n° 30 del 24/7/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Marca (Pd): costante impegno per il superamento delle restrizioni all’ingresso negli stati uniti dei cittadini provenienti dall’area Schengen.

02 – Deputati Estero PD*: certificazione verde covid-19 e italiani immunizzati all’estero. Interrogazione pd ai ministri della salute e degli esteri.

03 – La Marca (Pd)*: accolto il mio ordine del giorno che richiede la semplificazione delle procedure elettorali per il rinnovo dei Comites.

04 – Schirò (Pd): il governo si impegna a far rilasciare la carta di identità sia cartacea che elettronica ai connazionali all’estero anche nei comuni di iscrizione aire. Accolto il mio ordine del giorno

05 – Gianluca Dotti*: come funzionano i controlli del green pass negli altri paesi. Dalla Francia al regno unito, da Israele alla Cina, un breve viaggio nel mondo.

06 – Ezra Klein*: Gli Stati Uniti non sono una democrazia compiuta. Lo scorso fine settimana i cieli degli Stati Uniti si sono accesi di fuochi d’artificio che celebravano la tradizione di libertà e democrazia del paese in occasione dei festeggiamenti del 4 luglio, il giorno dell’indipendenza.

07 – Rami Khouri*: Il crollo del Libano è la spia di una crisi del mondo arabo. Coloro che hanno affondato l’ultimo pugnale nel corpo già martoriato del Libano erano le stesse persone che avrebbero dovuto risollevarlo e rilanciare il ruolo di questo popolo nel mondo arabo.

08 – Alfiero Grandi. L’Italia ha veramente nel suo obiettivo di arrivare nel 2030 al 70% di rinnovabili? PNRR sfida decisiva.

9 – Openpolis*: CHE COS’È IL NEXT GENERATION EU

10 – Guido Moltedo*: Se Biden è una fotocopia di Trump. Cuba. Tra proteste sociali ed embargo Usa

 

 

01 – LA MARCA (PD): COSTANTE IMPEGNO PER IL SUPERAMENTO DELLE RESTRIZIONI ALL’INGRESSO NEGLI STATI UNITI DEI CITTADINI PROVENIENTI DALL’AREA SCHENGEN. 20 luglio 2021

Alle mie costanti sollecitazioni volte al superamento delle persistenti restrizioni sugli ingressi negli Stati Uniti dei cittadini dell’area UE/Schengen nonostante il possesso di visti che prima della pandemia autorizzavano una regolare permanenza, la Segreteria del Ministro degli esteri, Luigi Di Maio, ha cortesemente risposto dandomi alcuni aggiornamenti.

La comunicazione conferma la massima attenzione da parte del Ministero degli esteri e della nostra Ambasciata a Washington sulla questione delle restrizioni degli arrivi dall’Italia e dall’intera area Schengen. A tali pressioni, che si affiancano a quelle di altri Paesi UE, si deve il primo, anche se parziale, passo in avanti ottenuto con l’estensione, con effetto retroattivo, del periodo di validità (12 mesi) della National Interest Exception disposta dal Dipartimento di Stato.

L’Ambasciata italiana a Washington, in ogni caso, insieme agli altri partner europei, in occasione di un recente incontro, è tornata a sensibilizzare il Segretario di Stato Blinken sull’argomento.

Egli ha fatto sapere che l’Amministrazione confida di poter dare nuove indicazioni nelle prossime settimane, anche alla luce delle valutazioni della comunità scientifica. Sarebbe comunque allo studio un’ipotesi di valutazione del rischio di viaggio non più basata su criteri geografici, ma individuali (vaccinazione, test Covid, certificato di guarigione).

Ringrazio il Ministro Di Maio per l’impegno e l’atteggiamento collaborativo e restiamo in attesa di misure più risolutive della situazione di seria difficoltà nella quale si trovano molti nostri connazionali”.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America)

 

02 – CERTIFICAZIONE VERDE COVID-19 E ITALIANI IMMUNIZZATI ALL’ESTERO. INTERROGAZIONE PD AI MINISTRI DELLA SALUTE E DEGLI ESTERI. 21 LUGLIO 2021

Sono migliaia i cittadini italiani all’estero e i loro famigliari, iscritti all’AIRE o meno, immunizzati in altri Paesi, extra Ue, con vaccini riconosciuti dall’autorità sanitaria nazionale e da quella dell’UE (Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson&Johnson), che stanno rientrando in Italia. Numerosi sono anche i connazionali che tornano dopo aver ricevuto la prima dose di un vaccino nei paesi di residenza e che, una volta rientrati in Italia, chiedono di poter fare il richiamo.

La maggiore preoccupazione di questi connazionali è quella di non riuscire ad ottenere la Certificazione verde Covid-19 che, sempre di più, consentirà l’accesso ai servizi e alle attività individuati dalle disposizioni vigenti. Peraltro, per rispondere a queste esigenze, una specifica procedura sarebbe stata già annunciata dalle autorità competenti e dovrebbe entrare in vigore entro la fine di luglio.

Per rispondere alle preoccupazioni di questi connazionali, abbiamo presentato in Commissione Affari Sociali una interrogazione (n. 5-06456 – a firma dei deputati PD, Schirò, La Marca, Quartapelle, Sensi) indirizzata ai Ministri della Salute e degli Affari Esteri.

Nell’atto chiediamo con quali tempi e con quali modalità si pensa di rilasciare ai connazionali immunizzati all’estero la Certificazione verde Covid-19 e se siano previste misure per coloro che hanno ricevuto la prima dose all’estero e che, rientrati in Italia, chiedono di poter fare il richiamo nel nostro Paese con conseguente riconoscimento del Green pass con una certificazione mista.

Al Ministro della Salute abbiamo chiesto, inoltre, se tutte le Regioni stiano procedendo in modo uniforme alla comunicazione dei dati riguardanti i cittadini italiani iscritti all’AIRE, temporaneamente in Italia, vaccinati negli ambiti di rispettiva competenza (grazie alla Circolare 7 del commissario Figliuolo) affinché anch’essi ottengano la Certificazione verde Covid-19.

*(I deputati PD: Schirò, La Marca, Quartapelle, Sensi)

 

03 – LA MARCA (PD)*: ACCOLTO IL MIO ORDINE DEL GIORNO CHE RICHIEDE LA SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE ELETTORALI PER IL RINNOVO DEI COMITES, 3 luglio 2021

 

Il 3 dicembre di quest’anno dovrebbe avvenire, a un anno dalla scadenza naturale, il rinnovo dei Comitati degli italiani all’estero (COMITES), nonostante la persistenza in diversi Paesi di una situazione epidemiologica ancora preoccupante e i segnali di aggravamento in quelli dove le cose sembravano volgere al meglio.

Se non verrà accolto l’appello del PD di spostare la data di alcuni mesi per favorire un ritorno alla normalità ed avere il tempo di approvare una legge di riforma di tali organismi, già all’esame della Camera, si dovrà procedere agli adempimenti formali in condizioni di seria e obbiettiva difficoltà.

Una remora tanto più drammatica quanto più la funzionalità degli uffici consolari è attualmente ridotta al minimo e gravata da una serie di adempimenti che stanno determinando difficoltà di accesso, dilatazione dei tempi di prenotazione e sovraccarico di arretrati.

