La crisi della piccola e media impresa colpita dal Covid-19 nell’America Latina (Intervista a Alejandro Francomano)

di Matteo Forniciti

Ancor più grave della crisi sanitaria, il Covid 19 sta affossando l’economia mondiale provocando una crisi economica che non ha precedenti. Tra le numerose vittime di questa crisi ci sono le piccole e medie imprese, ossia il motore pulsante dei sistemi economici di molti paesi che rischiano di essere travolte da questo terremoto. Una situazione, questa, che nonostante le profonde differenze strutturali accomuna l’Italia e l’America Latina colpite al cuore nel loro sistema produttivo oggi più che mai minacciato. Se in Italia è ormai quasi tutto riaperto, l’America Latina è oggi nel pieno dell’emergenza come epicentro mondiale della pandemia.

A lanciare l’allarme sulla piccola e media impresa e a proporre possibili vie d’uscita è Alejandro Francomano, esperto del tema oltre che rappresentante uruguaiano della FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie). “Questa è una delle aree più vulnerabili che sta soffrendo enormemente la crisi, basta pensare al turismo ma non solo. Tante realtà spariranno, chi riuscirà a salvarsi dovrà poi pagare le enormi conseguenze e ci vorranno anni per ritornare ai livelli precedenti. Si respira un clima di grande incertezza e per uscirne si richiede una gestione creativa e uno spirito unitario. Ovviamente le politiche pubbliche sono fondamentali“.

C’è un dato che aiuta a comprendere bene la situazione odierna nel continente e che mette paura: “Secondo le prime stime fatte dagli economisti, il 30% delle piccole e medie imprese non riuscirebbe a sopravvivere un altro mese in queste condizioni. Gli stati devono agire subito“. Come punto di partenza del suo ragionamento, Francomano precisa che esistono delle notevoli differenze all’interno di una definizione molto vasta: si parla di micro, piccola e media impresa ma sono tre realtà completamente diverse tra loro.

Un altro fattore da tenere in considerazione è il settore nel quale operano queste realtà dove il coronavirus non ha colpito omogeneamente. L’ultima differenza è quella del turbolente contesto regionale anche se esistono punti di contatto. Proprio quest’ultimo aspetto, insieme all’associazionismo, può rappresentare una grossa opportunità secondo l’italo uruguaiano. “Ogni crisi ci insegna che l’unità è la via migliore per la ripresa perché da solo non si salva nessuno. Questo discorso resta valido ancora oggi, c’è bisogno di associarsi per generare maggior sinergia. Occorre innanzitutto un cambio di mentalità e iniziare a lavorare con una mentalità collettiva. Il sistema delle cooperative, ad esempio, può essere una delle strade da percorrere“. “Pur avendo una certa stabilità rispetto ai nostri vicini, qui in Uruguay c’è ancora molto da fare” sostiene l’esperto. “Gli aiuti promessi dal governo sono ancora troppo bassi e non risolvono il problema. È come l’intervento di un pompiere nel mezzo di un grande incendio. Certamente aiuta ma non spegne l’incendio. Ci dovrebbe essere una maggiore tassazione nei confronti delle grandi corporazioni internazionali dato che le piccole e medie imprese non possono più aspettare“.

Secondo le previsioni della Banca Mondiale il prodotto interno lordo dell’America Latina registrerà un -7,2% in questo 2020 mentre per l’Uruguay la perdita sarà del -2,7%.

 

FONTE: http://www.genteditalia.org/

 

 

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