessario andare avanti con coraggio e determinazione, sapendo di fare una cosa buona non solo per i connazionali all’estero, ma per la presenza del Paese nel mondo.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America)

 

04 – ALFIERO GRANDI*:.BASTA CON LE FORZATURE SULLA COSTITUZIONE, VA RISPETTATA E ATTUATA. QUANDO IL MINISTRO GIORGETTI HA PROPOSTO DI ELEGGERE DRAGHI ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA AFFIDANDO LA GESTIONE DEL GOVERNO AD UNA PERSONA DI SUA FIDUCIA ERA OVVIO CHIEDERSI PERCHÉ AVESSE FATTO UNA PROPOSTA DEL GENERE. RISPONDERGLI CHE LA SUA PROPOSTA ERA UNO STRAPPO COSTITUZIONALE ERA FIN TROPPO FACILE. GIORGETTI È SPREGIUDICATO ED È TRA QUELLI CHE VOGLIONO CONQUISTARE ALLA LEGA LA CREDIBILITÀ DI PARTITO DI GOVERNO, MA QUELLA AVANZATA ERA COMUNQUE UNA PROPOSTA FUORI DALL’ATTUALE COSTITUZIONE. Se Draghi venisse eletto al Quirinale vi sarebbe già una anomalia evidente. Non è mai accaduto che il presidente del Consiglio in carica fosse eletto Presidente della Repubblica che in Italia è la carica istituzionale di garanzia per eccellenza, mentre il presidente del Consiglio è il leader della maggioranza politica del momento e quindi per definizione espressione di una parte, sia pure maggioritaria.

Ora è più chiaro che in realtà Giorgetti ha lanciato in campo una palla che altri gradiscono e in qualche caso ne traggono le reali conseguenze, a partire dalla proposta di modificare la Costituzione. Non si tratta solo della raccolta di firme di Meloni ecc. ora firmata anche da Salvini e Berlusconi. Ma di un giornalista noto come Marcello Sorgi, giornalista EMBEDDED, che ha chiarito che occorre fare un passo verso la modifica di fatto dell’assetto istituzionale (e quindi costituzionale), finché ad un certo punto se ne potranno trarre le conseguenze e modificarne il testo.

 

DUE PUNTI SONO FONDAMENTALI.

IL PRIMO è il ruolo del parlamento.

Il parlamento è da tempo sotto tiro. La sua credibilità è ai livelli più bassi di sempre. Va detto per sincerità che i parlamentari fanno ben poco per sottrarsi alla caduta di credibilità, che ebbe un’accelerazione dal voto di un ordine del giorno, approvato dalla maggioranza di centro destra, in cui si affermava che Ruby era la nipote di Mubarak, come aveva ordinato Berlusconi.  Poi qualcuno si chiede come mai a tanti venga l’orticaria al solo pensiero che si pensi seriamente che Berlusconi possa diventare Presidente della Repubblica. Ovvio: vorrebbe dire nominare il responsabile di gravi sfregi alle istituzioni della nostra Repubblica, senza mai dimenticare la condanna per frode fiscale che gli è costata la decadenza da senatore. Il parlamento purtroppo non ha subito solo questo scempio, ma ne ha avuti molti altri. Ad esempio, una sequenza di leggi elettorali che hanno distrutto il rapporto diretto tra il parlamentare e i suoi elettori. La legge Mattarella pur essendo maggioritaria per i tre quarti aveva salvato una parte di questo rapporto attraverso collegi maggioritari, in cui la scelta tra diversi candidati era diretto, quindi dopo l’elezione il parlamentare era spinto a mantenere il rapporto con i suoi elettori, anche con quelli che non l’avevano votato. Non era la legge migliore del mondo ma almeno alcuni aspetti come questo li aveva salvaguardati.