Poiché la democrazia non è un esercizio formale, ma pratica sostanziale, ho presentato in occasione del Decreto Semplificazioni, assieme alle colleghe Schirò e Quartapelle e in coordinamento con il responsabile del PD Mondo Luciano Vecchi, un ordine del giorno mirante alla semplificazione delle procedure necessarie per la preparazione e la presentazione delle liste, nonché per gli altri adempimenti previsti dalla legge istitutiva dei Comitati e dal Regolamento di attuazione.

 

In particolare, ho chiesto di procedere a specifiche misure di semplificazione da adottare nei provvedimenti che il Governo adotterà nei prossimi mesi, ad esempio dimezzando il numero delle firme previste per la presentazione delle liste, promuovendo nei limiti del possibile l’utilizzo di personale itinerante per la legalizzazione delle firme e, nello stesso tempo, permettendo ai consoli onorari di potere loro stessi autenticare le firme, consentendo la sottoscrizione delle firme anche attraverso l’invio di un modulo con il portale FAST IT, o con altre forme di sottoscrizione elettronica, ammettendo la validità dell’autentica delle firme di un notaio locale anche senza il bisogno di apostille, e così via.

Si tratta di possibilità da verificare e formalizzare e questo il Governo si è impegnato a fare accogliendo il mio ordine del giorno. La vera questione, ora, sono i tempi, considerata anche l’imminente pausa estiva e l’incombere delle scadenze previste.

Per quanto mi riguarda, non smetterò di vigilare affinché non sia vanificata l’occasione di procedere ad una reale semplificazione delle procedure in modo che su questi importanti organismi di rappresentanza delle nostre comunità, già penalizzati nella loro formazione dell’obbligo di preiscrizione al voto, non si riversi anche il condizionamento delle ulteriori difficoltà arrecate dalla pandemia.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.- Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America)

 

04 – SCHIRÒ (PD): IL GOVERNO SI IMPEGNA A FAR RILASCIARE LA CARTA DI IDENTITÀ SIA CARTACEA CHE ELETTRONICA AI CONNAZIONALI ALL’ESTERO ANCHE NEI COMUNI DI ISCRIZIONE AIRE. ACCOLTO IL MIO ORDINE DEL GIORNO 23 luglio 2021

Il Governo si impegna ad assicurare il rilascio della carta di identità, sia in formato elettronico (CIE) che cartaceo, ai connazionali che ne facciano richiesta nei rispettivi comuni di iscrizione negli elenchi AIRE.

 

È questo il risultato dell’accoglimento dell’ordine del giorno che ho presentato, assieme alle colleghe La Marca e Quartapelle, in occasione dell’approvazione del Decreto legge Semplificazioni, approvato venerdì 23 luglio alla Camera.

È un’iniziativa che si è resa necessaria a seguito della situazione di estrema difficoltà nella quale è incorsa la rete estera per le restrizioni imposte dalle misure di contrasto alla pandemia da Covid-19, una difficoltà che si è cumulata con quella di più lunga decorrenza dovute alla carenza di personale a causa del decennale blocco del turnover.

I tempi di attesa degli appuntamenti nei consolati si sono gravemente dilatati e si sono formati arretrati che non sarà facile smaltire. Per quanto ci riguarda, continuiamo a lavorare per un intervento straordinario e mirato che sblocchi la situazione, ma nel frattempo va colta ogni occasione, come abbiamo cercato di fare, per alleggerire e semplificare il lavoro nei consolati.

Il fatto poi che si possa ricorrere anche ai comuni di iscrizione AIRE per il rilascio della carta di identità elettronica, rilasciata all’estero purtroppo con ritmi molto lenti, può consentire di aiutare tante persone che ne hanno bisogno per tutta una serie di adempimenti, per i quali in alcuni paesi, come la Germania, essa è richiesta.

Non mancherò di seguire il percorso ulteriore perché l’impegno oggi assunto dal Governo trovi veloce e lineare applicazione da parte dei comuni.

*(Angela Schirò- Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

05 – Gianluca Dotti*: COME FUNZIONANO I CONTROLLI DEL GREEN PASS NEGLI ALTRI PAESI. DALLA FRANCIA AL REGNO UNITO, DA ISRAELE ALLA CINA, UN BREVE VIAGGIO NEL MONDO PER CAPIRE COME CI SI STA REGOLANDO CON I CERTIFICATI PER ACCEDERE A BAR, RISTORANTI E ALTRE ATTIVITÀ, IL GREEN PASS CONTROLLI, TEMA DI QUANDO E IN QUALI OCCASIONI RENDERE NECESSARIO IL GREEN PASS E DI COME CONTROLLARE IL RISPETTO DELLA NORMA È AL CENTRO DEL DIBATTITO PUBBLICO E POLITICO DEL MESE DI LUGLIO.

Va da sé che, accanto allo stabilire le regole e al tararle in modo scientificamente sensato, è fondamentale anche verificare che la norma non resti lettera morta, ma che venga fatta rispettare attraverso un sistema di sorveglianza  ed eventualmente di sanzioni ad hoc. Anche perché l’assenza di controlli significherebbe in poco tempo la totale disapplicazione della regola.

Il tema pare abbastanza risolto per i mezzi di trasporto a lunga percorrenza, come aerei e traghetti, dove insieme alla carta d’imbarco il personale può agevolmente effettuare i controlli. E nei contesti lavorativi e scolastici il fatto che le persone presenti siano le stesse tutti i giorni rende il tema del controllo molto più agevole.

 

I veri nodi da sciogliere, almeno stando agli sviluppi del dibattito che sono simili in molti paesi europei e non solo, sembrano essere da un lato cerimonie ed eventi minori in cui non c’è personale addetto alla sicurezza e ai controlli, e dall’altro l’estensione del certificato verde alle attività quotidiane in cui c’è tipicamente un flusso enorme di persone. Pr esempio ristoranti, cinema, bar ma anche metropolitana, autobus, palestre o centri commerciali.

 

Per quanto riguarda le cerimonie, peraltro, l’obbligo del green pass sarebbe teoricamente già attivo in Italia, anche se quello che emerge dalle cronache è che i controlli o sono molto blandi o non ci sono affatto. Con passare delle settimane l’attenzione sta via via calando e il timore è che la mancanza di persone preposte al controllo dei green pass si traduca in un sostanziale liberi tutti.

 

LA FRANCIA E LA MEDIAZIONE POLITICA

Per l’Europa il Paese che ha spinto di più per l’estensione d’uso del green pass è la Francia. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato per primo l’obbligo di mostrare il certificato non solo a bordo di treni e autobus, ma anche per teatri, grandi negozi, supermercati, bar, locali e ristoranti. Tuttavia la linea che il presidente ha tentato di imporre pare sia già in via di ammorbidimento: a pesare sulla mediazione sono infatti sia le associazioni di categoria (soprattutto di bar e ristoranti) sia le forze di opposizione, che stanno dimostrando di voler cavalcare il rigore di Macron per attirare gli elettori scontenti delle nuove misure.

 

Ristoratori e baristi, in particolare, si sono lamentati del fatto di non avere l’autorità di improvvisarsi gendarmi, fare controlli, chiedere documenti d’identità e cacciare clienti sprovvisti di green pass. Aggiungendo anche che, soprattutto per i locali più grandi con un rapido viavai di persone, il controllo sarebbe difficilissimo e molto impegnativo, e di conseguenza costoso. Sui supermercati e i ristoranti, poi, parrebbero esserci complicazioni di natura normativa, perché le nuove regole rappresenterebbero secondo i consulenti legali del governo una limitazione all’accesso al cibo e sarebbero dunque sproporzionate rispetto al beneficio che garantiscono. Infine, come se non bastasse, le associazioni di categoria hanno anche tacciato la misura di essere il colpo di grazia alla sostenibilità economica delle attività di ristorazione.

