Alexis Tsipras: «L’austerità dell’Ue è morta»

Alexis Tsipras: «L’austerità dell’Ue è morta»

Grecia/Europa. Intervista al leader di Syriza-Alleanza Progressista: «Dopo la pandemia non possiamo pensare di tornare al neoliberismo… Ora le sfide sono epocali. Serve il movimento ma anche la capacità di governo. Dai nostri successi ed errori abbiamo imparato cosa significa essere un governo di sinistra in Europa»

Alexis Tsipras al termine di un comizio dell'ultima campagna elettorale di Syriza

Dalla crisi greca, all’evoluzione della sinistra radicale, dall’affermarsi minaccioso della destra estrema in Europa alle sfide del dopo pandemia, su questi temi abbiamo intervistato il leader greco di Syriza-Alleanza Progressista, Alexis Tsipras.

Negli anni, Syriza è entrata in diverse fasi. La sua ascesa ha impresso una forma più radicale al partito, ora Syriza aggiunge al suo nome Alleanza Progressista. Cos’è Syriza oggi? Perché apre un dialogo con forze di « centrosinistra»?

La responsabilità della sinistra è lottare per migliorare la vita delle persone, questo significa mobilitarsi e costruire un movimento, ma significa anche governare e saper governare. Stare al governo in Grecia per quattro anni e mezzo, portare il Paese fuori dalla crisi economica e dai programmi dei creditori, proteggere i più svantaggiati, affrontare la peggiore crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale e risolvere una delle controversie più importanti nei Balcani, ha rafforzato l’esperienza di Syriza-Alleanza Progressista. Abbiamo imparato dai nostri successi ed errori, cosa significa essere un governo di sinistra in Europa e quanto sia importante. In questo momento critico, è cruciale la capacità che ogni partito politico progressista ha di leggere, valutare e agire sullo stato attuale delle cose, sia a livello nazionale che globale. L’ostacolo principale è l’incapacità o forse la riluttanza, da parte di alcuni partiti, a rendersi conto che le sfide sul fronte della crisi climatica e delle disuguaglianze sociali, sono profonde, generazionali ed esistenziali. Che dopo la pandemia non si può tornare ai modelli neoliberisti del passato. Il riflesso di alcuni partiti è quello di finire col fare «politica come al solito», cercando di guadagnare punti sugli avversari politici, sia di destra che di sinistra. Ma non funziona più. O sei dalla parte giusta della storia o scompari nell’insignificanza.

Ma allora l’idea di una sinistra radicale è finita…è un sogno?

Giustizia sociale, pace, uguaglianza, giustizia climatica, diritti dei lavoratori e sviluppo sostenibile non sono un sogno, dovrebbero essere i pilastri di una società moderna e inclusiva. Questo è il 21° secolo. L’umanità ha fatto lunghi passi avanti sulla scia delle conquiste tecnologiche e scientifiche. Le società sono molto più diversificate, istruite e informate. Non possiamo sprecare questi risultati e il grande potenziale di un’agenda di trasformazione verde e digitale a causa dei profitti aziendali e delle élite politiche corrotte.

Dai recenti sondaggi, l’appeal elettorale di Nuova Democrazia sta diminuendo, ma Syriza non riesce a rafforzare il consenso. Perché?

Syriza è un partito che investe molto nella comunicazione diretta con la gente, ma il lockdown ci ha privato di questa possibilità. Quando ristabiliamo questa connessione, vediamo rinascere la fiducia nei nostri confronti e nel nostro programma politico. Il governo greco conservatore, poi, ha costruito un impero di propaganda, dettando l’agenda ai media mainstream e ripetendo le stesse bugie e verità distorte che hanno favorito i suoi obiettivi. In questo momento la Grecia è sull’orlo di una crisi molto grave coperta da disinformazione, rapporti falsi e manipolazione governativa delle notizie in Tv, siti Web, persino sui social media.

 

Alexis Tsipras nelle strade di Atene nell’anniversario della rivolta studentesca del Politecnico nel 1973 (Ap)

 

Di recente, il governo greco ha approvato una controversa legge sul lavoro che sta affrontando una forte opposizione nel paese. Che impatto avrà sugli equilibri sociali?

