Strappo con Pechino,l’Australia lascia la Via della Seta È la prima a farlo. L’ira della Cina: ‘Una provocazione’

di Paolo Cappelleri

(ANSA) – ROMA, 21 APR – La Cina perde il primo partner sulla Via della Seta. Il colossale piano di infrastrutture in tutto il mondo lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping contava 139 partecipanti, all’ultimo aggiornamento: ora sono 138, perché il governo dell’Australia ha annullato il memorandum di intenti sottoscritto con Pechino tre anni fa da Victoria, il secondo Stato australiano più popoloso, in quanto ritenuto in contrasto con la politica estera nazionale.

“Questa è un’altra mossa irragionevole e provocatoria”, è stato il duro commento affidato da Pechino alla sua ambasciata in Australia dopo l’annuncio del ministro degli Esteri Marise Payne (che per lo stesso motivo ha annullato due intese più longeve con Iran e Siria), epilogo quasi naturale dopo mesi di ruvidi rapporti diplomatici. Quando l’Australia ha aperto un’indagine sull’origine del Covid, la Cina ha reagito con sanzioni commerciali. Prima, a Pechino era piaciuta ancor meno l’iniziativa avviata da Canberra con Usa e Giappone per progetti di infrastrutture.

Tensioni intrecciate alle pressioni internazionali sulla Cina per gli arresti dei dissidenti a Hong Kong e la repressione degli uiguri.
Proprio sul caso degli uiguri, tra l’altro, a Roma in Commissione esteri della Camera si lavora per arrivare la settimana prossima ad una sintesi fra le 5 risoluzioni proposte dai partiti: si potrebbe includere un riferimento a Usa, Canada e Olanda che lo hanno definito “genocidio”. E si guarda alla
Gran Bretagna, dove domani la Camera dei Comuni discuterà sui crimini contro l’umanità nella regione cinese autonoma dello Xinjiang.

“Intromettersi negli affari interni degli altri non otterrà alcun supporto”, ha detto ieri Xi al Forum Boao per l’Asia, prima di una sorta di invocazione a un nuovo ordine mondiale contro la leadership americana.
Xi con la Nuova Via della Seta (o Belt & Road Initiative) mirava ad approfittare del protezionismo di Washington in era Trump, coinvolgendo compagnie e banche cinesi per finanziare e costruire ferrovie, porti, autostrade e infrastrutture tecnologiche, e creare corridoi commerciali fra Asia, Europa, Africa e Sudamerica.

L’unico Paese del G7 ad aderire – fra le perplessità di Usa e Ue – è stata l’Italia nel 2018. Un memorandum di intenti “più che altro simbolico, con scarsi
seguiti”, evidenzia la task force del Council on Foreign Relations, secondo cui la crisi del Covid ha messo a nudo i limiti dell’approccio cinese. È rallentato il flusso di rifornimenti da Pechino, molti Paesi hanno posticipato o cancellato progetti, e altri – soprattutto alcuni dei 39 Stati dell’Africa subsahariana membri della BRI, come il Kenya – si sono ritrovati con un fardello ulteriore di “debiti neocoloniali”.

 

FONTE: ANSA

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