 

La vicenda non è ancora conclusa, ma alcuni ripensamenti sono già stati formalizzati. Per le attività che non dovessero rispettare le nuove regole la multa è stata tagliata da 45mila euro a 7.500 ed è slittata in avanti rispetto all’originale primo agosto la data di introduzione delle sanzioni. All’inizio di questa settimana è anche stato rimosso l’obbligo di green pass per i centri commerciali. Nei cinema, nei musei e agli eventi la regola vale solo se si superano le 50 persone presenti. Infine è stato concesso più tempo ai lavoratori della ristorazione per vaccinarsi. A questi ripensamenti sono ovviamente stati dati due significati politici differenti: Macron reclama di aver generato un picco di 3,7 milioni di prenotazioni vaccinali grazie alle misure paventate, mentre l’opposizione accusa il presidente di aver annunciato delle norme che erano evidentemente illegittime, inapplicabili e inefficaci.

 

IL REGNO UNITO LASCIA PASSARE L’ESTATE

In barba alla diffusione della variante delta, nel Regno Unito il primo ministro Boris Johnson ha momentaneamente sospeso tutte le restrizioni interne, anche se sono già state annunciate nuove regole per la fine di settembre. Secondo quanto reso noto, da fine estate sarà richiesto un certificato di vaccinazione (quindi il tampone o la malattia superata non saranno validi) per accedere a locali e altri luoghi affollati. In questo caso non è affatto chiaro come potrebbero avvenire i controlli, anche se l’idea più condivisa è che la manovra abbia soprattutto l’obiettivo di spingere i giovani a vaccinarsi, più che creare un sistema di controllo capillare sull’accesso ai luoghi di socialità e divertimento.

Fuori dall’Europa, il paese che prima di tutti ha adottato un analogo del green pass (grazie anche alla velocità della campagna vaccinale) è stato Israele. Già durante la primavera scorsa è stato infatti introdotto un certificato digitale – che si può ottenere una settimana dopo aver fatto la seconda dose – da usare anche per attività come ristoranti e pub. In questo caso il problema non sono stati i controlli, ma la funzionalità dello strumento. Sono stati infatti segnalati molti disservizi non solo nell’ottenere il pass, ma anche nell’utilizzo quotidiano a causa dell’instabilità dell’applicazione da utilizzare al momento del controllo. La soluzione, nell’attesa che i bug fossero risolti, è stata per molti stampare il codice qr del green pass.

 

IN ISRAELE l’attività di controllo è diventata responsabilità del personale del singolo locale, ma non ci sono state lamentele né da parte dei gestori né dai clienti. Anzi: oltre ad aver accettato tutti di buon grado la misura (come del resto era successo con le mascherine), i controlli si sono svolti fin da subito in modo molto rapido. I dati delle primissime settimane parlavano di un tempo medio a cliente inferiore al minuto e in seguito c’è stata un’ulteriore accelerazione mano a mano che tutti quanti si sono abituati alla misura. Insomma, il messaggio da portare a casa è che così come abbiamo preso confidenza con l’indossare la mascherina quando non siamo seduti e con l’uso dei menù digitali, forse anche per il green pass è solo questione di abitudine, senza che il controllo rovini l’esperienza della cena o del pranzo fuori.

 

FINO IN CINA E DI NUOVO IN ITALIA

Anche la Cina sta affrontando un percorso interno simile a quello italiano ed europeo, con la prospettiva in introdurre l’obbligo del green pass per una serie di attività. La situazione è però ancora in divenire, e un po’ come in Francia ci sono state proteste e sollevazioni davanti alla proposta di introdurre regole troppo restrittive.

 

Si moltiplicano però in diversi paesi, Italia inclusa, le iniziative di singole attività che pretendono il green pass per lasciare accedere la clientela, a prescindere dalle regole nazionali in vigore. In Italia si sono riscontrati casi che vanno dalla Sicilia alla Lombardia.

A complicare la situazione dei controlli sono poi diverse altre questioni, tra cui almeno una di carattere informatico e un’altra scientifica. Sul fronte tecnico e digitale, c’è tutto il mondo dei falsi certificati, delle contraffazioni e delle manipolazioni dei codici, tanto che sarà necessaria un’attività di controllo per verificare che non si diffondano in massa green pass falsificati o copiati. La questione scientifica riguarda invece il significato e valore del green pass: come si ripete ormai da tempo, essere in possesso del certificato verde non significa affatto essere protetti al 100% da Covid-19, dunque sarebbe insensato scambiare il documento per un totale liberi tutti e dimenticare le necessarie attenzioni, che dovremo portarci senz’altro dietro anche per i mesi a venire.

*( di Gianluca Dotti, Giornalista scientifico da Wired)

 

06 – Ezra Klein*: GLI STATI UNITI NON SONO UNA DEMOCRAZIA COMPIUTA. LO SCORSO FINE SETTIMANA I CIELI DEGLI STATI UNITI SI SONO ACCESI DI FUOCHI D’ARTIFICIO CHE CELEBRAVANO LA TRADIZIONE DI LIBERTÀ E DEMOCRAZIA DEL PAESE IN OCCASIONE DEI FESTEGGIAMENTI DEL 4 LUGLIO, IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA. MA INTANTO I REPUBBLICANI CONTINUANO A SCONFESSARE QUELLA TRADIZIONE E CERCANO DI SABOTARE IL FOR THE PEOPLE ACT, UNA RIFORMA PER AMPLIARE IL DIRITTO AL VOTO E LIMITARE I FINANZIAMENTI PRIVATI ALLE CAMPAGNE ELETTORALI. È STATO UNO STRANO SPETTACOLO.

 

È difficile analizzare il proprio paese in maniera oggettiva e così ho chiesto ad alcuni studiosi stranieri un’opinione sul sistema politico statunitense. Per la maggior parte sono state conversazioni sconfortanti. “La democrazia statunitense non è quello che gli americani credono”, mi ha detto David Altman, un politologo cileno. “C’è una dissonanza cognitiva tra quello che i cittadini statunitensi pensano delle loro istituzioni e la realtà”. Staffan Lindberg, direttore del Varieties of democracy institute, un centro di ricerca che ha sede nell’università di Göteborg, ha detto: “La cosa preoccupante è che a tratti quello che succede negli Stati Uniti ricorda alcuni paesi del mondo dove la democrazia ha pagato un prezzo davvero alto e, in molti casi, è morta. Penso all’Ungheria di Orbán, alla Turchia di Erdoğan e all’India di Modi”.

 

In modo forse perverso, mi sono sentito rinfrancato dalla lista di Lindberg. Gli Stati Uniti si differenziano da questi paesi da molti punti di vista. Quando c’è un collasso della democrazia, di solito un partito usa il suo potere e la sua popolarità per rafforzare il proprio controllo sulla società. Ma negli Stati Uniti la questione è più complessa. I democratici al momento hanno una maggioranza risicata, almeno sul piano nazionale, e si stanno battendo per realizzare una serie di riforme. Perfino la proposta di compromesso sulla legge elettorale del senatore democratico moderato Joe Manchin – per vietare la manipolazione dei collegi elettorali, approvare una registrazione degli elettori automatica e dare la possibilità di votare nei 15 giorni precedenti alla data delle elezioni – rappresenterebbe un miglioramento molto più significativo di qualsiasi provvedimento approvato dagli anni sessanta a oggi.

