Why not Socialism?

Giro d’orizzonte sulle varie sorti del socialismo occidentale.

di Andrea Ermano (da L’Avvenire dei Lavoratori – Zurigo)

Breve elogio del laburismo neozelandese e della sua prima ministra, riconfermata alla grande, Jacinda Ardern, che ha quarant’anni, ma una lunga formazione alle spalle, temprata nel team di Helen Clark, poi in quello di Tony Blair, quindi come presidente dell’Internazionale giovanile socialista durante il biennio 2008-2010. Brava, bravissima!

    Due parole anche sui due trentenni assurti alla leadership dei socialisti d’Elvezia, Mattea Meyer e Cédric Wermuth, che scrivono: «Ieri siamo stati eletti come nuova co-presidenza del PS Svizzero. La fiducia in noi riposta ci motiva ad affrontare insieme le sfide del nostro tempo. E lo facciamo esattamente come le socialiste e i socialisti lo hanno sempre fatto: non aspettiamo, ma vogliamo impersonare in noi stessi la speranza che desideriamo per questo mondo… Siamo per una politica che unisca le lotte sociali, femministe ed ecologiche e combatta incondizionatamente per una buona vita per tutte e tutti».

    Le felicitazioni più fervide della più antica testata socialista di lingua italiana e i nostri auguri migliori di buon lavoro! Ma per rilanciare le sorti di un partito disceso al 16.8%, minimo storico, i due nuovi leader del PSS – molto battaglieri, anche se non dotati (almeno per ora) di competenze fondate in stile “neozelandese” – dovranno abbandonare i “vaffa” e argomentare un po’ meglio le loro pur condivisibili posizioni ideali. Al momento, Meyer e Wermuth somigliano un po’ ai grillini italiani per i toni giovanilistici con cui si erano distinti nella “rottamazione” della vecchia guardia socialista.

    E veniamo dunque all’evoluzione del M5S. Qui si segnala la recente indagine del professor Domenico De Masi, che già in passato aveva fornito le proprie competenze sul Reddito di cittadinanza. Dall’indagine emerge un quadro assai dinamico: «Ci sono parecchie variazioni rispetto alle ricerche che feci quattro anni fa», sottolinea il vecchio professore, autore di fondamentali contributi sulla sociologia del lavoro.

    Tuttavia, aggiunge De Masi, permane negli esponenti dell’M5S una forte convergenza su temi come la salute, la finanza, l’ambiente, le migrazioni, l’equilibrio geopolitico mondiale, l’intelligenza artificiale, la bioetica, la sostenibilità, le questioni di genere e le frontiere della scienza e del progresso: su tutto questo i pentastellati sono d’accordo, prosegue il professore in un’intervista a Simona Sotgiu per “Formiche”. De Masi prevede che il Movimento potrà stabilizzarsi come forza politica purché assuma un profilo «più europeista, che guarda l’immigrazione non come un rischio, ma come una risorsa, attento alle nuove frontiere del lavoro (come lo smartwoking) e profondamente convinto che uno non vale uno, ma che sia necessario puntare sulle competenze».

    In un sistema di coordinate valoriali l’M5S tenderebbe a posizionarsi su una sorta di “terza via” alla Anthony Giddens. Questo testimonierebbe la loro narrazione, “né di destra né di sinistra”, coniugata con «una forte precedenza data all’economia reale rispetto all’economia finanziaria, e di conseguenza il rifiuto del neoliberismo e quindi la difesa di un socialismo che definirei liberale, socialdemocratico», è il giudizio descrittivo del professor De Masi.

    Un approdo liberalsocialista per M5S?! Tesi sorprendente. Ma c’è una spiegazione: «I 5 Stelle dopo le elezioni del 2018 erano un mucchio di sabbia con granelli di destra e granelli di sinistra. I granelli di destra se li è fregati tutti Salvini, quindi quello che è rimasto di quel 34% è di sinistra», sostiene De Masi.

    Forse, allora, è per l’“insistere” su uno stesso spazio politico moderatamente socialista che Carlo Calenda osteggia i grillini. Impediscono al suo nuovo partito, Azione, di estendere i consensi. Anche Calenda, infatti, si professa aderente al “socialismo liberale”, che proviene però dai golden boys confindustriali in tutt’altre faccende affaccendati nei trent’anni scorsi. Non lo stesso si può dire in coscienza dei pentastellati, perché «le cose che loro hanno fatto sono le uniche di sinistra fatte in Italia da qualche tempo a questa parte», constata De Masi.

    Sia come sia, rieccoci alle mille sfumature di socialismo. Già dichiarato morto e rimorto fin dai tempi famigerati del duce, il socialismo continua ad aggirarsi non solo per l’Europa. E consentiteci ora qualche accenno alla Bolivia e agli USA.

    In Bolivia, dopo la montagna di parole intorno alla “cacciata” di Evo Morales (primo presidente indio, Aymara), il suo Movimento per il Socialismo (MAS) ha vinto nuovamente le elezioni, ed è guidato adesso dall’ex ministro dell’Economia Luis Arce.

    Un esame approfondito del voto «sarà possibile quando con la conferma formale si disporrà dei dati disaggregati, dei flussi e della distribuzione regionale», si legge nel commento “Le elezioni in Bolivia sconfiggono il golpe” di Livio Zanotti, veterano del giornalismo, che attualmente vive in Argentina: «Ma l’esito che attribuisce alla formula del MAS – Luis Arce e David Choquehuanca (un meticcio e un indio Aymara) – circa il 53 per cento dei suffragi di un’amplissima partecipazione, testimonia inconfutabilmente il radicamento popolare dell’azione politica di Evo Morales».