Questo è uno degli aspetti più disastrosi dell’attuale governo greco. È davvero spaventoso perché mostra che questo governo sta cercando di salvare l’eredità di Thatcher e Reagan quando il mondo intero sta cercando di superarli. Basta guardare alla Spagna che riduce l’orario di lavoro settimanale, o al presidente Biden che chiede ai datori di lavoro di «pagare di più» per i salari dei loro dipendenti: la coesione sociale e la protezione del lavoro sono una condicio sine qua non per le nostre società moderne. Ci impegniamo a rovesciare questa spaventosa legge sul lavoro e a sostituirla con un nuovo quadro che protegga i diritti dei lavoratori, aumenti il salario minimo e stabilisca la settimana lavorativa di 35 ore.

Nella crisi finanziaria globale del 2008, Syriza e altri partiti di sinistra in Europa hanno dato speranza ai cittadini europei pere un nuovo percorso anti-neoliberista. La realtà si è rivelata diversa. Ora la crisi del Covid sta esacerbando tensioni sociali e disuguaglianze. Come affronta queste sfide la sinistra?

Il neoliberismo è strutturalmente incapace di risolvere la propria crisi e alla fine, ogni azione che non metta in discussione questo quadro è destinata a creare un’altra crisi più profonda. È esattamente ciò che è successo. Il Covid-19 ci ha colpito in un periodo in cui sono emerse tutte le conseguenze dei fallimenti neoliberisti dell’ultimo decennio. Un problema esistenziale qual è la crisi climatica, un accumulo di ricchezza senza precedenti nelle mani dello 0,1% della popolazione mondiale e delle società che vivono nella paura, nelle disuguaglianze e nella disperazione. La differenza ora è che non abbiamo più tempo.

A seguito della sospensione del Patto di stabilità e crescita a causa delle pandemie, l’Ue discute di una riforma delle vecchie regole di bilancio. C’è margine per un cambiamento?

Certo, il margine c’è. L’Ue dovrebbe ora essere in grado di imparare la lezione e ammettere che la gestione della crisi finanziaria del decennio precedente è stata un terribile errore. Detto questo, non sono troppo fiducioso che ciò accada con le stesse forze politiche che guidano l’Ue. Noi progressisti dobbiamo lottare per un patto di stabilità riformato volto alla crescita e alla convergenza economica, un Fondo per la ripresa permanente, un pilastro europeo dei diritti sociali più forte, un’imposta globale sul reddito minimo delle società e la rinuncia ai brevetti sui vaccini in modo che la vaccinazione possa essere accelerata nel mondo.

I leader mondiali hanno negoziato un’imposta globale minima sul reddito delle società, con un’aliquota di almeno il 15%. È una vera svolta?

È molto importante, ma non basta. La domanda principale è se i paesi abbiano la volontà di definire un piano fiscale completo in cui ciascuno contribuisca con la propria giusta quota. Non possiamo avere miliardari che non pagano l’imposta sul reddito, né paradisi fiscali che nascondono un’incredibile quantità di ricchezza. L’elefante nella stanza non sono le aliquote fiscali per i ricchi, ma la volontà di far rispettare loro la legge e renderli responsabili delle proprie azioni.

C’è una forte spinta verso una transizione verde, ma il dibattito è ancora aperto sulle ricadute che avrà sulla popolazione più vulnerabile…

Questo è uno dei dibattiti più cruciali del prossimo decennio. L’attuale status quo riconosce la minaccia esistenziale della crisi climatica, ma sceglie di agire in modo conforme alla propria dottrina. Così la transizione verde non si traduce in uno sforzo collettivo per ridurre le emissioni, eliminare i combustibili fossili e valorizzare le fonti di energia rinnovabili più ecologiche, ma è solo un nuovo modo per accumulare ricchezze. Al contrario, la transizione verde è una visione collettiva simile alla ricostruzione nel secondo dopoguerra. I leader progressisti in Europa e a livello globale dovrebbero concentrarsi su come rendere giusta e inclusiva questa transizione essenziale. Rendere più economiche le energie rinnovabili, salvaguardare con fondi pubblici l’intera transizione da un’economia che distrugge a un’economia che rispetta le risorse naturali, responsabilizzare le grandi aziende che non rispettano le leggi ambientali. L’elenco delle cose che dovremo fare è enorme. Abbiamo alcuni strumenti europei e abbiamo bisogno di molto di più. Ma queste politiche devono cominciare e finire con il coinvolgimento dei cittadini, perché – e permettetemi di parafrasare ciò che ha detto l’Oms sulla pandemia – nella lotta alla crisi climatica nessuno è al sicuro finché tutti non fanno parte della transizione verde.