 

“È FACILE VOTARE IN ALCUNI STATI. È DIFFICILE, O STA DIVENTANDO PIÙ DIFFICILE, VOTARE IN UNO STATO REPUBBLICANO”

I commentatori progressisti spesso si concentrano sul rischio che la democrazia faccia dei passi indietro. Ed è un rischio reale. L’organizzazione non profit newyorchese Brennan center for justice fa sapere che tra l’inizio di gennaio e la metà di maggio almeno 14 stati hanno approvato 22 leggi che limitano l’accesso al voto, il che ha messo gli Stati Uniti “sulla buona strada per fare molto peggio di quanto abbiano fatto negli ultimi tempi in tema di soppressione del voto”. Un altro rapporto di tre associazioni che si occupano di diritto di voto ha elencato 24 leggi approvate in 14 stati nel 2021 che permetteranno ai parlamenti statali di “gestire le elezioni in modo criminale”. Ma è vero anche il contrario: il Brennan center ha individuato almeno 28 proposte di legge che aumentano l’accesso al voto, firmate in 14 stati.

 

L’elemento che contraddistingue la nostra epoca non è la regressione, ma la polarizzazione. “Stiamo diventando una società a due livelli per quanto riguarda il voto”, ha detto di recente Ari Berman, autore del libro Give us the ballot. The modern struggle for voting rights in America (Dateci la scheda elettorale. La lotta per il diritto di voto oggi negli Stati Uniti). “È facile votare in alcuni stati, cioè in quelli più democratici. Ed è difficile, o sta diventando più difficile, votare in uno stato repubblicano”, ha aggiunto.

 

Gli osservatori stranieri hanno capito che la democrazia multietnica negli Stati Uniti è un fiore che cresce su un terreno fragile. A volte ci vantiamo di essere la più antica democrazia del mondo, ed è vero in senso tecnico. Ma se si usa una più ampia definizione di democrazia, che includa come prerequisito il diritto di voto per le donne e le minoranze, siamo una delle democrazie più giovani del mondo. “È ridicolo dire che gli Stati Uniti sono la più antica democrazia del mondo”, mi ha detto Lindberg. “Sono diventati democratici solo dopo il movimento per i diritti civili degli anni sessanta. In questo senso, sono una democrazia giovane, come il Portogallo o la Spagna”.

 

IL PRESIDENTE JOE BIDEN POTREBBE APPROVARE LEGGI CHE FAREBBERO DI PIÙ PER MIGLIORARE LE ISTITUZIONI, ELETTORALI DI QUALSIASI ALTRA MISURA PRESA DAI TEMPI DI LYNDON B. JOHNSON

La cosa è evidente se si osservano le istituzioni. Una società che dà valore alla democrazia e alla partecipazione politica non avrebbe progettato un sistema come quello statunitense. “Il sistema dei grandi elettori, che serve a scegliere il presidente, è un’istituzione preistorica. Ogni studioso della democrazia nel mondo ne rimane sorpreso”, mi ha detto Altman. E poi mi ha chiesto: “Perché votate di martedì? Non date alle persone il tempo per andare ai seggi. Dovete chiedere al vostro capo il permesso per andare alle urne. È strano”. Riguardo al ruolo dei soldi nei finanziamenti delle campagne elettorali Altman ha aggiunto: “Sembra più simile a una plutocrazia”. Da questo punto di vista, gli attuali sforzi del Partito repubblicano per mettere a tacere certe categorie di elettori non sono un’aberrazione rispetto a un passato luminoso, ma un ritorno alle origini. E questo aumenta le loro possibilità di successo. Secondo Lindberg, “è più comune che siano le democrazie giovani a entrare in crisi piuttosto che quelle vecchie. Se gli Stati Uniti peggiorassero al punto da non poter più essere considerati una democrazia, sarebbe un ritorno al passato: sì ai diritti, ma solo per alcuni”.

Non si tratta di uno scontro sul concetto di democrazia, ma su chi vi può partecipare. “Il punto non è il modo in cui le persone eleggono il loro governo”, mi ha detto Ivan Krastev, un politologo che dirige il Centre for liberal strategies di Sofia. “Il punto fondamentale è il genere di persone che il governo vuole eleggere: a chi verrà data la cittadinanza, a chi il diritto di voto, chi si cercherà di escludere”. La teoria di Krastev, che si rifà alla storia europea e statunitense, è che gli stati democratici spesso hanno due tipi di maggioranza. Una è la maggioranza storica dello stato nazione. In Europa queste maggioranze tendono a essere etniche. Negli Stati Uniti la maggioranza è più strettamente legata all’appartenenza razziale e alla religione. Ma poi esiste una definizione più letterale di maggioranza democratica: la coalizione di elettori che può unirsi per determinare l’esito delle elezioni. A differenza della maggioranza storica, la maggioranza elettorale ogni tanto cambia.

 

Spesso le due cose convergono: la maggioranza elettorale riflette la maggioranza storica. Ma negli Stati Uniti sono sempre più spesso in conflitto. “In passato sembrava che queste maggioranze vivessero in armonia, ma adesso il punto è quanto le maggioranze elettorali possono trasformare la maggioranza storica”, mi ha detto. Durante le guerre nell’ex Jugoslavia, mi ha spiegato Krastev, c’era un famoso adagio. “Perché dovrei far parte di una minoranza nel tuo paese quanto tu puoi essere una minoranza nel mio?”. A volte questo ragionamento si fa sorprendentemente esplicito, come quando Robin Vos, presidente dell’assemblea statale del Wisconsin, ha dichiarato: “Togliendo Madison e Milwaukee dal calcolo elettorale statale, avremmo una chiara maggioranza”. Secondo Krastev, tuttavia, il commento di Vos esplicita il sottotesto dell’attuale momento storico: “Il grande potere della comunità politica è il potere d’includere ed escludere. Chi decide chi verrà escluso?”.

Non voglio sottovalutare quello che sta facendo il Partito repubblicano per danneggiare le istituzioni. Fa paura vedere uno dei due partiti statunitensi sviluppare l’idea che la democrazia in sé sia il suo problema, oltre a un programma politico con il quale cercare di neutralizzare questa minaccia. L’ho definita “una spirale catastrofica per la democrazia”: un partito che prende il potere mentre perde voti userà il potere che ancora detiene per indebolire elettori ed elezioni che minacciano il suo futuro.

Ma questo non è l’unico esito possibile. È stato confortante vedere che sempre di più i democratici si rendono conto di dover lottare per difendere la democrazia. E semplicemente battendosi contro l’ostruzionismo, l’amministrazione Biden potrebbe approvare leggi che farebbero di più per migliorare le istituzioni elettorali di qualsiasi altra misura approvata dai tempi del Voting rights act di Lyndon B. Johnson del 1965. In questo senso, i repubblicani hanno capito cosa rischiano: di ritrovarsi in un paese democratico, dove la scarsa popolarità delle loro idee li esporrebbe a pesanti conseguenze elettorali. Un paese degno di come lo raccontiamo al mondo.

*( Ezra Klein, giornalista, Traduzione di Federico Ferrone Questo articolo è uscito sul numero 1417 di Internazionale)

 

 07 – Rami Khouri*: IL CROLLO DEL LIBANO È LA SPIA DI UNA CRISI DEL MONDO ARABO. COLORO CHE HANNO AFFONDATO L’ULTIMO PUGNALE NEL CORPO GIÀ MARTORIATO DEL LIBANO ERANO LE STESSE PERSONE CHE AVREBBERO DOVUTO RISOLLEVARLO E RILANCIARE IL RUOLO DI QUESTO POPOLO NEL MONDO ARABO.