Dopo c’è stata la svolta, complice il porcellum e i suoi “eredi” che hanno mutato l’elezione del parlamentare nella sua nomina (di fatto) da parte del capo del partito (che decide le liste) perché essere in un certo collegio o in un certo posto nella lista bloccata fa la differenza tra essere eletto oppure no. Così il rapporto con gli elettori è stato troncato di netto. Gli elettori non conoscono i loro rappresentanti, gli eletti non hanno alcun interesse a stabilire un rapporto stabile con gli elettori. Così il parlamento ha perso il contatto con gli elettori, finendo per accumulare su di sé le insoddisfazioni che, anche con una sottile perfidia delle altre istituzioni, gli sono state scaricate addosso. Va aggiunto che la qualità dei parlamentari mediamente si è abbassata, legislatura dopo legislatura, tranne lodevoli eccezioni che confermano la regola. Su questa insoddisfazione di massa si è innestato l’attacco al ruolo del parlamento portato avanti dal Movimento 5 Stelle che ha puntato al taglio dei parlamentari con una scelta dissennata e l’ha ottenuto perseguendo l’obiettivo con due maggioranze opposte. Gli altri partiti (colpiti dal raptus dell’opportunismo?) non si sono chiesti se questo non avrebbe affossato definitivamente il ruolo del parlamento, ma hanno finito per votare il taglio, con un ridicolo bilanciamento di ulteriori modifiche della Costituzione, che come è noto sono complicate da ottenere e che non a caso si sono perse per strada. Il taglio certo dei parlamentari in cambio di incerte e modeste modifiche della Costituzione che non verranno approvate in questa legislatura.

Il referendum popolare ha confermato il taglio del parlamento e quindi avremo dalla prossima legislatura due Camere ridotte di un terzo, con la curiosa proposta del Pd di Zingaretti: dopo il taglio del parlamento arrivare ad una camera unica, confermando una notevole confusione di obiettivi e di tempi politici. Ora il parlamento sta prendendo altri colpi senza reagire, né i singoli parlamentari, né gli organi di rappresentanza a partire dal presidente. Decreti leggi a raffica, voti di fiducia, maxiemendamenti del governo per fare passare le leggi sono malanni cresciuti anno dopo anno, ma il vuoto non esiste, se il parlamento conta sempre meno il governo conta sempre di più. I rapporti di forza previsti dalla Costituzione tendono da tempo ad invertirsi.

CON IL GOVERNO DRAGHI SIAMO ARRIVATI AL MONOCAMERALISMO DI FATTO. Non solo decreti legge, voti di fiducia, maxiemendamenti (vedi legge di bilancio in questi giorni) ma ormai anche una Camera per volta, l’altra non ha neppure il tempo di leggere i provvedimenti, può solo votare a favore, altrimenti cade il governo. Babau che spaventa i parlamentari come nessun altro. Con il governo Draghi la Costituzione di fatto è sempre più differente da quella scritta, il parlamento lavora a corrente alternata e per di più su provvedimenti decisi dal governo (non tutto) che il parlamento può solo approvare. Gli omaggi rituali al parlamento sono del tutto formali.

PRIMA O POI QUESTA CRISI DEL RUOLO DEL PARLAMENTO SCOPPIERÀ.

O il parlamento si ribella e rifiuta di approvare provvedimenti a scatola chiusa, come usava qualche lustro fa, e pretende di intervenire e modificare le proposte, ristabilendo un rapporto equilibrato tra Governo e parlamento, oppure le idee espresse da Sorgi troveranno un terreno facile e si modificherà la Costituzione. Del resto sono decenni che la pressione internazionale spinge per superare le nostre istituzioni, poco importa che siano il simbolo della nostra identità nata dalla Resistenza.

Per questo una nuova legge elettorale è indispensabile prima delle prossime elezioni. Ormai la metà dell’elettorato non partecipa al voto, mostrando una disaffezione, una delusione preoccupanti per le sorti della democrazia del nostro paese. Proporzionalità e scelta diretta degli eletti da parte degli elettori sono i due pilastri di una scelta che può aiutare a risalire la china. La capacità di rappresentare il paese reale potrebbe tornare. Se il parlamento trovasse il coraggio e la convergenza necessaria per arrivare ad una nuova legge elettorale avrebbe riscattato almeno una parte della credibilità perduta e reso un servizio alla democrazia. La democrazia in Italia sta correndo dei rischi seri. Purtroppo i partiti che avrebbero dovuto e potuto porre la questione prima dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica non hanno capito in quale trappola si sono cacciati rinviando le decisioni a dopo. Un errore che potrebbe costare molto caro. Alla democrazia.

