COVID-19: Enrico Pugliese, L’agricoltura non è solo questione di frutta e verdura

di Enrico Pulgliese (da Il Manifestoa)

Il problema con l’immigrazione – scriveva Max Frisch oltre mezzo secolo addietro – è che «cercavamo braccia e sono arrivati esseri umani, (Menschen)».

Si tratta di una contraddizione assolutamente insanabile che ha posto seri problemi al capitalismo e alle classi dirigenti dei paesi di immigrazione le quali hanno tentato sempre di porvi rimedio con la stessa soluzione: l’utilizzo dei migranti per lavoro stagionale. In questo modo si hanno le braccia a disposizione per un periodo limitato senza il fastidio di avere a che fare con esseri umani, persone che rischiano di accampare diritti sociali e civili.

Questa storia antica riguarda in modo particolare l’agricoltura. Sia in sistemi agricoli tradizionali che nelle moderne agricolture capitalistiche, anche tecnologicamente avanzate, il ricorso all’immigrazione temporanea ha avuto ed ha un ruolo assolutamente determinante per alcuni ordinamenti colturali. Si tratta soprattutto delle produzioni ortofrutticole come in California o nelle aree ad agricoltura ricca del Nord e del Sud d’Italia.

Le migrazioni rurali, temporanee per definizione, storicamente non hanno conosciuto confini. In Italia dalle aree di piccola e povera agricoltura contadina o del bracciantato precario delle aree capitalistiche si partiva per regioni vicine e lontane nel paese e all’estero. Il lavoro stagionale alleggeriva la pressione sulla terra dell’azienda contadina e compensava la sottoccupazione endemica del bracciantato precario.

I contadini piemontesi partivano per la vendemmia in Francia e le mondine del Mantovano partivano verso i campi di riso del Vercellese per un paio di messi di duro lavoro. Questi e altri lavoratori stagionali scomparvero poi cacciati dallo sviluppo tecnologico dell’agricoltura (nelle risaie le mondine furono sostituite dagli erbicidi fitoselettivi ) o attratti dallo sviluppo industriale del paese.

Ma non diminuì il bisogno di braccia per lavori precari e stagionali nel quadro di uno sviluppo agricolo basato sul modello californiano: agricoltura ricca e mano d’opera povera. A soddisfare questa necessità a partire dagli anni settanta hanno provveduto gli immigrati provenienti dal terzo mondo ai quali si sono aggiunti negli anni novanta i cittadini dei paesi dell’Europa dell’Est.

Il nesso tra ricchezza dell’agricoltura e povertà della mano d’opera non ha nulla di paradossale. Il modello è reso possibile dall’esistenza di uno sterminato esercito operaio di riserva che ha sempre garantito la disponibilità di una mano d’opera tanto più sfruttata e ricattabile quanto maggiore era la condizione di irregolarità.

Poi nel nostro paese ogni tanto arrivavano le benemerite sanatorie e ciò permetteva a molti di uscire dal ghetto e trovarsi una occupazione migliore. Così in agricoltura restavano gli ultimi arrivati e quelli più sfortunati. Ma la sanatoria faceva di nuovo diventare le «braccia» esseri mani.

A correre ai ripari in Italia furono Bossi e Fini con la loro legge di peggioramento del T. U. delle leggi sull’immigrazione e l’introduzione, al posto del permesso di soggiorno, di un nuovo tipo di permesso altamente limitativo dei diritti dei lavoratori: «il contratto di soggiorno» che legava la possibilità di ingresso e permanenza dell’immigrato a uno specifico contratto di lavoro allo scadere del quale era previsto il ritorno in patria.

Non si trattava di una novità. Esprimenti di questo tipo erano stati fatti in vari paesi – in particolare negli Stati uniti d’America con il cosiddetto «bracero program» – ed erano risultati fallimentari. Il programma americano iniziato ai tempi della seconda guerra mondiale fece entrare negli Stati uniti milioni di immigrati messicani destinati al lavoro agricolo stagionale, che però restarono in larga parte definitivamente. Nel 1964 il programma fu abolito per iniziativa dei sindacati.

In Italia con l’allargamento dell’Unione europea e l’ingresso dei paesi più poveri dell’Est il sogno padronale della stagionalità cominciò per qualche verso a realizzarsi. Titolari del diritto di muoversi all’interno dei confini dell’Ue lavoratori rumeni e bulgari- certo non i più forti sul mercato del lavoro – cominciarono a emigrare secondo un modello di emigrazione stagionale: una pratica seguita informalmente come ai vecchi tempi.

Ma ecco che arriva il coronavirus: con la paura e il lockdown è difficile muoversi. La frutta e la verdura soprattutto al Nord rischiano di non essere raccolte se i migranti non arrivano. Ed allora si invocano corridoi umanitario-vegetali per far venire gli stagionali: è la sofferenza per la frutta e la verdura che intenerisce non quella dei lavoratori.

D’altra parte soprattutto nel Mezzogiorno gli immigrati dell’agricoltura bloccati nei ghetti sono spesso irregolari e non possono muoversi per andare a lavorare. Rischiano fermi di polizia, fogli di via, rimpatri forzati. A meno di una immediata regolarizzazione per motivi umanitari possono contare solo sulla carità privata o sull’aiuto di amici e gruppi di solidarietà. E il problema non riguarda solo gli irregolari nelle campagne.

Nelle stesse condizioni si trovano badanti e soprattutto lavoratori domestici delle grandi città. Neanche essi possono muoversi e andare lavorare perché corrono gli stessi rischi. Come fanno il colf equadoregno o la badante a ore ucraina, da anni a Roma senza permesso di soggiorno regolare, a recarsi da Torre Spaccata dove abitano ai Parioli o al quartiere africano dove risiedono i loro datori di lavoro?

Anche per loro è urgente la regolarizzazione. Non è solo una questione di frutta e verdura.

 

FONTE: https://ilmanifesto.it/lagricoltura-non-e-solo-questione-di-frutta-e-verdura/

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