 

Il presidente Michel Aoun non ha accettato il governo proposto dal primo ministro designato Saad Hariri. Quest’ultimo si è dimesso pochi minuti dopo, epilogo di un dramma che dura da nove mesi. Immediatamente sono crollate sia il valore della fragile valuta nazionale sia le speranze della popolazione di porre fine alle miserie quotidiane che affliggono ogni aspetto della sua vita.

Una volta ancora il popolo libanese trattiene oggi collettivamente il fiato, in attesa di un’altra lunga crisi politica che coinvolgerà i leader dei principali partiti, il cui dominio assoluto ha devastato il paese negli ultimi anni. Ma questi leader sembrano determinati a continuare il loro gioco egoistico che consiste nel mantenere il potere a tutti i costi.

Questo ciclo di contrasti tra politici settari ed egoisti si è intensificato da quando è cominciata la crisi attuale, due anni fa. Ma stalli politici come lo scontro “muro contro muro” tra Hariri e Aoun, che hanno sospeso l’attività di governo, si sono verificati con regolarità negli ultimi decenni.

 

Il lento collasso dell’attività di governo, dell’economia e della vita quotidiana come la conosciamo in tutto il Libano – specialmente nelle grandi città dove vive la maggior parte delle persone – è la prova che oggi non assistiamo solo a una crisi politica tra due persone ideologicamente contrapposte.

 

Di fronte abbiamo, piuttosto, una più profonda crisi della statualità che non è solo tragica per il Libano, ma colpisce anche altri paesi arabi in maniera analoga. È tempo di riconoscere i difetti strutturali del sistema statale libanese e di altri paesi della regione, che ci hanno fatto toccare un punto così basso.

 

Come distruggere uno stato

Il costo della crisi è diventato chiaro per ogni famiglia libanese, a esclusione della clientela, dei partner commerciali, del personale di sicurezza e dei dipendenti dell’élite oligarchica al potere. Oltre al leader sunnita Hariri e al leader cristiano maronita Aoun, di questa élite fanno parte il presidente della camera Nabih Berri, il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il leader druso Walid Jumblatt, e alcuni uomini meno potenti che tuttavia partecipano al funesto gioco politico libanese con la stessa determinazione e gli stessi catastrofici risultati.

 

Sono tutti maschi, molti di loro stanno invecchiando, la maggior parte di loro ha ereditato la sua posizione dalla famiglia o dai propri sodali, e ognuno ha fornito al mondo arabo l’esempio più spettacolare di come distruggere uno stato, un tempo dignitoso, e far sprofondare i suoi cinque milioni di abitanti nella disperazione e nella povertà.

 

Le notizie che arrivano ogni giorno dal Libano descrivono una sofferenza costante delle famiglie. L’energia elettrica è praticamente scomparsa, il che significa che l’aria condizionata, internet, i frigoriferi e gli ascensori funzionano solo sporadicamente. La benzina è difficile da trovare e più costosa ogni settimana che passa. Il prezzo del cibo aumenta costantemente mentre il valore della lira diminuisce di pari passo. Le medicine essenziali per i neonati o gli anziani sono quasi introvabili. L’acqua potabile è fornita in modo irregolare. E le banche che custodiscono i risparmi di una vita sono diventate un territorio inaccessibile.

 

Anche quando è possibile prelevare contanti, il tasso di cambio fissato dalla Banca centrale fa sì che chi ha versato del denaro ottiene in realtà circa il venti per cento del valore del suo deposito originario. Il sistema scolastico è per lo più in caduta libera, e nuovi posti di lavoro decenti non esistono.

 

Sempre più aziende essenziali accettano solo dollari in contanti, che sono fuori dalla portata della maggior parte dei libanesi comuni. Sempre più persone sopravvivono ricorrendo a mense collettive, elemosina, prestiti, coltivando il proprio cibo nei loro antichi villaggi di montagna, o impegnandosi in attività economiche fondate sul baratto.

 

Quelli che possono emigrare lo fanno il più velocemente possibile, ma la maggior parte non può. Il risultato sono milioni di libanesi e profughi arrabbiati, frustrati, impauriti e impotenti, che si sentono così vulnerabili e umiliati che faticano ad articolare il loro dolore a parole. Molti sono stati ridotti in uno stato di disumanizzazione, e si sentono trattati come animali dai loro stessi dirigenti politici e nazionali.

 

L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese

 

Questa situazione estrema è molto drammatica perché non è la conseguenza della guerra, bensì il risultato della cattiva gestione, della corruzione e del disprezzo dell’élite al potere nei confronti del benessere e dei diritti dei cittadini.

 

La crisi attuale, come ha riconfermato lo spettacolo Hariri-Aoun della scorsa settimana, è il segno della convergenza di diverse crisi (politica, economica, fiscale, bancaria, energetica, ambientale), tutte dovute ai cattivi o inesistenti processi decisionali dell’élite al potere che controlla il Libano dalla fine della guerra civile nel 1990.

 

La verità, tuttavia, è che questa élite ha controllato lo stato per molto più tempo, a dire il vero per la maggior parte di tutto il secolo scorso. L’attuale collasso non riflette solo l’incompetenza egoistica dell’élite al potere; rivela anche l’insostenibilità della stessa struttura settaria dello stato libanese.

 

È importante tenere a mente la cronologia di un intero secolo, dal 1920 a oggi, perché rivela diversi fili che stanno contribuendo alla debolezza e alla lenta implosione dello stato e dell’economia libanesi.

 

Molti dei fattori che contribuiscono a questa situazione possono essere ricondotti a quattro dinamiche, tutte dipanatesi nel corso del secolo scorso: 1) le conseguenze, a scoppio ritardato, delle decisioni coloniali prese dagli europei intorno al 1920, da cui sono nati molti stati arabi; 2) le conseguenze del conflitto arabo-israeliano (anch’esso vecchio di un secolo); 3) la mancanza di un’autentica partecipazione dei cittadini nel processo decisionale o di attribuzione delle responsabilità politiche negli stati arabi; 4) la continua interferenza, nei paesi arabi, delle potenze vicine o straniere, che rendono la sovranità degli stati una finzione comunemente accettata.

 

Negli ultimi cento anni queste quattro dinamiche ci hanno portato a un punto in cui Libano, Siria, Iraq, Palestina, Yemen e Libia, per citare solo i casi più evidenti, hanno sperimentato una grave sofferenza nazionale, riducendo lo stato in ginocchio e i cittadini alla disperazione o all’emigrazione.

In tutto il mondo arabo sta emergendo una situazione comune che oggi colpisce anche il Libano: la maggioranza dei cittadini è povera, vulnerabile e politicamente impotente, mentre i governi e le istituzioni statali tengono sempre più sotto controllo la rabbia e la ribellione dei cittadini attraverso, più di ogni altra cosa, misure militari e di sicurezza.

Il Libano è nato nel tumulto regionale della creazione degli stati arabi indipendenti dopo il 1920. E oggi sta implodendo nel contesto delle continue pressioni di un’attività statale disfunzionale, sua e di altri territori arabi vicini, dovuta allo stesso quartetto di cause risalenti a un secolo intero fa.

Il Libano ci ricorda che l’affermazione di stati arabi stabili, democratici, produttivi e realmente sovrani è ancora un obiettivo sfuggente.