LA SECONDA grande questione riguarda il Presidente della Repubblica. Una Repubblica parlamentare ha nel Presidente un garante delle regole e deve svolgere la sua funzione che è vincolata alla Costituzione. Usava in passato lasciare la tessera di partito al momento dell’elezione. Una Repubblica Presidenziale è molto diversa. Il Presidente è il capo della parte che ha vinto le elezioni. Passare da un garante al capo di una fazione, ancorché maggioritaria, non è cosa da poco. Nel sistema politico americano i parlamentari sono eletti indipendentemente dal Presidente. Infatti può trovarsi in minoranza perché parlamento e Presidente sono poteri tra loro autonomi, salvo che una ondata politica unifichi tutto e a quel punto sono guai. È chiaro che non si può cambiare un pezzo rilevante del nostro sistema istituzionale senza preoccuparsi dei contraccolpi. L’accentramento dei poteri nell’esecutivo è già ora formidabile, oltre la previsione costituzionale. Se a questo si aggiungesse anche un cambiamento sostanziale nel ruolo del Presidente della Repubblica il rischio potrebbe essere una deriva presente già in altri paesi europei.

Draghi in sé non è questo, ma l’operazione che attorno al suo ruolo si è messa in moto finisce per arrivare alla conclusione che occorre cambiare la Costituzione e poiché nell’immediato questo non è possibile, in attesa di ottenerla si punta a creare uno stato di fatto, nella direzione vagheggiata da Giorgetti e da Sorgi.

LO SCIOPERO GENERALE DI CGIL E UIL È STATO UN SEGNALE DI SOFFERENZA SOCIALE FORTE. La camicia di forza che si sta costruendo lasciando nell’ombra le aree sociali più deboli e provate dalla crisi non avrà un percorso tranquillo. Qualcuno sta iniziando a chiedere di conoscere e discutere le scelte. La risposta evidenziata in occasione della legge di bilancio ha continuato, anche dopo lo sciopero e la manifestazione della Cisl, a trovare la soluzione tutta tra i partiti di maggioranza, senza lasciare spazio ad un confronto con il mondo del lavoro. Questo è inaccettabile e pone un serio problema politico. Può esserci un futuro socialmente accettabile per un paese che decide di lasciare ai margini il mondo del lavoro e che consegna le scelte alle imprese, rinunciando alla guida del sistema economico e sociale con un progetto tale da orientare gli investimenti, mentre finanzia le scelte più discutibili dell’Eni come la CCS (12 miliardi)? Con un ministro che continua a blaterare di nucleare, pur sapendo che in ogni caso non potrebbe essere disponibile entro le scadenze del G20, di Cop 26 e delle tappe decise dall’UE? Mentre l’unica risposta forte alla speculazione sui prezzi del gas sarebbe un piano di grandi investimenti nelle rinnovabili, rapidi e con tanti soldi. L’Agenzia di rating Deloitte ha spiegato che l’Italia potrebbe diventare il paese pilota nelle rinnovabili, nell’innovazione, negli investimenti, nell’occupazione di qualità. Sarebbe il caso di valutare la svolta politica che questo pone al paese, che il PNRR auspica ma non attua, che sarebbe bene sottoporre agli elettori, coinvolgendoli nelle scelte. Quindi non di presidenzialismo abbiamo bisogno, né tanto meno di personalizzazioni che lambiscono l’uomo della provvidenza, ma di scelte politiche chiare, condivise su cui il paese si unisce per scommettere sul futuro.

