I terroni borghesi “spaesati” al Nord: un libro di Enzo D’Antona

La sintesi di un viaggio lungo quarant’anni nell’emigrazione italiana potrebbe essere sintetizzata così: «Ogni dieci minuti, giorno e notte compresi, un giovane emigra dal Sud verso il Nord». Se si volesse però, da questa nota stringata, ricostruire la storia di quei giovani partiti carichi di sogni sulle spalle, bisognerebbe arricchirla con episodi, ricordi, particolari (come quando Fernando lasciò Torino per tornare di nuovo in Sicilia). Una vera storia dell’emigrazione risulta allora possibile da scrivere se dentro ci sono quei giovani e tutti quei dettagli che non sfuggono dalla memoria di un giornalista prima e direttore poi che non ha perso il piacere indescrivibile di scavare nelle vicende umane. Si apre così, con queste premesse, l’esordio letterario di Enzo D’Antona, “Gli spaesati. Cronache del nord terrone”, autore di un libro pubblicato a novembre proprio sulla migrazione dei giovani meridionali. Ex direttore de’ la Città di Salerno e de’ Il Piccolo di Trieste, D’Antona ha lavorato a L’Ora di Palermo, al settimanale Il Mondo , e a Repubblica , prima come capo della redazione di Palermo e poi caporedattore all’ufficio centrale di Roma. Il suo “Gli spaesati” (casa editrice Zolfo) racconta la storia di una generazione obbligata ad abbandonare Judeca, paese immaginario dell’entroterra siciliano. Ragazzi partiti tra gli anni Settanta e Novanta, saliti al Nord per fare gli operai metalmeccanici ma anche gli insegnanti, gli impiegati pubblici, i liberi professionisti. Il libro racconta tante vicende ma un’unica storia: le radici strappate, generazione dopo generazione.

Di cosa parla D’Antona nel suo libro?

È la storia di ragazzi che provengono da una stessa palazzina in Sicilia, giovani che crescono assieme fino ai 18 anni e poi vanno al Nord. La palazzina così si svuota. È un libro in cui ho voluto mescolare a vari piani di lettura, le loro storie contestualizzate nei grandi avvenimenti di questi vent’anni.?? Sono storie vere? ? È ispirato a miei amici siciliani. Ho una faccia nella mente ma comprendono storie raccolte in tanti anni. I dieci personaggi hanno ognuno le storie di più persone. Avevo voglia di raccontare una storia, non c’è una storia centrale, il racconto è corale.

E tra queste storie, ce n’è una davvero particolare?

Potrei citare Fernando, un amico che nel libro ho chiamato così. Un ragazzo, primogenito di una famiglia che si era trasferita dalla Sicilia a Torino. Il padre lo aveva mandato a studiare nel liceo più importante della città, dove avevano studiato anche gli Agnelli. Lui era bravissimo, molto intelligente. Eppure a Torino era andato a impattare con una realtà diversa. È stato lì tre anni, poi la decisione di tornare in Sicilia, dove si è laureato in Medicina. E poi è tornato a Torino, dove ha fatto il medico.

È una storia singolare…

È tornato a Torino non per una rivalsa ma per un senso di stima verso se stesso.

Ma come mai ha sentito il bisogno di trattare il tema dell’emigrazione?

Perché è un tema attualissimo. L’ho trattato utilizzando vari piani di lettura, da quello sociologico, a quello economico e politico.

Ha studiato molto sull’argomento?

Sì, ho studiato molto il tema. Pensi che negli ultimi 20 anni dal Sud al Nord sono andati a vivere 2.700.000 persone. Significa che in media dal 2000 al 2020, sostanzialmente, ogni ora del giorno e della notte sono partite dal Sud 15 persone, delle quali 6 giovani (da 0 a 29 anni). Sono dati Istat. Di questi sei, due erano laureati, uno è partito ogni 20 minuti.

Cosa andavano a fare al Nord?

Versola fine degli anni ’60 emigrarono i ragazzi diplomati e laureati. Iniziarono a fare gli impiegati al Nord, nelle Poste, nelle Ferrovie. Nei comuni, partecipavano ai concorsi. La generazione che ho voluto raccontare è quella di emigrati borghesi, con una istruzione a volte superiore a quella dei cittadini del Nord.

Può esserci una soluzione?

L’idea che ci siamo fatti noi meridionali è che l’emigrazione sia stata voluta dai Governi, perché le industrie settentrionali avevano un disperato bisogno di braccia, di manodopera. Man mano questo divario si è allargato, il sud è abbandonato a se stesso ed è fuori dall’agenda politica. Oggi esistono due realtà staccate, sono due Paesi, uno allineato alla Germania, l’altro alla Grecia.

Chi vorrebbe leggesse il suo libro?

Mi piacerebbe che lo leggessero al Nord, perché in questo momento la classe dirigente ha in qualche modo abdicato al suo ruolo di leader nazionale. Il Nord è concentrato su se stesso, non si pone il problema dell’unità in Italia: persino i meridionali di allora, oggi sono mescolati con quelli del Nord nell’egoismo imperante che vede nell’extracomunitario il terrone.

Anche lei si è trasferito dal Sud al Nord…

Sono arrivato nel ’87. Non ero emigrato, tuttavia anche negli ambienti più insospettabili saltava fuori “lo scherzo” dei terroni.

A proposito di Sud, per un certo periodo della sua vita ha vissuto a Salerno. Ha un bel ricordo?

Salerno è una piccola capitale. Per me è stato amore a prima vista. Non posso dire sia profondo Sud. Dico sempre: non sei un emigrante se il tuo viaggio, da Sud a Nord, dura meno di 24 ore. Nel libro c’è qualche salernitano. Sono speciali, operosi. Ho abitato in sette città, ma Salerno è nel cuore.

E l’esperienza da direttore de la Città, com’è stata?

La considero l’esperienza umana e professionale più bella della mia vita. Ho conosciuto tanti giornali e giornalisti, ma quel gruppo che lavorava in redazione era speciale. Ho fatto di tutto per fare bene il mio lavoro, ho applicato tutti gli strumenti che conoscevo per creare un orgoglio giornalistico, uno spirito combattivo. Erano tutti grandi professionisti, un’esperienza meravigliosa.

Marianna Vallone

 

FONTE: https://www.lacittadisalerno.it/cultura-e-spettacoli/i-terroni-borghesi-spaesati-al-nord-1.2556795

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