*( Rami Khouri, giornalista. Traduzione di Federico Ferrone)

 

08 – Alfiero Grandi. L’ITALIA HA VERAMENTE NEL SUO OBIETTIVO DI ARRIVARE NEL 2030 AL 70% DI RINNOVABILI? PNRR SFIDA DECISIVA.  STUPORE E GRANDE PREOCCUPAZIONE. SONO LE REAZIONI AL DISASTRO AMBIENTALE IN GERMANIA, BELGIO, OLANDA, LUSSEMBURGO CON DISTRUZIONI, TANTI MORTI E DISPERSI, MOLTI FERITI, COMUNICAZIONI IMPOSSIBILI, DANNI ENORMI ALL’AMBIENTE E ALL’ECONOMIA. ALTRI EPISODI IN PASSATO HANNO DATO L’ALLARME MA LA NOVITÀ ORA È CHE GLI EFFETTI DEL DISASTRO AMBIENTALE E CLIMATICO DIVENTANO SEMPRE PIÙ GRAVI, PIÙ ESTESI, PIÙ RADICALI.

Il clima del pianeta su cui viviamo è malato, con il rischio che l’alterazione diventi irreversibile. Ci sono scienziati che affermano che è già così. La temperatura è salita a causa delle attività umane ed è assolutamente indispensabile arrestare il degrado, altrimenti le condizioni di vita sul pianeta diventeranno proibitive. La vita stessa potrebbe entrare in sofferenza, non solo la sua qualità, con buona pace dei negazionisti. Anche la corsa verso lo spazio contiene un’ambiguità di fondo: è ricerca di nuove avventure dell’uomo prima impensabili ma è anche l’emergere di primi tentativi nella ricerca di condizioni di vita al di fuori del nostro pianeta.

Le iniziative per impedire che il clima sul nostro pianeta impazzisca, raggiungendo punti preoccupanti di non ritorno, debbono essere prese prima che sia troppo tardi. Non possono essere rinviate. Il negazionismo non è l’unico avversario delle politiche per arrestare l’alterazione del clima, gli tiene bordone il presunto buon senso di chi afferma che bisogna tenere conto anche di altri aspetti, che bisogna andarci cauti, e prepara in questo modo la politica dei rinvii, dello sconto sulle misure, in sostanza.

La Commissione UE ha proposto un pacchetto di misure importanti per una politica coerente con l’accordo di Parigi sul clima – in cui Biden ha il merito di avere riportato gli Usa – che inquadrano meglio la transizione ecologica delle misure del Next Generation EU. Le misure per superare la crisi sociale ed economica seguita alla pandemia da Covid 19 sono qualificate dalle misure contro le alterazioni climatiche e per una ripresa eco-compatibile, con in più la novità di interventi finanziari a dimensione europea che inglobano un certo grado di solidarietà. Ci sono limiti, come ha rilevato Legambiente, ma la direzione di marcia delle misure proposte è chiara.

 

Le misure che la Commissione ha reso note emblematicamente il 14 luglio costituiscono la cornice in cui le politiche per il clima potrebbero realizzare gli obiettivi importanti del Next Generation EU, in Italia attraverso il PNRR. Sono misure impegnative che cercano di chiudere le possibili vie di fuga. Un esempio: affermare che nel 2035 non dovranno più essere prodotti e commercializzati veicoli con motori a scoppio – emblema della mobilità da due secoli – è una scelta forte da cui dovrebbero derivare politiche per realizzare le alternative concrete in modo da rendere un settore, che è responsabile del 35% della CO2 emessa nell’atmosfera, compatibile con il carbon free nel 2050. La reazione dei contrari è stata immediata. Interessi, abitudini hanno fatto sentire la loro voce e anche paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna puntano per lo meno al rinvio celandosi dietro le preoccupazioni degli oneri per i settori della società più esposti. Come se una svolta non ponesse il problema dei costi che ne derivano e quindi delle contromisure politiche indispensabili per non lasciare indietro qualcuno. È evidente la coerenza nell’atteggiamento del governo italiano tra lo sblocco dei licenziamenti, che sta creando problemi sociali enormi, voluto dalle imprese e questa ritrosia verso il cambiamento di paradigma produttivo, ascoltando ancora una volta i timori delle imprese. È curioso che si sia distinto in questo il ministro Cingolani, che dovrebbe rappresentare il punto di vista di una coraggiosa svolta ecologica, invadendo il campo del collega dello Sviluppo economico, Giorgetti.

 

SE L’ITALIA HA VERAMENTE NEL SUO OBIETTIVO DI ARRIVARE NEL 2030 AL 70% DI RINNOVABILI

È evidente che un conto è chiedere più tempo, o peggio come fanno i paesi di Visegrad pretendere la modifica sostanziale delle proposte della Commissione, altro è individuare le misure che consentano di reggere la sfida. Nel 2035 avremo l’energia necessaria per la mobilità verde, visto che nel 2030 dovremmo arrivare al 70% di Fer. Per questo è difficile capire come possa il ministro Cingolani affermare che con le misure della Commissione mancherebbe l’energia per la mobilità.

Un atteggiamento finisce con il rinvio, l’altro con l’individuare le misure necessarie per arrivare all’obiettivo senza conseguenze sociali importanti. Se è in gioco il clima del pianeta non sono accettabili posizioni che puntano a rinviare le misure per timore dei contraccolpi. I contraccolpi saranno molto peggiori se la situazione della crisi climatica non viene affrontata presto, con il coinvolgimento di tutti gli interessati per individuare le misure di riequilibrio. Non si venga a dire che questo sarebbe assistenzialismo, l’Italia spende già miliardi di euro per aiutare settori come i trasporti pubblici e privati, l’attività agricola a consumare prodotti petroliferi, quindi a inquinare, mentre questi fondi potrebbero essere parte degli interventi contro le alterazioni climatiche.

La direzione dell’Unione europea va sostenuta in questo passaggio decisivo. Questo non vuol dire che sia tutto oro colato e nemmeno che non possano esserci altri interventi, ciò che conta è un segnale coraggioso sul clima. In questo ambito il PNRR può essere un motore decisivo per le risorse che è in grado mobilitare. Tuttavia, sempre più emerge una contraddizione essenzialmente politica che rivela che sotto le bandiere del PNRR possono esserci soluzioni reali molto diverse. Ha ragione chi dice che il vero PNRR è la sua attuazione. Nella sua attuazione c’è un punto contraddittorio che può rendere ancora più difficile garantire risultati reali adeguati. Le proposte della Commissione europea sono un piano, un progetto che ha delle regole e delle condizioni attuative. Lo stesso PNRR ha il nome di piano ma la sua formulazione lo è solo in parte perché un piano, un programma, ha bisogno di strumenti attuativi precisi. Mentre il fulcro attuativo del PNRR è nei bandi che non è detto – neppure facile – che vengano governati in modo unitario. In alternativa, questo avverrà sostanzialmente nella cabina di regia del governo e soprattutto nei suoi organi tecnici, quindi una gestione che si presta alla penetrazione delle lobby, che sono presenti e vigili. Un recente articolo sugli incontri delle lobby con i vari settori del governo offre uno scenario impressionante.