Per questo sarebbe bene lasciare in pace la Costituzione ed attuarla, interrompere la catena delle forzature interpretative, aprire una vera discussione politica sul futuro dell’Italia e per questo occorre che il Presidente della Repubblica sia scelto per la sua capacità di essere garante e non capo di una fazione. Occorre che il parlamento riprenda almeno in parte il suo ruolo, che il governo riprenda contatto con il suo ruolo. Approvata la legge di bilancio occorre dire chiaro che il periodo delle forzature è finito. Altrimenti le conseguenze potrebbero essere pesanti. Questo riguarda il futuro Presidente della Repubblica ma anche i presidenti della Camera e del Senato.

CERCHIAMO DI NON RIMPIANGERE LA COSTITUZIONE CHE ABBIAMO E IL SUO IMPIANTO ISTITUZIONALE, POTREBBE ESSERE TROPPO TARDI.

*(Alfiero Grandi)

 

 

05 – ELENA BASSO*: «NESSUN MALE DURA 100 ANNI», LA PIAZZA CELEBRA LA SCOMPARSA DI LADY PINOCHET. CILE. LUCÍA HIRIART PARTECIPÒ ATTIVAMENTE ALLA DITTATURA: SPINSE IL MARITO A REALIZZARE IL GOLPE CONTRO ALLENDE E LO AIUTÒ A SOTTRARRE NOVE MILIARDI DI DOLLARI ALLO STATO. E ORA IN PLAZA ITALIA SI FESTEGGIA

È morta Lucía Hiriart, la primera dama della dittatura cilena. Vedova del generale Augusto Pinochet, si è spenta a 99 anni il 16 dicembre, proprio a poche ore dalla chiusura della campagna elettorale più importante dalla fine del regime e in cui si sfidano José Antonio Kast, candidato dell’ultradestra e profondo ammiratore di Pinochet, e il socialdemocratico Gabriel Boric.

Hiriart ha avuto un ruolo chiave nelle politiche del marito, soprattutto rispetto ai rapporti diplomatici arrivando, nel 1982, a essere ricevuta dalla first lady Nancy Reagan alla Casa bianca.

A spiegare l’importanza avuta dalla moglie era stato lo stesso Pinochet: aveva detto che Hiriart era stata una delle persone che più avevano influito nella sua decisione di portare avanti il colpo di Stato contro Salvador Allende. È molto nota inoltre la vicinanza della donna a Manuel Contreras, braccio destro di Pinochet e capo della Dina, la sanguinaria polizia segreta che dava la caccia agli oppositori del regime.

Non solo, la vedova del generale ha avuto un ruolo chiave in uno dei crimini della dittatura: la frode con cui Pinochet ha rubato una cifra milionaria – quasi nove milioni di dollari secondo le indagini – allo Stato cileno, venendo perfino arrestata nel 2005 (per un solo giorno, in prigione preventiva).

Il regime, che è rimasto saldamente al potere dal 1973 al 1990, è noto soprattutto per le atroci violazioni dei diritti umani.

Per reprimere gli oppositori ha creato una rete di centri clandestini sparsi per tutto il Paese in cui migliaia di cittadini sono stati sequestrati, torturati e fatti sparire. Nella maggioranza dei casi, questi crimini sono rimasti impuniti.

Appena la notizia del decesso di Hiriart è stata resa pubblica, a Santiago migliaia di persone si sono radunate in Plaza Italia, epicentro delle proteste sociali che dall’ottobre del 2019 scuotono il Cile, per festeggiare la morte di uno degli ultimi simboli della dittatura. Al coro di «Chi non salta è Pinochet» e con l’apertura di bottiglie di champagne, il raduno è andato avanti fino a sera.

Al centro della piazza è comparso un murales con il simbolo delle organizzazioni che lottano per ottenere giustizia per i desaparecidos, la sagoma di un uomo e una donna con la scritta «Dónde están?» ( Dove sono?) e a terra le foto di decine di oppositori scomparsi durante il regime.