L’Ue rinnoverà l’accordo sull’immigrazione con la Turchia e lo estenderà ad altri paesi, come Libia, Giordania, ecc. per fermare i flussi migratori. Si aspettava questo risultato?

L’Ue non può gestire la sfida dei flussi migratori senza una strategia globale di cooperazione con i paesi di transito e di origine. Deve concentrarsi su paesi come Turchia, Giordania e Libano che hanno portato un grande carico di responsabilità nell’accoglienza dei migranti in questi anni. Eppure, l’Ue non può essere un forte attore internazionale se non riesce ad affrontare le sfide del proprio vicinato in modo efficace e nel rispetto del diritto internazionale, ciò significa affrontare le cause profonde dell’immigrazione nei paesi terzi, garantire l’esistenza di vie legali verso l’Ue e fornire incentivi ai paesi terzi sia per contrastare le reti di trafficanti sia per accettare il rimpatrio di coloro le cui richieste di asilo sono state legalmente respinte. Soprattutto, dobbiamo lavorare a un patto su immigrazione e asilo che non gravi sui paesi di primo ingresso nell’Ue e garantisca il rispetto del diritto internazionale. Quello che c’è sul tavolo adesso è inaccettabile così come le pratiche che spesso vengono utilizzate per gestire i flussi migratori soprattutto in mare. Abbiamo bisogno di una politica globale in materia che rispetti il diritto internazionale.

Viktor Orbán è di nuovo al centro delle critiche di altri leader in Ue. Queste critiche giocheranno a suo favore alle prossime elezioni?

Confrontarsi con le politiche di estrema destra di Orbán dovrebbe essere un obiettivo primario dell’Ue e in particolare delle forze progressiste. Queste politiche – penso ai diritti Lgbt, all’immigrazione, allo stato di diritto – violano i nostri valori comuni. Ma dobbiamo portare avanti questo sforzo sostenendo un’Europa sociale che rafforzi la crescita economica e l’occupazione e affronti le disuguaglianze. Ci sono sforzi molto importanti in questa direzione da parte dell’amministrazione Biden che servono da buon esempio. Questo è il modo per garantire che le persone svantaggiate e/o minacciate dalla globalizzazione si allontanino da leader come Orbán, piuttosto che mobilitarsi intorno a lui.

Angela Merkel esce di scena. Che eredità lascia all’Ue?

Abbiamo avuto un rapporto spesso impegnativo, ma basato sull’onestà e sul rispetto reciproco. Abbiamo disaccordi ideologici fondamentali e ci siamo scontrati sulle politiche di austerità, in particolare sul ruolo del Fmi nel programma economico greco. Si trattava di politiche che hanno avuto conseguenze sociali ed economiche molto gravi in Grecia e nel sud d’Europa in generale. Allo stesso tempo, Merkel ha compiuto uno sforzo importante nella politica migratoria dando un messaggio a favore dei valori europei nel 2015-2016, ha sostenuto la risoluzione della questione del nome con la Macedonia del Nord, sottolineandone l’importanza per la pace nei Balcani. E i passi compiuti sul Recovery Fund sono importanti per l’Europa, la sua crescita economica e la coesione sociale.

Infine, i Balcani. Qui il processo di integrazione Ue è in stallo, altri attori – Russia, Cina, Turchia – aumentano la loro influenza. L’Ue sta perdendo i Balcani?

Se il processo di adesione non va avanti, le conseguenze per la regione, ma anche per l’Ue, saranno gravi. Torneremo a un periodo di instabilità regionale e l’Europa perderà influenza e credibilità nei confronti dei paesi candidati. E allora sarà alquanto difficile parlare di ruolo globale o regionale quando l’Ue non riesce nemmeno a risolvere i problemi e mantenere le promesse nel suo immediato vicinato.

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