 

I diversi bandi regolati di fatto dal mercato e non da piani e progetti che indicano gli obiettivi rappresentano un problema, e un vuoto, e rafforza la preoccupazione che il sistema decisionale prevede non solo la semplificazione e l’accelerazione dei tempi ma anche un potere attribuito al governo per sciogliere i nodi gordiani di dissensi nei percorsi per decidere. Questo è un passaggio delicato politicamente e istituzionalmente. Il governo deve decidere ma quando esistono condizioni ragionevoli di consenso, altrimenti la decisione rischia di essere una forzatura sulle altre istituzioni, sulle organizzazioni sociali, sui cittadini e abbiamo già avuto esperienze politiche e sociali dolorose come la Tav. Almeno una condizione deve essere posta. Se il governo ritiene di dover sciogliere un nodo non può sentirsi autorizzato per il solo fatto che ha il consenso sul PNRR ma deve avere un consenso mirato al singolo intervento. Senza complicare il percorso si può immaginare che il Governo venga autorizzato preventivamente dalle commissioni parlamentari interessate a compiere gli atti che ritiene necessari.

 

Purtroppo il parlamento sta procedendo senza offrire l’immagine di una consapevolezza di questi problemi. Il decreto semplificazioni prosegue il suo iter alla Camera stancamente, senza far capire all’esterno di cosa si discute, quasi a dare per scontata l’approvazione finale, in attesa di probabili voti di fiducia. Rassegnazione e passività sembrano prevalere anche nei partiti di maggioranza. In realtà non esiste oggi il pericolo che il PNRR entri in crisi e che iniziative precise e puntuali possano mettere in discussione il governo. Esiste al contrario il pericolo che vi sia una delega a Draghi e al suo governo senza limiti e questo sarebbe un serio vulnus politico e democratico, creando nei fatti un’elite a cui tutto è delegato, mentre i partiti sembrano alla ricerca di una patente di capacità di governare ottenibile solo con la delega e la partecipazione al governo a decidere.

Errore grave. Il manovratore va disturbato, deve sentire il controllo dei cittadini e se non lo faranno i partiti, i sindacati, le associazioni, il rischio di una gerarchizzazione politica e sociale che porterebbe ad una delega al vertice e ad una passività del resto cambierebbe in profondità il nostro assetto costituzionale, il funzionamento della nostra società, la nostra democrazia.

Il PNRR è una sfida decisiva, tutto si può fare tranne che non capire che stare a guardare, sarebbe un errore storico.

 

 

9 – Openpolis*: CHE COS’È IL NEXT GENERATION EU.  Il Next generation Eu è uno strumento europeo volto a aiutare, attraverso investimenti, i paesi membri a seguito delle perdite dovute dalla crisi sanitaria. I settori principalmente interessati sono l’ecologia, la sanità e la parità. È uno strumento temporaneo di ripresa e rilancio economico europeo volto a risanare le perdite causate dalla pandemia. Si tratta di oltre 800 miliardi di euro che sono stati inseriti all’interno del bilancio europeo 2021-2027 ed è destinato a tutti gli stati membri.

Il 21 luglio 2020, in risposta alla crisi sanitaria che tutti i paesi europei stavano affrontando, il consiglio europeo delibera l’istituzione del Next generation Eu (NgEu). A seguito di questo si sono tenute varie discussioni per affinare lo strumento.

 

SI SONO SUSSEGUITI VARI STEP:

la ratifica della decisione sulle risorse proprie da parte degli stati membri;

l’approvazione delle modalità di utilizzo dei vari fondi europei presenti nel NgEu;

la presentazione entro il 30 aprile 2021 e l’approvazione, entro tre mesi da quella data, dei piani nazionali di resistenza e resilienza dei paesi Ue.

Successivamente all’approvazione del Pnrr da parte della commissione, verrà versato a ciascun paese il 70% di fondi nazionali entro il 2022. Il restante 30% sarà erogato entro il 2030 e sarà possibile spenderlo fino al 2026. Nel caso in cui la prima quota di finanziamenti non venga spesa entro la data stabilita, l’accesso ai fondi potrebbe essere sospeso.

Attraverso il NgEu, la commissione europea si focalizza principalmente su 4 priorità:

transizione ecologica: raggiungere la neutralità climatica e mettere in pratica misure per la lotta al cambiamento;

transizione digitale: aumentare le zone raggiunte da una buona connessione internet e, dove possibile, da una connessione 5g, investire nella formazione delle conoscenze digitali i cittadini;

stabilità macroeconomica: investire nei giovani, creando opportunità di lavoro e di educazione;

equità: promuovere azioni e misure volte a contrastare ogni forma di odio e promuovere iniziative per l’uguaglianza e tolleranza di genere e della comunità Lgbtqi+.

Queste priorità si traducono poi nella diversa composizione dei fondi europei del NgEu e nelle differenti quote di spesa in base alla voce interessata.

 

DATI

AL SUO INTERNO IL NEXT GENERATION RIUNISCE DIVERSI FINANZIAMENTI, CIASCUNO CON DELLE SPECIFICHE.

Destinazione   …………..Somma(mld €)

Dispositivo europeo

per la ripresa e la resilienza.  723.8

di cui prestiti   …………………….…385.8

di cui sovvenzioni…………….……..         338

React-EU……………………..        50.6

Orizzonte Europa———-       5.4

Fondo InvestEu           ……………………6.1

Sviluppo rurale           …………………..8.1

Fondo per una transizione

giusta (JTF)…………………         …….10.9

RescEu ……………………………….2

Totale……………………………..806.9

 

Per quasi il 90% il Next generation finanzia il piano nazionale per la ripresa e la resilienza, con 723,8 miliardi di euro. L’obiettivo principale è quello di mitigare l’impatto economico e sociale generato dalla crisi sanitaria.

Il Pnrr si compone di sei missioni, ossia traguardi da raggiungere attraverso i finanziamenti, che richiamano in parte quelle già presenti nel Next generation Eu.

MISSIONE 1: la digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura. Ogni piano nazionale dovrà includere il 20% di spesa per il settore digitale;

MISSIONE 2: rivoluzione verde e transizione ecologica, a cui deve essere dedicato almeno il 37% del fondo;

MISSIONE 3: infrastrutture per una mobilità sostenibile;

MISSIONE 4: istruzione e ricerca;

MISSIONE 5: inclusione e coesione;

MISSIONE 6: salute.

Queste a loro volta si suddividono in componenti, ambiti di intervento e investimenti.

VEDI CHE COS’È IL PNRR.

Oltre al Pnrr, ci sono altri fondi che verranno finanziati attraverso il Next generation Eu. Tra questi il React-Eu, un fondo al quale sono dedicati 50,6 miliardi di euro. Questo ammontare serve a finanziare una nuova iniziativa che porta avanti e amplia le misure di risposta alla crisi e quelle per il superamento degli effetti della crisi attuate mediante, ossia Crii e Crii+

LEGGI ANCHE CHE COSA SONO I PACCHETTI CRII E CRII+.

Inoltre, 10,9 miliardi di euro saranno indirizzati verso il fondo per una transizione giusta (Jtf). Una misura volta ad aiutare le zone al raggiungimento della neutralità climatica. Infatti, la transizione ecologica è una delle priorità principali del NgEu. In seguito, il fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) riceverà 8,1 miliardi di euro, con l’obiettivo di raggiungere la coesione economica e sociale tra le regioni degli stati membri.

Il fondo investEu (6,1 miliardi €), riunendo in sé una serie di misure europee, ha come finalità quella di aumentare gli investimenti in Europa, sostenere la ripresa e preparare l’economia per il futuro. Segue, con 5,1 miliardi di euro il progetto Orizzonte Europa, definito dalla commissione europea come il nuovo programma quadro di ricerca e innovazione dell’Unione europea incluso nel budget per il quinquennio 2021-2027.