Circondati da cartelli che recitavano «Con migliaia di persone morte e scomparse, la vecchia è morta a 99 anni nella totale impunità» e «Nessun male può durare 100 anni», Plaza Italia ha celebrato cantando Bella Ciao e sventolando decine di bandiere mapuche, il popolo originario di Cile e Argentina che sta lottando per riottenere le terre ancestrali sottratte dallo Stato.

Così ieri la piazza al centro di Santiago ha festeggiato come avrebbe fatto Luis Sepulveda, scrittore, guerrigliero e vittima della dittatura cilena, che durante un’intervista a Gianni Minà aveva detto: «Ogni volta che vedo uno degli aguzzini del regime cileno che muore io brindo a champagne».

*(Elena Basso. Senior Account Netflix Publicity presso Words for you. WORDS FOR YOU Università degli Studi di Roma Tre)

 

06 – MARCO BERSANI*: NON SIAMO SULLA STESSA BARCA DI DRAGHI. NUOVA FINANZA PUBBLICA. LA RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI NUOVA FINANZA PUBBLICA

Se qualcuno avesse ancora bisogno di evidenze sulla drammaticità della diseguaglianza sociale che attraversa il pianeta e anche il nostro Paese, una lettura del World Inequality Report 2022, appena pubblicato, toglierebbe qualsiasi dubbio.

Il report analizza la diseguaglianza attraverso le due lenti della distribuzione del reddito e della ricchezza e fa una fotografia impietosa.

A livello mondiale, la metà più povera degli abitanti del pianeta riesce a portare a casa solo l’8% del reddito totale e possiede appena il 2% della ricchezza complessiva; per contro, il 10% più ricco si appropria del 52% del reddito totale e addirittura del 76% della ricchezza.

Se questa è le diseguaglianza a livello mondiale, profonda lo è anche a livello nazionale, pur essendo il nostro Paese annoverato fra quelli ricchi.

In Italia, la metà più povera della popolazione riesce a portare a casa il 20% del reddito totale e solo il 10% della ricchezza complessiva, mentre il 10% più ricco si accaparra il 32% del reddito e ben il 48% della ricchezza.

Che tutto ciò non dipenda da fattori oggettivi e immutabili lo dimostra l’andamento della diseguaglianza nel tempo, rilevato nel citato rapporto.

Se dall’inizio del secolo scorso agli anni ’70 l’andamento della distribuzione del reddito è stata continuativamente decrescente per il 10% più ricco e crescente per il 50% più povero, la tendenza si è decisamente invertita all’inizio degli anni ’80 per proseguire fino ad oggi; analogo andamento, con polarizzazioni ancora più marcate, è avvenuto per la distribuzione della ricchezza.

Ma cosa è successo dal 1980 ad oggi, se non l’avvento delle politiche liberiste e di austerità, che hanno prodotto la libera circolazione di merci e capitali, la deregolamentazione del mercato del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia e della società, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale? Fino a far diventare il nostro Paese, unico tra tutti i Paesi avanzati, ad avere oggi salari inferiori a quelli del 1990.

La diseguaglianza non è dunque un incidente di percorso, bensì il risultato perseguito di scelte politiche ben precise, quelle che hanno messo al centro le tre C (crescita, concorrenza e competitività), al cui altare sono stati sacrificati i diritti individuali e sociali.

Se poi quel 10% più ricco è anche il responsabile del 48% delle emissioni globali di CO2 e della conseguente crisi climatica, il quadro è chiaro: i ricchi fanno male alla società e alla natura.

E, come reso evidente dalla pandemia, uscire dall’economia del profitto e costruire la società del ’prendersi cura’ è oggi più che mai la direzione necessaria.

Niente di tutto questo traspare dalle politiche del Governo Draghi: il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è interamente indirizzato a sostenere la ’ripresa’ di questa economia e a pretendere ’resilienza’ dalla popolazione.

La sua legge di bilancio regala soldi senza condizioni alle grandi imprese e riapre i tagli alla spesa sociale e sanitaria, mentre la sua riforma fiscale privilegia i ceti medio-alti, approfondendo il già drammatico divario sociale.