    Il Corriere della Sera del 19/10 titola Ritorno al governo del socialismo di Morales e Wikipedia presenta Luis Arce, presidente neo-eletto della Bolivia (il paese più ricco di risorse minerarie dell’America latina) come “l’architetto della crescita economica dalla Bolivia del governo del presidente Morales”.

    Livio Zanotti prosegue così: «Il risultato in sé non costituisce una sorpresa. Era noto che Morales e il suo partito conservavano la maggioranza delle opinioni nel paese. I massimi e numerosi dirigenti rifugiati in Argentina, pur evitando di polemizzare contro, ma senza negare critiche a certe decisioni di Morales e alla democrazia interna del Movimento, lo ribadivano con un’enfasi che se non necessariamente convincente suonava del tutto sincera. I timori erano tutti per la possibilità di questa maggioranza a esprimersi più o meno liberamente nelle urne. Suscitava perplessità che dopo aver cacciato Evo Morales dalla finestra i golpisti gli permettessero di rientrare dalla porta. Qualcosa non è stata ben ragionata prima e neppure dopo: qualcosa interna alla logica dei grandi interessi in Bolivia e qualche altra all’esterno, a Washington, tra l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e il Dipartimento di Stato».

    Veniamo agli USA, dove si registra una vera e propria onda lunga di riflessioni a matrice socialista, in opposizione alla quale Trump sta tentando la sua azzardosa autoaffermazione d’egemonia Wasp in chiave reazionaria alla vigilia del sorpasso etnico (già oggi i “non bianchi” sono maggioranza nelle classi d’età al di sotto dei 18 anni).

    Il fiorire di riflessioni e programmi variamente “socialisti” si accompagna alla grande popolarità ormai raggiunta, ben oltre i confini dell’Unione, da parlamentari statunitensi come Bernie Sanders, il primo senatore “socialista” nel Congresso degli Stati Uniti, e Alexandria Ocasio-Cortez, che Stefano Gaggi sul Corriere ha descritto come “la stella socialista che guida l’anno delle donne in Congresso”.

    Poi c’è il giovane intellettuale Bhaskar Sunkara, che ha fondato e dirige la rivista telematica Jacobin. Ha appena sfornato un suo The Socialist Manifesto in cui sostiene per l’oggi la necessità di radicali politiche perequative “in un’era di estrema disuguaglianza”. Sono temi ispirati agli studi dell’economista francese Thomas Piketty, autore di due grossi volumi su Il capitale nel XXI secolo (2014) e Capitale e ideologia (2020), divenuti dei best seller internazionali, nonostante la gran mole di dati e pagine.

    Tutte queste figure – e molte altre – del nuovo socialismo occidentale, ecologico, solidale, anti-patriarcale, anti-coloniale, liberale e/o radicale meriterebbero una trattazione più diffusa. Ma in un commento giornalistico dobbiamo limitarci a prevedere questo: una crescente rivendicazione a favore della redistribuzione di redditi e patrimoni.

    E probabilmente assisteremo a reazioni forsennate.

    La navigazione si farà prevedibilmente… imprevedibile.

    Il “perché” è ovvio. Non imperversa attualmente l’emergenza pandemica? A essa non seguirà una crisi economica? E le differenze sociali non tenderanno ad aumentare? Con quali effetti politici?

    Non tutto è già destino. Ma, se unite i punti di caduta di queste domande, apparirà uno scenario che esige risposte fatte di onestà, competenza e umanità.

    Di certo, alcuni problemi nel governo della pandemia avrebbero potuto essere affrontati meglio, quanto meno in Italia. La “massimizzazione” neoliberista del profitto tende a paralizzare l’azione politica perché è nell’anarchia del mercato che i grandi profitti si proteggono da sé. Ma il mercato, come la Lega, “se ne frega” quando si tratta di migranti (di cui pur abbiamo bisogno per compensare il declino demografico), o quando si deve formare il personale medico-sanitario (senza cui ci troviamo esposti a quel che abbiamo visto e ancora stiamo vedendo). Eccetera, eccetera, eccetera.

    Dobbiamo “osare più democrazia”. Lo sosteniamo da anni sull’ADL: occorre ora una progressiva integrazione del “reddito di cittadinanza” con un “lavoro di cittadinanza”. Occorre, in un programma di piena occupazione, riassorbire e valorizzare tutte le energie umane disponibili, finora abbandonate al meccanismo di inclusione/esclusione del mercato cosiddetto “libero”.

    Due esempi di grande attualità. Mancano in Italia migliaia di addetti al “tracciamento” del contagio Covid. E mancano migliaia di bidelli in grado di tenere aperte le scuole anche di pomeriggio, affinché queste possano ospitare a turni gli alunni durante tutta la giornata, finché non avremo superato l’emergenza.

    Domanda: dov’è, di grazia, il Servizio civile?!

    Si dirà che nessuno, nemmeno il mercato, poteva prevedere tutto questo. Sappiamo di non poter prevedere ogni cosa, ma proprio per questo non basta il pilota automatico. Proprio qui abita invece l’arte politica: gouverner est prévoir. Ci vuole una capacità di governo onesta, competente, umana e ben attrezzata. Ecco, una nuova e decisiva attrezzatura della “previdenza” democratica e partecipativa può venirci oggi e in futuro da un forte servizio civile obbligatorio universale.

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