Infine, 2 mld sono indirizzati a RescEu. Si tratta di un fondo di aiuti per le persone vittime di emergenze e a rischio di disastri sia di natura sanitaria, ma anche biologica, chimica, nucleare e oltre che per le conseguenze del cambiamento climatico.

ANALISI

L’Italia riceverà oltre 210 miliardi di euro delle risorse del programma Next generation Eu. A questi si aggiungono 80,1 mld derivanti dalla pianificazione europea del nuovo bilancio quinquiennale.

 

La programmazione attuata dal governo italiano si basa, in particolar modo su tre priorità in linea anche con quelle dettate dall’Ue, ossia digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale.

Il Pnrr costituisce la maggiore destinazione dei fondi del NgEu, pari a 191,5 mld di euro, di cui quasi 50 miliardi saranno destinati alla transizione ecologica.

L’iniziativa di Orizzonte Europa riceverà 497 milioni di euro, mentre al ReactEu saranno destinati più di 13 milioni. Al Feasr, per lo sviluppo rurale, saranno indirizzati 846 milioni di euro e il fondo per una transizione giusta ne riceverà 535 milioni. Infine, 236 milioni di euro saranno indirizzati alla misura RescEu.

Il Next generation Eu è uno strumento che si basa su un notevole lavoro di programmazione, richiesta che arriva anche dalla stessa Unione europea. Infatti, il 30% degli investimenti saranno erogati agli stati solo nel caso in cui la prima parte, il 70%, è stato correttamente speso in base al piano e secondo i tempi di stabiliti.

Questa è dunque un’opportunità per l’Italia per riuscire a riprendersi a seguito della crisi sanitaria e investire in quei settori, come innovazione, uguaglianza e ecologia, in cui ci sono ancora importanti lacune. Gli obiettivi sono sia di riuscire a superare la media europea in quelle tematiche in cui l’Italia rimane ancora fortemente indietro, ma anche di ridurre le disuguaglianze che ancora sussistono tra le regioni italiane.

*(Red. OpenPolis)

 

10 – Guido Moltedo*: SE BIDEN È UNA FOTOCOPIA DI TRUMP. CUBA. TRA PROTESTE SOCIALI ED EMBARGO USA. PRIMA CHE FOSSE ELETTO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI, AVEVA DICHIARATO AL SITO CIBERCUBA CHE, UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA, AVREBBE ELIMINATO LE SANZIONI IMPOSTE DA TRUMP, IL CUI SOLO RISULTATO È STATO QUELLO “DI AVER INFLITTO SOFFERENZA AL POPOLO CUBANO SENZA AVER OTTENUTO NULLA PER FAR AVANZARE LA DEMOCRAZIA E I DIRITTI UMANI”.

A Cuba, l’elezione di Biden era stata dunque salutata con sollievo e speranza, sia dal governo cubano sia da chi in questi giorni contesta il governo cubano nelle piazze. La sua elezione era il segno di una svolta, anche per chi a Cuba non aveva mai sentito parlare di lui ma aveva sentito parlare e agire per quattro anni Donald Trump, contro l’isola con cinica durezza.

 

Sotto la sua presidenza, sono state aggiunte 243 ulteriori misure restrittive all’embargo in vigore contro Cuba dal 1962, 50 delle quali imposte durante la pandemia di Covid. Il cambio alla guida degli Usa, da solo, bastava a far immaginare l’inizio di una nuova era per Cuba. Dopo sei mesi alla Casa Bianca i cubani stanno ancora aspettando che il presidente democratico dia seguito alla sue promesse elettorali, eliminando almeno parte delle misure decise da Trump. Parliamo dei cubani che vivono nell’isola, non di quelli che vivono a Miami o a New York, perché, loro, proprio questo s’aspettano da Biden: che faccia esattamente come il suo predecessore, continui sulla strada dell’embargo duro, anzi ancora più duro. Con il calcolo che un’ulteriore stretta intorno all’isola possa portare alla caduta definitiva della leadership cubana.

 

Che un simile calcolo possa invece portare a un bagno di sangue, questo i cubani di Miami, della California, del New Jersey, di New York lo sanno benissimo, ma a loro non importa niente, perché, per loro, Cuba è un vessillo ideologico non è la realtà quotidiana in cui vive chi vi risiede. Lo sa ancora meglio Joe Biden, sa che l’avvitamento della crisi può finire nel sangue. Lo sa il consiglio per la sicurezza nazionale. Il dipartimento di stato. Il Pentagono. Lo sanno benissimo il democratico Bob Menendez, i repubblicani Marco Rubio e Ted Cruz, i senatori più in vista e più vocali dei latinos e in particolare dei cubano-americani. Lo sanno i democratici della Florida che considerano la situazione a Cuba una “golden opportunity”, un’occasione d’oro per rovesciare il «regime».

 

Biden sembra incapace di fronteggiare una situazione di per sé difficile, che i suoi strateghi considerano peraltro insidiosa per le ripercussioni che essa potrà avere sulla politica interna in vista delle importanti elezioni di medio termine del prossimo anno. L’amministrazione teme i «falchi» che sempre hanno dettato la linea anti-Cuba e che adesso si sono fatti ancor più determinati.

 

Nei prossimi giorni, tuttavia, si capirà se si va verso un aggravamento della crisi che essi auspicano o se, viceversa, si va verso un allentamento della tensione nell’isola e nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti. In questo secondo caso, se ci saranno segnali positivi nella direzione di una distensione, per quanto relativa, sarà anche perché in queste ore la diplomazia è all’opera sotto traccia tra Washington e l’Avana, anche con la triangolazione via Messico. In questo senso andrebbe preso come un segno addirittura positivo il fatto stesso che Biden non abbia inasprito le misure anti-cubane dopo l’arresto di un centinaio di manifestanti e la morte di uno di loro. In questo senso va anche il suo annuncio di voler fornire vaccini alla popolazione cubana, purché poi distribuiti e somministrati da organizzazioni sanitarie internazionali. Concessione peraltro ridicola, considerando che Cuba – unico paese latinoamericano – ha sviluppato un suo vaccino anti-Covid ma scarseggia di siringhe e materiale sanitario, per via dell’embargo, per poterlo distribuire adeguatamente. Ciò nonostante è stato vaccinato il 27% della popolazione, almeno con una dose.

Il timore della Casa Bianca, di perdere seggi cruciali negli Stati dove la questione cubana è giocata politicamente dalla destra, e dunque di perdere la maggioranza alla Camera, deve però fare i conti con una presenza ormai forte, nel Partito democratico, di un’ala di sinistra che interviene con decisione sulla politica internazionale, dal Medio Oriente a Cuba, nelle quali un tempo, non lontano, vigeva un consensus quasi indiscutibile. Oggi le voci di Bernie Sanders e di Alexandria Ocasio-Cortez, la netta presa di posizione di Black Lives Matter contro l’embargo trovano eco anche nelle aree del mainstream del Partito democratico.

Lo scorso marzo ottanta deputati scrissero una lettera a Biden in cui gli chiedevano di assumere una approccio «più costruttivo» verso Cuba «tornando immediatamente alla politica dell’amministrazione Obama-Biden di impegno e normalizzazione delle relazioni». Avesse risposto a queste sollecitazioni, Biden ora non sarebbe ostaggio dei trumpisti, una condizione che neppure ha il vantaggio di evitargli il rischio di perdere terreno a loro vantaggio. Proprio dando loro ragione, nei fatti, renderà più forti i candidati della destra.

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