E se la transizione ecologica affidata al ministro Cingolani ha assunto aspetti surreali, enormemente a rischio è persino la coesione sociale: dentro le comunità, con la privatizzazione dei servizi pubblici locali e fra le comunità con l’autonomia differenziata.

Il 16 dicembre, finalmente, c’è stato uno sciopero generale.

Sempre il 16 dicembre l’Economist ha incoronato Draghi, dichiarando l’Italia «Paese dell’anno». C’è ancora qualcuno che, senza tema di ridicolo, pensa di raccontarci che siamo tutt* sulla stessa barca?

*(Marco Bersani, filosofo, è dirigente comunale dei servizi sociali e consulente psicopedagogico per cooperative sociali)

 

07 – ALDO GARZIA*:UNA SINISTRA METICCIA PER VIVERE MEGLIO. LA LEZIONE DEL CILE. GABRIEL BORIC PRESIDENTE. ECOLOGISMO, FEMMINISMO, SOCIALISMO E TRACCE DI NEOCOMUNISMO, OLTRE ALL’ORIZZONTE DEI DIRITTI SOCIALI E CIVILI, NEL FRENTE AMPLIO CHE HA PORTATO ALLA VITTORIA IL 35ENNE EX LEADER STUDENTESCO CONTRO IL CANDIDATO DELL’ESTREMA DESTRA

La novità cilena del presidente Gabriel Boric sta nell’aver guidato una coalizione che all’italiana potremmo chiamare di centrosinistra largo (Frente amplio con dentro democristiani, socialisti, liberali più il Partito comunista) che ha saputo rappresentare uno schieramento pragmatico senza porre pregiudiziali ideologiche alla propria azione. Una coalizione, inoltre, che ha dato priorità al tema della svolta politica in un Cile chiamato a liberarsi dal fantasma del generale Pinochet ponendo fine alla lunga transizione democratica avviatasi nel 1988, ben 15 anni dopo il golpe del 1973. Quindi, una coalizione in cui convivono sinistra moderata e radicale come del resto sta avvenendo in Spagna (il governo Podemos-Partito socialista) e in altre realtà europee. Le “due sinistre” sono del resto destinate alla sconfitta, se non si contaminano e non provano a convivere.

La giovane età del neopresidente cileno (35 anni), la sua gavetta politica fatta prima come leader studentesco e poi di lotte dal segno antiliberista rende Boric – altra sua caratteristica – libero dagli ancoraggi con la sinistra che si è riconosciuta in passato nelle esperienza di Cuba, Venezuela, Nicaragua o in quella massacrata da Pinochet e dagli altri generali golpisti che hanno dominato in America latina. Boric rappresenta infatti una nuova sinistra meticcia nei riferimenti culturali e ideali capace di criticare l’autoritarismo dispotico di Ortega al potere nel Nicaragua, l’eccessivo immobilismo pur resistente di Cuba, l’impasse del Venezuela (basta ripercorrere su internet le sue dichiarazioni in campagna elettorale a proposito di quelle realtà per capire meglio la portata della novità politica che rappresenta).

Boric, ora presidente, ha sconfitto nelle primarie della propria coalizione Daniel Jadue, il candidato del Partito comunista che ha saputo superare il tradizionale settarismo. Deputato, storico leader dei movimenti studenteschi, Boric si è presentato con un programma fortemente ambientalista e potenzialmente antiliberista, puntando alla completa decarbonizzazione del Cile. Annunciando che il suo sarà «il primo governo ecologista della storia del Cile», si è dichiarato pure femminista. Boric critica il neoliberismo e vuole rendere pubblico il sistema sanitario e quello pensionistico decentralizzando i poteri dello Stato. Intende quindi costruire il welfare in un paese dove tutto è stato privatizzato dai Chicago Boys che ne hanno fatto in passato un laboratorio neoliberista. «Per vivere meglio» è così diventato uno slogan semplice e mobilitante della campagna elettorale di Boric con poca dose di ideologia astratta. Ciò non taglia i legami con il passato, come dimostra l’omaggio ripetuto di Boric alla figura di Salvador Allende.

Ecco così che con il neopresidente cileno sembra prendere forma una nuova sinistra latinoamericana meticcia plurale nei riferimenti culturali e ideali: ecologismo, femminismo, socialismo e tracce di neocomunismo oltre all’orizzonte dei diritti sociali e civili. Queste identità devono poter convivere in nuovi soggetti-partito o in coalizione e ora – in Cile, Honduras, Perù, Bolivia e forse domani nel Brasile di un altro mandato a Lula – al governo grazie a vittorie elettorali recenti. È questa la lezione cilena che si accompagna alla conclusione della lunga transizione post dittatura di Pinochet e che dovrà misurarsi con la riscrittura della Costituzione in una vera e propria fase costituente di cui sarà garante Boric, il quale intanto dovrà consolidare i propri consensi in un paese uscito dalle urne diviso a metà e che rischia la paralisi legislativa perché i margini di maggioranza parlamentare sono risicati.

Nell’immediato, occorre poi non ripetere gli errori della sinistra latinoamericana al governo. Se il Venezuela è allo stremo di una crisi economica lacerante e in Brasile si è formata in Parlamento una maggioranza anti-Roussef che ha permesso l’incarcerazione per lungo tempo di Lula oltre all’avvento alla presidenza di un fascista come Jair Bolsonaro, le responsabilità non sono solo “esterne”. Il chavismo bolivariano, dopo la morte di Chávez, ha perso smalto e progetto sempre più accerchiato dai suoi nemici. In Brasile, la corruzione si è insinuata nelle file del Partito dei lavoratori e in alcuni settori dello stesso governo di Lula che dopo alcuni successi economici arrancava di fronte alle richieste sociali di una inedita classe media. In Bolivia, l’ostinazione di Morales a ricandidarsi per la quarta volta come presidente ha favorito la rivincita della destra poi nuovamente scalzata elettoralmente dalla sinistra del Movimento verso il socialismo.

Sul terreno sociale ed economico si è intanto logorato nelle esperienze di governo della sinistra il modello di sviluppo interamente incentrato sugli idrocarburi (lo segnalava da tempo il movimento dei cooperanti internazionali e i critici da sinistra di quelle esperienze). In Brasile, Venezuela, Bolivia – per fare degli esempi – non si sono create alternative al cosiddetto «capitalismo estrattivo». Ora serve un sinistra plurale che sappia sperimentare nuove politiche economiche.

*( Aldo Garzia (1954), giornalista, è direttore responsabile di aprile mensile e aprileonline quotidiano. Le sue passioni sono Cuba e Svezia,)

 

08 –  MASSIMO VILLONE *:AL NONNO DELLE ISTITUZIONI SERVONO IDEE FRESCHE. TRA CAPO E COLLE. LE FORZE POLITICHE SONO CHIAMATE IN CAUSA. IL NON DETTO È CHE UNA ELEZIONE CONTRASTATA E UNA CONSEGUENTE TEMPESTA SULLA MAGGIORANZA POTREBBE SUGGERIRE ANCHE A DRAGHI STESSO DI ABBANDONARE IL CAMPO. FORSE LA LETTURA ULTIMA È: O MI PRENDETE PER IL COLLE O NON MI AVETE AFFATTO. UNA DIFFIDA QUIRINALIZIA.

Come leggiamo su queste pagine, nella conferenza stampa del 22 dicembre Mario Draghi ha esplicitato ciò che era chiaro da tempo a chi volesse vedere: se una strada per il Colle si aprisse, la percorrerebbe. Era una opzione già ampiamente suggerita dai suoi silenzi sul punto, motivati come politically correct. Conta adesso valutare se nella esternazione si colgono elementi di effettiva novità sul suo programma quirinalizio. Due i punti rilevanti

Il primo, niente scioglimento anticipato, e conclusione della legislatura nel 2023. Il secondo, continuità nell’azione di governo, che deve ora guardare all’attuazione del Pnrr. Ma la continuità prescinde dalle persone, non dalla maggioranza, che deve rimanere ampia come quella che ha sostenuto fin qui l’esecutivo. E tale non potrebbe rimanere – questo forse l’elemento più significativo – se si giungesse a una elezione del capo dello stato divisiva per la politica e il paese.

Le forze politiche sono chiamate in causa. Il non detto è che una elezione contrastata e una conseguente tempesta sulla maggioranza potrebbe suggerire anche a Draghi stesso di abbandonare il campo. Forse la lettura ultima è: o mi prendete per il Colle o non mi avete affatto. Una diffida quirinalizia.

Da più parti si sono alzate barriere con l’argomento che una permanenza di Draghi a Palazzo Chigi è necessaria o comunque preferibile. Ma non dimentichiamo che dopo l’elezione del capo dello stato ci sarà comunque una crisi di governo. Potrà essere formale e di cortesia, magari con un immediato rinvio alle camere, o reale e difficile da risolvere. In ogni caso, se al Quirinale andasse un altro, sarebbe lo stesso Draghi a decidere se rimanere o no a Palazzo Chigi. Un neo-eletto comparativamente debole non avrebbe il peso e l’autorevolezza necessari a influenzare la sua scelta. Né basterebbero a tal fine le interessate esortazioni delle forze politiche.

Il governo in carica può piacere o no. Certo bisogna tenere conto del dato di una maggioranza che per contenere (quasi) tutti vive di quotidiane contraddizioni. E indubbiamente una sinistra che non voglia ridursi a foglia di fico vede l’asse di Palazzo Chigi troppo spostato a destra. Ma il quesito su tutto Draghi o niente Draghi davvero non appassiona. Ci sono questioni di maggiore portata, anche se la politica non sembra voler prenderne atto. E si trovano ancora nelle parole di Draghi in conferenza stampa, ma in una prospettiva diversa.

Colpisce la celebrazione dei risultati conseguiti dal governo. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è avviato, gli obiettivi fin qui fissati sono stati tutti raggiunti, e c’è solo da andare avanti senza esitare e tenendo ferma la barra del timone. Ma è proprio così? Emergono dati incompatibili con l’ottimismo di Draghi. I posti di lavoro a tempo determinato o a part time involontario sono assolutamente prevalenti, in specie per donne e giovani, e soprattutto al Sud. Le diseguaglianze sono devastanti, e tendono ad aumentare. Le analisi più accreditate dicono che nel giro di qualche anno torneremo a ritmi di crescita “normali”, con il Sud che procede a un passo più lento del Nord. Il divario, in prospettiva, aumenta. Manca del tutto una strategia volta a correggere il trend, superando la politica di investire sulla “locomotiva del Nord” che ha condotto il paese alla stagnazione, e mettendo invece l’Italia in grado di sfruttare la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Il progetto lungimirante di paese più competitivo in quanto più unito esiste forse a parole, ma non nei fatti.

Il Pnrr sempre di più appare come strumento di recupero della precedente “normalità”, divisa e diseguale, con lo stesso Nord ridotto a retrobottega di economie più forti, dalle cui sorti e scelte dipendeva, dipende e dipenderebbe ancora in futuro. Nel rapporto Svimez 2021 da ultimo presentato si dà conto della caduta rovinosa del nostro Nord nelle statistiche territoriali europee, con perdite di decine di posizioni per chi – come Lombardia, Veneto, Piemonte – assume di essere la punta di diamante del paese (in specie, cap. 22). Regioni come la Toscana o l’Umbria si avvicinano al Mezzogiorno. Sono cifre mai smentite, e delle quali consigliamo la lettura. In mancanza di una vera strategia nuova e alternativa, è il ritorno a tutto questo che Draghi celebra per il suo governo.

Sarà bene che il nonno delle istituzioni, ovunque si trovi, si faccia venire qualche idea fresca e giovanile per il futuro.

*(Massimo Villone è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II)

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